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martedì 24 dicembre 2013

La qualità dell'aria. Bene comune disponibile alle leggi del mercato dei bio combustibili?


  

In Italia, di pari passo con lo sviluppo industriale e l'abbandono delle tradizionali attività agricole, forestali e artigianali, si sono ridotte le aree del Paese in cui la qualità dell' aria potrebbe definirsi buona, in base ai criteri stabiliti dalle Leggi nazionali. 

Il Decreto legislativo 155 del 2010, individua i composti tossici pericolosi per la salute, la cui presenza nell'aria deve essere regolarmente controllata per verificare che le loro concentrazioni medie siano inferiori a specifici valori,definiti come obbiettivi di qualità dell'aria.

Ad esempio l'obiettivo di qualità per le polveri sottili, in particolare per quelle il cui diametro è  inferiore a 10 micron (10 millesimi di millimetro) e definite PM10 è stato stabilito pari a 40 microgrammi (milionesimo di grammo) per metro cubo d'aria, come media annuale.

Questo significa che, se 365 misure giornaliere di PM10, realizzate regolarmente nell'arco di un anno, fanno registrare un valore medio superiore a 40 ug/m3 (ad esempio 41 ug/m3), il territorio controllato dalla centralina e' fuori legge,  in quanto la qualità della sua aria è peggiore a quella che la Legge, oggi giudica accettabile per la salute di chi quell'aria respira.

In questo caso, il Decreto impone alle Regioni interessate l'attivazione d'interventi finalizzati a migliorare la qualità dell'aria e a portarla a valori, almeno pari all'obiettivo di qualità, in questo esempio 40 ug/m3.

Per raggiungere quest’obiettivo e' necessario individuare la fonte che produce la maggiore quantità di polveri sottili e adottare tutte gli accorgimenti utili per ridurre le sue emissioni in atmosfera.

I monitoraggi effettuati dopo gli interventi di risanamento faranno fede sull’efficacia degli interventi adottati: anno dopo anno la concentrazione media di PM10 deve essere inferiore a 40 ug/m3 e più bassi saranno i valori riscontrati, meglio sarà.

Quest’ obiettivo si può raggiungere adottando trattamenti fumi più efficienti (filtri a maniche, marmitte catalitiche), utilizzando combustibili più "puliti (metano al posto del carbone e del gasolio), aumentando l'efficienza energetica degli impianti e delle abitazioni.

Oggi, in Italia, la rete di monitoraggio segnala che gran parte delle aree industriali e delle aree urbane del nostro Paese non rispettano gli obiettivo di qualità per il PM10.
In particolare e' "fuorilegge" gran parte della Pianura Padana, dove si concentrano le centraline che nel 2011 hanno registrato almeno 35 giorni con concentrazioni di PM10 superiori a 50 microgrammi per metro cubo (ug/m3).

Questo dato negativo è stato registrato presso 212 centraline di monitoraggio, il 48% di tutte le centraline di monitoraggio operative in Italia nel 2011.

La Tabella 1 riporta, in dettaglio,  le misure dell’inquinamento da PM10 registrate nelle zone trafficate di alcune città e i valori contemporaneamente registrati in alcune aree rurali del nostro Paese. Nella Tabella sono riportati in grassetto i valori superiori ai limiti di legge definiti dal Decreto Legislativo n.155 del 2010.

TABELLA 1  Concentrazioni di PM10 e  numero di giorni con superamenti di 50 ug/m3  nel 2011

Media annuale
microgrammi/m3
n. giorni  con valori di PM10 superiori a 50 microgrammi/m3
Aree urbane trafficate
Torino
50
133
Brescia
42
105
Milano
50
131
Parma
42
93
Verona
48
128
Padova
42
93
Firenze
38
59
Terni
36
69
Aree rurali
Renon (Bolzano)
9
0
Piana rotaliana (Trento)
25
19
Cavaso del Tomba (Treviso)
19
19
Denice Costa (Alessandria)
17
9
Donnas (Aosta)
22
39
Febbio / Reggio E.
9
0
Casa Stabbi (Arezzo)
13
0
Brufa (Perugia)
20
14


Qualità dell'aria in zone rurali e montane

Le aree rurali del nostro Paese sono state individuate come zone di controllo dell'inquinamento atmosferico prodotto dai cosiddetti inquinanti primari, quelli direttamente prodotti dalle attività umane: traffico, riscaldamento domestico, attività produttive.

La Tabella 1 mostra che queste aree, e i loro abitanti, nel 2011 hanno goduto di un’ottima qualità dell’aria con valori medi annuali delle PM10 nettamente inferiori agli attuali  limiti di legge.

Anche il numero di giorni con elevato inquinamento (PM10 superiore a 50 microgrammi/m3) è molto basso.

Nei casi riportati nella Tabella1 solo il sito di Donnas, in Val d’Aosta fa registrare un lieve superamento del limite massimo di 35 giorni all’anno.

Quest’invidiabile caratteristica, che si accompagna ad altre rare qualità di queste zone del nostro Paese (scarso traffico veicolare, bassa densità abitativa, bassi livelli di rumore, bel paesaggio, clima mite, buona cucina, ottima accoglienza, produzioni agro-alimentari di qualità) ricercate da turisti e villeggianti, da qualche tempo è sotto attacco a causa del proliferare di progetti e costruzioni di centrali termoelettriche alimentate a biomasse legnose.

Questa novità interessa in particolare le zone collinari e montane del nostro paese, dove la “pulizia” di grandi boschi è diventata la scusa per realizzare facili guadagni usando la legna per produrre energia elettrica, pratica che gode d’interessanti incentivi pubblici, garantiti dal Gestore dell’Energia per almeno 15 anni.

Poiché non tutti lo sanno, è utile ricordare che questi soldi vengono da una tassa sulla bolletta della luce (denominata A3), introdotta nel 1999 per incentivare le fonti di energia rinnovabile e che, mediamente, pesa nel bilancio famigliare con 83 euro all’anno, usati per alimentare il mercato dei “Certificati Verdi”.

Grazie ai Certificati Verdi chi produce elettricità da fonti rinnovabili, riceve dal Gestore della Rete un compenso, per ogni chilowattore immesso in rete, circa tre volte maggiore di quello pagato all’elettricità da fonte fossile (carbone, metano).

 Quanto pesa una centrale a biomasse sul territorio che le ospita 

La normativa a tutela dell’ambiente e della salute richiede alle Regioni di redigere piani di risanamento dell’aria.

Tra gli strumenti tecnici utili per redigere il piano di risanamento è prevista la stima delle emissioni d’inquinanti prodotti annualmente dalle principali fonti civili ed industriali presenti sul territorio di ciascun comune.

In questo modo si valuta la pressione ambientale che queste attività esercitano sul territorio e si possono facilmente individuare le priorità d’intervento.

Questa stima si realizza tramite un censimento di tutte le fonti emissive e il successivo calcolo dell’inquinamento prodotto annualmente da ciascuna fonte a cui si applicano specifici fattori di emissione, elaborati a livello europeo

In questo capitolo prenderemo due centrali a biomassa, che denomineremo Centrale A e Centrale B, recentemente proposte nel centro Italia.

I Comuni che dovrebbero ospitarle si trovano in aree collinari, con importanti superfici boscate, in un contesto a prevalente attività agricola e turistica.

La popolazione dei Comuni che dovrebbero ospitare le due centrali è, rispettivamente di 7.500 e 1.500 abitanti.

In entrambi i Comuni, gli standard di qualità dell’aria degl’inquinanti primari sono ampiamente e costantemente rispettati.

Le due centrali, hanno una potenza elettrica installata, inferiore a 1 Mega watt (1000 Kilo watt) e utilizzano biomasse legnose (centrale A 18.000 ton/anno; centrale B: 11.400 ton/anno).

Per produrre elettricità le centrali utilizzano due diverse tecnologie: forno a griglia nella Centrale A; piro-gassificazione della biomassa e uso del gas prodotto (syngas: miscela di ossido di carbonio e metano) per alimentare motori a combustione interna abbinati ad alternatori, nella Centrale B.

Entrambe le centrali prevedono moderne linee di trattamento fumi: catalizzatori per ridurre gli ossidi di azoto e filtri a maniche per le polveri sottili

Le due centrali producono prevalentemente elettricità che è immessa nella rete elettrica e, in entrambi i progetti, non si prevedono significativi recuperi di calore per il tele-riscaldamento degli edifici e abitazioni.

Per entrambi le centrali sono state calcolate le quantità d’inquinanti che immetteranno nell’ambiente durante il loro funzionamento che è previsto continuo per 24 ore su 24, con le sole interruzioni programmate per la manutenzione degli impianti, stimati pari a una trentina di giorni all’anno.

Il calcolo delle emissioni annuali è stato fatto in base alle concentrazioni medie degli inquinanti presenti nei fumi, valori dichiarati dai proponenti, e alla portata dei camini. In tutti i due casi le concentrazioni di inquinanti, in uscita dai camini, sono ampiamente inferiori ai limiti di legge.

Le Tabelle 2 e 3 riportano i valori delle emissioni annuali delle Centrali A e B e le stime delle emissioni annuali provenienti da tutte le fonti inquinanti presenti nei rispettivi territori comunali (traffico, riscaldamento domestico, agricoltura…).

TABELLA 2: Centrale A: stima della quantità d’inquinanti emessi da tutte le attuali fonti presenti sul territorio comunale e delle emissioni annuali della centrale

Inquinante
Emissioni totali territorio comunale

tonnellate/anno
Emissioni
centrale A

tonnellate/anno
Variazione


%
Polveri totali
57 ^
1,3
+  2,3
Anidride solforosa
9
6,6
+ 73,3
Ossidi di azoto
123
26,3
+ 21,4
Monossido di carbonio
804
6,6
 +  0,6
^ PM10

TABELLA 3. Centrale B: stima della quantità d’inquinanti emessi da tutte le attuali fonti presenti sul territorio comunale e delle emissioni annuali della centrale

Inquinante
Emissioni totali
territorio comunale

tonnellate/anno
Emissioni
centrale B

tonnellate/anno 
Variazione


%
Polveri totali
16,1 ^
      0,82 ^
+ 5,1
Anidride solforosa
1,1
12,3
+ 1.118
Ossidi di azoto
14,5
            16,1
+ 111
Monossido di carbonio
124,7
            16,4
+ 13,1
^ PM10

Le Tabelle 2 e 3  mostrano come la pressione ambientale  esercitata da ognuna delle centrali a biomasse sul territorio ospitante potrebbe essere  tutt’altro che trascurabile.

Per entrambi i Comuni, la pressione maggiore deriverebbe dall’immissione in atmosfera di anidride solforosa e di ossidi di azoto.

Più contenute, ma non trascurabili le quantità di polveri che le centrali a biomasse potrebbero aggiungere all’aria dei territori che dovrebbero ospitarle.

In termini relativi, la centrale B sarebbe quella che eserciterebbe la pressione maggiore sul territorio ospitante.

La Tabella 3 mostra che, nel Comune B, con l’entrata in funzione della centrale a biomasse raddoppierebbero le emissioni di ossidi di azoto mentre la quantità di ossidi zolfo aumenterebbe di ben 11 volte.

Tutto questo ha una semplice spiegazione.

Il Comune B ha una popolazione di un migliaio di abitanti, non ospita attività industriali e il suo unico inquinamento di una certa importanza è quello del riscaldamento invernale, peraltro non particolarmente elevato, in quanto il paese è servito dalla rete di distribuzione del gas naturale.

Non a caso, il turismo estivo e le attività a esso correlato sono la principale fonte di reddito dei residenti del Comune B.


Con le centrali a biomasse come cambia la qualità dell’aria?

Ovviamente l’immissione in atmosfera di diverse tonnellate di’inquinanti peggiorerà la qualità dell’aria dei territori sottovento agli impianti.

Gli stessi proponenti confermano che le concentrazioni medie al suolo aumenteranno, ma poiché la somma dell’attuale inquinamento e di quello nuovo prodotto dalle centrali comporterà valori inferiori ai limiti di Legge, questo peggioramento è considerato accettabile.

Le Aziende Locali Sanitarie (ASL), a cui è delegato il parere sanitario sugli impianti, hanno fatto proprie queste affermazioni e di fatto autorizzato l’inquinamento.

Stupisce che l’autorizzazione delle ASL  all’entrata in funzione delle centrali a biomasse non abbia tenuto conto delle recentissime raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che, alla luce di studi epidemiologici condotti in Europa, ha riconosciuto che rischi sanitari gravi sono stati riscontrati anche  a concentrazioni di PM2,5 inferiori a 10 ug/m3, ossia inferiori ai limiti che la nostra Legislazione prevede di introdurre nel 2020.

Riteniamo anche discutibile che le ASL non abbiano tenuto conto della possibile presenza di aree sensibili, nelle immediate vicinanze delle centrali, quali scuole e impianti sportivi.

In questi casi, quanto meno, riteniamo che sarebbe stato doveroso, da parte delle ASL, invocare il Principio di Precauzione a tutela della salute della popolazione più giovane.

Le stesse ASL, conseguentemente, avrebbe dovuto esprimere un proprio giudizio negativo rispetto al fatto che l’attività delle centrali non preveda efficaci interventi di teleriscaldamento.

L’utilizzo del calore a bassa temperatura (pari a circa l’80% del potere calorifico del cippato utilizzato), con un adeguato dimensionamento dell’impianto, durante il periodo invernale, avrebbe potuto permettere lo spegnimento di numerosi impianti termici utilizzati nei due Comuni, in particolare quelli alimentati a legna.

Certamente impianti domestici alimentati a legna di vecchia generazione (camini aperti, stufe), a parità di calore prodotto, emettono in atmosfera una maggiore quantità d’inquinanti rispetto a quelli emessi dalle centrali a biomasse.

Una progettazione delle centrali che fosse partita dall’analisi dei bisogni energetici del territorio ospitante gli impianti, con una cogenerazione a misura delle esigenze locali, avrebbe potuto ottemperare agli obiettivi del D.lgs 155/2010, addirittura migliorando ulteriormente la qualità dell’aria del Comune ospitante, qualora le emissioni spente avessero un carico inquinante superiore a quello della centrale.

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