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mercoledì 17 ottobre 2018

Nuova vita per le plastiche miste


Plastiche miste da riciclo di carta e cartoni

Nel 2017, in Italia, sono stati immessi al consumo circa 2,2 milioni di tonnellate d’imballaggi in plastica che, in gran parte (83%), sono stati  raccolti in modo differenziato.

Sarebbe una buona notizia se, nello stesso anno non fossero andati a fuoco sedici depositi di questi scarti, eventi tutt’altro che isolati: dal 2015 a oggi, si contano ottantatré incendi, divampati in altrettanti depositi equamente distribuiti sul territorio nazionale.

Paradossalmente questi fatti, in gran parte delittuosi, dipendono dal successo della raccolta differenziata, alla quale il sistema produttivo nazionale non ha saputo affiancare un numero adeguato di impianti finalizzati alla selezione e al riuso di questi materiali.

Di conseguenza sono aumentati i costi e di fatto si sono azzerati i guadagni. E dar fuoco ai magazzini e prendere i soldi dell'assicurazione potrebbe essere il modo più facile di fare affari con i materiali differenziati.

A peggiorare la situazione, la recente decisione della Cina di bloccare l’importazione delle plastiche usate, comprese quelle dall’Italia, ammontanti a circa 200.000 tonnellate all’anno.
La scelta cinese è stata motivata dall’aumento della propria produzione di scarti, ma anche dalla pessima qualità di quelli che gli mandavamo.

La maggiore difficoltà al riuso delle plastiche deriva dalle cosi dette plastiche miste, la miscela di plastiche di diverso tipo che rimane dopo la separazione meccanica o manuale delle plastiche più pregiate e più facilmente separabili, come ad esempio il PET, la plastica usata per le bottiglie d’acqua.

Per i chimici il riuso di plastiche miste è una bella sfida, ma qualche cosa si sta muovendo, anche in Italia. 

A Lucca, l’industria cartaria usa grandi quantità di carta differenziata, ma ancora con un 7% di impurezze scarti di materiale plastico, pari a 120.000 tonnellate/anno,  finora destinati all’incenerimento, con costi elevati (130 €/ton). 




In visita all'estrusore delle plastiche miste

Pallet in plastica e in legno
Grazie all’interessamento di Zero Waste Europe e a un progetto Life, finanziato dall’Unione Europea, a Lucca è stato realizzato un progetto pilota per migliorare la qualità dei materiali di scarto prodotti dalle cartiere e per utilizzare la plastica mista, così ottenuta, per produrre pallet da usare, nelle stesse cartiere, per il trasporto delle balle di carta, al posto degli attuali pallet di legno.



Il progetto è terminato con esiti positivi: i pallet di plastica riciclata hanno superato i test di carico e di durata e i conti fanno ritenere che, con la loro vendita,  vi siano interessanti margini di guadagno anche in previsione di poter esportare i pallet di plastica in Australia, dove quelli di legno sono vietati, poiché potrebbero essere veicolo di funghi e batteri dannosi per le coltivazioni locali.

Pertanto a Lucca si è avviata la realizzata di una nuova linea produttiva che realizzerà quella economia circolare (da scarto a materia seconda) da tanti auspicata.

Tuttavia esistono altre interessanti applicazioni delle plastiche miste, alternativa all’incenerimento e all’uso come combustibile per i cementifici: sostituire il bitume nella preparazione degli asfalti stradali e autostradali, pratica già usata nel Regno Unito, in Irlanda e in Olanda.

Negli anni ottanta la sostituzione del bitume con plastiche di scarto fu ipotizzata dal professor Umberto Bianchi, del Dipartimento di Chimica industriale di Genova che, in collaborazione con la ENICHEM, fece applicare asfalto, fatto con una miscela di bitume e plastica, a trenta chilometri di strada del ragusano. 
I test dimostrarono, rispetto agli asfalti tradizionali, la maggiore resistenza al salino e al sole di questo nuovo prodotto e l’asfalto di plastica risultò di più lunga durata e con una minore rumorosità all’uso. 

Nonostante questo, non se ne fece nulla: allora gli interessi dei petrolieri nostrani prevalsero. 

sabato 25 agosto 2018

Prevenire è un diritto che riguarda anche il crollo dei ponti


Il 27 agosto 2018, a Santa Margherita Ligure, nella prestigiosa villa Durazzo, si svolgerà il Festival di Bioetica che, quest'anno, sarà dedicato alla "Felicità e al Ben vivere".

Tra gli organizzatori, l'Ecoistituto di Reggio Emilia e Genova.

Nel pomeriggio sono stato invitato a tenere una breve relazione sul tema " La prevenzione dalla malattia è un diritto".

Quello che segue è la sintesi del mio intervento, in cui ho ritenuto opportuno far riferimento alla tragedia del collasso del ponte Morandi.

"L' articolo 32 della nostra costituzione stabilisce che "la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo ed interesse della collettività".

La tutela della salute implica anche salvare la vita messa in pericolo da eventi evitabili, grazie a scelte intelligenti che devono privilegiare la prevenzione.

L' etimologia di prevenzione è quella di "giungere prima", avere la capacità di "immaginare cosa succede se...", una caratteristica essenziale al successo della nostra specie, ma che in alcuni casi, preferiamo ignorare.

Un esempio di drammatica attualità è quello di "immaginare cosa succede se non si effettua una costante manutenzione di un manufatto di cemento armato immerso in un aerosol ricco di composti corrosivi naturali, come la salsedine marina, ma anche artificiale, come le piogge acide che si producono a seguito dell'immissione in atmosfera di inquinanti quali anidride solforosa, ossidi di azoto, acido cloridrico."

Sono diversi decenni che gli studi di Chimica Ambientale hanno permesso di immaginare e sperimentalmente verificare che, una volta immessi in atmosfera, anidride solforosa e ossidi di azoto se inalati, inducono fenomeni infiammatori che, in occasione di fenomeni di inquinamento acuto,  aumentano significativamente il numero di ricoveri ospedalieri come pure la mortalità.

Ma questi costi umani non sono l'unico prezzo da pagare alla crescita senza limiti, esistono altri costi, non meno importanti ai fini della tutela della salute e della vita: la corrosione dei materiali ed in particolare dei manufatti realizzati in cemento armato, una miscela di cemento e sabbia in cui si annegano tondini di acciaio per aumentarne la resistenza.

Anidride solforosa e ossidi di azoto  prodotti dalla combustione, una volta immessi nell'atmosfera, si trasformano in acido solforico e nitrico che insieme all'acido cloridrico che si forma direttamente a seguito della combustione di materiali contenenti cloro, formano un aerosol acido che, depositato sui materiali, in particolare quelli metallici, li corrode pesantemente.

Oltre a valutarne gli effetti, gli studi hanno quantificato il costo economico dovuto alla necessaria manutenzione indispensabile per contrastare la corrosione: negli anni '50, l'EPA stimava che negli USA il costo annuale per la manutenzione e la sostituzione dei manufatti in cemento armato danneggiati dalle piogge acide ammontasse a 5 miliardi di dollari e simili valutazioni, effettuate in Inghilterra, stimavano costi pari allo 0,15% del PIL.

E' fuor di dubbio che fenomeni corrosivi erano presenti da anni sulle strutture del ponte Morandi e di entità tale da giustificare continue e costose manutenzioni.

Oggi, dopo il tragico crollo, la principale spiegazione del collasso, su cui si sta indagando, è l'inadeguatezza delle manutenzioni che avrebbero dovuto contrastare gli effetti della corrosione.

E' lecito chiedersi se i progettisti degli anni '60 e gli attuali gestori del ponte abbiano valutato i rischi connessi all'aerosol marino e al  pesante inquinamento prodotto dalla industrializzazione della val Polcevera, il torrente attraversato dal ponte,  e delle zone limitrofe, Sampierdarena, Sestri, porto.

Circa un decennio prima della inaugurazione del ponte (1967) , in questa vallata si è insediata una raffineria (dismessa nel 1988), nei pressi della foce è stata costruita una grande acciaieria a ciclo integrato, la cui attività a caldo (cokeria e altiforni) si è conclusa nel 2005 e nelle vicinanze, nei pressi della Lanterna, sempre in quegli anni, fino al 2017,  ha operato una centrale alimentata a carbone.

E' stato stimato che nel 1995, con la raffineria dismessa da tempo, le emissioni annuali di anidride solforosa e ossidi di  azoto prodotti sull'intero territorio comunale genovese ammontassero, rispettivamente, a 31.679 e 28.518 tonnellate, in gran parte emesse nell'area industriale della val Polcevera, con inevitabili ricadute sulle strutture del ponte.

Ponte,  già  di per se avvolto  costantemente da questi stessi inquinanti prodotti dell'intenso traffico leggero e pesante (76.000 veicoli) che lo attraversava quotidianamente.

L'ipotesi che la corrosione prodotta dall'inquinamento potesse essere una possibile causa del crollo è stata bollata, nei social, come "stregoneria", fantasie di chi vuol farci tornare ai secoli bui.

Questa superficiale bocciatura di una ipotesi, supportata da decine di studi sulle cause della breve vita utile degli edifici in cemento armato, evidenzia un altro problema che ostacola pesantemente l'attuazione di efficaci misure di prevenzione anche in campo strettamente sanitario: il negazionismo, che si alimenta grazie alla crescente ignoranza delle materie scientifiche, dei loro metodi di indagine, dei risultati di queste indagini.

Se il presidente di una grande nazione può permettersi di negare i rischi sanitari dell'amianto, dell'inquinamento e dei cambiamenti climatici indotti dall'uso del carbone l'unica risposta che ci resta per tutelare il nostro diritto ad una vita sana è il non rinunciare alla piena attuazione degli articoli 33 e 34 della nostra Costituzione che riconoscono la libera esercitazione ed insegnamento della scienza e garantiscono, a tutti, un adeguato livello di istruzione, tale da metterci in grado di riconoscere facilmente tutte le "false notizie" che, ad arte si diffondono nella rete.














venerdì 6 luglio 2018


Fresco di "stampa elettronica" è in rete il  "Corso di ECOnomia e ECOlogia domestica  che raccoglie numerosi post inseriti nel mio Blog: “Scienziato Preoccupato”.

Il Blog fornisce ai miei quattro lettori strumenti e informazioni utili per comprendere le cause dei rapidi cambiamenti del nostro vivere sociale e per affrontare e risolvere i vari problemi che questi cambiamenti possono produrre.

In particolare, il Manuale ha l’obiettivo primario di aiutarvi a ridurre le bollette energetiche della vostra abitazione ma, contemporaneamente, vi permetterà di diminuire il peso della vostra “impronta ecologica” sull’intero pianeta.

Consumando meno elettricità e metano ridurrete anche la quantità di inquinanti che queste attività producono, a partire dalla produzione delle materie prime, fino al loro utilizzo finale e al loro smaltimento e riciclo.

In questo modo ridurrete i rischi prodotti dall’inquinamento per la vostra e altrui salute.

Quando, anche grazie ai consigli di questo manuale, riuscirete a riscaldare e rinfrescare la vostra casa con un minor uso di energia fossile, darete anche il vostro personale contributo alla riduzione dell’emissione di gas serra e quindi al riscaldamento globale del Pianeta.
Buona lettura e datemi notizie sui vostri risultati

federico.valerio@fastwebnet.it
Federico Valerio Aprile 2018

domenica 3 giugno 2018

Chiudere l'ILVA di Taranto con il metano


Nell'agosto  del 2016 uno studio epidemiologico, commissionato dalla Regione Puglia, ha stabilito, senza ombra di dubbio, che gli inquinanti emessi dalle attività a caldo dell'acciaieria di Taranto, sono responsabili di:
  • significativi aumenti (+ 24%) di ricoveri per malattie respiratorie dei bambini che abitano nei quartieri Tamburi e Paolo VI 
  • aumento  della mortalità, per tumore polmonare e infarti di chi abita sottovento agli impianti
L'indagine ha anche escluso che queste differenze siano attribuibili a fattori socioeconomici a fumo e alcool.
La responsabilità di questi danni alla salute è stata confermata dal fatto che l'andamento della mortalità corrisponde ad un simile andamento dell'inquinamento e della produzione di acciaio:
più acciaio prodotto, livelli di inquinamento più alti, maggior numero di morti nella popolazione esposta.
E' certo che la fonte prevalente dell'inquinamento, in particolare di elevate emissioni di potenti cancerogeni quali idrocarburi policiclici aromatici e diossine, siano i reparti che, a partire dl carbone, producono carbon coke.
Il carbon coke, mescolato all'ossido di ferro, trasforma questo minerale in ferro metallico ( ghisa) , con un processo chimico denominato riduzione.

Anche se il carbone è ancora la principale materia prima per produrre ghisa e successivamente acciaio, la riduzione dell'ossido di ferro si può ottenere anche senza carbone.

Per trasformare l'ossido di ferro in ghisa si può usare anche l'ossido di carbonio (CO)  e l'idrogeno che si ottiene per "reforming" del metano.

Questa tecnologia, denominata Midrex, è utilizzata da anni negli Stati Uniti e sostituisce i reparti più inquinanti della produzione dell'acciaio che fa uso di carbone: il deposito carbone, le cokerie, l'agglomerazione, gli altiforni.

I vantaggi ambientali della conversione al metano al posto del carbone, sono stati valutati dalla Fondazione Sviluppo Sostenibile.

A  fronte di una produzione annua di  8 milioni di tonnellate di acciaio con il processo Midrex si ha una minore produzione di anidride carbonica (-63%) , di anidride solforosa ( - 68%), di ossidi di azoto ( -46%), l'azzeramento delle ricadute di polvere di carbone e l'azzeramento delle emissioni di particolato, di diossine, di idrocarburi policiclici aromatici.

Questa tecnologia è quella che applicherebbe la Jindal South West, una società indiana che, in cordata con la Cassa Depositi e prestiti, la Delfin di Del Vecchio e Arvedi, sono interessati all'acquisto delle acciaierie di Taranto.

Tuttavia,  al momento, sembrerebbe che abbia vinto il vecchio carbone, in quanto la gara è stata aggiudicata all'Arcelor Mittal, ma il Presidente della regione Puglia, Michele Emiliano, ha fatto ricorso al TAR e il nuovo governo giallo- verde, con Di Maio al Ministero dello Sviluppo economico, potrebbe dar fiato alla "decarbonizzazione" dell'ILVA che tanto piace a Michele Emiliano che, anche su questo tema si è posto in rotta di collisione con il suo partito, il PD, uscito pesantemente penalizzato dalle ultime elezioni.

In particolare,  il Contratto tra il M5S e la Lega, per quanto riguarda l'ILVA di Taranto,  parla di una progressiva chiusura delle fonti inquinanti in grado di proteggere i livelli occupazionali: leggendo tra le righe si potrebbe prefigurare proprio la scelta del passaggio al metano.

Il partito del carbone, in gravi difficoltà a livello mondiale, a Taranto potrebbe essere sconfitto dal partito del metano che, grazie alla scelta di decarbonizzare, potrebbe prendere i classici 2 due piccioni con una fava": la chiusura dei reparti più inquinanti, una produzione di acciaio di qualità pari a 10-12 milioni di tonnellate/anno  di acciaio e il mantenimento della occupazione.

La nuova ILVA, se si riuscirà a farla, avrà bisogno di 3,5 miliardi di metri cubi di metano all'anno.

Il presidente Emiliano pensa che, a tale scopo, potrebbe venir bene il progettato metanodotto (TAP)  che, attraversato lo Ionio, dovrebbe approdare alle coste pugliesi e lasciando a Taranto il 17,5 % della portata di metano, potrebbe garantire l'operatività delle acciaierie.

All'interno dei Cinque Stelle, ci sono posizione contrarie al TAP, anche se questo tema non è esplicitato nel Contratto.

Tuttavia esiste un' altra interessante possibilità che si potrebbe agganciare al tema dell'economia verde, inserito nel Programma: un piano nazionale di efficienza energetica del patrimonio edilizio nazionale, finalizzato a ridurre il consumo di metano per il riscaldamento domestico che, nel 2016, ha usato 31,4 miliardi di metri cubi di metano.

Come si vede, basterebbe ridurre del 11% i consumi nazionali di metano, con una seria Grande Opera  un  migliore isolamento di tetti, infissi e pareti e una migliore regolazione delle temperature interne in gran parte delle abitazioni italiane, per avere a disposizione, senza TAP, tutto il gas che servirebbe all' ILVA di Taranto per produrre acciaio senza inquinamento.

E' un obiettivo assolutamente raggiungibile in quanto, se adottassimo per le nostre abitazioni gli standard di consumi energetici svedesi, la quota di gas metano che oggi usiamo per riscaldare le nostre case passerebbe dall'attuale 30% al 7%, di tutto il metano oggi usato nel nostro Paese.

E, in prospettiva, esiste anche una interessante soluzione per auto-produrre il metano da usare a Taranto.

La soluzione è quella del biometano,  che farebbe contento Salvini  (il bio-metano prodotto in Italia per gli italiani) ma anche Di Maio, che nel suo piano Rifiuti Zero, inserito in Contratto, non esclude che da tutti i nostri scarti biodegradabili si possa produrre biometano da immettere nella rete del gas.

La produzione di biometano avviene con tecniche di trattamento biologico delle frazioni biodegradabili dei nostri scarti agricoli, da allevamenti, da mense e cucine.
Queste tecniche sono mature e economicamente competitive, da un decennio già usate  in diversi paesi (Svezia, Svizzera, Germania...)  e con i primi impianti italiani già operativi.

A tal riguardo, uno studio ENEA ha valutato che la produzione nazionale di biometano potrebbe essere compresa tra 7,6 a 3,3 miliardi di metri cubi all'anno, compatibile con i consumi della acciaieria di Taranto convertita a metano.

Insomma, se si vorrà, tra qualche anno l'acciaieria di Taranto, completamente decarbonizzata, potrebbe produrre acciaio usando, come fonte di energia rinnovabile, il metano prodotto dagli scarti di cucina degli italiani, ovviamente rigorosamente raccolti in modo differenziato.

E anche questo potrebbe essere uno dei tanti  cambiamenti che il nuovo governo auspica e che, se vuole, potrebbe realizzare.

Aggiornamento di settembre 2018: il ministro Di Maio ha chiuso l'accordo per le acciaierie, che restano a carbone.










venerdì 23 marzo 2018

L'acqua del sindaco


Gli italiani, sono tra i principali consumatori d’acqua in bottiglia: con 196 litri a testa, bevuti in un anno, gli italiani sono al terzo posto, a livello mondiale, dopo messicani e tailandesi.
Per Messico e Tailandia, la spiegazione degli elevati consumi di acqua imbottigliata è semplice: questi paesi hanno ancora gravi problemi di approvvigionamento di acqua potabile e l’uso d’acqua in bottiglia evita dissenteria e colera.
Per l’Italia, questo record è veramente difficile da spiegare.

L’Italia è ricca di sorgenti, con un’antichissima tradizione di gestione delle sue acque e oggi, tutte le abitazione dispongono d’acqua potabile.

Azzardo un’ipotesi: per la promozione delle tante sorgenti sfruttate per l’imbottigliamento, nel nostro paese c’è a disposizione un ricco repertorio di santi e madonne che rimandano agli antichi riti di purificazione e di guarigione che i popoli italici hanno, da sempre, abbinati alle fonti e alle sorgenti.

Certamente gli italiani ci tengono alla loro salute e, probabilmente si fidano più delle acque di fonte, e del santo protettore di turno, che dell’acqua del sindaco, portata in casa dalle laiche aziende municipalizzate.

Da qualche tempo, il luogo di approvvigionamento di acqua in bottiglia si sta spostando, dai centri commerciali, alle “casette dell’acqua”: distributori di acqua alla spina che, opportunamente pretrattata, può essere raccolta, con propri contenitori, liscia ma anche gasata e refrigerata.

Pubblicizzate come rimedio all’abnorme produzione di bottiglie di plastica che rapidamente diventano un ingombrante rifiuto, pericoloso per il mare e le sue creature, le “casette dell’acqua” si stanno moltiplicando a vista d’occhio. Il censimento dell’anno scorso ne ha contato, in tutta Italia, duemila e sedici, la maggior parte in Lombardia (574), a seguire Lazio (271) e Piemonte (233).

In Liguria, questa nuova forma di consumismo “verde” non sembra avere grande successo: le “casette” attive sono una decina (Lavagna, Bargagli, Campomorone, Varazze, Pietra Ligure, Loano, Savona, Sori).

Ci piacerebbe pensare che questo sia dovuto alla tradizionale saggezza e sobrietà dei liguri che hanno capito che, poiché la stessa acqua ti arriva comodamente in casa, non c’è nessun motivo di “camallarsi” acqua raccolta alla “casetta”, spesso fuori mano. Meno che mai, se bisogna pagare qualche centesimo a bottiglia.

E sia mai che si scoprisse che i 20.000 euro necessari per la realizzazione di una “casetta dell’acqua” e i costi per la sua costante manutenzione possano essere spalmati sulla tariffa dell’acqua, come sembra avvenire in Lombardia, con lo stanziamento, da parte della Regione Lombardia, di 800.000 euro per la realizzazione di questi distributori d’acqua.

In effetti, le indagini di Altro Consumo hanno confermato che non esistono grandi differenze tra l’acqua erogata dalle “casette” e quella raccolta, contemporaneamente, dal rubinetto di casa più vicino.

Peraltro, le analisi di quaranta diverse marche di acque in bottiglia, confrontate, sempre da Altro Consumo, con l’acqua raccolta alle fontanelle pubbliche di sette città italiane (Ancona, Roma, Torino, Padova, Palermo, Milano, Cagliari, Napoli) non hanno evidenziato sostanziali differenze: in entrambi i casi, circa la metà dei campioni analizzati ha totalizzato un punteggio-qualità superiore a 70 punti (su 100).

Con i dati IREN sulla qualità dell’acqua immessa negli acquedotti del genovesato ma, ancor più, con l’analisi dell’acqua raccolta direttamente dal mio rubinetto di casa, in quel di Bogliasco, posso confermare la buona qualità dell’acqua che oggi il sindaco Bucci offre ai suoi cittadini e ai comuni limitrofi, grazie all’interconnessione di tutti gli acquedotti realizzati a Genova, le cui acque, opportunamente trattate , provengono  in gran parte dai  laghi artificiali del Gorzente, del Brugneto e della Busalletta.

Si tratta d’invasi alimentati prevalentemente da acque piovane, lontani da aree abitate e da fonti inquinanti, quindi senza i problemi della presenza di contaminanti industriali e agricoli, spesso presenti nelle acque di falda delle zone di pianura.

Nessuna sorpresa, quindi, se nel campione di acqua raccolto dal rubinetto della mia cucina, il piombo sia assente e l’alluminio sia presente a concentrazione sei volte inferiore ai limiti di legge.

Anche la durezza, che misura la concentrazione nell’acqua di sali di calcio e magnesio, è molto bassa: 17,4 gradi francesi, di poco superiore al valore minimo (15 gradi) previsto dall’attuale normativa delle acque potabili e nettamente più bassa della durezza di una decina delle blasonate acque in bottiglia, analizzate da Altro Consumo.

In ogni caso, anche senza “casette dell’acqua” i genovesi e i turisti in giro per la città non sono lasciati a bocca asciutta.

Tutti, liberamente e senza spendere un centesimo, possono bere acqua dalle tante fontanelle pubbliche installate, da tempo, e che i genovesi conoscono come “bronzin”.

Nel 1835, nella città si trovavano milleduecento “bronzin”, che con le loro colonnine in ghisa, di sezione esagonale, dipinte di verde scuro e sormontate da un’elegante pigna, erano un elemento caratteristico dell’arredo urbano cittadino.

Purtroppo anni di disinteresse e abbandono hanno lasciato il segno e molte fontanelle hanno smesso di erogare acqua ma, in concomitanza con il referendum a tutela dell’acqua pubblica e con il crescente interesse dei cittadini per questa vitale risorsa, molte fontanelle di Genova sono tornate a nuova vita.

Il rinato interesse per le fontanelle pubbliche è testimoniato da un sito (https://www.fontanelle.org/mappa-citta.aspx) e una applicazione per smart-phone (Fontanelle) che, in molte città,  permette di localizzare la fontanella più vicina.

Da questo sito, scopriamo che tra le cinquanta città italiane con maggior numero di fontanelle censite, Roma, con 2.611 “nasoni” stravince, ma Genova, con 225 “bronzini” funzionanti, è al quinto posto e Imperia, 91 fontanelle, al ventitreesimo posto.

Per la cronaca, la Spezia e Savona totalizzano, rispettivamente, 22 e 12 fontane pubbliche e 29 sono quelle rintracciabili nei paesi del Golfo Paradiso (Bogliasco, Pieve, Sori e Recco).

Ma, certamente, ancora molte fontanelle mancano all’appello: tutto il ponente genovese deve essere ancora censito, un’opportunità che offre l’applicazione “Fontanelle” che, smart-phone alla mano, permette anche di geo-referenziare nuove fontanelle da aggiungere all’elenco.

La caccia al “tesoro blu” che i nostri sindaci, con generosità ci regalano, è aperta.



domenica 7 gennaio 2018

Bio-polimeri amici dell'ambiente?

Ma le bioplastiche sono davvero amiche dell'ambiente?

Per avere una risposta corretta bisognerebbe riscoprire la "merceologia", una antica materia che si insegnava negli istituti tecnici e raccontava le storie delle cose: come si fanno gli oggetti e i prodotti che consumiamo giornalmente.

Le bio plastiche nascono a partire da grandi molecole sintetizzate dalle piante: amido, cellulosa, legno, zuccheri... Queste materie prime, a loro volta sono estratte da piante quali mais, grano, riso, patate, soia, canna da zucchero che devono essere opportunamente coltivate.

Il vantaggio delle bioplastiche, rispetto alle plastiche convenzionali è che la materia prima, prodotta grazie alla sintesi clorofilliana delle piante, è rinnovabile e biodegradabile.

Come si sa, non è così con i polimeri (le plastiche) prodotti a partire da derivati del petrolio, una risorsa che si avvia all'esaurimento e in gran parte non biodegradabili.

Pertanto l'anidride carbonica che si libera durante il compostaggio delle bioplastiche, giunte alla fine del loro cilo di vita utile restituisce all'atmosfera l'anidride carbonica che le piante hanno assorbito dell'atmosfera e, grazie all'energia solare, trasformato in amidi, cellulosa, zuccheri.

Tuttavia la coltivazione di mais, grano, canna da zucchero richiede fertilizzanti, erbicidi, pesticidi e l'uso di pompe per acqua, di trattori, di automezzi per il trasporto agli impianti.

E questo è il punto debole delle bioplastiche, in quanto con le attuali scelte produttive, si pongono in. concorrenza con la produzione di cibo e richiedono, comunque, l'uso di fonti di energia non rinnovabili.

Un altro punto di debolezza delle bioplastiche è che, al momento, gli oggetti fatti con questi materiali non sono riciclabili, non possono essere recuperati per diventare nuovi oggetti, come è possibile fare con tutte le plastiche "fossili".

Una volta che lo shopper di bioplastica usato per la spesa è vuotato, se è grande abbastanza e sufficientemente robusto può essere usato per la raccolta differenziata dell'umido e quindi avviato al compostaggio o alla digestione anaerobica per essere trasformato in metano e compost. Poi occorre coltivare nuovo mais , grano, soia... per poter produrre un nuovo sacchetto biodegradabile.

Anche la biodegradabilità merita un chiarimento. I biosacchetti si compostano completamente dopo alcune decine di giorni di trattamento solo in impianti industriali per il compostaggio e la digestione anaerobica di scarti biodegradabili.

Tuttavia, in compostiere domestiche la degradazione è estremamente lenta, tanto da sconsigliarne l'uso e ovviamente è molto probabile che la dispersione nell'ambiente delle bio-plastiche possa creare problemi di inquinamento non molto diversi da quelli prodotti dall'abbandono di plastiche convenzionali.

L'immagine che segue è la sequenza fotografica della degradazione di una bottiglia di Acido Polilattico ( PLA) prodotta a partir da zucchero.




La stessa bottiglia per degradare completamente  richiede 50 giorni di compostaggio a 65°C e 95% di umidità in un impianto di compostaggio industriale, in un impianto di compostaggio domestico a 40°C ci vogliono 120 giorni.

Se messo sotto terra o in acqua, per la completa biodegradazione ci vogliono rispettivamente 24 e 48 mesi!

I tempi di degradazione di polimeri di sintesi sono estremamente più lunghi,  ma dovrebbe essere evidente come sia opportuno evitare qualunque dispersione nell'ambiente di polimeri, qualunque sia la sua composizione.

Oggi l'impatto ambientale derivante dalla produzione ed uso dei bio-polimeri non desta particolare attenzione, ma occorre mettere a confronto l'attuale produzione mondiale di bio-polimeri (960.000 tonnellate nel 2017)  con i 200 milioni di tonnellate all'anno di plastiche derivanti dal petrolio prodotti in tutto il mondo.

Certamente non ci sono dubbi che l'uso di biopolimeri, al posto di polimeri di sintesi, riduca la perdita di risorse non rinnovabili e comporti un minore emissione di gas serra, ma chi vince se si mettono a confronto gli impatti ambientali dalla "culla alla tomba" di uno shopper di polietilene riciclato dopo l'uso, con un sacchetto di Mater B  delle stesse dimensioni che, una volta usato è avviato al compostaggio?

Questo confronto è stato realizzato da due ricercatori del Dipartimento di Ingegneria Chimica dell'Università di Roma  che hanno usato le consolidate procedure di Analisi del Ciclo di Vita (LCA) per mettere a confronto gli impatti derivanti dalla produzione, uso e trattamento finale di due diversi tipi di sacchetto per la spesa.

Sorprendentemente il sacchetto di Polietilene, grazie al suo riciclo, che permette il risparmio di risorse non rinnovabili e al minor impatto nella fase di produzione della materia prima ( la coltivazione di mais per la produzione di amido) ha prestazioni migliori del sacchetto di Mater B con riferimento all'impatto sulla salute umana, la qualità degli ecosistemi e l'uso di risorse.

Per correttezza bisogna osservare che per il sacchetto in Mater B non è stato valutato l'evitato impatto che si può avere se questo sacchetto è usato per la raccolta dell'umido che potrebbe fargli guadagnare qualche punto a favore dell'impatto delle risorse.


Confronto LCA " dalla culla alla tomba" tra uno shopper in Mater B compostato (giallo)
  e uno shopper in polietilene riciclato (blu). Più alto il valore, maggiore l'impatto.
In conclusione, una valutazione più attenta dei processi produttivi, dovrebbe suggerire una maggiore prudenza nella sostituzione di polimeri di sintesi con biopolimeri, senza valutazioni critiche sulle modalità di produzione ed uso.

Certamente bisogna prepararsi per un futuro tutt'altro che remoto in cui non saranno più disponibili risorse fossili a costi accettabili e la possibilità di produrre polimeri da fonti rinnovabili è certamente una grande opportunità.

Ma è altrettanto importante prendere subito fatto che questa sceltadovrà accompagnarsi a preferire come materie prime biomasse di scarto di altre lavorazioni in modo da evitare di mettere il concorrenza la produzione di cibo con la produzione di plastiche.

E' infine indubbio, se qualcosa abbiamo imparato, che anche per i Bio-polimeri non è sostenibile una scelta finalizzata a produzioni "usa e getta "o ad oggetti non durevoli quali i sacchetti per la spesa o per pesare l'ortofrutta nei negozi della grande distribuzione.

Questi oggetti possono essere facilmente sostituiti con una bella borsa per la spesa  ( meglio se fatta con polimero di sintesi di cui si sfrutta la partita indistruttibilità) e per la pesata con sacchetti a rete su cui l'etichetta è facilmente toglibile e che sono anch'essi riutilizzabili molte volte.

Da tempo, in Svizzera fanno così.
















martedì 14 marzo 2017

Con il Porta a Porta la differenziata vola

I cinque mastelli usati per la differenziazione domiciliare

A Genova, il 1 giugno del 2016  si è avviato il Piano di Raccolta differenziata Porta a Porta e di prossimità.

I primi due quartieri dove si è potuto attivare il Servizio Porta a Porta  sono Quarto Alto e Colle degli Ometti, con 2.206 famiglie  servite, circa 5.000 abitanti.

I risultati ufficiali confermano che grazie a questo innovativo sistema di separazione e raccolta domiciliare la percentuale di Raccolta Differenziata è subito schizzata a valori impensabili:
88% a Luglio e 85 % a Dicembre.

Fig. 1 Materiali differenziati a luglio e dicembre nei due quartieri quartieri dove si è avviato il Porta a Porta

La Figura 1 mostra in dettaglio la quantità dei diversi materiali raccolti in modo differenziato nel mese di luglio e di dicembre del 2016, rispettivamente dopo due e sette mesi dall'avvio del progetto.

A fronte di una differenziazione sempre molto alta (88 % a luglio, 84,8% a dicembre)  nettamente superiore all'obiettivo di legge del 65%, si osserva come, a dicembre, la quantità di materiali raccolta sia  raddoppiata.

Questo risultato è la fedele fotografia di quanto si è verificato all'avvio del progetto, con il palese boicottaggio di un gruppo di cittadini che, piuttosto che cambiare le vecchie cattive abitudini ha preferito caricare in macchina il puzzolente sacco nero, pieno di rifiuti indifferenziati e depositarlo nei vecchi cassonetti stradali ancora presenti nei quartieri confinanti.

L'inconsueta migrazione di rifiuti non è sfuggita al controllo e qualcuno è stato pizzicato sul fatto.

A quanto pare questo è bastato per ridurre drasticamente il fenomeno e a dicembre la produzione totale di scarti si è portata a 55 tonnellate, di cui 46,7 tonnellate era costituito da frazioni ben differenziate: carta, plastica e metalli (multi-materiale), frazione organica (scarti di cucina), vetro.

La frazione non differenziata, in quanto non riciclabile, conferita nel mastello del "Secco" a dicembre pesava 3,2 tonnellate, il 12 % della totale produzione di scarti.

Solo questo 12% deve essere trattato per un definitivo smaltimento, tutto il resto (46,7 tonnellate) sono materiali ben differenziati che il mercato o il Consorzio Nazionale Imballaggi (CONAI) , paga bene e che saranno avviate a specifiche filiere di riutilizzo.

Dal bilancio di sostenibilità di AMIU, a pag, 58 apprendiamo che nel 2015, con una raccolta differenziata in città al 39%, la vendita dei materiali raccolti  in modo differenziato (113.377 tonnellate),  ha prodotto ricavi per 4,4 milioni di euro.

In questo bilancio non sono compresi eventuali ricavi derivante dalla vendita del compost prodotto a partire da 16.300 tonnellate di frazione organica raccolta nel 2015 e inviata in impianti di compostaggio dell'alessandrino e del bergamasco.

Quindi, mediamente, una tonnellata di scarti differenziati (non al meglio della qualità con l'attuale sistema di cassonetti stradali) vale circa 39 €.

Questo vuol dire che, a spanne, la separazione fatta in casa e il conferimento davanti al portone delle 2.200 famiglie di Quarto Alto e Colle degli Ometti comporta un ricavo mensile di circa 1.820 corrispondente a 21.850 € all'anno: circa 10 euro a famiglia.

Ma il dato più interessante è che lo scarto differenziato non si deve smaltire, ne tantomeno trasportare agli impianti di smaltimento fuori regione, come oggi avviene per la chiusura della discarica di Scarpino, con un costo complessivo di circa 100 euro a tonnellata: un costo, in gran parte, evitato grazie alla differenziazione spinta e di alta qualità del porta a porta.

Insomma, in attesa di conti più corretti, è certo che il passaggio dal cassonetto stradale al porta a porta comporta sensibili risparmi sui costi di gestione dei nostri scarti, specialmente nei due-tre anni a venire, durante i quali saremo costretto ad esportare i nostri rifiuti indifferenziati.

Vi sembra troppo che agli abitanti di Quarto Alto e Colle degli Ometti si applichi subito la Tariffazione Puntuale che, correttamente farà risparmiare sulla TARI le famiglie che producono meno scarti e che differenziano di più?

Al momento da palazzo Tursi rispondono "picche" ma che a Tursi si faccia finta che a Quarto Alto e a Colle degli Ometti non sia successo niente e che la Giunta uscente chiaramente freni la prevista estensione del "porta a porta" ad altri 120.000 genovesi è una scelta grave che, quantomeno, richiede una convincente spiegazione.

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