Translate

mercoledì 29 gennaio 2020

L'archeo-rifiutologo: Il "tesoretto" etrusco a Baratti



Fig. 1 Ombra della sera. Volterra  III sec aC 
Gli etruschi svilupparono una intensa attività, basata sulla estrazione dei metalli dalle ricche miniere dell'Elba, dalla loro fusione e lavorazione.

L'isola d'Elba e la Toscana erano ricche di minerali di rame, argento, piombo e ferro che gli antichi etruschi impararono ad estrarre, fondere e lavorare con grande estro e capacità artistiche 

La figura 1 mostra una singolare statua etrusca in bronzo, proveniente da Volterra e datata al III secolo aC.

La fortuna degli etruschi furono le miniere di ematite (ossido di ferro) presenti nell'isola d'Elba. 

Da queste miniere, fin dal VI secolo aC, probabilmente per ridotta disponibilità di legna da ardere sull'isola, il minerale estratto fu trasferito sulla vicina costa, nel golfo di Baratti, nei pressi della attuale Populonia. 




In un'area che potremmo definire industriale, l'ematite, alternata a strati carbone di legna, era inserita in rudimentali forni a tino fatti di argilla (Fig. 2), alti circa un metro, con un diametro di cinquanta centimetri.

Caricati dall'alto, la combustione del carbone all'interno dei forni era alimentata dal basso, verosimilmente con aria soffiata da appositi mantici.


Fig. 2 Ricostruzione di forno etrusco per la produzione di ferro

Le temperature che si potevano raggiungere in questi forni (1.100-1.300 °C) non permetteva la fusione del ferro ma solo la riduzione dell'ossido di ferro a ferro metallico che, una volta spento e demolito il forno, si ritrovava come massa metallica spugnosa nella base del forno (Fig. 3).

In base alla quantità di scorie accumulate, si stima che a Populonia ci possa essere stata una produzione annuale di ferro che al massimo poteva ammontare a 8.300 tonnellate e per questo ci dovevano essere, contemporaneamente in funzione 3.200 forni del tipo schematizzato nella Fig.3.

E per produrre tutto questo ferro, ci volevano 77.000 tonnellate di carbone di legna, prodotte in carbonaie costruite nei boschi intorno a Populonia, utilizzando 270.000 tonnellate/anno di legname, la produzione annuale di un bosco di 770 chilometri quadrati.

Si ipotizza che durante la gestione etrusca, la "risorsa bosco" sia stata utilizzata in modo durevole, non così nella gestione romana.




Fig. 3 Sezione di forno etrusco
La successiva operazione di battittura a caldo sull'incudine del ferro, eliminava le scorie della lavorazione e ne permetteva la sagomatura nella forma desiderata, trasformando, con successive operazioni di fucinatura, forgia e martellate, il ferro dolce, in ferro duro ( acciaio)  idoneo per produrre robuste lance e spade.

Questa attività si protrasse per diversi secoli, anche ad opera dei romani che con il ferro etrusco, adeguatamente temprato,   realizzarono i loro gladi, utilizzati con micidiali risultati, rispetto alle fragili armi in ferro dolce degli avversari, sia nelle guerre galliche che in quelle puniche.




Tuttavia, le conquiste romane permisero a questo popolo, lo sfruttamento delle più ricche miniere di ferro presenti in Spagna, Macedonia, Britannia e in questo modo si avviò il declino dell'area industriale di Populonia che Strabone, nel I seolo d.C., trovò abbandonata.

Si stima che in  5 - 6 secoli di attività, a Populonia siano state prodotte da 300.000 a 350.000 tonnellate di ferro, con picchi di produzione tra  1.000 e 8.000 tonnellate anno.
Fig. 4 Cumuli di scorie di ferro etrusche, sulla riva del mare di Baratti

Questa stima è stata resa possibile dalle valutazioni sul volume del  cumulo di scorie prodotte dalla lavorazione del ferro etrusco, alto una ventina di metri, su una superficie di 200.000 metri quadrati sulle rive del golfo di Baratti ( Fig. 4).

Una quantità di scorie stimata in 2,5 milioni di tonnellate, una vera e propria discarica di scarti industriali, cresciuta progressivamente in 500 anni di attività estrattiva.

Oggi questa montagna non c'è più e il singolare motivo di questo fatto è la bassa efficenza di estrazione del ferro dal minerale, ottenibile  con i forni a tino degli etruschi.

Fig. 5 Recupero del ferro dai minerali dai forni etruschi ai moderni altiforni

La Fig. 5 mostra come, fatto cento la quantità di ferro presente nel minerale, i forni etruschi riuscissero ad estrarre solo il 16 per cento del metallo mentre, gran parte, oltre 80%, rimaneva intrappolata nelle scorie, sotto forma di minerali di ferro che la tecnica etrusca non riusciva ad estrarre.

L'efficenza di estrazione del metallo, nei secoli successivi  è andata progressivamente aumentando e, con l'avvento dei moderni altiforni,  alimentati a carbon coke, si riesce a recuperare il 96% del ferro presente nel minerale trattato.

E furono proprio questi altiforni, costruiti a Piombino che, a partire dal 1921, a seguito delle difficoltà di approvvigionamento post belliche e delle "inique" sanzioni degli anni 30, fino al 1960, furono alimentati con le scorie etrusche accumulate a Baratti, permettendo il recupero e la produzione di oltre 300.000 tonnellate di acciaio usate dalle industrie italiane, una quantità di poco inferiore alla produzione annuale delle acciaierie di Genova Cornigliano.

Un bell'esempio di economia circolare, differita di alcune migliaia di anni!

E il riuso di tutti questi scarti che gli etruschi e i romani avevano accuratamente accumulato, giorno dopo giorno, sul terreno, una volta rimossi,  offrì un'insospettabile sorpresa: le antiche tombe della necropoli di Populonia, ricoperte, senza apparente scrupolo, dalle scorie prodotte dai loro eredi, gli  instancabili minatori e fabbri etruschi e romani.



venerdì 24 gennaio 2020

L'archeo-rifiutologo: il monte di cocci a Roma



A Roma, nel quartiere Testaccio, sorge un "ottavo colle", opera dell'uomo, ma di dimensioni non meno importanti dei sette colli su cui sorse la città imperiale.

Alto 36 metri, su una superficie di 22.000 metri quadrati e con un volume di 580.000 metri cubi, è fatto interamente di cocci, pezzi di anfore di simili dimensioni, accatastati in bell'ordine.

Strati di coccio del monte Testaccio


Anfore e cocci dagli scavi archeologici all'interno del Monte Testaccio 


Si stima che, per realizzare questo monte, ci siano volute 53 milioni di anfore fatte a pezzi,  a partire dal primo secolo avanti C.,  fino al 250 dopo C., un accumulo avvenuto nel corso di tre secoli.

Ma se una valutazione superficiale può far pensare che si tratti di una antica discarica, testimonianza che anche Roma antica aveva problemi di emergenza rifiuti, gli studi archeologici ci raccontano una storia un pò diversa.

Il fatto singolare è che il monte contiene solo cocci di un particolare tipo di anfora, simile a quello della Figura 1.

Fig. 1 Anfora Dressel 20 per il trasporto dell'olio,
In base alla classificazione delle anfore antiche, effettuata dall'archeologo Heinrich Dressel, è un anfora utilizzata esclusivamente per il trasporto marittimo dell'olio di oliva, denominata Dressel 20, con una capacità di 70 litri.

Le "etichette" incise a mano sui manici delle anfore, permettono di scoprire che la maggior parte di questo olio fosse prodotto in Spagna, nella regione anticamente denominata Betica, oggi Guadalquivir.


Fig. 2 Resti archeologici del porto fluviale sul Tevere 

E la presenza di questi cocci a poca distanza dal Tevere non è casuale: qui sorgeva uno dei porti fluviali della Roma imperiale, denominato Emporium (Fig. 2) dove navi di basso pescaggio e apposite chiatte, trainate a terra da buoi, portavano tutte le merci, arrivate via mare alla foce del Tevere, merci necessarie per sostenere una città di un milione di abitanti.

Fig 4 Ricostruzione porto sul Tevere


Nella economia della città di Roma, l'olio di oliva aveva un ruolo importante, in quanto essenziale per conservare cibo, come alimento, ma in particolare indispensabile per dar luce agli ambienti, con le lampade alimentate ad olio ( Fig. 3) di qualità, ancor oggi, definita "lampante".
Olio che, in ogni caso, anche se non di elevata qualità, bruciando non doveva fare fumo.

Fig 3 lampada ad olio

Si stima che l'antica città di Roma consumasse 7,5 milioni di litri d'olio all'anno, settanta litri per ogni abitante.




La Fig. 4 mostra una ricostruzione della area portuale presente in epoca imperiale nella attuale area del Testaccio.

La lunga struttura a pianta rettangolare in alto è il "porticus Emilia" dove erano stoccate, lavorate e vendute le mercanzie scaricate sui moli del Tevere.

In basso si nota il monte dei cocci prodotti dalla rottamazione delle anfore di olio trasportato in questi grandi magazzini.

Per quale motivo una grande anfora, la cui produzione aveva richiesto tempo, manodopera, grande quantità di legname per la sua cottura aveva un apparente destino di "usa e getta", dopo un unico viaggio via mare, dalla Spagna alle rive del Tevere?

La risposta viene dalle caratteristiche del  particolare e pregiato contenuto: l'olio di oliva.

Si presume che, appena sbarcata, l'anfora venisse vuotata in contenitori idonei per il commercio  al minuto e per il suo uso presso le abitazioni, uso che doveva avvenire rapidamente, in quanto facilmente l'olio d'oliva va incontro ad irrancidimento, il che lo rende inutilizzabile, sia come alimento che come fonte di illuminazione,  a causa della produzione di una elevata acidità, di odori sgradevole e di fumi pesanti, qualora usato nelle lampade.

Peraltro il deposito di morchie che si formava sulle pareti dell'anfora, grezze e senza vetrificazione, di fatto ne impediva il lavaggio, reso di fatto impossibile dalla particolare forma dell'anfora, molto panciuta e con un collo di piccolo diametro per ridurre il contatto dell'olio con l'aria.
La formazione di depositi e il loro irrancidimento impediva anche il riuso per il trasporto di altri alimenti che, l'olio irrancidito, avrebbe inevitabilmente avariato.

Di qui la necessità di ridurre il volume dei vasi inutilizzati e l'adozione di adeguati accorgimenti, per evitarne il trascinamento  nel Tevere, con conseguente riduzione della vitale navigabilità del fiume.

Un altro elemento, evidenziato dagli scavi archeologici, suggerisce che il Monte Testaccio fosse tutt'altro che una semplice, grande discarica incontrollata.

Gli studi hanno evidenziato che, una volta rotte le anfore e accatastati con ordine i cocci, questi fossero ricoperti di calce, un accorgimento per ridurre l'acidità e gli odori sgradevoli prodotti dal naturale processo di irrancidimento dei residui di olio.

Le stime sui consumi annuali di olio nella Roma imperiale hanno dimostrato che nella "discarica" del Testaccio, mancano importanti volumi di cocci e tutto fa ritenere che i cocci che mancano siano stati utilizzati come "cocciopesto", un importante e diffusa tecnica usata nell'edilizia romana.

La Fig. 4 mostra una pavimentazione realizzata con coccio pesto, rinvenuta a Megara Iblea (Siracusa)
nella casa di Gnaius Modius.

Fig 4. Pavimentazione in "opus signinum"  3° secolo a C 
Questa tecnica, denominata "opus signinum", dalla città di Signa, famosa per la sua produzione di anfore, utilizza cocci di terracotta, mescolati a sabbia e calce, da cui risulta una sorta di calcestruzzo molto resistente e impermeabile, usato frequentemente dai romani nelle pavimentazioni, nei canali degli acquedotti, nelle cisterne.

Pertanto, una volta che i cocci del Monte Testaccio, impregnati di olio e calce, si fossero adeguatamente "stagionati", con la mineralizzazione dei residui di olio e la loro parziale saponificazione  a seguito della reazione dell'acido oleico con la calce, dopo qualche anno dal loro trattamento,  i cocci triturati nelle dimensioni adeguate, con ulteriori aggiunte di calce e sabbia, qual miglior uso che quello di trasformarli in un ottimo ed economico calcestruzzo?

E molto probabile che proprio questo sia avvenuto per cui il Monte Testaccio potrebbe essere portato ad esempio di una antica forma di economia circolare, che solo la decadenza dell'impero romano e lo spopolamento della città impedì di utilizzate interamente  come gli antichi gestori di questa 2miniera urbana" si prefiggevano di fare.

Sullo stesso argomento:
Raccolta differenziata dell'urina a Pompei
- Toilet a secco nell'antica Roma?
- Nell'antica Roma rifiuti a zero per produrre garum.



lunedì 17 giugno 2019

La fine del viadotto Morandi


Tra qualche giorno, il 24 giugno, con Genova in festa per il suo santo patrono, San Giovanni Battista, quello che resta del viadotto Morandi sarà demolito con cariche esplosive.

Pertanto quest'anno  a Genova non ci saranno i tradizionali falò del solstizio d'estate, ma il grande "botto", che costringerà 3.500 abitanti della Val Polcevera con le abitazioni con vista ponte, ad evacuare

Per loro una lunga giornata di disagi, ma certamente a “godersi” lo spettacolo ci sarà molta gente.

Vogliamo solo sperare che il servizio d’ordine provveda affinché  stiano a debita distanza e sopravvento (con il vento alle spalle, mentre si guarda il ponte) al momento dell'esplosione.

Queste precauzioni sono obbligatorie, in quanto la demolizione di un grande manufatto di questo tipo, inevitabilmente produce una grande quantità di polveri che, per la loro tossicità,  è opportuno non respirare.

La demolizione di grandi edifici con esplosioni controllate è una pratica frequente e spesso inevitabile, ma la sua programmazione non può trascurare il pesante impatto provocato dalle esplosioni e dal collasso del manufatto.

Un recente studio, pubblicato nel 2017 su Journal  of Aerosol Science,  fornisce utili informazioni su quello che potrà succedere in val Polcevera, dal momento in cui le cariche esplosive saranno fatte esplodere.

Oggetto di questo studio la demolizione di un grattacielo di 116 metri a Francoforte, in Germania.
Prima dell’esplosione tutto l’amianto presente nell’edifico fu tolto e cisterne d’acqua furono posizionate all’interno dell’edificio per ridurre la quantità di polvere immessa in atmosfera a causa delle esplosioni e il crollo dell'edificio.
Implosione della Torre di Francoforte (2014) 


Una complessa rete di strumenti fu posta intorno alla torre: a 350 metri di distanza, sottovento ai venti dominanti al momento dell’esplosione,  una centralina in grado di misurare in tempo reale la concentrazione delle polveri e le loro dimensioni, attiva 12 ore prima dell’esplosione e nelle successive 24 ore.

Tutt’intorno alla torre, a circa 300 metri di distanza, furono posizionati 14 deposimetri per raccogliere le polveri depositate dopo l’esplosione, da sottoporre a successive analisi.

In sintesi, grazie a questi strumenti si e’ potuto constatare che l’esplosione produce polveri estremamente fini, con diametro di circa 0,1 micron.

Dopo l’esplosione la nube di polvere, dopo pochi istanti raggiunse la centralina sottovento, con un picco di PM10 a oltre 800 microgrammi per metro cubo e con valori di polveri superiori ai 27 microgrammi per metro cubo, registrati  prima dell’esplosione, per mezz’ora dopo l’esplosione.
Su base giornaliera, come previsto dalle norme europee, questo picco di durata breve posò relativamente poco,e la media giornaliera di PM10, calcolata il giorno dell’esplosione fu valutata pari a 32,6 microgrammi per metro cubo, quindi ampiamente inferiore al limite giornaliero di 50 microgrammi per metro cubo.

Tuttavia bisogna tener conto della maggiore pericolosità delle nanopolveri prodotte, non ancora normate, della loro lunga permanenza in atmosfera e della possibilità che le polvere depositate al suolo possano nuovamente essere sospese e quindi rese inalabili da fattori fisici quali vento e movimentazione automezzi.
Opportuni calcoli permisero di stimare la ricaduta delle polveri fini prodotte dalle esplosioni fino a sette chilometri di distanza.
Le analisi su queste polveri confermarono l’assenza di amianto, a conferma della perfetta bonifica effettuata prima della demolizione.

Gli autori concludono che, nonostante il formale rispetto dei limiti per le PM10, gli spettatori  e la popolazione vulnerabile che abitava nei pressi della torre, qualora posti sottovento avrebbero comunque potuto essere colpiti da effetti acuti, quali attacchi d’asma.
E infine gli autori ricordano che i problemi ambientali non sono finiti con la demolizione controllata, in quanto successivamente ci sono gli impatti provocati dalla demolizione meccanica dei manufatti e del loro trasporto.
Sono osservazioni che ci auguriamo il nostro Commissario alla demolizione del ponte Morandi tenga in debito conto.


lunedì 18 marzo 2019

Non ci resta che sperare nei "millennials.

I bambini del terzo millennio e i loro nonni in sciopero per raffreddare la Terra.

Venerdì 15 marzo 2019, studenti di tutto il mondo, insieme ai loro insegnati, hanno abbandonate le aule e sono scesi in piazza per chiedere ai loro governanti, il rispetto degli accordi per contrastare i cambiamenti climatici, sottoscritti a Parigi alla fine del 2015.

L'Italia, che insieme alla Unione Europea, ha firmato l'accordo, si è formalmente impegnata , entro il 2030, a ridurre le proprie emissioni di anidride carbonica (CO2) il principale gas clima alterante e sotto prodotto di tutte le combustioni, del 40%, rispetto a quanto, l'intero paese, per il suo funzionamento aveva emesso in atmosfera nel 1990.

Fig. 1 Andamento annuale della produzione procapite di anidride carbonica 1960-2011
La Figura 1 mostra l'andamento annuale della produzione pro capite di anidride carbonica nel nostro paese dovuta a tutti i consumi energetici (famigliari, industriali, servizi, trasporti, agricoltura..) utilizzati per il buon funzionamento del Paese.

Nel 1990, per garantire il benessere di ogni italiano abbiamo immesso in atmosfera 7,36 tonnellate di anidride carbonica bruciando benzina, gasolio, carbone, metano, legna...

In base agli accordi di Parigi, nei prossimi dieci anni dobbiamo ridurre le emissioni del 40% e quindi riuscire a garantire lo stesso benessere a tutti gli italiani, emettendo solo 4,43 tonnellate di anidride carbonica per abitante.

Questa emissione, ( vedi Figura 1)  corrisponde a quella che gli italiani, in pieno miracolo economico, producevano nel 1967.

A tutti quelli che la ridicolizzano, segnaliamo che stiamo parlando di una drastica decrescita delle nostre emissioni, sotto scritta da 179 paesi, che non potrà che essere felice, perché, insieme al resto dell'umanità che avrà fatto la stessa scelta, ci garantirà di poter bloccare la crescita della temperatura del pianeta entro i due gradi centigradi, rispetto alla temperatura che il nostro pianeta aveva alla fine del 1800, quando è partita la rivoluzione industriale e la crescita continua di combustibili fossili estratti dalle viscere della Terra.

I ragazzini scesi in piazza il 15 marzo 2019, con una emissione pro capire che nel 2018 è stata di 7,5 tonnellate di CO2, non hanno la minima idea di come vivessero i loro nonni, a loro volta ragazzini nel 1967, responsabili  in quegli anni di emettere in atmosfera, solo 4,43 tonnellate/anno di CO2.

Chi in quegli anni c'era potrà raccontare ai nipoti come vivevamo e , ovviamente non è quella stupida storia del ritorno alla candela.

Si potrebbe raccontare che solo tre anni prima era stata inaugurata l'Autostrada del Sole, che,proprio nel 1967 a Genova, era stato inaugurato lo spettacolare viadotto Morandi e che le case avevano cominciato a riscaldarsi con il metano che stava arrivando con i nuovi gasdotti, che frigoriferi e lavatric, insieme ai televisori  entravano nelle case e sempre più famiglie ( 4,6 milioni) possedevano una "utilitaria", a cominciare dalla mitica Fiat 500.

Ma proprio in quegli anni le bottiglie in vetro con il vuoto a rendere erano sostituiti da tetrapak usa e getta, le linee tramviarie (vedi Genova) erano smantellate per far posto ad autobus a gasolio, si aprivano i primi supermercati dove si andava a comprare senza portarsi dietro la scomoda borsa della spesa...
Insomma, si inaugurava alla grande il consumismo e la retorica del PIL che deve sempre crescere, all'infinito.
Se tutti i venerdì, insieme a Greta, usciamo tutti in piazza per chiedere a gara voce il necessario e possibile cambiamento, forse ce la caviamo.

Ma con i personaggi al governo locale e mondiale, la vedo dura.

Certamente meglio il consapevole e informato "fai da te".

Sarà l'argomento dei prossimi post.

sabato 9 marzo 2019

Osservazioni alla relazione sulla demolizione del viadotto Polcevera

Osservazioni alla Relazione Ambientale della demolizione viadotto Polcevera Cod. E-00_AMB-RL-001-IRE del 22.02.2019


Il 22 febbraio 2019 il Commissario straordinario alla ricostruzione del viadotto Polcevera ha pubblicato la Relazione Ambientale che può essere oggetto di osservazioni, da parte di chiunque, osservazioni da far pervenire entro 30 giorni dalla data di pubblicazione.
Quelle che seguono sono le osservazioni redatte dall' Ecoistituto Reggio Emilia-Genova.

Premessa

La demolizione e ricostruzione del viadotto Polcevera e’ un evento eccezionale che richiede misure eccezionali a tutela degli abitanti e dei lavoratori, entrambi coinvolti, per molti mesi, dagli interventi di demolizione del vecchio manufatto e di costruzione del nuovo.

L’area interessata è densamente popolata, con abitazioni a poche decine di metri dalle aree dei cantieri. 

L’elevato tasso di mortalità di questo quartiere, superiore alla media cittadina, come pure l’elevata età media, segnalano una “fragilità” della popolazione residente che richiede particolari attenzioni, per non aggiungere nuovi rischi sanitari (stress, inquinamento…) ad una situazione già precaria.

Un piano di mitigazione “attiva” all’inquinamento

Le misure dell’inquinamento registrate dai campionatori presenti  nella valle segnalano da tempo frequenti superamenti degli standard di qualità dell’aria e la pressione ambientale delle emissioni generate nella val Polcevera è già elevata per i numerosi cantieri già aperti e per l’appesantimento del traffico a causa del crollo del ponte.
A questa pressione, già intollerabile, si aggiungerà, quella prodotta dalle demolizioni, in particolare quella realizzata con micro-cariche, e quella dei mezzi pesanti che saranno usati per il trasporto delle macerie e per tutte le attività di costruzione del ponte.

A nostro giudizio il piano non deve limitarsi a monitorare la situazione e a consigliare procedure di mitigazione delle emissioni dei nuovi cantieri, ma deve anche prevedere un piano straordinario di abbattimento delle emissioni “storiche” che affliggono la vallata, in particolare quelle prodotte dalla mobilità urbana e dai mezzi pesanti in entrata e in uscita dal porto.

Inventari delle emissioni a confronto

Il piano deve stimare con accuratezza le principali emissioni prodotte dai nuovi cantieri e dalle procedure di demolizione. 

Queste emissioni dovranno essere “neutralizzate” da adeguati interventi realizzati in val Polcevera, in grado di ridurre la pressione di altre fonti attive sul territorio.

In particolare, si dovrà operare sul traffico, spostando passeggeri da auto e moto private a mezzi di trasporto collettivo, treno e metrò, introducendo sulle linee autobus che percorrono la vallata, mezzi pubblici a trazione elettrica o a metano, in sostituzione di quelli a gasolio, contenere i consumi energetici degli impianti di riscaldamento dei condomini, aumentandone l’efficienza. 

L’efficacia di questi interventi sarà valutata dalla attuale rete di monitoraggio, adeguatamente potenziata, che dovrà confermare che, anche con i cantieri del ponte in azione, la qualità dell’aria della valle non si discosta significativamente dai valori registrati prima dell’apertura dei cantieri.

Monitoraggi delle demolizioni con micro-cariche.

E’ ampiamente documentato che il ricorso a micro-cariche per la demolizione di manufatti in cemento armato, come quelli del viadotto, e di strutture murarie di civili abitazioni, come quelle di via Porro, comportano la produzione di micro e nano-polveri a concentrazioni molto elevate, anche se di breve durata.

L’elevata pericolosità di tali polveri, specialmente per soggetti a rischio, quali asmatici e cardiopatici, richiede particolari attenzioni nell’approntare il piano di sicurezza . 

Modello diffusionale per identificare le aree di ricaduta

Prima di autorizzare le demolizioni con micro-carica è altamente raccomandato l’individuazione delle aree maggiormente coinvolte dalla ricaduta di polveri ultrafini.
Questo potrà essere fatto con adeguati modelli diffusionali applicati alle emissioni diffuse prodotte dalle attività di demolizione, in base alle condizioni meteo più frequenti durante il periodo individuato come possibile per procedere alle esplosioni.

Rete dedicata per il monitoraggio in tempo reali delle micropolveri

In base a questi modelli, si individueranno i siti dove collocare campionatori per il conteggio, in tempo reale, delle particelle aeriformi, in base alla loro granulometria.

Misure di durata adeguata, prima dell’esplosione delle micro-cariche, stimeranno i valori di fondo che serviranno per stabilire il cessato allarme e il rientro nelle abitazioni, quanto, dopo le esplosioni, le concentrazioni di nano e micro polveri, presso i siti sensibili, avranno raggiunto, in modo stabile, il valore ante esplosione.

Protezione delle abitazioni

Da valutare l’opportunità che le abitazioni più a rischio, quelle collocate nelle area di ricaduta delle polveri fini e ultrafini, siano momentaneamente abbandonate, previa sigillatura con teli  e nastro adesivo degli infissi, per evitare infiltrazioni delle polveri liberatesi a seguito delle esplosioni.

Caratterizzazione chimica e biologica delle polveri prodotte dalle demolizioni.

E’ ampiamente documentato che durante le demolizioni, specialmente quelle realizzate con micro-cariche a civili abitazioni, si possa liberare in atmosfera silice, presente nelle murature e nel cemento, insieme ad amianto che possa essere sfuggito alle previste bonifiche. 

Un altro problema segnalato dalla letteratura internazionale è quello della carica microbica  liberata in atmosfera dalle demolizioni, dovuta alla presenza di muffe e di deiezioni animali (ratti, uccelli) sui manufatti demoliti.

Sarebbe opportuno prevedere, come risulta essere stato fatto in simili operazioni di demolizione, misurazioni  di questi specifici inquinanti nell’aria, in corrispondenza delle abitazioni, prima delle demolizioni e nelle ore successive.

Condizioni meteo nel corso di demolizioni con micro-cariche

La scelta delle ore e del giorni per la demolizione con micro-cariche deve essere fatta tenendo conto delle condizioni meteorologiche che garantiscano la rapida dispersione delle polveri prodotte verso aree meno densamente abitate.

In linea di massima, queste condizioni si hanno con venti provenienti dal quadrante nord.
Sono invece da evitare condizioni meteo con venti dominanti dal quadrante sud che sposteranno la nube di polveri verso quartieri densamente popolati

Si dovranno evitare esplosioni durante periodi di calma di vento in quanto favorevoli alla permanenza della nube di polvere sulle aree abitate per tempi più lunghi.

Procedure da adottare nel caso di superamento dei limiti

Nel Piano non sono indicate le procedure da adottare a seguito dei risultati dei diversi monitoraggi previsti, in particolare quando  sono superati limiti di legge.

E’ il caso di ricordare che i parametri ambientali (chimici e fisici) oggetto di controllo, hanno a che fare con la salute della eterogenea popolazione esposta a tali agenti e che il rispetto dei limiti ha un valore legale, ma non necessariamente garantisce l’assenza di danni alla salute indotti da esposizioni fuori dalla norma.

La possibilità di danni alla salute anche a concentrazione inferiore ai limiti di legge è un evento ampiamente accertato per le polveri sottili, e per questo motivo, riteniamo inderogabile, come osservato, che l’attivazione dei cantieri si accompagnino ad adeguati interventi compensativi, in grado di mantenere la qualità dell’aria ai livelli ante cantiere e possibilmente ancora più bassi.

Ma cosa avviene se le misure segnalano un superamento dei limiti di legge e quindi, di fatto, l’accadimento di un reato ambientale, penalmente perseguibile?

A nostro avviso il Piano deve, in modo chiaro, individuare le procedure da adottare immediatamente per riportare l’inquinamento fuori norma, ai livelli “normali”, con misure straordinarie compresi monitoraggi continui per verificare il rientro nei valori considerati "normali".





venerdì 1 marzo 2019

Un nuovo depuratore a Genova Cornigliano. Progetto da rivedere, si può fa meglio


In rosso l'area che ospiterà depuratore e digestione fanghi


L’entrata in funzione a Genova Cornigliano, nelle aree occupate dalla cokeria e dagli altiforni ILVA,  di un nuovo depuratore e  di un digestore anaerobico, risolverà due pesanti problemi ambientali che, da decenni, affliggono, con i loro cattivi odori, gli abitanti delle case costruite a pochi passi da impianti mal progettati e altrettanto mal gestiti, localizzati nella stessa Cornigliano e in val Bisagno.

La sperimentata efficacia dei nuovi impianti di trattamento acque reflue, la loro corretta progettazione, attenta a minimizzarne gli impatti ambientali, la distanza dalle case e l’auspicata costante manutenzione, potranno permettere, senza disagi per la popolazione,  di restituire acqua pulita al mare e minimizzare lo smaltimento di residui solidi (fanghi) sottoprodotti della depurazione.

Le acque fognarie che il nuovo impianto tratterà saranno quelle prodotte dagli abitanti della val Polcevera, stimate in circa 52.000 metri cubi al giorno. 

I reflui, carichi di nitrati, fosfati, ammoniaca e composti organici biodegradabili,  avviati alla depurazione, servono ad alimentare la crescita di microorganismi, la cui biomassa, opportunamente separata dall’acqua depurata, sotto forma di materiale fangoso, è utilizzato in un diverso impianto biologico, denominato digestore anaerobico che affianca l’impianto di depurazione.

In questo caso, in un contenitore ermeticamente chiuso, particolari batteri che non gradiscono l’ossigeno dell’aria, denominati anaerobi, “mangiano”  la parte organica dei fanghi, producendo, come sottoprodotto del loro metabolismo, una miscela gassosa composta da metano e anidride carbonica, chiamata biogas che, raccolta e adeguatamente raffinata  è usato come combustibile. 

Il digestore di Cornigliano tratta i fanghi derivanti dalla depurazione delle acque fognarie della Valpolcevera ma anche quelli prodotti da altri tre impianti di depurazione attivi in città ( Sestri ponente, Darsena, Punta  Vagno ) che, tramite una apposita conduttura, saranno pompati dai loro depuratori fino al digestore di Cornigliano. 

Qui, dopo aver ridotto la percentuale di acqua, 16.500 tonnellate di residui solidi biodegradabili presenti nei fanghi, ogni anno saranno date da mangiare ai batteri anaerobi che trasformano in metano e anidride carbonica, parte del carbonio organico presente nei fanghi.

Il progetto dell’impianto di Cornigliano prevede di bruciare nello stesso sito il biogas per produrre tutto il calore e l’elettricità necessari per far funzionare sia il depuratore che il biodigestore.

Pertanto, le più importanti emissioni inquinanti di tutto l’impianto di Cornigliano, non saranno gli odori, adeguatamente trattati con sistemi di assorbimento a carbone attivi e di ossidazione, ma  saranno quelle del generatore di elettricità e calore, in particolare gli  ossidi di azoto, le polveri sottili e i composti organici che si formano a causa della combustione del biogas.

Ad oggi non sono disponibili stime attendibili sulla produzione di biogas, sulla potenza dei generatori elettrici e sulle emissioni in atmosfera e  non è escluso che l’elettricità prodotta possa essere superiore a quella necessaria al funzionamento degli impianti ospitati a Cornigliano.

È un argomento degno di attenzione in quanto di fatto, in base a questo progetto,  Cornigliano ospiterà, in ogni caso,una centrale elettrica alimentata a biogas, di fatto una nuova fonte inquinante.

Tuttavia questa scelta non è obbligatoria. 

Come avviene in Svezia, e da alcuni anni anche in Italia, si può optare per la raffinazione del biogas a metano ( bio metano) da vendere, immettendolo nella rete di distribuzione del gas o da usare per alimentare una adeguata flotta di autobus a metano. 

Oggi Stoccolma, con il bio metano prodotto dai fanghi di tre impianti di depurazione, che trattano gli effluenti di 800.000 abitanti, alimenta 259 autobus usati per il trasporto urbano.

E la sostituzione del gasolio con biometano permette una netta riduzione delle emissioni di ossidi di azoto e polveri sottili.

E il passaggio dal gasolio al biometano dovrebbe essere una scelta anche per AMT, che prevede di utilizzare circa 300 autobus con motori termici, visti gli elevati livelli di ossidi di azoto che si registrano in città, sempre fuori legge.

Conti alla mano, i ricavi prodotti dalla vendita del biometano e i minori investimenti,  potrebbero addirittura giustificare  la cancellazione della centrale a biogas, sostituita con  l’acquisto di elettricità dalla rete, scelta fatta da alcuni gestori di impianti per la produzione di biometano da fanghi di depurazione. 

E’ una opzione che Cornigliano e i suoi abitanti meritano, per migliorare ancor di più la qualità dell’aria che respirano, una doverosa compensazione al pesante carico inquinante delle acciaierie, da loro subito per lunghi decenni. 


mercoledì 23 gennaio 2019

Aria pulita e lunga vita ai genovesi


Fin da quando sono entrate in vigore le leggi a tutela della qualità dell’aria, Genova, dati delle centraline alla mano, non riesce a rispettare i limiti previsti per gli ossidi di azoto.

Le marmitte catalitiche ci hanno dato una mano, ma non c’è verso! 
Tutte le stazioni di monitoraggio dell’ARPAL, poste  lungo le strade più trafficate della città, registrano medie annuali sempre più alte del limite di 40 microgrammi per metro cubo d’aria.

Oggi, siamo intorno ai sessanta microgrammi  per metro cubo in via Ronchi a Multedo e si registrano cinquanta microgrammi per metro cubo in corso Europa e lungo via Buozzi.

E i Sindaci sembrano più preoccupati delle penali che i Comuni, per la loro quota parte, dovranno versare all’ Unione Europea, per il mancato rispetto della Direttiva a tutela della qualità dell’aria, piuttosto che dei danni alla salute dei loro concittadini a causa dell’inquinamento.

Per chiarire quanto ci costa, in termini di salute, il non volere eliminare le emissioni che contaminano l’aria che respiriamo, il neonato coordinamento Rinascimento Genova, con la consulenza dell’Ecoistituto Reggio Emilia-Genova, ha chiesto informazioni a qualificati esperti che, il 10 gennaio, a Palazzo Ducale, nella sala del Minor Consiglio, hanno illustrato, con chiarezza, i danni dell’aria insalubre e i possibili rimedi ad un pubblico attento e numeroso.

Il dr Crosignani, già ricercatore dell’Istituto Tumori di Milano, alla luce dei numerosi studi effettuati in diversi paesi, compresa l’Italia, ha stimato che se tutta Genova avesse la qualità dell’aria che si misura a Quarto e all’Acquasola  (20 microgrammi per metro cubo di ossidi di azoto) la popolazione genovese più avanti negli anni (tra 65 e 74 anni) e oggi più esposta all’inquinamento, potrebbe campare un anno di più e 129 concittadini che, causa inquinamento, ogni anno ci lasciano prematuramente, potrebbero rinviare l’abbandono di questa valle di lacrime. 

A pensarci bene, 129 morti all’anno è il costo, in vite umane, di tre crolli di ponte, che ogni anno coinvolge, questa volta non a caso, i genovesi più “sfigati”: quelli che passano più ore chiusi nelle loro macchine in coda, quelli  che abitano lungo le strade a canyon più trafficate e in case con vista porto, costretti ad inalare  i  fumi delle ciminiere di navi da crociera, porta container  e traghetti, attraccati ai moli, con i potenti generatori diesel sempre accesi, per fornire elettricità ai servizi di bordo.

Durante il convegno, lo “spread” della salute tra i genovesi, in base alla loro residenza, è stato illustrato dal dr. Gennaro Valerio, Medici per l’Ambiente, che ha constatato come il tasso di mortalità di chi abita a Cornigliano, Pra, Bolzaneto sia sempre maggiore di chi abita ad Albaro, a Nervi, alla Foce.

Queste differenze, come ha illustrato il dr. Claudio Culotta dell’USL3, hanno certamente a che fare con gli stili di vita, i titoli di studio, i diversi bilanci famigliari, ma se tutti i genovesi, ricchi e poveri, potessero respirare la stessa aria che si respira a Quarto e nel parco dell’ Acquasola, le attuali differenze delle aspettative di vita, certamente diminuirebbero.

Come sia possibile diminuire drasticamente gli effetti delle emissioni portuali l’ha bene illustrato l’ ing. Dario Lagostena, dell’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente (ARPAL).

Se l’attuale inventario delle emissioni inquinanti sul territorio comunale attribuisce alle navi la produzione del 62% di ossidi di azoto (il 26% viene dal trasporto su strada), la sostituzione del gasolio con gas naturale (metano) liquefatto potrebbe ridurre dell’80% le emissioni portuali di ossidi azoto e la disponibilità di elettricità, direttamente sulle banchine, potrebbe azzerare tutte le attuali emissioni nocive, con un netto miglioramento dell’aria respirata da chi abita a Di Negro, San Teodoro e Oregina e  che d’ estate, con l’arrivo di navi da crociera e traghetti, si trova frequentemente sottovento ai loro fumi. E anche gli abitanti sul fronte del porto di Voltri e Pra avrebbero importanti benefici se, anche a Genova, come in altri porti in giro per mondo, si attuassero queste scelte.

Buone notizie vengono anche da fronte trasporti, come ha illustrato l’ ing Alfredo Perazzo di “La mia Genova ideale”, esperto di mobilità urbana se, finalmente, riuscirà a partire il rivoluzionario Piano di Mobilità Sostenibile per la Grande Genova.

Il piano prevede che il trasporto pubblico sulle linee più usate per muoversi in città (val Polcevera, Val Bisagno, linea costiera da Sestri a Nervi) avverrà solo su mezzi a trazione elettrica e su percorsi protetti.

In “pole position” il tram, che tra i tanti vantaggi , in base a quanto si è verificato nelle centinaia di città che in tutto il mondo lo hanno riscoperto,  ha quello di convincere molti automobilisti a lasciare a casa il loro mezzo:  a Genova, i vantaggi del servizio offerto dal  tram convincerebbero molti automobilisti ad abbandonare il loro mezzo e in questo modo, ben 30.300 auto ogni giorno sarebbero tolte dalla circolazione, con una riduzione di oltre il 10% dei veicoli attualmente in giro per la città.

Questo fatto avrebbe un effetto a catena sul miglioramento della qualità dell’aria cittadina, indotto sia dall’annullamento delle attuali emissioni degli autobus a gasolio dell’AMT, sia dai 72 mila spostamenti giornalieri che non avverranno più in auto o in moto, ma con mezzi di trasporto pubblici. 
E la minore occupazione di superfice stradale permetterà al traffico automobilistico residuale di scorrere in modo più fluido e, quindi, con minori emissioni inquinanti.

A fronte di questi dati, il filobus risulta meno appetibile, in quanto toglierebbe solo 6.000 auto al giorno.

Il sindaco Bucci sarebbe favorevole al ritorno del tram ma, inaspettatamente, nella richiesta di finanziamento inoltrata al ministero  per  la realizzazione di interventi di mobilità pubblica, la parola “tram” è sparita, sostituita da “filobus”. 

Non sarà che il partito degli auto e moto dipendenti e dei loro “amici “ che non gradiscono corsie preferenziali, divieti di sosta, aree pedonali, abbia avuto la meglio?

Sarebbe un peccato per Genova, che perderebbe un’ occasione strategica per la sua rinascita; occasione colta da gran parte delle città europee e anche da molte città italiane, visto che Bologna, Palermo, Bergamo, Brescia, Bari, Cagliari, Trento e Bolzano hanno già fatto richiesta di finanziamenti per “attaccarsi al tram”.

E a questo indirizzo  potete rivedere il seminario organizzato da Ecoistituto e Rinascimento Genova