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venerdì 6 luglio 2018


Fresco di "stampa elettronica" è in rete il  "Corso di ECOnomia e ECOlogia domestica  che raccoglie numerosi post inseriti nel mio Blog: “Scienziato Preoccupato”.

Il Blog fornisce ai miei quattro lettori strumenti e informazioni utili per comprendere le cause dei rapidi cambiamenti del nostro vivere sociale e per affrontare e risolvere i vari problemi che questi cambiamenti possono produrre.

In particolare, il Manuale ha l’obiettivo primario di aiutarvi a ridurre le bollette energetiche della vostra abitazione ma, contemporaneamente, vi permetterà di diminuire il peso della vostra “impronta ecologica” sull’intero pianeta.

Consumando meno elettricità e metano ridurrete anche la quantità di inquinanti che queste attività producono, a partire dalla produzione delle materie prime, fino al loro utilizzo finale e al loro smaltimento e riciclo.

In questo modo ridurrete i rischi prodotti dall’inquinamento per la vostra e altrui salute.

Quando, anche grazie ai consigli di questo manuale, riuscirete a riscaldare e rinfrescare la vostra casa con un minor uso di energia fossile, darete anche il vostro personale contributo alla riduzione dell’emissione di gas serra e quindi al riscaldamento globale del Pianeta.
Buona lettura e datemi notizie sui vostri risultati

federico.valerio@fastwebnet.it
Federico Valerio Aprile 2018

domenica 3 giugno 2018

Chiudere l'ILVA di Taranto con il metano


Nell'agosto  del 2016 uno studio epidemiologico, commissionato dalla Regione Puglia, ha stabilito, senza ombra di dubbio, che gli inquinanti emessi dalle attività a caldo dell'acciaieria di Taranto, sono responsabili di:
  • significativi aumenti ( + 24%) di ricoveri per malattie respiratorie dei bambini che abitano nei quartieri Tamburi e Paolo VI 
  • aumento  della mortalità, per tumore polmonare e infarti di chi abita sottovento agli impianti
L'indagine ha anche escluso che queste differenze siano attribuibili a fattori socioeconomici a fumo e alcool.
La responsabilità di questi danni alla salute è stata confermata dal fatto che l'andamento della mortalità corrisponde ad un simile andamento dell'inquinamento e della produzione di acciaio:
più acciaio prodotto, livelli di inquinamento più alti, maggior numero di morti nella popolazione esposta.
E' certo che la fonte prevalente dell'inquinamento, in particolare di elevate emissioni di potenti cancerogeni quali idrocarburi policiclici aromatici e diossine, siano i reparti che, a partire dl carbone, producono carbon coke.
Il carbon coke, mescolato all'ossido di ferro, trasforma questo minerale in ferro metallico ( ghisa) , con un processo chimico denominato riduzione.

Anche se il carbone è ancora la principale materia prima per produrre ghisa e successivamente acciaio, la riduzione dell'ossido di ferro si può ottenere anche senza carbone.

Per trasformare l'ossido di ferro in ghisa si può usare anche l'ossido di carbonio (CO)  e l'idrogeno che si ottiene per "reforming" del metano.

Questa tecnologia, denominata Midrex, è utilizzata da anni negli Stati Uniti e sostituisce i reparti più inquinanti della produzione dell'acciaio che fa uso di carbone: il deposito carbone, le cokerie, l'agglomerazione, gli altiforni.

I vantaggi ambientali della conversione al metano al posto del carbone, sono stati valutati dalla Fondazione Sviluppo Sostenibile.

A  fronte di una produzione annua di  8 milioni di tonnellate di acciaio con il processo Midrex si ha una minore produzione di anidride carbonica (-63%) , di anidride solforosa ( - 68%), di ossidi di azoto ( -46%),l' azzeramento delle ricadute di polvere di carbone e l'azzeramento delle emissioni di particolato, di diossine, di idrocarburi policiclici aromatici.

Questa tecnologia è quella che applicherebbe la Jindal South West, una società indiana che, in cordata con la Cassa Depositi e prestiti, la Delfin di Del Vecchio e Arvedi, sono interessati all'acquisto delle acciaierie di Taranto.

Tuttavia,  al momento, sembrerebbe che abbia vinto il vecchio carbone, in quanto la gara è stata aggiudicata all'Arcelor Mittal, ma il Presidente della regione Puglia, Michele Emiliano, ha fatto ricorso al TAR, e il nuovo governo giallo- verde, con Di Maio al Ministero dello Sviluppo economico, potrebbe dar fiato alla "decarbonizzazione" dell'ILVA che tanto piace a Michele Emiliano che, anche su questo tema si è posto in rotta di collisione con il suo partito, il PD, uscito pesantemente penalizzato dalle ultime elezioni.

In particolare,  il Contratto tra il M5S e la Lega, per quanto riguarda l'ILVA di Taranto,  parla di una progressiva chiusura delle fonti inquinanti in grado di proteggere i livelli occupazionali: leggendo tra le righe si potrebbe prefigurare proprio la scelta del passaggio al metano.

Il partito del carbone, in gravi difficoltà a livello mondiale, a Taranto potrebbe essere sconfitto dal partito del metano che, grazie alla scelta di decarbonizzare, potrebbe prendere i classici 2 due piccioni con una fava": la chiusura dei reparti più inquinanti, una produzione di acciaio di qualità pari a 10-12 tonnellate di acciaio e il mantenimento della occupazione.

La nuova ILVA, se si riuscirà a farla,progettr avrà bisogno di 3,5 miliardi di metri cubi di metano all'anno.

Il presidente Emiliano pensa che a tale scopo potrebbe venir bene il progettato metanodotto (TAP)  che, attraversato lo Ionio, dovrebbe approdare alle coste pugliesi e lasciando il 17,5 % della portata di metano a Taranto, potrebbe garantirne l'operatività.

All'interno dei Cinque Stelle, ci sono posizione contrarie al TAP, anche se questo tema non è esplicitato nel Contratto.

Tuttavia esiste un' altra interessante possibilità che si potrebbe agganciare al tema dell'economia verde, inserito nel Programma: un piano nazionale di efficienza energetica del patrimonio edilizio nazionale, finalizzato a ridurre il consumo di metano per il riscaldamento domestico che, nel 2016, ha usato 31,4 miliardi di metri cubi di metano.

Come si vede, basterebbe ridurre del 11% i consumi nazionali di metano, con una seria Grande Opera  un  migliore isolamento di tetti, infissi e pareti e una migliore regolazione delle temperature interne in gran parte delle abitazioni italiane, per avere a disposizione , senza TAP, tutto il gas che servirebbe all' ILVA di Taranto per produrre acciaio senza inquinamento.

E' un obiettivo assolutamente raggiungibile in quanto, se adottassimo per le nostre abitazioni gli standard di consumi energetici svedesi, la quota di gas metano che oggi usiamo per riscaldare le nostre case passerebbe dall'attuale 30 % al 7 %, di tutto il metano oggi usato nel nostro Paese.

E, in prospettiva, esiste anche una interessante soluzione per auto-produrre il metano da usare a Taranto.

La soluzione è quella del biometano,  che farebbe contento Salvini  (il bio-metano prodotto in Italia per gli italiani) ma anche Di Maio, che nel suo piano Rifiuti Zero, inserito in Contratto, non esclude che da tutti i nostri scarti biodegradabili si possa produrre biometano da immettere nella rete del gas.

La produzione di biometano avviene con tecniche di trattamento biologico mature e economicamente competitive, da un decennio già usate  in diversi paesi (Svezia, Svizzera, Germania...)  e con i primi impianti italiani già operativi.

A tal riguardo, uno studio ENEA ha valutato che la produzione nazionale di biometano potrebbe essere compresa tra 7,6 a 3,3 miliardi di metri cubi all'anno.

Insomma, se si vorrà, tra qualche anno l'acciaieria di Taranto, completamente decarbonizzata, potrebbe produrre acciaio usando, come fonte di energia rinnovabile, il metano prodotto dagli scarti di cucina degli italiani, ovviamente rigorosamente raccolti in modo differenziato.

E anche questo potrebbe essere uno dei tanti  cambiamenti che il nuovo governo auspica e che, se vuole, potrebbe realizzare.










venerdì 23 marzo 2018

L'acqua del sindaco


Gli italiani, sono tra i principali consumatori d’acqua in bottiglia: con 196 litri a testa, bevuti in un anno, gli italiani sono al terzo posto, a livello mondiale, dopo messicani e tailandesi.
Per Messico e Tailandia, la spiegazione degli elevati consumi di acqua imbottigliata è semplice: questi paesi hanno ancora gravi problemi di approvvigionamento di acqua potabile e l’uso d’acqua in bottiglia evita dissenteria e colera.
Per l’Italia, questo record è veramente difficile da spiegare.

L’Italia è ricca di sorgenti, con un’antichissima tradizione di gestione delle sue acque e oggi, tutte le abitazione dispongono d’acqua potabile.

Azzardo un’ipotesi: per la promozione delle tante sorgenti sfruttate per l’imbottigliamento, nel nostro paese c’è a disposizione un ricco repertorio di santi e madonne che rimandano agli antichi riti di purificazione e di guarigione che i popoli italici hanno, da sempre, abbinati alle fonti e alle sorgenti.

Certamente gli italiani ci tengono alla loro salute e, probabilmente si fidano più delle acque di fonte, e del santo protettore di turno, che dell’acqua del sindaco, portata in casa dalle laiche aziende municipalizzate.

Da qualche tempo, il luogo di approvvigionamento di acqua in bottiglia si sta spostando, dai centri commerciali, alle “casette dell’acqua”: distributori di acqua alla spina che, opportunamente pretrattata, può essere raccolta, con propri contenitori, liscia ma anche gasata e refrigerata.

Pubblicizzate come rimedio all’abnorme produzione di bottiglie di plastica che rapidamente diventano un ingombrante rifiuto, pericoloso per il mare e le sue creature, le “casette dell’acqua” si stanno moltiplicando a vista d’occhio. Il censimento dell’anno scorso ne ha contato, in tutta Italia, duemila e sedici, la maggior parte in Lombardia (574), a seguire Lazio (271) e Piemonte (233).

In Liguria, questa nuova forma di consumismo “verde” non sembra avere grande successo: le “casette” attive sono una decina (Lavagna, Bargagli, Campomorone, Varazze, Pietra Ligure, Loano, Savona, Sori).

Ci piacerebbe pensare che questo sia dovuto alla tradizionale saggezza e sobrietà dei liguri che hanno capito che, poiché la stessa acqua ti arriva comodamente in casa, non c’è nessun motivo di “camallarsi” acqua raccolta alla “casetta”, spesso fuori mano. Meno che mai, se bisogna pagare qualche centesimo a bottiglia.

E sia mai che si scoprisse che i 20.000 euro necessari per la realizzazione di una “casetta dell’acqua” e i costi per la sua costante manutenzione possano essere spalmati sulla tariffa dell’acqua, come sembra avvenire in Lombardia, con lo stanziamento, da parte della Regione Lombardia, di 800.000 euro per la realizzazione di questi distributori d’acqua.

In effetti, le indagini di Altro Consumo hanno confermato che non esistono grandi differenze tra l’acqua erogata dalle “casette” e quella raccolta, contemporaneamente, dal rubinetto di casa più vicino.

Peraltro, le analisi di quaranta diverse marche di acque in bottiglia, confrontate, sempre da Altro Consumo, con l’acqua raccolta alle fontanelle pubbliche di sette città italiane (Ancona, Roma, Torino, Padova, Palermo, Milano, Cagliari, Napoli) non hanno evidenziato sostanziali differenze: in entrambi i casi, circa la metà dei campioni analizzati ha totalizzato un punteggio-qualità superiore a 70 punti (su 100).

Con i dati IREN sulla qualità dell’acqua immessa negli acquedotti del genovesato ma, ancor più, con l’analisi dell’acqua raccolta direttamente dal mio rubinetto di casa, in quel di Bogliasco, posso confermare la buona qualità dell’acqua che oggi il sindaco Bucci offre ai suoi cittadini e ai comuni limitrofi, grazie all’interconnessione di tutti gli acquedotti realizzati a Genova, le cui acque, opportunamente trattate , provengono  in gran parte dai  laghi artificiali del Gorzente, del Brugneto e della Busalletta.

Si tratta d’invasi alimentati prevalentemente da acque piovane, lontani da aree abitate e da fonti inquinanti, quindi senza i problemi della presenza di contaminanti industriali e agricoli, spesso presenti nelle acque di falda delle zone di pianura.

Nessuna sorpresa, quindi, se nel campione di acqua raccolto dal rubinetto della mia cucina, il piombo sia assente e l’alluminio sia presente a concentrazione sei volte inferiore ai limiti di legge.

Anche la durezza, che misura la concentrazione nell’acqua di sali di calcio e magnesio, è molto bassa: 17,4 gradi francesi, di poco superiore al valore minimo (15 gradi) previsto dall’attuale normativa delle acque potabili e nettamente più bassa della durezza di una decina delle blasonate acque in bottiglia, analizzate da Altro Consumo.

In ogni caso, anche senza “casette dell’acqua” i genovesi e i turisti in giro per la città non sono lasciati a bocca asciutta.

Tutti, liberamente e senza spendere un centesimo, possono bere acqua dalle tante fontanelle pubbliche installate, da tempo, e che i genovesi conoscono come “bronzin”.

Nel 1835, nella città si trovavano milleduecento “bronzin”, che con le loro colonnine in ghisa, di sezione esagonale, dipinte di verde scuro e sormontate da un’elegante pigna, erano un elemento caratteristico dell’arredo urbano cittadino.

Purtroppo anni di disinteresse e abbandono hanno lasciato il segno e molte fontanelle hanno smesso di erogare acqua ma, in concomitanza con il referendum a tutela dell’acqua pubblica e con il crescente interesse dei cittadini per questa vitale risorsa, molte fontanelle di Genova sono tornate a nuova vita.

Il rinato interesse per le fontanelle pubbliche è testimoniato da un sito (https://www.fontanelle.org/mappa-citta.aspx) e una applicazione per smart-phone (Fontanelle) che, in molte città,  permette di localizzare la fontanella più vicina.

Da questo sito, scopriamo che tra le cinquanta città italiane con maggior numero di fontanelle censite, Roma, con 2.611 “nasoni” stravince, ma Genova, con 225 “bronzini” funzionanti, è al quinto posto e Imperia, 91 fontanelle, al ventitreesimo posto.

Per la cronaca, la Spezia e Savona totalizzano, rispettivamente, 22 e 12 fontane pubbliche e 29 sono quelle rintracciabili nei paesi del Golfo Paradiso (Bogliasco, Pieve, Sori e Recco).

Ma, certamente, ancora molte fontanelle mancano all’appello: tutto il ponente genovese deve essere ancora censito, un’opportunità che offre l’applicazione “Fontanelle” che, smart-phone alla mano, permette anche di geo-referenziare nuove fontanelle da aggiungere all’elenco.

La caccia al “tesoro blu” che i nostri sindaci, con generosità ci regalano, è aperta.



domenica 7 gennaio 2018

Bio-polimeri amici dell'ambiente?

Ma le bioplastiche sono davvero amiche dell'ambiente?

Per avere una risposta corretta bisognerebbe riscoprire la "merceologia", una antica materia che si insegnava negli istituti tecnici e raccontava le storie delle cose: come si fanno gli oggetti e i prodotti che consumiamo giornalmente.

Le bio plastiche nascono a partire da grandi molecole sintetizzate dalle piante: amido, cellulosa, legno, zuccheri... Queste materie prime, a loro volta sono estratte da piante quali mais, grano, riso, patate, soia, canna da zucchero che devono essere opportunamente coltivate.

Il vantaggio delle bioplastiche, rispetto alle plastiche convenzionali è che la materia prima, prodotta grazie alla sintesi clorofilliana delle piante, è rinnovabile e biodegradabile.

Come si sa, non è così con i polimeri (le plastiche) prodotti a partire da derivati del petrolio, una risorsa che si avvia all'esaurimento e in gran parte non biodegradabili.

Pertanto l'anidride carbonica che si libera durante il compostaggio delle bioplastiche, giunte alla fine del loro cilo di vita utile restituisce all'atmosfera l'anidride carbonica che le piante hanno assorbito dell'atmosfera e, grazie all'energia solare, trasformato in amidi, cellulosa, zuccheri.

Tuttavia la coltivazione di mais, grano, canna da zucchero richiede fertilizzanti, erbicidi, pesticidi e l'uso di pompe per acqua, di trattori, di automezzi per il trasporto agli impianti.

E questo è il punto debole delle bioplastiche, in quanto con le attuali scelte produttive, si pongono in. concorrenza con la produzione di cibo e richiedono, comunque, l'uso di fonti di energia non rinnovabili.

Un altro punto di debolezza delle bioplastiche è che, al momento, gli oggetti fatti con questi materiali non sono riciclabili, non possono essere recuperati per diventare nuovi oggetti, come è possibile fare con tutte le plastiche "fossili".

Una volta che lo shopper di bioplastica usato per la spesa è vuotato, se è grande abbastanza e sufficientemente robusto può essere usato per la raccolta differenziata dell'umido e quindi avviato al compostaggio o alla digestione anaerobica per essere trasformato in metano e compost. Poi occorre coltivare nuovo mais , grano, soia... per poter produrre un nuovo sacchetto biodegradabile.

Anche la biodegradabilità merita un chiarimento. I biosacchetti si compostano completamente dopo alcune decine di giorni di trattamento solo in impianti industriali per il compostaggio e la digestione anaerobica di scarti biodegradabili.

Tuttavia, in compostiere domestiche la degradazione è estremamente lenta, tanto da sconsigliarne l'uso e ovviamente è molto probabile che la dispersione nell'ambiente delle bio-plastiche possa creare problemi di inquinamento non molto diversi da quelli prodotti dall'abbandono di plastiche convenzionali.

L'immagine che segue è la sequenza fotografica della degradazione di una bottiglia di Acido Polilattico ( PLA) prodotta a partir da zucchero.




La stessa bottiglia per degradare completamente  richiede 50 giorni di compostaggio a 65°C e 95% di umidità in un impianto di compostaggio industriale, in un impianto di compostaggio domestico a 40°C ci vogliono 120 giorni.

Se messo sotto terra o in acqua, per la completa biodegradazione ci vogliono rispettivamente 24 e 48 mesi!

I tempi di degradazione di polimeri di sintesi sono estremamente più lunghi,  ma dovrebbe essere evidente come sia opportuno evitare qualunque dispersione nell'ambiente di polimeri, qualunque sia la sua composizione.

Oggi l'impatto ambientale derivante dalla produzione ed uso dei bio-polimeri non desta particolare attenzione, ma occorre mettere a confronto l'attuale produzione mondiale di bio-polimeri (960.000 tonnellate nel 2017)  con i 200 milioni di tonnellate all'anno di plastiche derivanti dal petrolio prodotti in tutto il mondo.

Certamente non ci sono dubbi che l'uso di biopolimeri, al posto di polimeri di sintesi, riduca la perdita di risorse non rinnovabili e comporti un minore emissione di gas serra, ma chi vince se si mettono a confronto gli impatti ambientali dalla "culla alla tomba" di uno shopper di polietilene riciclato dopo l'uso, con un sacchetto di Mater B  delle stesse dimensioni che, una volta usato è avviato al compostaggio?

Questo confronto è stato realizzato da due ricercatori del Dipartimento di Ingegneria Chimica dell'Università di Roma  che hanno usato le consolidate procedure di Analisi del Ciclo di Vita (LCA) per mettere a confronto gli impatti derivanti dalla produzione, uso e trattamento finale di due diversi tipi di sacchetto per la spesa.

Sorprendentemente il sacchetto di Polietilene, grazie al suo riciclo, che permette il risparmio di risorse non rinnovabili e al minor impatto nella fase di produzione della materia prima ( la coltivazione di mais per la produzione di amido) ha prestazioni migliori del sacchetto di Mater B con riferimento all'impatto sulla salute umana, la qualità degli ecosistemi e l'uso di risorse.

Per correttezza bisogna osservare che per il sacchetto in Mater B non è stato valutato l'evitato impatto che si può avere se questo sacchetto è usato per la raccolta dell'umido che potrebbe fargli guadagnare qualche punto a favore dell'impatto delle risorse.


Confronto LCA " dalla culla alla tomba" tra uno shopper in Mater B compostato (giallo)
  e uno shopper in polietilene riciclato (blu). Più alto il valore, maggiore l'impatto.
In conclusione, una valutazione più attenta dei processi produttivi, dovrebbe suggerire una maggiore prudenza nella sostituzione di polimeri di sintesi con biopolimeri, senza valutazioni critiche sulle modalità di produzione ed uso.

Certamente bisogna prepararsi per un futuro tutt'altro che remoto in cui non saranno più disponibili risorse fossili a costi accettabili e la possibilità di produrre polimeri da fonti rinnovabili è certamente una grande opportunità.

Ma è altrettanto importante prendere subito fatto che questa sceltadovrà accompagnarsi a preferire come materie prime biomasse di scarto di altre lavorazioni in modo da evitare di mettere il concorrenza la produzione di cibo con la produzione di plastiche.

E' infine indubbio, se qualcosa abbiamo imparato, che anche per i Bio-polimeri non è sostenibile una scelta finalizzata a produzioni "usa e getta "o ad oggetti non durevoli quali i sacchetti per la spesa o per pesare l'ortofrutta nei negozi della grande distribuzione.

Questi oggetti possono essere facilmente sostituiti con una bella borsa per la spesa  ( meglio se fatta con polimero di sintesi di cui si sfrutta la partita indistruttibilità) e per la pesata con sacchetti a rete su cui l'etichetta è facilmente toglibile e che sono anch'essi riutilizzabili molte volte.

Da tempo, in Svizzera fanno così.
















martedì 14 marzo 2017

Con il Porta a Porta la differenziata vola

I cinque mastelli usati per la differenziazione domiciliare

A Genova, il 1 giugno del 2016  si è avviato il Piano di Raccolta differenziata Porta a Porta e di prossimità.

I primi due quartieri dove si è potuto attivare il Servizio Porta a Porta  sono Quarto Alto e Colle degli Ometti, con 2.206 famiglie  servite, circa 5.000 abitanti.

I risultati ufficiali confermano che grazie a questo innovativo sistema di separazione e raccolta domiciliare la percentuale di Raccolta Differenziata è subito schizzata a valori impensabili:
88% a Luglio e 85 % a Dicembre.

Fig. 1 Materiali differenziati a luglio e dicembre nei due quartieri quartieri dove si è avviato il Porta a Porta

La Figura 1 mostra in dettaglio la quantità dei diversi materiali raccolti in modo differenziato nel mese di luglio e di dicembre del 2016, rispettivamente dopo due e sette mesi dall'avvio del progetto.

A fronte di una differenziazione sempre molto alta (88 % a luglio, 84,8% a dicembre)  nettamente superiore all'obiettivo di legge del 65%, si osserva come, a dicembre, la quantità di materiali raccolta sia  raddoppiata.

Questo risultato è la fedele fotografia di quanto si è verificato all'avvio del progetto, con il palese boicottaggio di un gruppo di cittadini che, piuttosto che cambiare le vecchie cattive abitudini ha preferito caricare in macchina il puzzolente sacco nero, pieno di rifiuti indifferenziati e depositarlo nei vecchi cassonetti stradali ancora presenti nei quartieri confinanti.

L'inconsueta migrazione di rifiuti non è sfuggita al controllo e qualcuno è stato pizzicato sul fatto.

A quanto pare questo è bastato per ridurre drasticamente il fenomeno e a dicembre la produzione totale di scarti si è portata a 55 tonnellate, di cui 46,7 tonnellate era costituito da frazioni ben differenziate: carta, plastica e metalli (multi-materiale), frazione organica (scarti di cucina), vetro.

La frazione non differenziata, in quanto non riciclabile, conferita nel mastello del "Secco" a dicembre pesava 3,2 tonnellate, il 12 % della totale produzione di scarti.

Solo questo 12% deve essere trattato per un definitivo smaltimento, tutto il resto (46,7 tonnellate) sono materiali ben differenziati che il mercato o il Consorzio Nazionale Imballaggi (CONAI) , paga bene e che saranno avviate a specifiche filiere di riutilizzo.

Dal bilancio di sostenibilità di AMIU, a pag, 58 apprendiamo che nel 2015, con una raccolta differenziata in città al 39%, la vendita dei materiali raccolti  in modo differenziato (113.377 tonnellate),  ha prodotto ricavi per 4,4 milioni di euro.

In questo bilancio non sono compresi eventuali ricavi derivante dalla vendita del compost prodotto a partire da 16.300 tonnellate di frazione organica raccolta nel 2015 e inviata in impianti di compostaggio dell'alessandrino e del bergamasco.

Quindi, mediamente, una tonnellata di scarti differenziati (non al meglio della qualità con l'attuale sistema di cassonetti stradali) vale circa 39 €.

Questo vuol dire che, a spanne, la separazione fatta in casa e il conferimento davanti al portone delle 2.200 famiglie di Quarto Alto e Colle degli Ometti comporta un ricavo mensile di circa 1.820 corrispondente a 21.850 € all'anno: circa 10 euro a famiglia.

Ma il dato più interessante è che lo scarto differenziato non si deve smaltire, ne tantomeno trasportare agli impianti di smaltimento fuori regione, come oggi avviene per la chiusura della discarica di Scarpino, con un costo complessivo di circa 100 euro a tonnellata: un costo, in gran parte, evitato grazie alla differenziazione spinta e di alta qualità del porta a porta.

Insomma, in attesa di conti più corretti, è certo che il passaggio dal cassonetto stradale al porta a porta comporta sensibili risparmi sui costi di gestione dei nostri scarti, specialmente nei due-tre anni a venire, durante i quali saremo costretto ad esportare i nostri rifiuti indifferenziati.

Vi sembra troppo che agli abitanti di Quarto Alto e Colle degli Ometti si applichi subito la Tariffazione Puntuale che, correttamente farà risparmiare sulla TARI le famiglie che producono meno scarti e che differenziano di più?

Al momento da palazzo Tursi rispondono "picche" ma che a Tursi si faccia finta che a Quarto Alto e a Colle degli Ometti non sia successo niente e che la Giunta uscente chiaramente freni la prevista estensione del "porta a porta" ad altri 120.000 genovesi è una scelta grave che, quantomeno, richiede una convincente spiegazione.

Sullo stesso argomento:

- Il Compostaggio perduto
Chi ha paura del Porta a Porta?
L'Isola Ecologica che non c'è
Come si riduce la TARI senza IREN


domenica 12 marzo 2017

Il compostaggio perduto

Impianto di compostaggio chiuso, cartello stradale ancora  affisso

Google Map ci informa che lungo via Carpenara, al n° 71, in val Varenna alle spalle di Pegli, c'è ancora il cartello di AMIU che segnala la presenza dell' impianto di compostaggio di sua proprietà, oggi un impianto fantasma, chiuso nel 2010.



Fig. 1 Immagine satellitare del sito che ospitava l'impianto di compostaggio AMIU

Le immagini satellitari, scattate nel 2017, mostrano che nel sito, abbandonato nel 2010 per pericoli di frane messe in moto da uno dei primi nubifragi che ha colpito la città, ci sono ancora i capannoni che ospitavano le quattro bio-celle dove, per insufflazione di aria, avveniva il compostaggio di circa 9.000 tonnellate/anno di frazioni organiche e davanti alle bio-celle ci sono  i quattro capannoni in cui si maturava il compost fresco che, prove agronomiche avevano dimostrato essere di ottima qualità.

Per questo motivo le 5.000 tonnellate di compost che ogni anno l'impianto produceva avrebbero potuto trovare acquirenti interessati a ritirarlo e a pagarlo.

Nella parte alta della Figura 1  si vede il capannone che ospitava il biofiltro e la conduttura che qui riceveva l'aria carica di sostanze odorigene, prodotte dal compostaggio.  Nel bio filtro una adeguata popolazione di batteri, fatta crescere su un letto di cippato di legno, provvedeva a ridurre significativamente il carico organico presente nell'aria immessa nuovamente nell'ambiente.

Nella parte bassa della immagine satellitare si vede anche il capannone utilizzato in questo sito per valorizzare lo "zetto", le macerie  prodotte da restauri edilizi che, raccolte in modo indifferenziato, opportune macine trasformano in  sabbia e ghiaia riutilizzabile per produrre manufatti in cemento.

Seguono alcune immagini riprese nel 2008, quando l'impianto era ancora in funzione.

Fig. 2 Le biocelle dove scarti organici mescolati a cippato di legno sono trasformati in compost

Fig. 3 Cumuli di compost maturo pronto per l'uso

Fig. 4 Visione d'insieme dell'impianto (giugno 2008)
La domanda che viene spontanea è che, vista l'emergenza Scarpino che ci costringe ad esportare fuori regione a caro prezzo ( 100 €/tonnellata) la frazione organica raccolta in città, perchè non si pensa di recuperare le strutture e i macchinari ancora funzionanti e trasferire in luogo più comodo e sicuro l'impianto?

L'immagine satellitare mostra che bisognerebbe trovare poco più di un ettaro di superficie  (circa 13.000 metri quadrati ) per riattivare un impianto come questo, un rettangolo di 100 x 130 metri, più o meno quelli necessari per un campo di calcio.

Sembra strano, ma nessuno e' stato capace di  trovare nel territorio comunale o provinciale questo ettaro di terreno che, con case distanti 200-300 metri, in totale sicurezza e usando solo competenze AMIU,  potrebbe permetterci di risolvere una parte del problema e di risparmiare un bel pò di soldi.

Tanto per dare un'idea, l'attuale progetto pilota di raccolta Porta a Porta attivato a Quarto Alto e Colle degli Ometti, con il suo 85% di raccolta differenziata, intercetta annualmente circa 250 tonnellate di un'ottima frazione organica che non aspetta altro che di essere compostata in un impianto come quello della Val Varenna.

Novemila tonnellate di frazione organica, corrispondono alla produzione annuale di circa 130.000 genovesi, guarda caso proprio il numero di persone che entro la fine del 2017 il progetto di raccolta differenziata elaborato dal Consorzio Nazionale Imballaggi (CONAI)  avrebbe coinvolto nella raccolta Porta a Porta che, nonostante i tanti "gufi",  a Quarto sta funzionando alla grande con una percentuale di raccolta differenziata superiore all' 80%.

Che si aspetta?
Chi mette i bastoni tra le ruote?
Quali sono i motivi per cui non si fanno scelte semplici e di interesse per la città?

Sullo stesso argomento:

- Chi ha paura del Porta a Porta?
- L'Isola Ecologica che non c'è
- Come si riduce la TARI senza IREN






venerdì 3 marzo 2017

Chi ha paura del Porta a Porta?


Il 20 aprile 2016 è stato annunciato in pompa magna: a Genova parte la raccolta differenziata "Porta a Porta" e di "Prossimità" che, estesa progressivamente a tutta la città, permetterà di raggiungere gli obiettivi di raccolta differenziata previsti dalla Regione Liguria: 65% entro il 2020.

Nella stessa data, il Consorzio Nazionale Imballaggi (CONAI) ci aveva già regalato il Piano per la raccolta che, in base alla complessa organizzazione urbanistica della nostra città, aveva individuato le specifiche modalità da adottare, quartiere per quartiere.


Fig. 1 Piano CONAI per la raccolta Porta a Porta a Genova. 

La Figura 1 mostra, nei diversi colori, la distribuzione delle diverse modalità di raccolta.

Le aree verdi, quelle con una minore densità abitativa e spazi condominiali disponibili, saranno quelle dove si realizzerà, alla lettera, la raccolta Porta a Porta: i mastelli potranno essere esposti all'esterno del portone di casa.

Nelle zone gialle saranno previsti cinque mastelli fissi per ogni condominio.

Le zone arancioni e rosse (470.000 abitanti) avranno a disposizione cassonetti "intelligenti", predisposti per raccogliere, anche loro, le cinque diverse frazioni di scarti.

I  19.141  genovesi che abitano nelle aree verdi, nel giorno stabiliti, dovranno depositare davanti al portone o in uno spazio condominiale accessibile, uno dei cinque mastellini avuti in dotazione, pieni degli scarti che, in base al colore del loro coperchio, sono utilizzati per raccogliere le frazioni previste: scarti di cucina (marrone), plastica e metalli (giallo), carta e cartone (blu), vetro (verde), scarti non riciclabili  (grigio).
In questo modo, tutti i mezzi AMIU, nello stesso giorno raccoglieranno solo una delle frazioni previste che potrà essere facilmente riciclata, in base alla sua composizione e venduta al miglior offerente.

La qualità della raccolta, ovviamente, sta in mano a chi, in famiglia e presso le aziende, si prende cura di separare le singole frazioni, man mano che sono prodotte.
Per garantire questo risultato, ad una capillare e chiara informazione si affianca la novità che il titolare di ogni mastello è identificato con un "transponder" inserito nel mastello stesso, letto in automatico, al momento della raccolta.
E' evidente che, in questo modo, il responsabile di eventuali conferimenti non corretti è facilmente identificabile.

A dieci mesi dall'annuncio, constatiamo alcuni fatti singolari  e in parte misteriosi:

- l'estensione della raccolta porta a porta di tipo condominiale nelle zone gialle (102.669 genovesi abitanti a Voltri, Pra, Marassi Alta) prevista per la fine del 2016, non c'è stata.

- i risultati della raccolta,  partita a giugno e luglio 2016 in due delle zone verdi (Quarto Alto e Costa degli Ometti, circa 5.000 abitatanti coinvolti) sono coperti dal silenzio più assoluto, nel sito AMIU dedicato al progetto non se ne trova traccia.

Ad una personale richiesta fatta a AMIU, mi è stato prontamente risposto con l'invio di una presentazione fatta l'8 febbraio 2017, nel corso dell'audizione della Commissione Ambiente del consiglio comunale.

Non so quanto la sobrietà della slide che riporta i risultati dei primi mesi del Progetto Pilota (Figura 2)  sia stata voluta, ma ho l'impressione che nessuno dei consiglieri presenti nella Sala Rossa abbiano colto il significato "sconvolgente" del fatto che, grazie al Porta a Porta, dopo solo sei mesi dall'avvio,  le 2.206 utenze di Quarto Alto e di Colle degli Ometti coinvolte nel progetto Porta a Porta, avevano differenziato  88% dei loro scarti.

Si, avete letto giusto, in sei mesi a Quarto, grazie al Porta a Porta, si è passati dal 39%, al' 88% di raccolta differenziata.
Fig. 2 La slide di fonte AMIU che riporta il risultato del porta a porta a Quarto

Questo risultato ha come conseguenza che chi vuole fare facili affari con gli scarti dei genovesi, con il Porta a Porta esteso a tutta la città, vedrà letteralmente svanire l'oggetto dei suoi desideri.

Se l' ottanta per cento degli scarti genovesi, intercettati grazie al porta a porta, alle nove isole ecologiche, al compostaggio domestico e di comunità, fosse inviato al recupero e al riciclo,  il 20 % di indifferenziato che resta non giustificherebbe i pesanti investimenti previsti al momento per gli impianti di trattamento, quelli che ci vogliono far credere che non potremmo realizzare senza l'ingresso di un partner, come IREN, in AMIU.

Tutti i "gufi" (scusate questa citazione, ma ci vuole) che dicevano che a Genova la differenziata non si può fare, ancora una volta, sono stati smentiti dai fatti: la maggioranza dei genovesi, che abitino a Quarto o a Sestri e a Pontedecimo, la differenziata spinta la fanno e la fanno bene.

Chi ha sperato di sfruttare l'insofferenza al cambiamento, appoggiando i soliti comitati "contro" è stato messo da parte.

E i fatti dimostrano che non è neanche vero che il Porta a Porta costi di più: la vendita di tutti i materiali di alta qualità recuperati con il Porta a Porta compensa, alla grande, i costi di investimento, i maggiori costi dei nuovi operatori che bisogna assumere  e permette il rapido ritorno degli investimenti necessari per la valorizzazione dei materiali separati alla fonte (separazione meccanica di metalli, carta, cartone e plastiche, bio-digestore per la produzione di metano e compost).

E i fatti dimostrano che è anche falso dichiarare che ci vogliono anni per raggiungere il 65% di raccolta differenziata. Le esperienze genovesi dimostrano che, con una buona organizzazione, in pochi mesi tutti differenziano alla grande.

Con questi numeri, oltre 80 % di raccolta differenziata di qualità, l'economia circolare basata su nuove attività produttive dedicate alla trasformazione annuale di 260.000 tonnellate di metalli, cellulosa, polimeri di sintesi, frazioni organiche... diventa rapidamente una realtà.

E ora. in base a questi risultati, un messaggio ai consiglieri comunali che dovranno votare la nuova delibera che vuole, costi quel che costi, IREN come socio AMIU: votate NO

e chiedete,  maggioranza e  opposizione, che il piano CONAI,  per la piena attuazione del Porta a Porta in città, si sblocchi immediatamente e contemporaneamente agli abitanti di Quarto Alto e di Colle degli Ometti, che così bene stanno facendo la differenziazione dei loro scarti,  sia riconosciuta la Tariffazione Puntuale.

Non ci sono scuse: qualunque cosa vi vogliano far credere, siate certi che la nuova tariffazione che premia economicamente i comportamenti virtuosi, la tariffazione puntuale, si può applicare subito. 


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