Translate

lunedì 19 dicembre 2016

Come ridurre l'inquinamento dell'aria: un programma di buon governo.



Finalmente sono arrivate vento, pioggia e neve e, con loro, le emergenze smog svaniscono.

I Sindaci possono tirare un respiro di sollievo e gli automobilisti possono continuare a stare in coda come prima e durante le inutili ordinanze che vietavano la circolazione agli automezzi più inquinanti..

Tutto come al solito?

Non proprio, l'anno che si chiude ha portato due importanti novità: la ratifica degli accordi sui cambiamenti climatici e una nuova Direttiva che limita le emissioni inquinanti dei paesi dell'Unione Europea.

L'accordo sul contenimento dei cambiamenti climatici, che fa seguito alla Conferenza di Parigi COP 21, è già stato firmato dall'Italia: in estrema sintesi il nostro Paese si è impegnato, entro il 2030, a ridurre le sue emissioni di anidride carbonica del 40%, rispetto alle emissioni dello stesso gas, registrate in Italia nel 1990.

La nuova Direttiva, che entra in vigore il 31 dicembre di quest'anno, ci da tre anni di tempo per introdurre la Direttiva nel nostro ordinamento e approntare un piano di interventi, finalizzato a ridurre drasticamente e credibilmente le emissioni inquinanti prodotte dal nostro Paese.

Poi, abbiamo tempo fino al 2030 per ridurre del 63% gli ossidi di azoto (NOx) e del 42 % le polveri sottili (PM2,5),  proprio gli inquinanti che sforavano durante l'alta pressione di Dicembre.

Pensate che Gentiloni, il nuovo primo ministro, abbia colto l'importanza di questi obiettivi?
E secondo voi quale forza politica e di governo ha questi obiettivi tra le sue priorità?

Visto come è andata finora non mi faccio illusioni. Senza una forte spinta dal basso, anche queste direttive resteranno lettera morta.

Eppure in ballo ci sono reali e vitali interessi collettivi.

La Direttiva per ridurre le emissioni si pone l'esplicito obiettivo di dimezzare i danni alla salute prodotti dall'inquinamento, salvando letteralmente la vita ad oltre ventimila connazionali, la metà di quelli che in Italia ogni anno muoiono di infarto, ictus, tumori a causa dell'inquinamento.

E anche la drastica riduzione delle emissioni di anidride carbonica prevista dagli accordi di Parigi sul Clima,porterà dei vantaggi collettivi, in quanto contribuiremo a ridurre il riscaldamento globale, con tutti gli effetti calamitosi associati a tale risdaldamento e che già oggi stiamo vedendo accadere sotto i nostri occhi (nubifragi, alluvioni, frane...).

A chi è accecato dal mito della crescita continua, tutto questo potrà sembrare persino dannoso, in realtà con poche scelte innovative potremmo ottenere entrambi i risultati.

E se pensate che il danaro possa essere il fattore limitante per queste scelte forse è opportuno che sappiate quanto ci costa, in termini di salute da curare, l'attuale bassa qualità dell'aria.

Le stime valutano che, nei paesi dell'Unione i costi sulla salute, prodotti dall'attuale inquinamento  siano compresi tra i 330 e i 940 miliardi di euro pari al 3-9 % del PIL.

A questa cifra occorrerà aggiungere anche il costo delle ore lavorative perse per malattie e ricoveri.

Nella prossima puntata vedremo quali potrebbero essere gli interventi prioritari per dimezzare inquinamento e i suoi danni.









domenica 18 dicembre 2016

Un Sindaco per Genova che realizzi "Economia Circolare"il Modello Genova



La lunga crisi globale ci sta traghettando verso una nuova epoca in cui i valori di riferimento non sono più la crescita, il PIL, i mercati.

Chi non se ne è ancora accorto è perduto e quindi sarà opportuno che i genovesi, alla prossima tornata elettorale, scelgano bene a chi affidare il timone del vascello comunale che ci dovrà traghettare verso i nuovi e anche misteriosi lidi.

Uno dei fari a cui dovremo rivolgerci è quello della "economia circolare", rotta che l´attuale dirigenza AMIU ha tracciato ma che la Giunta Doria, palesemente, non vuole affrontare.

Con l´economia circolare si avvia la scelta ineludibile di una società che bandisce l´usa e getta , che non produce più rifiuti, e che in ogni oggetto scartato vede utili materiali valorizzati da precedenti lavorazioni che possono essere inseriti in nuovi cicli produttivi.

Questa visione, insieme alla realizzazione di un sistema di raccolta differenziata "porta a porta" e alla "tariffazione puntuale" è il Modello Genova che potrebbe vedere il capoluogo ligure all´avanguardia, a livello internazionale.

Intraprendere questa nuova rotta, con un "armamento" interamente pubblico, in quanto pubblici devono essere i ritorni economici, occupazionali, ambientali, significa qualificare l´attuale personale
AMIU, creare nuove ed innovative opportunità di lavoro, acquisire competenze altamente qualificate da mettere a disposizione di altri Comuni, anche fuori Regione.

E una regia pubblica nella gestione dei materiali valorizzati di scarto non ostacola l´altro obiettivo fondamentale, quello della riduzione alla fonte dei rifiuti.

Prima della partenza, tra un anno, di un nuovo consiglio comunale, il sindaco Doria e la sua Giunta vorrebbero imbarcare un privato, nella fattispecie IREN, che vuole il comando di AMIU (il 51% delle quote societarie) e in cambio contribuirebbe all´impresa mettendoci i suoi impianti (un digestore anaerobico, qualche inceneritore e un impianto di trattamento meccanico biologico) peccato che siano eredità di un modello di crescita ormai bello che andato, in gran parte frutto di tecnologie antiche, di fatto monumenti di archeologia industriale.

Se è vero che la rotta verso un´economia circolare non sia facile e richieda un forte investimento di cervelli e capacità imprenditoriale non sarà certo IREN a permetterci di raggiungere i nuovi lidi: l´
esperienza di IREN in economia circolare, raccolta differenziata di qualità, recupero e riuso di materia, gestione integrata di depurazione delle acque, gestione fanghi e produzione commercializzazione di biometano è pressocchè nulla.

Il "vascello" comunale adibito ad offrire servizi alla comunità, affidata alla guida di IREN ci riporterà ai vecchi lidi, quelli di una raccolta differenziata di bassa qualità, della termovalorizzazione dei rifiuti, della riduzione del personale, delle scelte più costose, senza ritorni economici per la comunità,
la quale sarà costretta a pagare gli utili di impresa del privato e sarà costretta a continuare a produrre rifiuti per alimentare gli impianti e produrre utili.

IREN ha condizionato il suo ingresso maggioritario in AMIU con il conferimento dei nostri scarti umidi nell´impianto di digestione anaerobica di Tortona.
Quest´ offerta, apparentemente allettante, è la classica "mela avvelenata".

Apparentemente IREN ci fa un favore, in quanto Genova non deve più individuare un´area sul suo territorio dove realizzare l´impianto, ma l´obbligo di esportare le nostre preziose frazioni umide a Tortona, vuol dire che Genova non potrà usare il biometano prodotto con i suoi scarti e quindi non potrà realizzare il progetto di metanizzare, con questa fonte di energia rinnovabile e a basso impatto, la flotta di automezzi AMIU e AMT che questa scelta tecnologica, realizzata in "casa", renderebbe possibile.

E la metanizzazione degli autobus AMT e dei mezzi di trasporto leggeri e pesanti di AMIU ridurrebbe significativamente un´importante fonte urbana di ossidi di azoto e polveri sottili, una di
quelle sfide che saranno "impossibili" affidando ai privati i ricchi servizi pubblici, come pretende l´imperante e morente neo-liberismo renziano che di tutelare la salute dell´ambiente e dei cittadini se
ne "strabatte ", in quanto queste variabili non rientrano nell´"asset aziendale".

E´ troppo chiedere al sindaco Doria di fare un regalo alla città, prima di lasciare Tursi, sospendendo la delibera sulla privatizzazione di AMIU?

venerdì 16 dicembre 2016

Chi inquina le nostre città? NOx


Nelle città italiane, l'aspettativa di vita sana dei loro abitanti si riduce a causa di numerose sostanze tossiche presente nell'aria che respirano.

Insieme alla polveri sottili si trovano sempre gli ossidi di azoto (NOx- NO2) e anche questi composti, spesso, superano i limiti di legge.

Dati alla mano, si può dire che, fin da quando sono cominciate misure sistematiche di ossidi di azoto, si è sempre superata la media annuale di 40 microgrammi per metro cubo a Brescia, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Novara, Palermo, Roma, Torino, Trento, Trieste, Verona.

E non stanno meglio gran parte delle altre città italiane e questa situazione ci costa molto cara: oltre alla multa miliardaria dell'Unione Europea per infrazione delle norme comunitarie, ogni anno, a causa degli ossidi di azoto respirati, perdiamo prematuramente alcune migliaia di connazionali: 3.300 nel 2012.

Se vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno, la notizia positiva è che la situazione è in lento miglioramento, come mostra la Fig 1 che riporta la stima delle emissioni annuale di NOx dalle principali fonti di emissione.

Fig 1. Andamento delle emissioni annuali di NOx in Italia e contributo delle principali fonti
Siamo passati dai circa 1,6 milioni di tonnellate del 2000, ad un milione di tonnellate nel 2012.
Le 600.000 tonnellate che mancano all'appello sono attribuibili a più efficaci sistemi di abbattimento nelle emissioni industriali e all'effetto delle marmitte catalittiche obligatorie, dai primi anni '90, su tutte le nuove autovetture.

Come si è accennato, questa riduzione, in parte teorica in quanto basata su stime con inevitabili incertezze, non è servita a rispettare gli obiettivi di qualità degli ossidi di azoto in moltissime città italiane

La Figura 2 ci mostra, in maggiore dettaglio, lo specifico contributo all'inquinamento di NOx nel 2013 in Italia.

Fig 2 Contributo (%) delle fonti che nel 2013 hanno emesso NOx in Italia

In questo caso il trasporto stradale è la fonte prevalente, responsabile del 42,5% del totale di emissioni di NOx stimate essere prodotte in Italia nel 2013.
L
Segue il trasporto marittimo (17,7%), in particolare le emissioni delle navi attraccate ai moli dei nostri porti. Come abbiamo esaminato in altri post, questa è la fonte prevalente di NOx in una città portuale come Genova dove i motori diesel, che le  navi tengono accesi per alimentare i servizi di bordo, emettono in atmosfera quantità di ossidi di azoto nettamente superiore a quello del traffico cittadino.

Il motivo per cui i trasporti sono la principale fonte di NOx dipende da un motivo tecnico, ossia il fatto che questi composti si formano quando l'azoto atmosferico reagisce con l'ossigeno dell'aria a temperature e pressioni elevate, quali quelle che caratterizzano i motori a combustione interna a benzina e gasolio.
In particolare, a parità di cilindrata, le emissioni di NOx di una autovettura diesel sono  maggiori di una vettura alimentata a benzina, come mostra la Fig. 3.

Fig 3. Grammi NOx emessi per km percorso  da auto a benzina e diesel

La Figura 3 ci mostra come, a parità classe EURO, un'auto a benzina emetta meno ossidi di azoto di un'autovettura diesel e che per questo tipo di alimentazione le specifiche ottenute in laboratorio sono sempre nettamente inferiori a quelle riscontrate nel mondo reale, come è stato dimostrato con lo scandalo Volkswagen.

In base alle stime riportate in Figura 3, nel mondo reale, una autovettura diesel EURO 6 emette dieci volte di più ossidi di azoto di una autovettura a benzina di pari classe EURO.

A fronte di queste informazioni quale scelte ha fatto il governo italiano per fronteggiare un problema quale quello delle elevate concentrazione di ossidi di azoto nelle città italiane?

Ovviamente le scelte governative non hanno assolutamente teneuto in conto la salute dei propri concittadini: invece di tassare maggiormente il combustibile più inquinante (il gasolio) lo hanno caricato di tasse ed accise minori della benzina (Fig 4).

Fig 4 Prezzo benzina e gasolio a confronto

Di conseguenza, il consumatore italiano si è spostato sempre più su auto diesel e nel 2013, nel nostro paese, per muovere merci e persone si sono consumati 22,3 milioni di tonnellate di gasolio a fronte di 7,9 milioni di tonnellate di benzina.

Ma questa è solo l'ultima delle scelte sbagliate dei governi italiani.

Ce ne sono altre più gravi, quelle che hanno portate al singolare risultato mostrato dalla Fig 5.

A livello mondiale, l'Italia è il quarto paese come  numero di autovetture per abitante.

Fig 5 Classifica mondiale di numero di automobili per 1000 abitante  (2005)





lunedì 12 dicembre 2016

Chi inquina le nostre città? PM10

Foto satellitare 17 marzo 2016
In questi giorni molte città italiane sono in emergenza smog.

Torino, Alessandria, Milano, Padova, Venezia, Frosinone, Roma e Napoli  hanno superato i limiti di legge per le polveri sottili (PM10 e PM2,5) e i loro sindaci cercano di correre ai ripari limitando la circolazione alle autovetture più vecchie, ma c'è da scommetterci: queste misure non abbasseranno l'inquinamento e l'emergenza la risolverà, ancora una volta, solo il ritorno della bassa pressione e del maltempo.

In ogni caso, ancora una volta, il nostro Paese non sarà riuscito a rispettare le proprie leggi a tutela della qualità dell'aria e della salute dei propri cittadini e giustamente dovremo pagare all'Unione Europea la multa miliardaria (sic) per mancato rispetto delle norme comunitarie.

Non usciremo da questa situazione senza la presa d'atto che oggi, in Italia, la principale fonte di polveri sottili non è più il traffico ma l'uso di legna per il riscaldamento domestico.

Fig 1 Andamento delle emissioni di PM2,5 da trasporto stradale e da impianti di riscaldamento (1990-2012)



La Figura 1 mostra l'andamento delle emissioni di PM2,5 da traffico veicolare e da impianti di riscaldamento domestico in Italia, dal 1990 al 2012, secondo le stime di ISPRA.

Il grafico si basa sulla stima delle emissioni fatta da Ispra ambiente e mostra come, a fronte di una progressiva riduzione delle emissioni veicolari, grazie a marmitte catalittiche sempre più efficaci, a partire da 2003, le emissioni di polveri derivanti dal riscaldamento domestico, hanno superato quelle veicolari e sono in costante aumento.

Questo dato dipende dal fatto che circa quindici anni or sono, gli italiani hanno scoperto le stufe a pellet di legno e il costo relativamente basso di questo combustibile e per questi motivi molte famiglie sono passate dal metano al pellet.

Fig 2 Andamento del consumo di pellet di legno (tonnellate/anno) in Italia  2000-2011


La Figura 2 illustra la crescita esponenziale della vendita di pellet di legno nel nostro paese che, nel 2012, ha superato i due milioni di tonnellate.

Il problema è che se il metano costa di più del pellet, la combustione del metano emette quantità molto inferiori di polveri sottili rispetto a quelle prodotte bruciando legna.

la Tabella che segue riporta i Fattori di Emissione di impianti di riscaldamento, alimentati con combustibili a legna e a metano, in altre parole quanti grammi di polveri emettono diversi impianti di riscaldamento domestico, a parità di calore prodotto.
In questo caso la quantita' di calore di riferimento è un giga Joule, il calore prodotto dalla combustione di  circa 25 metri cubi di metano

                                          grammi/gigaJoule
  • Caminetto aperto            700
  • Stufa tradizionale            500 
  • Caminetto chiuso            300  
  • Stufa moderna                 150
  • Stufa a pellet                     50   
  • Caldaia a metano             0,2  
Pertanto, in base a questa tabella,  la rinuncia al metano, a favore del pellet, comporta un qualche risparmio di danaro ma inevitabilmente produce anche una  emissione di polveri sottili maggiore di 250 volte; se la legna si usa con stufe e caminetti la quantità di polveri sottili immessa in atmosfera è di gran lunga maggiore fino a 3.500 volte, con i caminetti aperti

Anche per impianti industriali il passaggio da metano a combustibili  "alternativi" quali biomasse legnose e rifiuti urbani, a parità di energia termica prodotta peggiora le emissioni in atmosfera

                                                   grammi/gigaJoule
  • Termovalorizzatore rifiuti          9,5
  • Centrali biomasse                      3,5
  • Centrali a metano                       0,2 
In base a questi fattori di emissione si evidenzia come anche  la scelta di tele-riscaldare con rifiuti o biomasse legnose, edifici che potrebbero utilizzare metano, comporti un significativo peggioramento della qualità dell'aria.

E ovviamente la scelta governativa di dare il via a otto nuovi termovalorizzatori e a mantenere gli incentivi a chi produce energia bruciando biomasse non aiuta certamente a rispettare gli obiettivi di qualità dell'aria e altrettanto dicasi per il via libera alla combustione di ramaglie, potature e legna spiaggiata dole le alluvioni.

In base agli specifici fattori di emissione di processi di combustione in uso nelnostro paese ISPRA ha stimato che le polveri sottili PM10 emessi annualmente nell'atmosfera del nostro paese siano ripartite come mostra la Figura 3.

Fig 3 Contributo delle principali fonti emissive di PM10 in Italia nel 2013
La Figura 3 mostra che in Italia, nel 2013, circa il 53% delle PM10 immesse in atmosfera proveniva dagli impianti di riscaldamento domestico alimentato a biomasse (legno e pellet), il traffico veicolare è stato responsabile dell'11,2 % delle polveri, mentre tutti gli impianti di riscaldamento a metano hanno prodotto solo lo 0,1% di PM10, dieci volte di meno dei "termovalorizzatori".

In valore assoluto, in base alle stime ISPRA, nel 2011 gli impianti di riscaldamento domestici alimentati a biomasse hanno emesso 53.500 tonnellate di PM10, quelli a metano 136 tonnellate.

Nello steso anno, le centrali elettriche alimentate a biomasse e gli inceneritori di rifiuti hanno prodotto rispettivamente 254 e 627 tonnellate di polveri.

Certamente sfugge alla percezione collettiva, ma l'inalazione di queste polveri, anche quelle prodotte  bruciando legna ha un pesante effetto sulla salute delle popolazioni esposte 

L'agenzia europea per l'ambiente ha stimato che, a causa dell'esposizione a polveri sottili (PM2,5) in Italia, nel 2012, ci sono state 59.300 morti precoci .

Sono morti evitabili con incisive politiche di riduzione delle emissioni, politiche fin'ora assenti. 

Se voi foste al governo di questo Paese, alla luce di questi dati, quali scelte fareste per ridurre l'inquinamento dell'aria e quindi tutelare la salute degli italiani?

Dubito che decidereste di ridurre l'IVA sui pellet.

Ebbene è proprio quello che il governo Renzi si proponeva di fare con la legge di stabilità del 2016: ridurre l' IVA sui pellet dal 22 al 10%, ipotesi per fortuna rientrata, forse anche grazie al bicameralismo perfetto.

Resta il fatto che il metano, nonostante gli indubbi vantaggi ambientali, subisca un carico fiscale (IVA e accise varie) pari al  25%.
         





 

domenica 6 novembre 2016

Decarbonizziamoci




Con la ratifica degli accordi sul clima di Parigi, avvenuta ai primi di novembre 2016 l’Italia ha reso noto al resto del mondo le sue intenzioni di riduzione di gas climalteranti  (INDC- Intended Nationally Determined Cotributions).


In rete è disponibile una banca dati sull’emissioni di anidride carbonica che ci permette di capire quanta anidride carbonica abbiamo annualmente immesso in atmosfera dal 1969 al 2011, in base ai nostri stili di vita.

Nel 2011 ogni italiano, con i suoi consumi, ha immesso in atmosfera 6,7 tonnellate di anidride carbonica equivalente.

E’ un valore in calo, responsabile la crisi economica, rispetto al valore massimo di 8,22 tonnellate pro capite del 2004

Nel 1990 eravamo a 7,36 tonnellate di CO2 .

In base all’accordo ratificato dobbiamo ridurre del 40% le emissioni del 1990.
Questo significa che, entro il 2030, la nostra emissione individuale di gas clima alteranti che oggi, come abbiamo visto è di 6,7 tonnellate, deve essere di  4,42 tonnellate pro capite.

Scorrendo il grafico dell’andamento delle nostre emissioni si scopre che questa è la stessa emissione  di gas clima alteranti che avevamo nel 1967.

Per chi in quegli anni non c’era ancora, ricordiamo che nel 1967 il prof. Barnard fece il primo trapianto di cuore, l’Unione Sovietica mandava la prima sonda su Venere, a  Genova partiva il piano di metanizzazione dell’ìntera città, pochi anni prima si inaugurava l’Autostrada del Sole e nel nostro paese circolavano 4,6 milioni di automobili.
Erano gli anni in cui il latte si vendeva ancora in bottiglie di vetro che, vuote e ben lavate si riportavano alla latteria sotto casa e i ragazzini a scuola ci andavano a piedi o prendendo l’autobus.

Oggi le auto immatricolate in Italia sono 37, 3 milioni, impera il "vuoto a perdere" e l’usa e getta e può apparire difficile che gli italiani rinuncino ad andare a comprare le bottiglie d’acqua nei centri commerciali senza la propria automobile.

Comunque, a parte che negli anni sessanta non si viveva tanto male, dal punto di vista energetico abbiamo introdotto diverse novità: le auto e gli elettrodomestici consumano di meno (ma durano meno), il 40% dell’elettricità che usiamo viene da fonti rinnovabili, molte abitazioni hanno aumentato il loro isolamento termico, la raccolta differenziata e il riciclo dei materiali post consumo sono in progressivo aumento, il compostaggio domestico non è più una novità, forme innovative di trasporto collettivo come il BlaBlacar, si vanno diffondendo, mangiamo meno carne e si comprano sempre più ortaggi prodotti vicino a cas…

In conclusione, se vogliamo,  proseguendo con decisione lungo la strada giusta, è possibile ridurre sensibilmente le nostre emissioni di gas serra e rispettare gli impegni presi senza  “tornare al lume di candela”, anzi…

E se avete la curiosità di quanto state contribuendo alle emissioni di gas clima-alteranti e quanto siete personalmente distanti dagli obiettivi di Parigi, vi invito ad utilizzare il calcolatore  dell’impronta di carbonio, messa a punto dal WWF.

Se vi può interessare io sono a 5,1 tonnellate di CO2, non molto superiore all’obiettivo del 2030,  di 4,42 tonnellate.

Se riesco a convincere mia moglie a non tenere aperte le finestre per ore, in pieno inverno per arieggiare le stanze, forse ce la faccio, entro l’anno prossimo, a rietrare negli obiettivi di Parigi.


venerdì 4 novembre 2016

Di Caprio: Prima del Diluvio


In una società dove è l'immagine quello che conta è certo che Leonardo Dicaprio, messaggero di Pace delle Nazioni Unite con delega al clima, potrà riuscire nell'impresa disperata di evitare all'intera umanità gli effetti disastrosi di un nuovo "Diluvio Universale" prodotto dall'aumento della temperatura del Pianeta.

Se i messaggi di allarme di ricercatori, divulgatori scientifici, politici, autorità religiose  non riescono a "bucare" e  mettere in moto una scelta collettiva di profondo cambiamento, l'ultima speranza, la salvezza dell'umanità dalla catastrofe climatica è affidata a Dicaprio, al carisma dell'attore che ha commosso le platee del mondo affondando con il Titanic, dopo aver salvato la ragazza amata.

Le analogie con il dramma dell'equipaggio a bordo dell'innaffondabile transataltico, ci sono tutte: la sopravalutazione della tecnologia, la mancata percezione del pericolo, gli egoismi personali.

Grazie alla potenza mediatica di National Geographic,  da 21 ottobre tutto il mondo sta seguendo  gratuitamente l'ultimo film prodotto dallo stesso Dicaprio, "Prima del diluvio" , gia disponibile in versione italiana.

E' un lungo viaggio, durato due anni, alla ricerca dei segnali degli effetti del cambiamento climatico: il cacciatore di foche Inuit che nel polo artico ha visto sparire il ghiaccio blu della sua infanzia, gli abitanti delle isole del Pacifico che con sacchi di sabbia cercano di contrastare l'innalzamento del livello del mare, il climatologo allarmato dai dati che gli strumenti gli comunicano ridicolizzato dalle lobby dei fossili, l'ambientalista indonesiano che mette a rischio la sua vita per contrastare la deforestazione del suo paese per produrre olio di palma e lo stesso Dicaprio che per girare il suo ultimo film, ambientato nel Canada dei cacciatori di pellicce, deve andare in Patagonia per trovare la neve prevista dalla sceneggiatura.

E infine ci sono gli incontri con i governanti.

Illuminante l'incontro con Obama che candidamente dichiara che il Pentagono è seriamente preoccupato dei cambiamenti climatici, in quanto le crisi migratorie che la siccità e la fame stanno provocando, a cominciare dalla Siria, mettono a rischio la sicurezza USA.

Il messaggio forte di Dicaprio è che non abbiamo più tempo, non servono più i "tappulli" come quello di sostituire le lampadine ad incandescenza con quelle a LED, occorrono drastici cambiamenti  di rotta dell'intera umanità, a cominciare dalle nazioni più opulente e energivore che devono lasciare sotto terra i fossili e puntare su consumi sobri e fonti rinnovabili

Nei titoli di coda arrivano gli ultimi messaggi su cosa dobbiamo fare per evitare il Diluvio o quantomeno limitarne i danni: consumare  tutti in modo consapevole e responsabile ma, principalmente votare per chi vuole eliminare le sovvenzioni ai combustibili fossili, bloccare le trivellazioni alla ricerca di gas e petrolio, incentivare le fonti di energia rinnovabile, introdurre la tassazione sulle emissioni di anidride carbonica.

E' un messaggio rivolto principalmente al pubblico americano, dove è ancora diffuso il negazionismo climatico, basato su una grande ignoranza ma anche su abili campagne di disinformazione e che tra qualche giorno deve scegliere il nuovo Presidente.

In chiave nazionale potrebbe anche essere visto come un chiaro invito a mandare a casa Renzi e il suo governo.

Comunque la pensiate credetemi, vale la pena vederlo.

Prendetevi un'ora e mezza del vostro tempo, vedete il film insieme con i vostri figli e nipoti e poi parlatene, decidete cosa potete fare per ridurre il vostro carico ambientale.

Sta a tutti noi decidere il futuro del Pianeta e di tutti gli esseri viventi, sta a noi decidere se vogliamo mantenere il paradiso in terra o distruggere tutto come bene ha illustrato Hieronymus Bosch nel trittico " Il Giardino delle Delizie terrestri" che Dicaprio bambino teneva  nella sua camera da letto.


Sullo stesso argomento:

- La temperatura globale della Terra è in aumento

- Mi si scioglie l'Alaska 

- Da dove viene l'anidride carbonica?

- Non c'è più l'anidride carbonica di una volta

- Anidride carbonica e civiltà del passato 

- Anidride carbonica e effetto serra

- Il Decreto "Sblocca Italia" è un attacco al clima, ma Renzi non lo sa

 









venerdì 16 settembre 2016

Termodistruttori: un nome più appropriato.


Usereste biglietti da 5 euro per alimentare una caldaia?

Se siete sani di mente dubito che lo fareste.

Senza essere degli economisti la vostra chiara percezione è che qualunque carta-moneta in corso, anche se di piccolo taglio, vale molto di più dell'energia termica che si produce bruciandola.

E certamente non vi convincerà chi vi ricorda che la carta moneta è una fonte di energia rinnovabile e la sua termovalorizzazione un modo per contrastare la dipendenza dal petrolio e i cambiamenti climatici.

Bruciare i vostri avanzi ( i rifiuti)  è esattamente la stessa scelta "folle": quella che, in nome di un po' di calore,  "termodistrugge" materiali preziosi, che hanno un valore economico commerciale  e un valore intrinseco, dato dalla complessità della loro struttura chimica: carta e cartone a base di cellulosa e altri zuccheri complessi, scarti biodegradabili a base di proteine, zuccheri, amidi, grassi e polimeri di sintesi (le plastiche) la cui specifica conformazione corrisponde a particolari caratteristiche chimico-fisiche.

La moda indotta dell'usa e getta oscura le nostre menti e non ci fa più vedere il valore che hanno gli
oggetti  che non ci servono più.

E non si tratta di valutazioni di tipo sentimentale: una tonnellata di oggetti di plastica usati, ben differenziati,  nel mercato dell'usato, vale alcune  centinaia di euro, molto di più del calore che si può produrre bruciandole.

La stessa cosa per carta e cartone che valgono una novantina di euro per tonnellata.

Se avete dei dubbi andate a vedere il valore del carbone di prima qualità: una tonnellata di antracite la portate a casa con un centinaio  di euro.

E anche con la legna, non porterete a casa granché: di qualità e perfettamente essiccata ve la portano a casa già tagliata  per un centinaio di euro per tonnellata.

E infine vi rendete conto della gigantesca truffa a vostro danno con questa storia dei termovalorizzatori di quarta o quinta generazione?

Fino a prova contraria voi siete i proprietari dei vostri scarti, li avete pagati, come imballaggi delle vostre merci, con i vostri soldi.

Poi arriva qualcuno, vi fa credere che in tutto il mondo avanzato si faccia così, fa diventare di sua proprietà i vostri scarti, vi fa pagare caro il loro smaltimento, facendovi credere che vuol ricavarne  energia e si guarda bene di darvi almeno in cambio quel po di calorie che riesce a produrre: vi fa pagare l'incenerimento, gli incentivi all'incenerimento, il calore che vi porta a casa con il teleriscaldamento, e staccandovi dalla rete del gas vi fa dipendere dal suo "termovalorizzatore", negli anni a venire, fino alla rottamazione di questo impianto.

E vi costringe a comprare nuovi oggetti, prodotti a caro prezzo a partire da materie prime sempre più rare, al posto di quelli che ha termodistrutti.

Oggetti che devono rapidamente diventare rifiuto per alimentare a pieno carico i termovalorizzatori, fino a quando non siano ammortizzati gli elevati investimenti che si sono dovuti fare per la loro costruzione.

Ragionate un po su quanto vi ho raccontato e vedete voi se non sarebbe il caso di ritornare alla denominazione antecedente al " lavaggio verde" degli inceneritori: TERMODISTRUTTORI di risorse .

Sullo stesso argomento:

martedì 13 settembre 2016

La strategia dei nuovi termovalorizzatori


E' evidente che in Italia si è aperta una campagna promozionale a favore dei termovalorizzatori.

Da alcuni mesi, le testate più importanti, ospitano articoli che tessono le lodi di questi impianti. L'ultimo è di questi giorni, sulla Stampa, dove si celebrano gli utili dell'inceneritore di Brescia.
E la cancellazione,  in questi stessi giorni, dai programmi della terza rete di trasmissioni scomode per gli amanti della crescita, come "Scala Mercalli" e "Ambiente Italia", potrebbe far parte di questa stessa strategia.

In ballo c'è una torta molto sostanziosa: undici nuovi termovalorizzatori a cui il Decreto Sblocca Italia, spiana un veloce percorso in discesa, con la semplice aggiunta dell'aggettivo "strategico": è strategico che l'Italia produca energia bruciando rifiuti e quindi questi impianti si devono fare anche se gli enti locali direttamente interessati e le popolazioni che rappresentano fossero contrari.

Il fatto è che il  piatto è molto ricco: visti i costi di uno degli ultimi inceneritori realizzati in Italia, quello di Torino-Gerbido, pari a 250 milioni di di euro, la costruzione degli undici impianti imposti dal governo Renzi, vale qualcosa come 3 miliardi di euro, miliardi che gli Italiani delle dieci regioni interessate saranno "felici" di pagare con la TARI per i prossimi venti anni, tanti quanti ce ne vogliono per ammortizzare questi investimenti.

I nuovi inceneritori con recupero energetico saranno anche meno inquinanti di quelli di qualche anno fa, ma è anche vero che la termovalorizzazione è il sistema di trattamento rifiuti che costa di più, circa 150 euro a tonnellata.

In una società dove vige il libero mercato, questo dovrebbe essere un problema per gli investitori, ma non è così in Italia, in quanto con le nuove leggi (la TARI), tutti costi della gestione dei rifiuti sono a carico degli utenti!

Ma tutti gli Italiani  non sanno che sarà a loro carico anche la sovvenzione di questi impianti come è a loro totale carico il costo degli incentivi regalati con generosità, unica al mondo, ai gestori dei quarantotto termovalorizzatori nostrani già in funzione.

E già, non troverete questa notizia su nessun giornale nostrano, ma sappiate che l'Italia è l'unico paese al mondo che incentiva con denaro pubblico la termovalorizzazione dei rifiuti. 

E sulla stampa nazionale non leggerete mai la notizia che la Svezia ha deciso di tassare la termovalorizzazione dei rifiuti per incentivare il loro riciclo.

Fatti diventare, per legge, fonte di energia rinnovabile il 50% dei rifiuti urbani (la frazione biodegradabile), in Italia l'elettricità prodotta dalla loro combustione riceve un generoso incentivo da parte del Gestore della Rete che, ogni anno, regala alle Multiutility proprietarie di questi impianti 390 milioni di euro (dati del 2012).

Questi 390 milioni di euro sono letteralmente pagati da tutte le famiglie e da tutte le aziende italiane, tramite  la tassa introdotta nelle bollette della luce a sostegno delle fonti di energia rinnovabile.

Questo incentivo ammonta a 126 euro per ogni tonnellata di rifiuti "termovalorizzati".

Pertanto, il costo vero della termovalorizzazione, a totale carico dell'utente, per ogni tonnellata di rifiuto trattato è di  276 €, a fronte di 80 € che è il costo medio del compostaggio di una tonnellata di scarto organico ben differenziato, trattamento che non riceve nessun incentivo, nonostante gli indubbi vantaggi ambientali ed economici di questa pratica.

E' troppo ingenuo chiedersi per quale motivo il governo Renzi non abbia ritenuto strategica la raccolta differenziata, il riciclo e compostaggio dei 2,4 milioni di tonnellate di scarti urbani  che lo Sblocca Italia preferisce ridurre in cenere?

Sullo stesso argomento:


mercoledì 17 agosto 2016

Evitar diossine con il riciclo.


I quarantotto inceneritori con recupero energetico, che erano in funzione in Italia nel 2013, hanno trasformato in cenere 5,4 milioni di tonnellate di rifiuti urbani indifferenziati, frazioni secche non riciclabili, combustibili da rifiuto.


Questi impianti, a causa delle inevitabili complesse reazioni che avvengono nelle combustioni, hanno anche trasformato parte dei rifiuti trattati in diossine e furani, molecole molto pericolose per i loro effetti tossici a dosi estremamente basse  e per la la loro elevata persistenza nell'ambiente.

Nonostante i sofisticati sistemi adottati dai moderni inceneritori per depurare i fumi, nel corso del 2013, 0,75 grammi di diossine e furani, calcolati come tossicità equivalente alla diossina più pericolosa ( I-TEQ) sono state immesse in atmosfera dai camini degli inceneritori e, una volta ricadute al suolo, si concentreranno, inevitabilmente, lungo la catena alimentare e, in parte arriveranno nelle nostre tavole.

L'emissione annuale di 0,75 grammi I-TEQ di " diossine" equivale alla emissione giornaliera di 2 miliardi di picogrammi di questi compost.

Il picogrammo è la miliardesima parte del milligrammo, una quantità che può sembrare insignificante, ma unità di misura così piccole devono essere usate per stimare l'estrema pericolosità delle diossine.

Infatti la dose giornaliera di diossine, assunte attraverso il cibo, che l'Organizzazione Mondiale della Salute e la Commissione Europea  giudica tollerabile è di 2 picogrammi, per chilo di peso corporeo.

Questo significa che per un adulto di 70 chili, l'assunzione giornaliera di 140 picogrammi I-TEQ di diossine è tollerata, anche se non è esente da effetti.

Pertanto, anche se tutti i 48 inceneritori italiani, per ogni tonnellata di rifiuto trattato, emettono quantità di diossine nettamente inferiori rispetto ad impianti realizzati intorno agli anni '80 e '90, gli attuali 2 miliardi di picogrammi I -TEQ, emessi giornalmente dai "termovalorizzatori" italiani, nel pieno rispetto delle autorizzazioni, corrispondono alla dose tollerabile giornaliera di 14,6 milioni di abitanti adulti.

Ovviamente non tutta la diossina prodotta finirà sulle tavole degli italiani, ma chi risiede nelle area di ricaduta dei fumi degli inceneritori e consuma alimenti prodotti a chilometro zero, in particolare uova, latte, carne corre rischi evitabili grazie ad altre scelte possibili.

Nel 2015, nonostante i gravi ritardi nel conseguimento degli obbiettivi di legge di raccolta differenziata (alla fine del 2012 avremmo dovuto differenziare il 65% dei nostri scarti e siamo intorno al 42%) abbiamo differenziato e riciclato 3,1 milione di tonnellate di carta e cartone, 5,7 milioni di tonnellate di frazione umida, 0,45 milioni di tonnellate di plastiche.

Il riciclo di tutti questi scarti ha avuto il vantaggio di non produrre diossine e furani, effetto indesiderato della combustione.

Ma quante diossine abbiamo evitato attuando il riciclo, invece della "termovalorizzazione"?

Il conto è presto fatto: la termovalorizzazione di una tonnellata di rifiuti nel più moderno impianto italiano, produce 0,02 microgrammi (milionesimi di grammo ) I-TEQ di diossine.

Se i 9,25 milioni di tonnellate di carta, umido e plastiche che abbiamo immesso in nuovi cicli produttivi fossero stati termovalorizzati, oggi, nel nostro ambiente, avremmo annualmente 0,185 grammi I-TEQ di diossine in più, un aumento del 24,6%.

Insomma, grazie all'attenzione di tanti cittadini che hanno separato con cura i loro scarti, abbiamo un ambiente molto meno inquinato.

Ambiente che potremmo ulteriormente migliorare con il raggiungimento del 65 % di raccolta differenziata, grazie al Porta a Porta e con efficaci politiche di riduzioni alla fonte ( vuoto a rendere, riduzione degli sprechi alimentari, compostaggio domestico...).

Inutile sottolineare che se riesce ad andare in porto il decreto "Sblocca Italia" del governo Renzi, che ci vuole imporre 35 nuovi inceneritori, la raccolta differenziata restera' al palo e la quantità di diossine immesse nell'ambiente, a causa della termovalorizzazione dei nostri scarti, inevitabilmente aumenterà.





mercoledì 3 agosto 2016

La pressione ambientale dell'inceneritore di Sesto Fiorentino

Area d'impatto dell'inceneritore di Sesto Fiorentino
 

Non abbiamo dubbi che il progetto del "termovalorizzatore" che dovrebbe sorgere a Sesto Fiorentino sia il meglio della attuale tecnologia e assolutamente rispettoso dei limiti alle emissioni che gli organi di controllo gli hanno imposto, ma questi requisiti, che ogni nuovo impianto deve per forza avere, sono sufficienti per la sua definitiva "benedizione"?

In altre parole, l'entrata in funzione del termovalorizzatore come modificherà la qualità dell'aria nelle zone interessate alla ricaduta al suolo dei suoi fumi?

L'attuale qualità dell'aria nella piana di Firenze è molto nebulosa: in sostanza, non esistono misure adeguate nella zona dove si prevede che, con maggiore frequenza, potranno depositarsi i fumi del nuovo impianto.

Di qui la provocatoria iniziativa delle Mamme Noinceneritore, di realizzarsi una propria rete di monitoraggio con un finanziamento "popolare".

Ma in attesa di queste o di altre misure, nei cassetti della Regione Toscana esiste un altro strumento utile per programmare gli interventi necessari per il territorio, in modo che tali interventi siano rispettosi dei limiti di legge sulla qualità dell'aria.

Parliamo dell'inventario delle emissioni, uno dei tanti strumenti tecnici previsti dalla normativa europea, recepiti dalla normativa nazionale, per garantire il progressivo miglioramento della qualità dell'aria e quindi della salute di chi quell'aria respira.

L'inventario delle emissioni nei comuni toscani esiste, è scaricabile dalla rete, ma il fatto che sia fermo al 2010 ci fa pensare che non ritenuto uno strumento utile.

Dall' Autorizzazione Integrale Ambientale riconosciuta all'inceneritore della Piana Fiorentina possiamo calcolare la specifica pressione di questo impianto, in base alle tonnellate di inquinanti che emetterà annualmente, valori desumibili dalle rassicurazione del proponente che afferma di poter rispettare quelli che definisce "valori di soglia di attenzione", in sintesi, concentrazioni nettamente più basse di quelle prescritte e garantite.

Questi valori di emissione sono stati utilizzati per stimare la pressione ambientale dell'inceneritore della Piana, riportata nella Tabella che segue.
Solo per l'ossido di Carbonio, in mancanza di stime dei corrispondenti valori di soglia di attenzione da parte del proponente, i calcoli sono stati effettuati in base alle concentrazioni prescritte.

La Figura in apertura di questo post mostra, su base annua, le aree di ricadute delle polveri sottili (PM10) emesse dall'inceneritore, stimate in base ad un adeguato modello diffusionale e alle condizioni meteorologiche di questo territorio.
Anche questo documento è stato tratto dalle relazioni tecniche che hanno accompagnato la richiesta di Autorizzazione Integrale Ambientale e, alla mappa originarie sono stati sovrapposti i confini comunali.

A parte alcune gravi lacune che sono emerse per calcolare queste ricadute, ma che non modificano sostanzialmente l'area di impatto riportata in figura, quello che emerge è che un'ampia superfice della Piana sarà coinvolta dalla ricaduta al suolo degli inquinanti emessi dall'inceneritore.

Le concentrazioni più elevate colpiranno le zone in rosso e in blu, nel comune di Sesto Fiorentino, ma le polveri ricadranno anche sulle aree verdi piuù esterne.

Come si può vedere, la pressione maggiore esercitata dal termovalorizzatore sarà sul comune di Sesto Fiorentino, ma l'inceneritore eserciterà la sua pressione su superfici non trascurabili dei comuni di Campi Bisenzio, Signa, Firenze, Scandicci, Lastra a Signa.

Le aree interessate dalle ricadute delle polveri sono, in linea di massima, le stesse dove si depositeranno gli altri inquinanti emessi dai due camini del termovalorizzatore.

La Tabella che segue mette a confronto la pressione ambientale stimata dalla Regione Toscana per il territorio di Sesto Fiorentino, in base a tutte le fonti emissive attive sul territorio nel 2010 (attività industriali, attività agricole, mobilità urbana ed extraurbana, riscaldamento...) con quella del futuro inceneritore, da noi calcolata in base alle concentrazioni nei fumi definite dal proponente quali "soglie di attenzione", ossia valori inferiori a quelli garantiti, previsti dalla attuale normativa dell'incenerimento di rifiuti urbani.


La Tabella ha preso in considerazione i principali inquinanti emessi annualmente dal termovalorizzatore ed in particolare gli ossidi di azoto (NOx), le polveri sottili (PM10), l'anidride solforosa (SO2) e l'ossido di carbonio (CO) e ha confrontato, su base annuale, i corrispondenti valori con la pressione complessiva esercitata, per ciascun di questi inquinanti, da tutte le fonti emissive presenti nel 2010, sul territorio comunale di Sesto Fiorentino.

Fatta la doverosa precisazione che, formalmente, le emissioni di polveri dell'inceneritore si riferiscono alle polveri totali, ossia a tutto il materiale particellato in uscita dal camino, a prescindere dalle sue dimensioni, si può ragionevolmente ipotizzare, che dopo i previsti trattamenti dei fumi, le polveri in uscita dall'inceneritore siano prevalentemente di piccolo diametro, quindi confrontabili con le PM10 stimate dall'inventario delle emissioni.

L'ultima colonna a destra della Tabella riporta la variazione percentuale di ciascun impatto quando l'inceneritore entrerà in funzione.

Come si può vedere, i rifiuti trattati nel cosidetto "termovalorizzatore" non spariscono, ma ogni anno circa 157 tonnellate di rifiuti tossici in forma gassosa o aeriforme, prodotti dall'incenerimento, nel pieno rispetto delle prescrizioni, saranno immessi in atmosfera, con un significativo aumento della pressione ambientale a carico del comune di Sesto Fiorentino.

La pressione maggiore esercitata dall'inceneritore sarà dovuta agli ossidi di azoto (+ 11,9%) e, in particolare all'anidride solforosa  che quadruplicherà (+ 418%) l'attuale pressione di questo inquinante.

Questo significativo aumento ha altre conseguenze degne di attenzione: è ben noto che l'immissione nell'ambiente di ossidi di azoto e di anidride solforosa provoca la sicura formazione di polveri sottili secondarie, destinate ad aumentare significativamente  (+ 30 - 40% ) l'impatto complessivo  dell'inceneritore per questa classe d'inquinanti.

Ci sembra lecito chiedersi come, di fronte a questi numeri, sia stato possibile autorizzare questo impianto, il cui esercizio sicuramente peggiorerà l'attuale qualità dell'aria, in palese contrasto con gli obiettivi delle normative europee e nazionali che prevedono, invece, un costante miglioramento di questa vitale risorsa.

Il progressivo miglioramento della qualità dell'aria è una costante di molti paesi paesi europei, ottenuto proprio grazie alle Direttive Europeee in materia.

Anche Sesto Fiorentino ne ha goduto, in quanto dai precedenti inventari (1995, 2005) si evidenzia una importante riduzione dei principali inquinanti prodotti dal traffico (ossido di carbonio) e dalle attività industriali (anidride solforosa).
A titolo di esempio nel 1995, a Sesto Fiorentino, l'impatto annuale di CO era di 5.170 tonnellate e quello di SO2 di 96,5 tonnellate.

Con l'entrata in funzione dell'inceneritore questa positiva tendenza al miglioramente cesserà e, per tutti gli inquinanti esaminati,  la qualità dell'aria di Sesto e degli altri comuni coinvolti sicuramente peggiorerà.

Infine ci sembra doveroso chiederci se la Valutazione di Impatto Ambientale sia stata effettuata in modo corretto valutando, come previsto, le possibile alternative.

In questo caso, scelte diverse (riduzione alla fonte, raccolta differenziata porta a porta, riciclo e recupero, compostaggio della frazione organica, trattamento a freddo della frazione indifferenziata residuale e ulteriore recupero della materia) potrebbero sicuramente risolvere il problema degli scarti urbani della Toscana con impatti ambientali decisamente più contenuti della loro  termovalorizzazione nella Piana di Firenze.

Sullo stesso argomento:

 

 



lunedì 1 agosto 2016

Tremiti a rifiuti zero

Le isole Tremiti
Sono appena rientrato da una piacevole vacanza alla scoperta delle Tremiti, ospite del villaggio del Touring Club, uno dei  principali centri turistici delle isole che, in confortevoli capanni distribuiti in un bosco di pini di Aleppo, ospita circa 500 persone, dalla fine di maggio alla fine di settembre.

Cala degli inglesi

Durante il periodo estivo, i soli frequentatori del villaggio Touring Club raddoppiano la popolazione stanziale (455 abitanti) delle due isole abitate: San Domino e San Nicola.

E questo crea non pochi problemi, quali l'approvviggionamento d'acqua che avviene tramite l'arrivo giornaliero di una nave cisterna e la gestione dei rifiuti che, caricati su apposite navi, sono trasportati fino al vicino porto di Termoli e di qui avviati allo smaltimento.

Come i miei lettori possono immaginare la mia vocazione di rifiutologo, anche in vacanza  non poteva rinunciare all'idea di indagare su come fosse possibile trovare soluzioni più razionali a questo problema, in particolare agli inevitabili scarti della mensa del villaggio.

I capanni del Villaggio Touring
E così, alla fine di una cena, ho incontrato il Direttore del villaggio e con lui ho fatto due chiacchiere per verificare se il Touring Club, tra le tante sue iniziative a favore del turismo, potesse farsi promotore di un progetto per trasformare i suoi tre villaggi turistici (Tremiti, Maddalena e Marina di Camerota) in altrettanti centri di eccellenza a basso impatto rifiuti.

L'idea potrebbe essere questa: il villaggio, nel corso dei circa 4 mesi di apertura, per la preparazione dei pasti e gli avanzi di cibo  produce circa 30 tonnellate di scarti organici.

Questi scarti, invece di trovare sul continente un costoso e nebuloso smaltimento, potrebbero essere trattati sull'isola, in un impianto di compostaggio di comunità, gestiti insieme da Touring Club e Comune, di capacità idonea alla produzione estiva di organico del villaggio e dei vicini ristoranti ed alberghi.

L'impianto potrebbe anche ricevere gli scarti verdi di giardini, orti e del bosco di pini e il compost prodotto non dovrebbe avere problemi ad essere utilizzato nei tanto orti e vigneti presenti sull'isola.

Nei mesi invernali, lo stesso impianto, a carico ridotto, potrebbe coprire le esigenze di trattamento degli scarti della popolazione residente.

Ovviamente bisogna fare uno studio più preciso per individure il  modello di gestione ed il corretto dimensionamento dell'impianto che potrebbe anche essere modulare, per dare una corretta e completa risposta alle diverse produzioni stagional, ma evidente che il modello, una volta messo a punto, potrebbe essere un qualificato riferimento per tutte le altre isole minori del nostro Paese.

Si può fare.




mercoledì 20 luglio 2016

Vecchio stupidario per nuovi inceneritori: il traffico inquina di più

Mettiamo noi le centraline!
E' ormai un classico.

Ogni volta che si vuole imporre un inceneritore, c'è il personaggio di turno che racconta che "non c'è da preoccuparsi, l'inceneritore inquina meno di qualche macchina".

Nel tempo, a sostenere questa schiocchezza, si sono succeduti il presidente Berlusconi, il sindaco di Genova Pericu, il presidente Commissione Ambiente Realacci...

Oggi, per far digerire l'impianto che dovrebbe trattare  198.000 tonnellate  l'anno, nella Piana di Firenze, a pronunciare questa schiocchezza, almeno da quanto riportato sui giornali, sono la prof.ssa Loredana Musumeci, direttore del dipartimento Ambiente dell'Istituto Superiore di Sanità- "Impianti come questo inquinano meno del traffico"- e la società Quadrifoglio che gestisce i rifiuti fiorentini -"Quando siamo fermi ai semafori ne respiriamo molta di più"- con riferimento alle diossine.

E evidente che tutti questi personaggi non si sono letti i numerosi documenti su questo tema che ho pubblicato in rete fin dal lontano 2004 ma, evidentemente, non si sono neanche presi la briga di verificare quante diossine emette l'attuale parco veicolare italiano, consultabile nel sito SINANET di Ispra Ambiente.

Nel 2014, in media, per ogni chilometro percorso lungo il nostro Paese, una  vettura a benzina  ha emesso 0,00467 nanogrammi di diossine; più inquinanti le solite vetture diesel: 0,01690 nanogrammi di diossine per chilometro.

Le statistiche fiorentine ci dicono che il 90% delle vetture immatricolate in questa città percorre meno di 60 chilometri al giorno.

Pertanto una autovettura diesel che, girando per Firenze e dintorni, percorre 50 chilometri, rilascia lungo le strade percorse  0,845 nanogrammi di "diossine".

L'inceneritore della Piana Fiorentina, al meglio delle sue prestazioni (concentrazione di diossine nei fumi a metà del valore autorizzato) emetterà giornalmente sulla Piana, 204.000 nanogrammi di diossine.

Pertanto l'emissione giornaliera di diossine dell'inceneritore corrisponde alle emissioni giornaliere di diossine da parte di 241.420 autovetture diesel in giro per la stessa Piana.

Per capire cosa significano questi numeri e quanto sia stupido confrontare l'inquinamento prodotto dal traffico con quello di un inceneritore è il caso di ricordare che nel 2009 tutte le autovetture circolanti a Firenze (diesel e a benzina) erano 205.543.

Quindi, se mai l'inceneritore nella Piana  si farà, i fiorentini oltre all'inquinamento da traffico subiranno anche l'inquinamento di questo impianto assolutamente evitabile.

Non mi sembrano scelte lungimiranti.

Sullo stesso argomento:




domenica 17 luglio 2016

Vecchio stupidario per nuovi inceneritori: i caminetti inquinano di più


Un ennesimo inceneritore, destinato a trasformare in cenere 198.000 tonnellate di scarti prodotti dai toscani, dovrebbe essere realizzato nella Piana fiorentina, nel territorio del comune di Sesto fiorentino, in località Case Passerini, a pochi chilometri dalla cupola del Brunelleschi a Firenze.

E poichè l'appetito vien mangiando, l'amministrazione toscana, Regione in testa, in quella stessa piana vorrebbe realizzare anche  un aeroporto internazionale, per portare direttamente dalla Cina nuove masse di turisti e allungare le fila in attesa di entrare nei pochi luoghi di Firenze dove le agenzie di viaggio dirigono il turismo di massa.

L'uso del condizionale è d'obbligo, in quanto questi progetti sono fortemente osteggiati dagli abitanti, in particolare le "Mamme No inceneritore" e 272 medici che hanno firmato un documento contrario alla realizzazione dell'impianto per i rischi sanitari connessi al suo funzionamento.

Per tutta risposta, sulla stampa locale, in particolare il Corriere Fiorentino, sono comparse numerose prese di posizioni a favore dell'impianto, che hanno rispolverato una raccolta di stupidaggini che dovrebbero rassicurare la popolazione.

In questa operazione di "tranquillizzazione" si è distinto  Sergio Gatteschi che come presidente degli Amici della Terra della Toscana ha affermato che "le emissioni del termovalorizzatore equivalgono a 10 caminetti a legna" e, nelle vesti di responsabile per l'ambiente PD,  con una più rassicurante  stima al ribasso, ha ribadito "che l'impianto di Case Passerini avrà un inquinamento pari a cinque camini accessi".

L'ipotesi che i caminetti a legna possano essere la principale fonte di inquinamento della Piana viene attribuita agli studi del professor Roberto Udisti, docente di Chimica all'ateneo di Firenze, il quale in questa dichiarazione segnala, correttamente, il problema emergente della combustione di biomasse quale fonte importante delle polveri sottili che si registrano d'inverno nella piana di Firenze.

Non abbiamo trovato pubblicazione del professore Udisti in cui abbia messo a confronto le emissioni degli attuali caminetti con quelli del futuro inceneritore ma nel frattempo, in base a fonti qualificate, proviamo a vedere come potrebbero stare veramente le cose nella Piana di Firenze, con riferimento agli inquinanti più problematici: le "diossine",  a causa della loro elevata stabilità chimica, dell'accertato accumulo lungo la catena alimentare e del loro effetto cancerogeno e di alterazione dei sistemi endocrini.

Partiamo dalle caratteristiche tecniche dell'inceneritore che si vuole realizzare nella Piana.

L'impianto prevede due linee di combustione separate che funzioneranno contemporaneante e i cui fumi, dopo depurazione, saranno convogliati in due camini alti 70 metri.

Durante 24 ore di funzionamento continuo, dai due camini usciranno 4.080.000 metri cubi di fumi in cui saranno presenti gli inquinanti sfuggiti alla depurazione, alle concentrazioni previste dalle autorizzazioni.

Per quanto riguarda i composti più problematici (diossine, furani e poli-cloro-difenili diossini simili) le concentrazioni all'uscita dei camini, in base ai limiti prescritti,  saranno di 0,1 nanogrammo per metro cubo che, moltiplicati per i 4.080.000 di metri cubi di fumi emmessi in 24 ore, corrispondono ad una emissione giornaliera di 408.000 nanogrammi di "diossine".

Come è stato giustamente affermato alla stampa fiorentina, un nanogrammo è la miliardesima parte del grammo, ma se in ogni metro cubo di fumi in uscita da questo moderno inceneritore  (è stato definito di "quarta generazione") si trovano 0,1 nanogrammi di diossine, questo fatto non è sinonimo di salubrità.

Purtroppo le "diossine" hanno una elevata tossicità e per un adulto di 70 chili, gli esperti della  Commissione Europea hanno individuato in 0,140 nanogrammi, la dose massima tollerabile di diossine a cui, giornalmente, un adulto di quel peso può essere esposto attraverso cibo, acqua, aria contaminata.

Pertanto l'inceneritore della Piana di Firenze, nel pieno rispetto dei limiti prescritti e in base alle migliori tecnologie oggi esistenti, ogni giorno emetterà in atmosfera e di qui al terreno e ai cibi coltivati su questi terreni, 408.000 nanogrammi di "diossine", equivalente alla dose tollerabile giornaliera di 2,9 milioni di abitanti.

Se, come è stato affermato, le emissioni "garantite" fossero la metà di quella prescritta, avremo sempre una emissione in grado di coprire la dose massima giornaliera di 1,45 milioni di abitanti.

Ovviamente non tutte le diossine emesse dall'inceneritore andranno a finire nei piatti degli abitanti di Sesto e di Firenze, ma ignorare la possibilità che 198.000 tonnellate di scarti urbani potrebbero essere recuperati come materia con trattamenti a "freddo" che, intrinsecamente, non hanno questo "piccolo" problema, meriterebbe una seria riflessione e un altrettanto serio ripensamento del modello di gestione degli scarti prodotti da chi vive in Toscana.

Se questo potrebbe essere lo scenario "diossine" con la messa in funzione dell'inceneritore, come è la situazione ambientale della piana fiorentina a causa dell'amore dei toscani per i loro vecchi caminetti a legna?

In attesa di specifiche misure e valutazioni in ambiente toscano, utilizziamo i risultati di uno studio pubblicato nel 2003 nella rivista "Environmental Science and Technology"che ha stimato i fattori di emissione di diossine e altri composti organici persistenti prodotti da caminetti e stufe a legna, in uso nella baia di San Francisco.

Lo studio ha accertato che la combustione di un chilogrammo di legna, con i fumi in uscita dal camino, emette in atmosfera da 0,25 a 1,4 nanogrammi di "diossine", a seconda del modello di caminetto e stufa usato.

Nell' ipotesi di un consumo giornaliero di 50 chili di legna (stima alta, per le condizioni climatiche fiorentine) e considerando il peggiore fattore di emissione dei caminetti (1,4 ng/kg), un singolo caminetto a legna emette giornalmente 70 nanogrammi di "diossine", da confrontare con i 408.000 nanogrammi emessi, nelle stesse 24 ore, dall'inceneritore.

Pertanto nel periodo invernale le emissioni giornaliere dell'inceneritore equivaranno (nella peggiore delle ipotesi emissive per quanto riguarda i caminetti)  a  5.428 caminetti  (408.000 ng / 70 ng).

Come si vede, con tutte le approssimazioni di questa stima, siamo ben lontani  dai rassicuranti 10 caminetti previsti dagli Amici della Terra.

Ma mentre i caminetti a Firenze devono essere tenuti accesi per soli 169 giorni (dal 1 novembre al 15 aprile), l'inceneritore della Piana di Firenze brucerà rifiuti ininterrottamente per 330 giorni all'anno.

Pertanto se il confronto si effettua più correttamente su base annuale, l'inceneritore, in 330 giorni di funzionamento,  emetterà 134.640.000 ng  di diossine, mentre un caminetto, nei 169 giorni di riscaldamento, produrrà 11.830 ng di diossine.

In conclusione, su base annua e confrontando il peggiore caminetto a legna con il migliore impianto di incenerimento rifiuti ci vogliono 11.381 caminetti per produrre la stessa quantità di diossine.

Se poi, in modo più corretto, si confrontano le emissioni di un moderno inceneritore della quarta generazione con una moderna stufa a legna (0,25 ng diossine /kg legno), nella Piana dovrebbero essere in funzione 63.733 caldaie a legna, per emettere la stessa quantità di diossine emessa dall'inceneritore.

Sullo stesso argomento:








sabato 30 aprile 2016

Il lungo filo nero del petrolio di Genova


La sera del 17 aprile, con le urne del referendum sulle trivelle ancora aperte, la rottura di un oleodotto che attraversa i quartieri a ponente di Genova, ha riversato nei vicini torrenti 700 tonnellate di greggio.

Il forte odore di petrolio dopo la rottura dell’oleodotto, i disturbi di chi era costretto a respirare idrocarburi, la morte biologica del rio Fegino e della foce del Polcevera, il petrolio in mare, sono la punta dell’iceberg dell’impatto ambientale, degli extra costi, dell’era del petrolio che si avvia alla sua inevitabile fine.


Dalla Nigeria il greggio è arrivato al “porto petroli” di Multedo, un porto in mezzo alle case, i cui abitanti, da decenni, sono costretti a respirare idrocarburi in quantità maggiore dei loro concittadini, con possibili danni alla salute.

Il filo nero, lungo l’oleodotto saltato, arriva a Busalla con una raffineria, racchiusa tra l’autostrada e le case.

Il filo nero, sotto forma di 800.000 tonnellate all’anno di diesel a basso tenore di zolfo, da Busalla si disperde fino al milione di autovetture alimentate con questo combustibile.
E dai loro tubi di scappamento, il filo nero raggiunge l’aria del nostro Pianeta, in cui sono scaricate tonnellate di polveri ultrafini e ossidi di azoto, responsabili, per la loro quota, delle 84.000 morti premature registrate nel 2012 in Italia e attribuite all’inquinamento atmosferico.
Ma la combustione del gasolio produce anche anidride carbonica, 150 chili per ogni pieno, che aumentano la concentrazione di questo gas nell’atmosfera del nostro pianeta e ne modificano il clima.

E i nubifragi e le alluvioni che hanno colpito la Liguria negli ultimi anni hanno a che fare con questo drastico cambiamento, con la concentrazione di CO2 passata, in 150 anni,  da 270 a 400 parti per milione.

La conferenza di Parigi sul clima, ha ratificato la fine dell’era dei fossili: per evitare un aumento disastroso della temperatura media del Pianeta, oltre il 50 % di petrolio e gas non ancora sfruttato deve rimanere sotto terra.

Il premier Renzi era a Parigi, ma nel momento decisivo deve essersi distratto, in quanto, con il decreto Sblocca Italia, aveva fatto diventare la trivellazione del paese, a caccia dell’ultimo gas e petrolio, una scelta strategica d’interesse nazionale, i cui inevitabili extra-costi ci toccherà pagare negli anni a venire, compreso il tempo perso per realizzare l'inevitabile cambiamento verso le energie rinnovabili e l’efficienza energetica.