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mercoledì 23 gennaio 2019

Aria pulita e lunga vita ai genovesi


Fin da quando sono entrate in vigore le leggi a tutela della qualità dell’aria, Genova, dati delle centraline alla mano, non riesce a rispettare i limiti previsti per gli ossidi di azoto.

Le marmitte catalitiche ci hanno dato una mano, ma non c’è verso! 
Tutte le stazioni di monitoraggio dell’ARPAL, poste  lungo le strade più trafficate della città, registrano medie annuali sempre più alte del limite di 40 microgrammi per metro cubo d’aria.

Oggi, siamo intorno ai sessanta microgrammi  per metro cubo in via Ronchi a Multedo e si registrano cinquanta microgrammi per metro cubo in corso Europa e lungo via Buozzi.

E i Sindaci sembrano più preoccupati delle penali che i Comuni, per la loro quota parte, dovranno versare all’ Unione Europea, per il mancato rispetto della Direttiva a tutela della qualità dell’aria, piuttosto che dei danni alla salute dei loro concittadini a causa dell’inquinamento.

Per chiarire quanto ci costa, in termini di salute, il non volere eliminare le emissioni che contaminano l’aria che respiriamo, il neonato coordinamento Rinascimento Genova, con la consulenza dell’Ecoistituto Reggio Emilia-Genova, ha chiesto informazioni a qualificati esperti che, il 10 gennaio, a Palazzo Ducale, nella sala del Minor Consiglio, hanno illustrato, con chiarezza, i danni dell’aria insalubre e i possibili rimedi ad un pubblico attento e numeroso.

Il dr Crosignani, già ricercatore dell’Istituto Tumori di Milano, alla luce dei numerosi studi effettuati in diversi paesi, compresa l’Italia, ha stimato che se tutta Genova avesse la qualità dell’aria che si misura a Quarto e all’Acquasola  (20 microgrammi per metro cubo di ossidi di azoto) la popolazione genovese più avanti negli anni (tra 65 e 74 anni) e oggi più esposta all’inquinamento, potrebbe campare un anno di più e 129 concittadini che, causa inquinamento, ogni anno ci lasciano prematuramente, potrebbero rinviare l’abbandono di questa valle di lacrime. 

A pensarci bene, 129 morti all’anno è il costo, in vite umane, di tre crolli di ponte, che ogni anno coinvolge, questa volta non a caso, i genovesi più “sfigati”: quelli che passano più ore chiusi nelle loro macchine in coda, quelli  che abitano lungo le strade a canyon più trafficate e in case con vista porto, costretti ad inalare  i  fumi delle ciminiere di navi da crociera, porta container  e traghetti, attraccati ai moli, con i potenti generatori diesel sempre accesi, per fornire elettricità ai servizi di bordo.

Durante il convegno, lo “spread” della salute tra i genovesi, in base alla loro residenza, è stato illustrato dal dr. Gennaro Valerio, Medici per l’Ambiente, che ha constatato come il tasso di mortalità di chi abita a Cornigliano, Pra, Bolzaneto sia sempre maggiore di chi abita ad Albaro, a Nervi, alla Foce.

Queste differenze, come ha illustrato il dr. Claudio Culotta dell’USL3, hanno certamente a che fare con gli stili di vita, i titoli di studio, i diversi bilanci famigliari, ma se tutti i genovesi, ricchi e poveri, potessero respirare la stessa aria che si respira a Quarto e nel parco dell’ Acquasola, le attuali differenze delle aspettative di vita, certamente diminuirebbero.

Come sia possibile diminuire drasticamente gli effetti delle emissioni portuali l’ha bene illustrato l’ ing. Dario Lagostena, dell’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente (ARPAL).

Se l’attuale inventario delle emissioni inquinanti sul territorio comunale attribuisce alle navi la produzione del 62% di ossidi di azoto (il 26% viene dal trasporto su strada), la sostituzione del gasolio con gas naturale (metano) liquefatto potrebbe ridurre dell’80% le emissioni portuali di ossidi azoto e la disponibilità di elettricità, direttamente sulle banchine, potrebbe azzerare tutte le attuali emissioni nocive, con un netto miglioramento dell’aria respirata da chi abita a Di Negro, San Teodoro e Oregina e  che d’ estate, con l’arrivo di navi da crociera e traghetti, si trova frequentemente sottovento ai loro fumi. E anche gli abitanti sul fronte del porto di Voltri e Pra avrebbero importanti benefici se, anche a Genova, come in altri porti in giro per mondo, si attuassero queste scelte.

Buone notizie vengono anche da fronte trasporti, come ha illustrato l’ ing Alfredo Perazzo di “La mia Genova ideale”, esperto di mobilità urbana se, finalmente, riuscirà a partire il rivoluzionario Piano di Mobilità Sostenibile per la Grande Genova.

Il piano prevede che il trasporto pubblico sulle linee più usate per muoversi in città (val Polcevera, Val Bisagno, linea costiera da Sestri a Nervi) avverrà solo su mezzi a trazione elettrica e su percorsi protetti.

In “pole position” il tram, che tra i tanti vantaggi , in base a quanto si è verificato nelle centinaia di città che in tutto il mondo lo hanno riscoperto,  ha quello di convincere molti automobilisti a lasciare a casa il loro mezzo:  a Genova, i vantaggi del servizio offerto dal  tram convincerebbero molti automobilisti ad abbandonare il loro mezzo e in questo modo, ben 30.300 auto ogni giorno sarebbero tolte dalla circolazione, con una riduzione di oltre il 10% dei veicoli attualmente in giro per la città.

Questo fatto avrebbe un effetto a catena sul miglioramento della qualità dell’aria cittadina, indotto sia dall’annullamento delle attuali emissioni degli autobus a gasolio dell’AMT, sia dai 72 mila spostamenti giornalieri che non avverranno più in auto o in moto, ma con mezzi di trasporto pubblici. 
E la minore occupazione di superfice stradale permetterà al traffico automobilistico residuale di scorrere in modo più fluido e, quindi, con minori emissioni inquinanti.

A fronte di questi dati, il filobus risulta meno appetibile, in quanto toglierebbe solo 6.000 auto al giorno.

Il sindaco Bucci sarebbe favorevole al ritorno del tram ma, inaspettatamente, nella richiesta di finanziamento inoltrata al ministero  per  la realizzazione di interventi di mobilità pubblica, la parola “tram” è sparita, sostituita da “filobus”. 

Non sarà che il partito degli auto e moto dipendenti e dei loro “amici “ che non gradiscono corsie preferenziali, divieti di sosta, aree pedonali, abbia avuto la meglio?

Sarebbe un peccato per Genova, che perderebbe un’ occasione strategica per la sua rinascita; occasione colta da gran parte delle città europee e anche da molte città italiane, visto che Bologna, Palermo, Bergamo, Brescia, Bari, Cagliari, Trento e Bolzano hanno già fatto richiesta di finanziamenti per “attaccarsi al tram”.

E a questo indirizzo  potete rivedere il seminario organizzato da Ecoistituto e Rinascimento Genova


venerdì 30 novembre 2018

Costretti a produrre rumenta per alimentare l'inceneritore. A Genova scampato pericolo!


Sulla scia delle provocazioni del vice-premier Salvini, il Secolo XIX, quotidiano di Genova, ha lanciato un sondaggio per vedere se i genovesi preferiscono incenerire o riciclare.

Per i più giovani, ricordiamo che, nel 1999, siamo arrivati a un pelo da approvare un bel inceneritore, stile Copenaghen, a due passi dalla Lanterna.


Un vasto fronte, dagli amici della Lanterna, a Italia Nostra, ai Verdi si è opposto a questo progetto e le dimissioni dell’assessore verde, Chiara Malagoli, l’affossò definitivamente.


Il motivo di questa scelta è banalmente semplice: i costi di costruzione e di gestione di un termovalorizzatore sono esageratamente elevati, molto di più del riciclo che permette, con la vendita dei materiali raccolti, ricavi tutt’altro che trascurabili.

Ma c’è anche un altro motivo: per i contribuenti,  i termovalorizzatori sono una trappola che costringe a produrre tutti i rifiuti che servono a rendere remunerativo l’impianto.

Il termovalorizzatore all’ombra della Lanterna era progettato per incenerire, per tutti  i venti anni necessari per recuperare il capitale investito, 900 tonnellate al giorno di rumenta.

Il contratto “capestro”, ovviamente di durata ventennale, che, per un soffio, non ha avuto la firma del Sindaco Pericu, prevedeva singolare clausole, tutte a carico dei genovesi,  tenuti accuratamente all’oscuro:



  • -      le ceneri sarebbero state cedute a AMIU che, sotto la sua responsabilità e i costi a proprio carico, ne avrebbe curato la destinazione finale.
  • -      AMIU garantiva la disponibilità, presso la discarica di Scarpino, di adeguati volumi per fronteggiare situazioni particolari d’impossibilità a termovalorizzare i rifiuti, con oneri di smaltimento a suo carico.
  • -      AMIU s’impegnava a conferire direttamente all’impianto un quantitativo minimo garantito di rifiuti.
  • -      se la produzione dei rifiuti fosse stata inferiore al minimo garantito, AMIU ( il Comune) si impegnava a liquidare il corrispettivo al gestore del termovalorizzatore 



Oggi, con un netto calo dei residenti e una misera raccolta differenziata (35% circa, contro il 65% di Legge),  Genova produce 580 tonnellate al giorno di scarti indifferenziati, nettamente inferiori alle 900 tonnellate al giorno  previste dal contratto capestro del  1999.

Con l’inceneritore in funzione che termovalorizzava i rifiuti in funzione, potevamo scegliere se produrre tutti i rifiuti indifferenziati che servivano a rendere remunerativo l’impianto o pagare a vita le previste penali!

La bozza di contratto in nostro possesso non riporta quanto AMIU doveva pagare per tonnellata di rifiuto incenerito, ma possiamo assicurare che, tra tutti i sistemi di trattamento disponibili, compreso il riciclo, la termovalorizzazione è quella che costa di più, specialmente se nel conto s’inseriscono anche gli incentivi alla termovalorizzazione, pagati con le bollette 

I genovesi ringraziano per lo scampato pericolo, invece Danesi e Svedesi, che con i termovalorizzatori avevano deciso di riscaldarsi, sono costretti a importare rifiuti.



venerdì 23 novembre 2018

L'Accademia della Crusca boccia "Termovalorizzatore"

Tra i temi al centro del dibattito negli ultimi giorni c’è quello dello smaltimento dei rifiuti. La discussione è incentrata sull’utilizzo degli inceneritori. Qualche anno fa l’Accademia della Crusca spiegava già perché non si può accettare il termine “termovalorizzatore”.
“La risposta, da me curata, alla sua domanda è stata pubblicata nell’ultimo numero della “Crusca per voi” ( 36, aprile 2008). Gliela riporto di seguito e la informo che, se interessato, può richiedere l’abbonamento all’indirizzo abbonamenti@crusca.fi.it
“Il termine termovalorizzatore è relativamente recente e, anche se le datazioni riportate dai vocabolari non sono perfettamente in linea tra loro, possiamo collocarne la diffusione tra il 1999 e il 2000; la coniazione potrebbe precedere di poco. La parola è registrata nei Neologismi quotidiani di Giovanni Adamo e Valeria Della Valle con attestazione dal quotidiano «La Stampa» del 2001 (la stessa datazione è riportata nel Devoto Oli 2007), mentre il GRADIT, Grande Dizionario Italiano dell’Uso di De Mauro (nel volume di aggiornamenti del 2003) anticipa la datazione al 1999 sempre con un riferimento allo stesso quotidiano; una significativa anticipazione al 1988 è invece registrata nel Sabatini Coletti 2008 in cui però non è riportata la fonte. Poiché si tratta di un termine relativo a una materia regolamentata da direttive europee, alle quali poi si rifanno le normative dei singoli Stati, si potrebbe pensare a un suo primo utilizzo proprio nei testi legislativi, ma in realtà n!
elle direttive europee sull’incenerimento dei rifiuti uscite tra il 1999 e il 2000 (la DE 1999/31/CE e la DE 2000/76/CE) si parla ancora soltanto di inceneritori.
Date queste premesse, è probabile che, come spesso accade per le nuove parole, anche termovalorizzatore sia stata creata in ambito industriale e diffusa per via mediatica: in realtà si tratta, dal punto di vista morfologico, di una parola ben formata con un prefissoide (termo- ‘calore’) altamente produttivo (come ad esempio in termoconvettore, termoregolatore, termosifone) e dal nome d’agente valorizzatore, a sua volta formato sulla base del verbo valorizzare con il suffisso -tore (quindi ‘colui o ciò che valorizza’).
Questa neoformazione solleva maggiori problemi a livello semantico: è nata infatti per indicare nuovi impianti di smaltimento dei rifiuti che si fondano su criteri e utilizzano tecnologie in parte diverse rispetto a quelle dei tradizionali inceneritori, ma che non eliminano il processo della combustione dei rifiuti, con tutte le conseguenze che questo comporta sul piano dell’impatto ambientale. Le definizioni riportate dai vocabolari risultano infatti abbastanza opache se le confrontiamo con le discussioni e, in alcuni casi, le aspre polemiche che la realizzazione e la collocazione di questi impianti ha sollevato nell’opinione pubblica. Le definizioni, tutte pressoché analoghe, sono del tipo ‘moderno tipo di inceneritore in grado di trasformare determinati rifiuti in fonti energetiche alternative’ (GRADIT, 2003) oppure ‘impianto per l’eliminazione e il riciclaggio dei rifiuti solidi urbani mediante combustione e successivo sfruttamento dell’energia termica prodotta’ (Neologismi quotidiani). Si tratta in realtà di impianti di incenerimento in cui i rifiuti vengono smaltiti mediante un processo di combustione ad alta temperatura che produce ceneri, polveri e gas come quelli preesistenti, con la differenza che il calore prodotto viene recuperato e utilizzato per produrre vapore e quindi energia elettrica.
Stando così le cose, una denominazione più esaustiva e meno ambigua dovrebbe essere quella di inceneritore con termovalorizzazione (ha circolato inceneritore con recupero energetico, che non ha avuto molta fortuna), ma è certamente scattata, a questo punto, la ricerca di brevità, propria del linguaggio tecnologico, e ne è derivata la semplificazione, che ha anche spostato il maggior carico semantico nel nome di agente dato alla parte dell’impianto che crea valore con la combustione dei rifiuti. Che poi questo spostamento semantico venga anche appoggiato dall’intenzione, da parte di produttori degli impianti e di amministratori, di allontanare nell’opinione pubblica l’idea della pericolosità ambientale e sottolineare il richiamo al valore dell’energia prodotta, è questione che va oltre le competenze del linguista”. “
Cordiali saluti,
R.S.
Redazione Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

martedì 20 novembre 2018

C'è del marcio negli inceneritori in Danimarca


Inceneritore con pista da sci

L'uscita del vice-ministro Salvini che, a sorpresa, fuori dal contratto con i Cinque Stelle, ha rilanciato il salvifico ruolo dei termovalorizzatori per far sparire i roghi di rifiuti bruciati all'aperto in Campania e le decine di incendi, più o meno dolosi, di magazzini pieni di scarti differenziati, ha seguito una studiata tempistica.

Nei prossimi giorni a Copenhagen si inaugurerà un inceneritore con recupero energetico, di ultimissima generazione, la cui sicurezza è sottolineata dalla possibilità di sciarci sopra.

E il ministro multi-ruolo ha già annunciato che ci andrà, sci in spalla e in divisa da sciatore.

Dubitiamo che i selfie che il suo staff per la propaganda diffonderanno, per la gioia dei fan del capitano, ci faranno ammirare  il panorama intorno, che è quello che potete vedere nella foto che segue: in primo piano gli sciatori felici, sullo sfondo una selva di camini.

Il panorama ad ovest dell'inceneritore con pista da sci


Il fatto è che siamo sull'isola di Amager, a quasi due chilometri di distanza dalla Sirenetta e a quattro chilometri dal centro della città, isola da sempre utilizzata per scopi industriali e che ospita anche l'aeroporto internazionale.


Isola di Amager. Il cerchio rosso localizza i depositi di ceneri.

Se poi lo staff del primo ministro mandasse un drone ad esplorare i dintorni ( il cerchio rosso nella foto sopra) potremmo ammirare quest'altro panorama: i grandi depositi di ceneri prodotte dalla combustione dei rifiuti, da sempre usate dai danesi per riempire il fondo delle loro autostrade.

Depositi di ceneri prodotte dagli inceneritori di Copenhagen

Il nuovo inceneritore, nelle inedite vesti di parco dei divertimenti, brucerà 325.000 tonnellate anno di scarti prodotti dai danesi ma, per le leggi della chimica, questa massa non sarà trasformata tutta in energia e l'inceneritore produrrà un bel pò di rifiuti: 66.500 tonnellate di cenere pesanti e 6.500 tonnellate di ceneri leggere e quest'ultime, prodotte dai sistemi di filtrazione dell'aria, sono inevitabilmente cariche di sostanze pericolose e quindi, a tutti gli effetti, sono rifiuti tossici da smaltire con molta attenzione e con elevati costi.

Trasformare rifiuti urbani, al massimo puzzolenti, in rifiuti tossici a me non sembra una grande furbata.

A riguardo, posso fornire qualche dato sui nostri inceneritori, pardon, "termovalorizzatori": in media in un chilo di ceneri pesanti prodotte dai nostri impianti si trovano 34 nanogrammi di diossine, in un chilo di ceneri leggere, i nanogrammi di diossine salgono a 311.

Per la cronaca, in un chilo di rifiuti nostrani si trovano, in media, 2 nanogrammi di diossine. 

Lascio ai miei lettori la valutazione di quanto sia furba la scelta di privilegiare la "termovalorizzazione" al riciclo.

E ritorniamo al termovalorizzatore con pista da sci: quanto gli costa?

Questa meraviglia ha richiesto 520 milioni di euro, a cui si devono aggiungere i costi di esercizio, di manutenzione e quelli per la inertizzazione e lo smaltimento delle ceneri. 

Una bella cifra. che i danesi dovranno pagare producendo tutti i rifiuti che servono ad alimentare l'impianto e questo per almeno 25 anni, quanti ne servono per ammortizzare l'investimento.

Con la scelta di teleriscaldare i danesi con  27 inceneritori in funzione, i cittadini di Copenhagen e tutti i Danesi  possono dare un addio a serie politiche di riduzione dei rifiuti e di riciclo.

Produzione e trattamenti di scarti urbani (2015) nei paesi membri dell'Unione Europea  

Ed è proprio cosi: un danese produce ogni anno 788 chili di scarti urbani, di cui il 54% è incenerito e il 42% riciclato, un vero record europeo.

Noi italiani, con tutti i nostri difetti, di scarti ne produciamo quasi la metà (488 chili),  di cui ricicliamo il 47,5% (meglio dei danesi) e se i Cinque Stelle al governo riuscissero a realizzare quanto previsto nel contratto, ovvero estendere a tutto il paese il sistema di raccolta "porta a porta " adottato nel Trevigiano, con oltre il 65% di raccolta differenziata, potremmo certamente chiudere tutte le discariche e dare un addio ai termovalorizzatori nostrani.

Per la cronaca è quello che ha deciso di fare la regione Liguria, a guida forza Italia e Lega: nessun inceneritore, bocciati per i costi eccessivi, differenziata al 65% con il porta a porta, produzione di metano da immettere in rete dalle frazioni organiche, massimo recupero di materiali da usare in nuove produzioni. 
E questa scelta la possiamo fare, proprio grazie al fatto che una decina di anni fa abbiamo bloccato un inceneritore (anche lui su modello danese) sotto la Lanterna ( il faro simbolo della citta) e anche perchè la grande discarica di Scarpino, alle spalle della città, finalmente è stata messa in regola e non potrà più ricevere gli scarti indifferenziati.

Se poi anche Salvini, che ama gli italiani, volesse abolire l'anomalia tutta nazionale, di aver fatto diventare per legge i nostri scarti una fonte di energia rinnovabile, gliene saremmo grati.

Questa norma, che la solita anonima manina ha introdotto quando abbiamo recepito una norma europea per incentivare le energie rinnovabili, ci costa 390 milioni di euro all'anno, tanto vale il regalo fatto ai gestori degli inceneritori nostrani.

Sono soldi pagati, a loro insaputa, da tutti gli italiani con la bolletta della luce, nella voce A3 delle tasse a carico.

Andate a controllare, per avere un'idea di quanto vi costa mantenere una cinquantina di "termovalorizzatori".

Pensateci, quando tra qualche giorno vedrete Salvini in trasferta sciistica in Danimarca.

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mercoledì 7 novembre 2018

Chi semina vento...



N

Nei fine settimana di metà ottobre, i “social” sono stati inondati di selfie di bagnanti sdraiati sulle spiagge e sugli scogli di Liguria, felici della lunga estate 2018. 
A fronte di questa anomala stagione, che stava ingannando roseti e pipistrelli, i primi in fiore e i secondi a caccia di insetti, la piccola minoranza di italiani con qualche antico ricordo di meteorologia e termodinamica, non era affatto tranquilla.
 La loro preoccupazione derivava dall’alta temperatura del mare, indice di una anomala quantità di energia termica accumulata nel corso della torrida estate nelle acque del Mediterraneo, pronta a scatenarsi all’inevitabile arrivo dei fronti freddi.
E quest’anno, lo scontro titanico tra le masse d’aria calde, provenienti dal Sahara, sature di umidità raccolta durante il sorvolo del caldo mar Tirreno e quelle fredde, provenienti dal nord è arrivato in anticipo.
Le condizione meteo delle disastrose alluvioni che, “normalmente” colpiscono il genovesato nei primi giorni di novembre, stavolta si sono scatenate il 29 ottobre, giorno di allerta rossa.
E quest’anno l’energia termica accumulata in mare ha preferito scaricarsi nel vento, con raffiche ad oltre 150 chilometri all’ora e nelle onde, con  “cavalloni” che hanno raggiunto gli otto metri di altezza.
Poche ore di questa furia hanno cancellato diversi chilometri di costa cementificate  per essere trasformate in box galleggianti e sulle sovrastrutture balneari fisse che nel tempo, nell’ assoluta indifferenza degli organi di controllo, avevano coperto scogli e spiagge liguri.
E ironia della sorte, il mare si è  incattivito proprio su quelle splendide passeggiate a mare (Nervi, Portofino) che due anni fa una banale  operazione di marketing aveva trasformate in “red carpet”.
E sulla linea di costa, a distanza di pochi anni da un uragano di simile violenza, ancora una volta sono stati gli alberi a pagare il costo più alto, venuti giù come birilli. 
Da noi, la buona sorte, ma anche lo stato di allerta e l’esperienza collettiva dei disastri degli ultimi anni hanno evitato gravi danni alle persone, ad esclusione di una signora del savonese colpita dalla caduta di un albero.
Nelle altre regioni italiane, dal bellunese alla Sicilia, lo stesso scontro tra masse d’aria a diversa temperatura, insieme alla distruzione di boschi, strade, abitazioni, ha provocato una strage,  
trentadue morti, tra cui i componenti di due famiglie siciliane che stavano festeggiando un compleanno in una casa costruita abusivamente nell’alveo di un torrente che, tornato a riappropriarsi dei suoi spazi, li ha inesorabilmente travolti.
E di fronte a questo disastro umano e materiale il ministro “multiruolo”, ossessionato dal dare sicurezza agli italiani non si fa scappare l’opportunità di dare in pasto al popolo un nuovo “untore”, da aggiungere ai migranti e ai richiedenti asilo: l’ambientalista da salotto.

 E dal “governo del cambiamento” nemmeno una parola sul fatto che questo ottobre, a livello europeo e mondiale, sia stato il più caldo degli ultimi decenni e tutto tace sul rispetto degli accordi sul clima, sottoscritti nel 2016 dal governo italiano che, con quella firma,  si è impegnato a ridurre del 40 percento le nostre emissioni di gas che alterano il clima.
E tornando alla Liguria, c’è da scommettere che nulla cambierà. 
Riparati i danni si continuerà, come se nulla fosse successo, con il lucroso assalto allo sfruttamento e occupazione delle nostre coste, con la richiesta di tanti massi a protezione di porticcioli e bagni che si continuerà a realizzate con solide strutture inamovibili.

In attesa della prossima tempesta che,  l’inascoltata Cassandra, facilmente predice sarà  ancora più distruttiva.

mercoledì 17 ottobre 2018

Nuova vita per le plastiche miste


Plastiche miste da riciclo di carta e cartoni

Nel 2017, in Italia, sono stati immessi al consumo circa 2,2 milioni di tonnellate d’imballaggi in plastica che, in gran parte (83%), sono stati  raccolti in modo differenziato.

Sarebbe una buona notizia se, nello stesso anno non fossero andati a fuoco sedici depositi di questi scarti, eventi tutt’altro che isolati: dal 2015 a oggi, si contano ottantatré incendi, divampati in altrettanti depositi equamente distribuiti sul territorio nazionale.

Paradossalmente questi fatti, in gran parte delittuosi, dipendono dal successo della raccolta differenziata, alla quale il sistema produttivo nazionale non ha saputo affiancare un numero adeguato di impianti finalizzati alla selezione e al riuso di questi materiali.

Di conseguenza sono aumentati i costi e di fatto si sono azzerati i guadagni. E dar fuoco ai magazzini e prendere i soldi dell'assicurazione potrebbe essere il modo più facile di fare affari con i materiali differenziati.

A peggiorare la situazione, la recente decisione della Cina di bloccare l’importazione delle plastiche usate, comprese quelle dall’Italia, ammontanti a circa 200.000 tonnellate all’anno.
La scelta cinese è stata motivata dall’aumento della propria produzione di scarti, ma anche dalla pessima qualità di quelli che gli mandavamo.

La maggiore difficoltà al riuso delle plastiche deriva dalle cosi dette plastiche miste, la miscela di plastiche di diverso tipo che rimane dopo la separazione meccanica o manuale delle plastiche più pregiate e più facilmente separabili, come ad esempio il PET, la plastica usata per le bottiglie d’acqua.

Per i chimici il riuso di plastiche miste è una bella sfida, ma qualche cosa si sta muovendo, anche in Italia. 

A Lucca, l’industria cartaria usa grandi quantità di carta differenziata, ma ancora con un 7% di impurezze scarti di materiale plastico, pari a 120.000 tonnellate/anno,  finora destinati all’incenerimento, con costi elevati (130 €/ton). 




In visita all'estrusore delle plastiche miste

Pallet in plastica e in legno
Grazie all’interessamento di Zero Waste Europe e a un progetto Life, finanziato dall’Unione Europea, a Lucca è stato realizzato un progetto pilota per migliorare la qualità dei materiali di scarto prodotti dalle cartiere e per utilizzare la plastica mista, così ottenuta, per produrre pallet da usare, nelle stesse cartiere, per il trasporto delle balle di carta, al posto degli attuali pallet di legno.



Il progetto è terminato con esiti positivi: i pallet di plastica riciclata hanno superato i test di carico e di durata e i conti fanno ritenere che, con la loro vendita,  vi siano interessanti margini di guadagno anche in previsione di poter esportare i pallet di plastica in Australia, dove quelli di legno sono vietati, poiché potrebbero essere veicolo di funghi e batteri dannosi per le coltivazioni locali.

Pertanto a Lucca si è avviata la realizzata di una nuova linea produttiva che realizzerà quella economia circolare (da scarto a materia seconda) da tanti auspicata.

Tuttavia esistono altre interessanti applicazioni delle plastiche miste, alternativa all’incenerimento e all’uso come combustibile per i cementifici: sostituire il bitume nella preparazione degli asfalti stradali e autostradali, pratica già usata nel Regno Unito, in Irlanda e in Olanda.

Negli anni ottanta la sostituzione del bitume con plastiche di scarto fu ipotizzata dal professor Umberto Bianchi, del Dipartimento di Chimica industriale di Genova che, in collaborazione con la ENICHEM, fece applicare asfalto, fatto con una miscela di bitume e plastica, a trenta chilometri di strada del ragusano. 
I test dimostrarono, rispetto agli asfalti tradizionali, la maggiore resistenza al salino e al sole di questo nuovo prodotto e l’asfalto di plastica risultò di più lunga durata e con una minore rumorosità all’uso. 

Nonostante questo, non se ne fece nulla: allora gli interessi dei petrolieri nostrani prevalsero. 

sabato 25 agosto 2018

Prevenire è un diritto che riguarda anche il crollo dei ponti


Il 27 agosto 2018, a Santa Margherita Ligure, nella prestigiosa villa Durazzo, si svolgerà il Festival di Bioetica che, quest'anno, sarà dedicato alla "Felicità e al Ben vivere".

Tra gli organizzatori, l'Ecoistituto di Reggio Emilia e Genova.

Nel pomeriggio sono stato invitato a tenere una breve relazione sul tema " La prevenzione dalla malattia è un diritto".

Quello che segue è la sintesi del mio intervento, in cui ho ritenuto opportuno far riferimento alla tragedia del collasso del ponte Morandi.

"L' articolo 32 della nostra costituzione stabilisce che "la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo ed interesse della collettività".

La tutela della salute implica anche salvare la vita messa in pericolo da eventi evitabili, grazie a scelte intelligenti che devono privilegiare la prevenzione.

L' etimologia di prevenzione è quella di "giungere prima", avere la capacità di "immaginare cosa succede se...", una caratteristica essenziale al successo della nostra specie, ma che in alcuni casi, preferiamo ignorare.

Un esempio di drammatica attualità è quello di "immaginare cosa succede se non si effettua una costante manutenzione di un manufatto di cemento armato immerso in un aerosol ricco di composti corrosivi naturali, come la salsedine marina, ma anche artificiale, come le piogge acide che si producono a seguito dell'immissione in atmosfera di inquinanti quali anidride solforosa, ossidi di azoto, acido cloridrico."

Sono diversi decenni che gli studi di Chimica Ambientale hanno permesso di immaginare e sperimentalmente verificare che, una volta immessi in atmosfera, anidride solforosa e ossidi di azoto se inalati, inducono fenomeni infiammatori che, in occasione di fenomeni di inquinamento acuto,  aumentano significativamente il numero di ricoveri ospedalieri come pure la mortalità.

Ma questi costi umani non sono l'unico prezzo da pagare alla crescita senza limiti, esistono altri costi, non meno importanti ai fini della tutela della salute e della vita: la corrosione dei materiali ed in particolare dei manufatti realizzati in cemento armato, una miscela di cemento e sabbia in cui si annegano tondini di acciaio per aumentarne la resistenza.

Anidride solforosa e ossidi di azoto  prodotti dalla combustione, una volta immessi nell'atmosfera, si trasformano in acido solforico e nitrico che insieme all'acido cloridrico che si forma direttamente a seguito della combustione di materiali contenenti cloro, formano un aerosol acido che, depositato sui materiali, in particolare quelli metallici, li corrode pesantemente.

Oltre a valutarne gli effetti, gli studi hanno quantificato il costo economico dovuto alla necessaria manutenzione indispensabile per contrastare la corrosione: negli anni '50, l'EPA stimava che negli USA il costo annuale per la manutenzione e la sostituzione dei manufatti in cemento armato danneggiati dalle piogge acide ammontasse a 5 miliardi di dollari e simili valutazioni, effettuate in Inghilterra, stimavano costi pari allo 0,15% del PIL.

E' fuor di dubbio che fenomeni corrosivi erano presenti da anni sulle strutture del ponte Morandi e di entità tale da giustificare continue e costose manutenzioni.

Oggi, dopo il tragico crollo, la principale spiegazione del collasso, su cui si sta indagando, è l'inadeguatezza delle manutenzioni che avrebbero dovuto contrastare gli effetti della corrosione.

E' lecito chiedersi se i progettisti degli anni '60 e gli attuali gestori del ponte abbiano valutato i rischi connessi all'aerosol marino e al  pesante inquinamento prodotto dalla industrializzazione della val Polcevera, il torrente attraversato dal ponte,  e delle zone limitrofe, Sampierdarena, Sestri, porto.

Circa un decennio prima della inaugurazione del ponte (1967) , in questa vallata si è insediata una raffineria (dismessa nel 1988), nei pressi della foce è stata costruita una grande acciaieria a ciclo integrato, la cui attività a caldo (cokeria e altiforni) si è conclusa nel 2005 e nelle vicinanze, nei pressi della Lanterna, sempre in quegli anni, fino al 2017,  ha operato una centrale alimentata a carbone.

E' stato stimato che nel 1995, con la raffineria dismessa da tempo, le emissioni annuali di anidride solforosa e ossidi di  azoto prodotti sull'intero territorio comunale genovese ammontassero, rispettivamente, a 31.679 e 28.518 tonnellate, in gran parte emesse nell'area industriale della val Polcevera, con inevitabili ricadute sulle strutture del ponte.

Ponte,  già  di per se avvolto  costantemente da questi stessi inquinanti prodotti dell'intenso traffico leggero e pesante (76.000 veicoli) che lo attraversava quotidianamente.

L'ipotesi che la corrosione prodotta dall'inquinamento potesse essere una possibile causa del crollo è stata bollata, nei social, come "stregoneria", fantasie di chi vuol farci tornare ai secoli bui.

Questa superficiale bocciatura di una ipotesi, supportata da decine di studi sulle cause della breve vita utile degli edifici in cemento armato, evidenzia un altro problema che ostacola pesantemente l'attuazione di efficaci misure di prevenzione anche in campo strettamente sanitario: il negazionismo, che si alimenta grazie alla crescente ignoranza delle materie scientifiche, dei loro metodi di indagine, dei risultati di queste indagini.

Se il presidente di una grande nazione può permettersi di negare i rischi sanitari dell'amianto, dell'inquinamento e dei cambiamenti climatici indotti dall'uso del carbone l'unica risposta che ci resta per tutelare il nostro diritto ad una vita sana è il non rinunciare alla piena attuazione degli articoli 33 e 34 della nostra Costituzione che riconoscono la libera esercitazione ed insegnamento della scienza e garantiscono, a tutti, un adeguato livello di istruzione, tale da metterci in grado di riconoscere facilmente tutte le "false notizie" che, ad arte si diffondono nella rete.