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domenica 7 aprile 2024

 Imparare dalla natura per catturare anidride carbonica 2)

Allevare cozze, ostriche e altri molluschi 


Ogni anno, in tutto il mondo, si producono e si raccolgono, circa 22 milioni di tonnellate di molluschi bivalvi (mitili, vongole, ostriche...). 

In Italia, nel 2016, la produzione, prevalentemente  di mitili e vongole, è stata di 93.253 tonnellate.

Di questa enorme quantità, circa il 20% in peso è l'ottimo alimento che allieta le nostre cene, ricco di proteine, vitamine del gruppo B  e sali minerali essenziali, come iodio e fosforo.

Ma anche i gusci, circa il 70% del peso iniziale, sono una risorsa tutta da scoprire e valorizzare, in quanto , con un processo naturale, ci danno una mano, niente affatto trascurabile, per sottrarre stabilmente anidride carbonica dall'atmosfera terrestre e contribuire a contrastare il cambiamento climatico in atto.

E' un processo biologico, che trasforma un gas clima-alterante, l'anidride carbonica, in un composto solido, destinato a trasformarsi in sedimenti e rocce sedimentarie, la cui durata si può misurare in milioni di anni.

Infatti i robusti gusci di mitili, vongole e ostriche, per il 90-95 % sono fatti di carbonato di calcio, un sale insolubile, composto da Calcio, Carbonio e Ossigeno che i molluschi producono a partire dall'anidride carbonica presente disciolta nell'acqua.





 Recentemente  due diversi studi sul ruolo delle coltivazioni di molluschi bivalvi nella segregazione di anidride carboniuca, sono stati condotti in Italia:

Entrambi gli studi, applicando metodi di Life Cycle Analyses  (LCA),  hanno concluso che nelle condizioni ambientali presenti nei mari italiani e con i nostri attuali sistemi di coltivazione,  per ogni chilogrammo di mitili allevato, si sottraggono dall'ambiente da 233 a 80 grammi di CO2.

Questi risultati potrebbero permettere  di riconoscere ai miticoltori adeguati crediti di carbonio, un compenso economico proporzionato  quantità di anidride carbonica che i loro allevamenti sottraggono, in modo stabile,  all'atmosfera del pianeta.











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sabato 2 marzo 2024

Imparare dalla natura per catturare l'anidride carbonica 1)


"National Geographic", nel numero di Novembre del 2023, 

(https://www.nationalgeographic.com/premium/article/remove-carbon-emissions

ha dedicato un lungo articolo ai metodi che abbiamo a disposizione per togliere dall'atmosfera quantità significative di anidride carbonica.

Il problema che oggi hanno tutti i viventi  è rappresentato dai 2,4 trilioni di tonnellate di anidride carbonica che le attività umane, con lo sfruttamento di combustibili fossili, hanno aggiunto all'atmosfera del pianeta Terra, a partire dalla fine del diciannovesimo secolo.

Per questo motivo, la concentrazione planetaria di anidride carbonica  costantemente intorno  alle 270 parti per milione (ppm) nei secoli pre industriali, da circa 150 anni sta progressivamente aumentando, anno dopo anno.


Figura 1. Andamento della concentrazione di anidride carbonica nell'atmosfera terrestre, dalla fine del 1700 al 2020. Si è passati da 278 ppm degli anni pre-industriali, ai 417 ppm del 2020.

L'articolo di NG descrive dodici delle  tecniche di cattura della anidride carbonica, a suo avviso più promettenti.

Tra quelle meno costose e "facili" da realizzare, a terra e in mare, in ordine crescente di quantità di anidride carbonica sottratta stabilmente dall'atmosfera sono:

  • Tecniche agricole più intelligenti
  • Crescita di foreste
  • Conservazione delle aree costiere
  • Coltivazioni alghe in ambiente marino
  • Recupero degli ecosistemi
Tra  questi, il metodi che NG giudica avere un effetto potenziale moderato è la coltivazione di alghe in ambiente marino; la riforestazione comporterebbe l'assorbimento di una minore quantità di anidride carbonica ( da bassa a moderata), anche se a costi più bassi.

Risultati decisamente migliori, sempre secondo la rivista, a basso costo, ma difficili da realizzar,  si potrebbero ottenere con tecniche di mineralizzazione della anidride carbonica e fertilizzando gli oceani a favore di alghe e plancton.

National Geographic non parla di due tecniche  di cattura di anidride carbonica "basate sulla natura" di grande interesse per il nostro paese e per quelli che si affacciano sul Mediterraneo: la coltivazione di vongole e mitili e la tutela e lo sviluppo delle praterie di poseidonia.
Saranno i metodi di Carbon Capture and Storage che descriveremo nei due prossimi post.



venerdì 1 marzo 2019

Un nuovo depuratore a Genova Cornigliano. Progetto da rivedere, si può fa meglio


In rosso l'area che ospiterà depuratore e digestione fanghi


L’entrata in funzione a Genova Cornigliano, nelle aree occupate dalla cokeria e dagli altiforni ILVA,  di un nuovo depuratore e  di un digestore anaerobico, risolverà due pesanti problemi ambientali che, da decenni, affliggono, con i loro cattivi odori, gli abitanti delle case costruite a pochi passi da impianti mal progettati e altrettanto mal gestiti, localizzati nella stessa Cornigliano e in val Bisagno.

La sperimentata efficacia dei nuovi impianti di trattamento acque reflue, la loro corretta progettazione, attenta a minimizzarne gli impatti ambientali, la distanza dalle case e l’auspicata costante manutenzione, potranno permettere, senza disagi per la popolazione,  di restituire acqua pulita al mare e minimizzare lo smaltimento di residui solidi (fanghi) sottoprodotti della depurazione.

Le acque fognarie che il nuovo impianto tratterà saranno quelle prodotte dagli abitanti della val Polcevera, stimate in circa 52.000 metri cubi al giorno. 

I reflui, carichi di nitrati, fosfati, ammoniaca e composti organici biodegradabili,  avviati alla depurazione, servono ad alimentare la crescita di microorganismi, la cui biomassa, opportunamente separata dall’acqua depurata, sotto forma di materiale fangoso, è utilizzato in un diverso impianto biologico, denominato digestore anaerobico che affianca l’impianto di depurazione.

In questo caso, in un contenitore ermeticamente chiuso, particolari batteri che non gradiscono l’ossigeno dell’aria, denominati anaerobi, “mangiano”  la parte organica dei fanghi, producendo, come sottoprodotto del loro metabolismo, una miscela gassosa composta da metano e anidride carbonica, chiamata biogas che, raccolta e adeguatamente raffinata  è usato come combustibile. 

Il digestore di Cornigliano tratta i fanghi derivanti dalla depurazione delle acque fognarie della Valpolcevera ma anche quelli prodotti da altri tre impianti di depurazione attivi in città ( Sestri ponente, Darsena, Punta  Vagno ) che, tramite una apposita conduttura, saranno pompati dai loro depuratori fino al digestore di Cornigliano. 

Qui, dopo aver ridotto la percentuale di acqua, 16.500 tonnellate di residui solidi biodegradabili presenti nei fanghi, ogni anno saranno date da mangiare ai batteri anaerobi che trasformano in metano e anidride carbonica, parte del carbonio organico presente nei fanghi.

Il progetto dell’impianto di Cornigliano prevede di bruciare nello stesso sito il biogas per produrre tutto il calore e l’elettricità necessari per far funzionare sia il depuratore che il biodigestore.

Pertanto, le più importanti emissioni inquinanti di tutto l’impianto di Cornigliano, non saranno gli odori, adeguatamente trattati con sistemi di assorbimento a carbone attivi e di ossidazione, ma  saranno quelle del generatore di elettricità e calore, in particolare gli  ossidi di azoto, le polveri sottili e i composti organici che si formano a causa della combustione del biogas.

Ad oggi non sono disponibili stime attendibili sulla produzione di biogas, sulla potenza dei generatori elettrici e sulle emissioni in atmosfera e  non è escluso che l’elettricità prodotta possa essere superiore a quella necessaria al funzionamento degli impianti ospitati a Cornigliano.

È un argomento degno di attenzione in quanto di fatto, in base a questo progetto,  Cornigliano ospiterà, in ogni caso,una centrale elettrica alimentata a biogas, di fatto una nuova fonte inquinante.

Tuttavia questa scelta non è obbligatoria. 

Come avviene in Svezia, e da alcuni anni anche in Italia, si può optare per la raffinazione del biogas a metano ( bio metano) da vendere, immettendolo nella rete di distribuzione del gas o da usare per alimentare una adeguata flotta di autobus a metano. 

Oggi Stoccolma, con il bio metano prodotto dai fanghi di tre impianti di depurazione, che trattano gli effluenti di 800.000 abitanti, alimenta 259 autobus usati per il trasporto urbano.

E la sostituzione del gasolio con biometano permette una netta riduzione delle emissioni di ossidi di azoto e polveri sottili.

E il passaggio dal gasolio al biometano dovrebbe essere una scelta anche per AMT, che prevede di utilizzare circa 300 autobus con motori termici, visti gli elevati livelli di ossidi di azoto che si registrano in città, sempre fuori legge.

Conti alla mano, i ricavi prodotti dalla vendita del biometano e i minori investimenti,  potrebbero addirittura giustificare  la cancellazione della centrale a biogas, sostituita con  l’acquisto di elettricità dalla rete, scelta fatta da alcuni gestori di impianti per la produzione di biometano da fanghi di depurazione. 

E’ una opzione che Cornigliano e i suoi abitanti meritano, per migliorare ancor di più la qualità dell’aria che respirano, una doverosa compensazione al pesante carico inquinante delle acciaierie, da loro subito per lunghi decenni. 


mercoledì 17 ottobre 2018

Nuova vita per le plastiche miste


Plastiche miste da riciclo di carta e cartoni

Nel 2017, in Italia, sono stati immessi al consumo circa 2,2 milioni di tonnellate d’imballaggi in plastica che, in gran parte (83%), sono stati  raccolti in modo differenziato.

Sarebbe una buona notizia se, nello stesso anno non fossero andati a fuoco sedici depositi di questi scarti, eventi tutt’altro che isolati: dal 2015 a oggi, si contano ottantatré incendi, divampati in altrettanti depositi equamente distribuiti sul territorio nazionale.

Paradossalmente questi fatti, in gran parte delittuosi, dipendono dal successo della raccolta differenziata, alla quale il sistema produttivo nazionale non ha saputo affiancare un numero adeguato di impianti finalizzati alla selezione e al riuso di questi materiali.

Di conseguenza sono aumentati i costi e di fatto si sono azzerati i guadagni. E dar fuoco ai magazzini e prendere i soldi dell'assicurazione potrebbe essere il modo più facile di fare affari con i materiali differenziati.

A peggiorare la situazione, la recente decisione della Cina di bloccare l’importazione delle plastiche usate, comprese quelle dall’Italia, ammontanti a circa 200.000 tonnellate all’anno.
La scelta cinese è stata motivata dall’aumento della propria produzione di scarti, ma anche dalla pessima qualità di quelli che gli mandavamo.

La maggiore difficoltà al riuso delle plastiche deriva dalle cosi dette plastiche miste, la miscela di plastiche di diverso tipo che rimane dopo la separazione meccanica o manuale delle plastiche più pregiate e più facilmente separabili, come ad esempio il PET, la plastica usata per le bottiglie d’acqua.

Per i chimici il riuso di plastiche miste è una bella sfida, ma qualche cosa si sta muovendo, anche in Italia. 

A Lucca, l’industria cartaria usa grandi quantità di carta differenziata, ma ancora con un 7% di impurezze scarti di materiale plastico, pari a 120.000 tonnellate/anno,  finora destinati all’incenerimento, con costi elevati (130 €/ton). 




In visita all'estrusore delle plastiche miste

Pallet in plastica e in legno
Grazie all’interessamento di Zero Waste Europe e a un progetto Life, finanziato dall’Unione Europea, a Lucca è stato realizzato un progetto pilota per migliorare la qualità dei materiali di scarto prodotti dalle cartiere e per utilizzare la plastica mista, così ottenuta, per produrre pallet da usare, nelle stesse cartiere, per il trasporto delle balle di carta, al posto degli attuali pallet di legno.



Il progetto è terminato con esiti positivi: i pallet di plastica riciclata hanno superato i test di carico e di durata e i conti fanno ritenere che, con la loro vendita,  vi siano interessanti margini di guadagno anche in previsione di poter esportare i pallet di plastica in Australia, dove quelli di legno sono vietati, poiché potrebbero essere veicolo di funghi e batteri dannosi per le coltivazioni locali.

Pertanto a Lucca si è avviata la realizzata di una nuova linea produttiva che realizzerà quella economia circolare (da scarto a materia seconda) da tanti auspicata.

Tuttavia esistono altre interessanti applicazioni delle plastiche miste, alternativa all’incenerimento e all’uso come combustibile per i cementifici: sostituire il bitume nella preparazione degli asfalti stradali e autostradali, pratica già usata nel Regno Unito, in Irlanda e in Olanda.

Negli anni ottanta la sostituzione del bitume con plastiche di scarto fu ipotizzata dal professor Umberto Bianchi, del Dipartimento di Chimica industriale di Genova che, in collaborazione con la ENICHEM, fece applicare asfalto, fatto con una miscela di bitume e plastica, a trenta chilometri di strada del ragusano. 
I test dimostrarono, rispetto agli asfalti tradizionali, la maggiore resistenza al salino e al sole di questo nuovo prodotto e l’asfalto di plastica risultò di più lunga durata e con una minore rumorosità all’uso. 

Nonostante questo, non se ne fece nulla: allora gli interessi dei petrolieri nostrani prevalsero. 

venerdì 23 marzo 2018

L'acqua del sindaco


Gli italiani, sono tra i principali consumatori d’acqua in bottiglia: con 196 litri a testa, bevuti in un anno, gli italiani sono al terzo posto, a livello mondiale, dopo messicani e tailandesi.
Per Messico e Tailandia, la spiegazione degli elevati consumi di acqua imbottigliata è semplice: questi paesi hanno ancora gravi problemi di approvvigionamento di acqua potabile e l’uso d’acqua in bottiglia evita dissenteria e colera.
Per l’Italia, questo record è veramente difficile da spiegare.

L’Italia è ricca di sorgenti, con un’antichissima tradizione di gestione delle sue acque e oggi, tutte le abitazione dispongono d’acqua potabile.

Azzardo un’ipotesi: per la promozione delle tante sorgenti sfruttate per l’imbottigliamento, nel nostro paese c’è a disposizione un ricco repertorio di santi e madonne che rimandano agli antichi riti di purificazione e di guarigione che i popoli italici hanno, da sempre, abbinati alle fonti e alle sorgenti.

Certamente gli italiani ci tengono alla loro salute e, probabilmente si fidano più delle acque di fonte, e del santo protettore di turno, che dell’acqua del sindaco, portata in casa dalle laiche aziende municipalizzate.

Da qualche tempo, il luogo di approvvigionamento di acqua in bottiglia si sta spostando, dai centri commerciali, alle “casette dell’acqua”: distributori di acqua alla spina che, opportunamente pretrattata, può essere raccolta, con propri contenitori, liscia ma anche gasata e refrigerata.

Pubblicizzate come rimedio all’abnorme produzione di bottiglie di plastica che rapidamente diventano un ingombrante rifiuto, pericoloso per il mare e le sue creature, le “casette dell’acqua” si stanno moltiplicando a vista d’occhio. Il censimento dell’anno scorso ne ha contato, in tutta Italia, duemila e sedici, la maggior parte in Lombardia (574), a seguire Lazio (271) e Piemonte (233).

In Liguria, questa nuova forma di consumismo “verde” non sembra avere grande successo: le “casette” attive sono una decina (Lavagna, Bargagli, Campomorone, Varazze, Pietra Ligure, Loano, Savona, Sori).

Ci piacerebbe pensare che questo sia dovuto alla tradizionale saggezza e sobrietà dei liguri che hanno capito che, poiché la stessa acqua ti arriva comodamente in casa, non c’è nessun motivo di “camallarsi” acqua raccolta alla “casetta”, spesso fuori mano. Meno che mai, se bisogna pagare qualche centesimo a bottiglia.

E sia mai che si scoprisse che i 20.000 euro necessari per la realizzazione di una “casetta dell’acqua” e i costi per la sua costante manutenzione possano essere spalmati sulla tariffa dell’acqua, come sembra avvenire in Lombardia, con lo stanziamento, da parte della Regione Lombardia, di 800.000 euro per la realizzazione di questi distributori d’acqua.

In effetti, le indagini di Altro Consumo hanno confermato che non esistono grandi differenze tra l’acqua erogata dalle “casette” e quella raccolta, contemporaneamente, dal rubinetto di casa più vicino.

Peraltro, le analisi di quaranta diverse marche di acque in bottiglia, confrontate, sempre da Altro Consumo, con l’acqua raccolta alle fontanelle pubbliche di sette città italiane (Ancona, Roma, Torino, Padova, Palermo, Milano, Cagliari, Napoli) non hanno evidenziato sostanziali differenze: in entrambi i casi, circa la metà dei campioni analizzati ha totalizzato un punteggio-qualità superiore a 70 punti (su 100).

Con i dati IREN sulla qualità dell’acqua immessa negli acquedotti del genovesato ma, ancor più, con l’analisi dell’acqua raccolta direttamente dal mio rubinetto di casa, in quel di Bogliasco, posso confermare la buona qualità dell’acqua che oggi il sindaco Bucci offre ai suoi cittadini e ai comuni limitrofi, grazie all’interconnessione di tutti gli acquedotti realizzati a Genova, le cui acque, opportunamente trattate , provengono  in gran parte dai  laghi artificiali del Gorzente, del Brugneto e della Busalletta.

Si tratta d’invasi alimentati prevalentemente da acque piovane, lontani da aree abitate e da fonti inquinanti, quindi senza i problemi della presenza di contaminanti industriali e agricoli, spesso presenti nelle acque di falda delle zone di pianura.

Nessuna sorpresa, quindi, se nel campione di acqua raccolto dal rubinetto della mia cucina, il piombo sia assente e l’alluminio sia presente a concentrazione sei volte inferiore ai limiti di legge.

Anche la durezza, che misura la concentrazione nell’acqua di sali di calcio e magnesio, è molto bassa: 17,4 gradi francesi, di poco superiore al valore minimo (15 gradi) previsto dall’attuale normativa delle acque potabili e nettamente più bassa della durezza di una decina delle blasonate acque in bottiglia, analizzate da Altro Consumo.

In ogni caso, anche senza “casette dell’acqua” i genovesi e i turisti in giro per la città non sono lasciati a bocca asciutta.

Tutti, liberamente e senza spendere un centesimo, possono bere acqua dalle tante fontanelle pubbliche installate, da tempo, e che i genovesi conoscono come “bronzin”.

Nel 1835, nella città si trovavano milleduecento “bronzin”, che con le loro colonnine in ghisa, di sezione esagonale, dipinte di verde scuro e sormontate da un’elegante pigna, erano un elemento caratteristico dell’arredo urbano cittadino.

Purtroppo anni di disinteresse e abbandono hanno lasciato il segno e molte fontanelle hanno smesso di erogare acqua ma, in concomitanza con il referendum a tutela dell’acqua pubblica e con il crescente interesse dei cittadini per questa vitale risorsa, molte fontanelle di Genova sono tornate a nuova vita.

Il rinato interesse per le fontanelle pubbliche è testimoniato da un sito (https://www.fontanelle.org/mappa-citta.aspx) e una applicazione per smart-phone (Fontanelle) che, in molte città,  permette di localizzare la fontanella più vicina.

Da questo sito, scopriamo che tra le cinquanta città italiane con maggior numero di fontanelle censite, Roma, con 2.611 “nasoni” stravince, ma Genova, con 225 “bronzini” funzionanti, è al quinto posto e Imperia, 91 fontanelle, al ventitreesimo posto.

Per la cronaca, la Spezia e Savona totalizzano, rispettivamente, 22 e 12 fontane pubbliche e 29 sono quelle rintracciabili nei paesi del Golfo Paradiso (Bogliasco, Pieve, Sori e Recco).

Ma, certamente, ancora molte fontanelle mancano all’appello: tutto il ponente genovese deve essere ancora censito, un’opportunità che offre l’applicazione “Fontanelle” che, smart-phone alla mano, permette anche di geo-referenziare nuove fontanelle da aggiungere all’elenco.

La caccia al “tesoro blu” che i nostri sindaci, con generosità ci regalano, è aperta.



domenica 12 marzo 2017

Il compostaggio perduto

Impianto di compostaggio chiuso, cartello stradale ancora  affisso

Google Map ci informa che lungo via Carpenara, al n° 71, in val Varenna alle spalle di Pegli, c'è ancora il cartello di AMIU che segnala la presenza dell' impianto di compostaggio di sua proprietà, oggi un impianto fantasma, chiuso nel 2010.



Fig. 1 Immagine satellitare del sito che ospitava l'impianto di compostaggio AMIU

Le immagini satellitari, scattate nel 2017, mostrano che nel sito, abbandonato nel 2010 per pericoli di frane messe in moto da uno dei primi nubifragi che ha colpito la città, ci sono ancora i capannoni che ospitavano le quattro bio-celle dove, per insufflazione di aria, avveniva il compostaggio di circa 9.000 tonnellate/anno di frazioni organiche e davanti alle bio-celle ci sono  i quattro capannoni in cui si maturava il compost fresco che, prove agronomiche avevano dimostrato essere di ottima qualità.

Per questo motivo le 5.000 tonnellate di compost che ogni anno l'impianto produceva avrebbero potuto trovare acquirenti interessati a ritirarlo e a pagarlo.

Nella parte alta della Figura 1  si vede il capannone che ospitava il biofiltro e la conduttura che qui riceveva l'aria carica di sostanze odorigene, prodotte dal compostaggio.  Nel bio filtro una adeguata popolazione di batteri, fatta crescere su un letto di cippato di legno, provvedeva a ridurre significativamente il carico organico presente nell'aria immessa nuovamente nell'ambiente.

Nella parte bassa della immagine satellitare si vede anche il capannone utilizzato in questo sito per valorizzare lo "zetto", le macerie  prodotte da restauri edilizi che, raccolte in modo indifferenziato, opportune macine trasformano in  sabbia e ghiaia riutilizzabile per produrre manufatti in cemento.

Seguono alcune immagini riprese nel 2008, quando l'impianto era ancora in funzione.

Fig. 2 Le biocelle dove scarti organici mescolati a cippato di legno sono trasformati in compost

Fig. 3 Cumuli di compost maturo pronto per l'uso

Fig. 4 Visione d'insieme dell'impianto (giugno 2008)
La domanda che viene spontanea è che, vista l'emergenza Scarpino che ci costringe ad esportare fuori regione a caro prezzo ( 100 €/tonnellata) la frazione organica raccolta in città, perchè non si pensa di recuperare le strutture e i macchinari ancora funzionanti e trasferire in luogo più comodo e sicuro l'impianto?

L'immagine satellitare mostra che bisognerebbe trovare poco più di un ettaro di superficie  (circa 13.000 metri quadrati ) per riattivare un impianto come questo, un rettangolo di 100 x 130 metri, più o meno quelli necessari per un campo di calcio.

Sembra strano, ma nessuno e' stato capace di  trovare nel territorio comunale o provinciale questo ettaro di terreno che, con case distanti 200-300 metri, in totale sicurezza e usando solo competenze AMIU,  potrebbe permetterci di risolvere una parte del problema e di risparmiare un bel pò di soldi.

Tanto per dare un'idea, l'attuale progetto pilota di raccolta Porta a Porta attivato a Quarto Alto e Colle degli Ometti, con il suo 85% di raccolta differenziata, intercetta annualmente circa 250 tonnellate di un'ottima frazione organica che non aspetta altro che di essere compostata in un impianto come quello della Val Varenna.

Novemila tonnellate di frazione organica, corrispondono alla produzione annuale di circa 130.000 genovesi, guarda caso proprio il numero di persone che entro la fine del 2017 il progetto di raccolta differenziata elaborato dal Consorzio Nazionale Imballaggi (CONAI)  avrebbe coinvolto nella raccolta Porta a Porta che, nonostante i tanti "gufi",  a Quarto sta funzionando alla grande con una percentuale di raccolta differenziata superiore all' 80%.

Che si aspetta?
Chi mette i bastoni tra le ruote?
Quali sono i motivi per cui non si fanno scelte semplici e di interesse per la città?

Sullo stesso argomento:

- Chi ha paura del Porta a Porta?
- L'Isola Ecologica che non c'è
- Come si riduce la TARI senza IREN






giovedì 19 gennaio 2017

Riapre la centrale a carbone di Genova e il Sindaco tace.



A causa di una minore importazione di elettricità dalla Francia, alle prese con la manutenzione straordinaria di alcune sue centrali nucleari, il Ministero per lo Sviluppo Economico ha chiesto a Terna di riaccendere la centrale a carbone di Genova, centrale che, a partire dal 2017, era già destinata alla chiusura definitiva, a causa della sua vetustà e del peso del suo inquinamento sulla qualità dell’aria della città di Genova.

Sarebbe interessante sapere se, prima di prendere questa decisione, il Ministro allo Sviluppo abbia chiesto il parere dei colleghi del ministero dell’Ambiente e della Salute.

Sarebbe stato il caso, in quanto la riaccensione dell’impianto, nel corso dei successivi 12 mesi, immetterà nell’atmosfera genovese 553 tonnellate di anidride solforosa, 604 tonnellate di ossidi diazoto e 6 tonnellate di polveri: inquinanti che, con i venti di mare, finiranno sulla città, in particolare sui quartieri di fronte al porto (Oregina, Lagaccio, Sampierdarena ) e nei polmoni di chi vi abita.

Il ministro dell’Ambiente avrebbe potuto ricordare al ministro allo Sviluppo che, anche a causa del cronico inquinamento dell'aria genovese, l’Italia è in infrazione da parte dell’Unione Europea per il mancato rispetto degli obiettivi di qualità dell’aria e che, ovviamente, la riaccensione della centrale avrebbe aggravato la nostra posizione.

Forse poteva essere inutile sentire il ministro Lorenzin, in quanto il ministro alla Salute degli Italiani sembra ignorare i danni sanitari prodotti dall’inquinamento dell’aria, ma visto che la centrale produce oltre il 7% degli ossidi di azoto che impattano su Genova, con la sua chiusura ci eravamo risparmiati un po’ di ricoveri d’urgenza per problemi cardio-circolatori e respiratori: un piccolo beneficio che la scelta di riaprire la centrale di Genova vanifica.

Quello che stupisce in questa vicenda è il silenzio del Sindaco Doria, massima autorità a tutela della salute pubblica, alle prese con il cronico inquinamento da ossidi di azoto, sempre superiore ai limiti di legge.

E’ il caso di ricordargli che la riapertura della centrale produrrà una quantità di ossidi di azoto oltre dieci volte superiore a quella prodotta da tutti i motocicli circolanti in città, comprese alcune migliaia di vecchie “vespe”, vittime delle inutili norme anti inquinamento che la Giunta ha proposto, tanto per far vedere che fanno qualche cosa contro l’inquinamento.

domenica 18 dicembre 2016

Un Sindaco per Genova che realizzi "Economia Circolare"il Modello Genova



La lunga crisi globale ci sta traghettando verso una nuova epoca in cui i valori di riferimento non sono più la crescita, il PIL, i mercati.

Chi non se ne è ancora accorto è perduto e quindi sarà opportuno che i genovesi, alla prossima tornata elettorale, scelgano bene a chi affidare il timone del vascello comunale che ci dovrà traghettare verso i nuovi e anche misteriosi lidi.

Uno dei fari a cui dovremo rivolgerci è quello della "economia circolare", rotta che l´attuale dirigenza AMIU ha tracciato ma che la Giunta Doria, palesemente, non vuole affrontare.

Con l´economia circolare si avvia la scelta ineludibile di una società che bandisce l´usa e getta , che non produce più rifiuti, e che in ogni oggetto scartato vede utili materiali valorizzati da precedenti lavorazioni che possono essere inseriti in nuovi cicli produttivi.

Questa visione, insieme alla realizzazione di un sistema di raccolta differenziata "porta a porta" e alla "tariffazione puntuale" è il Modello Genova che potrebbe vedere il capoluogo ligure all´avanguardia, a livello internazionale.

Intraprendere questa nuova rotta, con un "armamento" interamente pubblico, in quanto pubblici devono essere i ritorni economici, occupazionali, ambientali, significa qualificare l´attuale personale
AMIU, creare nuove ed innovative opportunità di lavoro, acquisire competenze altamente qualificate da mettere a disposizione di altri Comuni, anche fuori Regione.

E una regia pubblica nella gestione dei materiali valorizzati di scarto non ostacola l´altro obiettivo fondamentale, quello della riduzione alla fonte dei rifiuti.

Prima della partenza, tra un anno, di un nuovo consiglio comunale, il sindaco Doria e la sua Giunta vorrebbero imbarcare un privato, nella fattispecie IREN, che vuole il comando di AMIU (il 51% delle quote societarie) e in cambio contribuirebbe all´impresa mettendoci i suoi impianti (un digestore anaerobico, qualche inceneritore e un impianto di trattamento meccanico biologico) peccato che siano eredità di un modello di crescita ormai bello che andato, in gran parte frutto di tecnologie antiche, di fatto monumenti di archeologia industriale.

Se è vero che la rotta verso un´economia circolare non sia facile e richieda un forte investimento di cervelli e capacità imprenditoriale non sarà certo IREN a permetterci di raggiungere i nuovi lidi: l´
esperienza di IREN in economia circolare, raccolta differenziata di qualità, recupero e riuso di materia, gestione integrata di depurazione delle acque, gestione fanghi e produzione commercializzazione di biometano è pressocchè nulla.

Il "vascello" comunale adibito ad offrire servizi alla comunità, affidata alla guida di IREN ci riporterà ai vecchi lidi, quelli di una raccolta differenziata di bassa qualità, della termovalorizzazione dei rifiuti, della riduzione del personale, delle scelte più costose, senza ritorni economici per la comunità,
la quale sarà costretta a pagare gli utili di impresa del privato e sarà costretta a continuare a produrre rifiuti per alimentare gli impianti e produrre utili.

IREN ha condizionato il suo ingresso maggioritario in AMIU con il conferimento dei nostri scarti umidi nell´impianto di digestione anaerobica di Tortona.
Quest´ offerta, apparentemente allettante, è la classica "mela avvelenata".

Apparentemente IREN ci fa un favore, in quanto Genova non deve più individuare un´area sul suo territorio dove realizzare l´impianto, ma l´obbligo di esportare le nostre preziose frazioni umide a Tortona, vuol dire che Genova non potrà usare il biometano prodotto con i suoi scarti e quindi non potrà realizzare il progetto di metanizzare, con questa fonte di energia rinnovabile e a basso impatto, la flotta di automezzi AMIU e AMT che questa scelta tecnologica, realizzata in "casa", renderebbe possibile.

E la metanizzazione degli autobus AMT e dei mezzi di trasporto leggeri e pesanti di AMIU ridurrebbe significativamente un´importante fonte urbana di ossidi di azoto e polveri sottili, una di
quelle sfide che saranno "impossibili" affidando ai privati i ricchi servizi pubblici, come pretende l´imperante e morente neo-liberismo renziano che di tutelare la salute dell´ambiente e dei cittadini se
ne "strabatte ", in quanto queste variabili non rientrano nell´"asset aziendale".

E´ troppo chiedere al sindaco Doria di fare un regalo alla città, prima di lasciare Tursi, sospendendo la delibera sulla privatizzazione di AMIU?

martedì 13 settembre 2016

La strategia dei nuovi termovalorizzatori


E' evidente che in Italia si è aperta una campagna promozionale a favore dei termovalorizzatori.

Da alcuni mesi, le testate più importanti, ospitano articoli che tessono le lodi di questi impianti. L'ultimo è di questi giorni, sulla Stampa, dove si celebrano gli utili dell'inceneritore di Brescia.
E la cancellazione,  in questi stessi giorni, dai programmi della terza rete di trasmissioni scomode per gli amanti della crescita, come "Scala Mercalli" e "Ambiente Italia", potrebbe far parte di questa stessa strategia.

In ballo c'è una torta molto sostanziosa: undici nuovi termovalorizzatori a cui il Decreto Sblocca Italia, spiana un veloce percorso in discesa, con la semplice aggiunta dell'aggettivo "strategico": è strategico che l'Italia produca energia bruciando rifiuti e quindi questi impianti si devono fare anche se gli enti locali direttamente interessati e le popolazioni che rappresentano fossero contrari.

Il fatto è che il  piatto è molto ricco: visti i costi di uno degli ultimi inceneritori realizzati in Italia, quello di Torino-Gerbido, pari a 250 milioni di di euro, la costruzione degli undici impianti imposti dal governo Renzi, vale qualcosa come 3 miliardi di euro, miliardi che gli Italiani delle dieci regioni interessate saranno "felici" di pagare con la TARI per i prossimi venti anni, tanti quanti ce ne vogliono per ammortizzare questi investimenti.

I nuovi inceneritori con recupero energetico saranno anche meno inquinanti di quelli di qualche anno fa, ma è anche vero che la termovalorizzazione è il sistema di trattamento rifiuti che costa di più, circa 150 euro a tonnellata.

In una società dove vige il libero mercato, questo dovrebbe essere un problema per gli investitori, ma non è così in Italia, in quanto con le nuove leggi (la TARI), tutti costi della gestione dei rifiuti sono a carico degli utenti!

Ma tutti gli Italiani  non sanno che sarà a loro carico anche la sovvenzione di questi impianti come è a loro totale carico il costo degli incentivi regalati con generosità, unica al mondo, ai gestori dei quarantotto termovalorizzatori nostrani già in funzione.

E già, non troverete questa notizia su nessun giornale nostrano, ma sappiate che l'Italia è l'unico paese al mondo che incentiva con denaro pubblico la termovalorizzazione dei rifiuti. 

E sulla stampa nazionale non leggerete mai la notizia che la Svezia ha deciso di tassare la termovalorizzazione dei rifiuti per incentivare il loro riciclo.

Fatti diventare, per legge, fonte di energia rinnovabile il 50% dei rifiuti urbani (la frazione biodegradabile), in Italia l'elettricità prodotta dalla loro combustione riceve un generoso incentivo da parte del Gestore della Rete che, ogni anno, regala alle Multiutility proprietarie di questi impianti 390 milioni di euro (dati del 2012).

Questi 390 milioni di euro sono letteralmente pagati da tutte le famiglie e da tutte le aziende italiane, tramite  la tassa introdotta nelle bollette della luce a sostegno delle fonti di energia rinnovabile.

Questo incentivo ammonta a 126 euro per ogni tonnellata di rifiuti "termovalorizzati".

Pertanto, il costo vero della termovalorizzazione, a totale carico dell'utente, per ogni tonnellata di rifiuto trattato è di  276 €, a fronte di 80 € che è il costo medio del compostaggio di una tonnellata di scarto organico ben differenziato, trattamento che non riceve nessun incentivo, nonostante gli indubbi vantaggi ambientali ed economici di questa pratica.

E' troppo ingenuo chiedersi per quale motivo il governo Renzi non abbia ritenuto strategica la raccolta differenziata, il riciclo e compostaggio dei 2,4 milioni di tonnellate di scarti urbani  che lo Sblocca Italia preferisce ridurre in cenere?

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lunedì 1 agosto 2016

Tremiti a rifiuti zero

Le isole Tremiti
Sono appena rientrato da una piacevole vacanza alla scoperta delle Tremiti, ospite del villaggio del Touring Club, uno dei  principali centri turistici delle isole che, in confortevoli capanni distribuiti in un bosco di pini di Aleppo, ospita circa 500 persone, dalla fine di maggio alla fine di settembre.

Cala degli inglesi

Durante il periodo estivo, i soli frequentatori del villaggio Touring Club raddoppiano la popolazione stanziale (455 abitanti) delle due isole abitate: San Domino e San Nicola.

E questo crea non pochi problemi, quali l'approvviggionamento d'acqua che avviene tramite l'arrivo giornaliero di una nave cisterna e la gestione dei rifiuti che, caricati su apposite navi, sono trasportati fino al vicino porto di Termoli e di qui avviati allo smaltimento.

Come i miei lettori possono immaginare la mia vocazione di rifiutologo, anche in vacanza  non poteva rinunciare all'idea di indagare su come fosse possibile trovare soluzioni più razionali a questo problema, in particolare agli inevitabili scarti della mensa del villaggio.

I capanni del Villaggio Touring
E così, alla fine di una cena, ho incontrato il Direttore del villaggio e con lui ho fatto due chiacchiere per verificare se il Touring Club, tra le tante sue iniziative a favore del turismo, potesse farsi promotore di un progetto per trasformare i suoi tre villaggi turistici (Tremiti, Maddalena e Marina di Camerota) in altrettanti centri di eccellenza a basso impatto rifiuti.

L'idea potrebbe essere questa: il villaggio, nel corso dei circa 4 mesi di apertura, per la preparazione dei pasti e gli avanzi di cibo  produce circa 30 tonnellate di scarti organici.

Questi scarti, invece di trovare sul continente un costoso e nebuloso smaltimento, potrebbero essere trattati sull'isola, in un impianto di compostaggio di comunità, gestiti insieme da Touring Club e Comune, di capacità idonea alla produzione estiva di organico del villaggio e dei vicini ristoranti ed alberghi.

L'impianto potrebbe anche ricevere gli scarti verdi di giardini, orti e del bosco di pini e il compost prodotto non dovrebbe avere problemi ad essere utilizzato nei tanto orti e vigneti presenti sull'isola.

Nei mesi invernali, lo stesso impianto, a carico ridotto, potrebbe coprire le esigenze di trattamento degli scarti della popolazione residente.

Ovviamente bisogna fare uno studio più preciso per individure il  modello di gestione ed il corretto dimensionamento dell'impianto che potrebbe anche essere modulare, per dare una corretta e completa risposta alle diverse produzioni stagional, ma evidente che il modello, una volta messo a punto, potrebbe essere un qualificato riferimento per tutte le altre isole minori del nostro Paese.

Si può fare.




mercoledì 20 luglio 2016

Vecchio stupidario per nuovi inceneritori: il traffico inquina di più

Mettiamo noi le centraline!
E' ormai un classico.

Ogni volta che si vuole imporre un inceneritore, c'è il personaggio di turno che racconta che "non c'è da preoccuparsi, l'inceneritore inquina meno di qualche macchina".

Nel tempo, a sostenere questa schiocchezza, si sono succeduti il presidente Berlusconi, il sindaco di Genova Pericu, il presidente Commissione Ambiente Realacci...

Oggi, per far digerire l'impianto che dovrebbe trattare  198.000 tonnellate  l'anno, nella Piana di Firenze, a pronunciare questa schiocchezza, almeno da quanto riportato sui giornali, sono la prof.ssa Loredana Musumeci, direttore del dipartimento Ambiente dell'Istituto Superiore di Sanità- "Impianti come questo inquinano meno del traffico"- e la società Quadrifoglio che gestisce i rifiuti fiorentini -"Quando siamo fermi ai semafori ne respiriamo molta di più"- con riferimento alle diossine.

E evidente che tutti questi personaggi non si sono letti i numerosi documenti su questo tema che ho pubblicato in rete fin dal lontano 2004 ma, evidentemente, non si sono neanche presi la briga di verificare quante diossine emette l'attuale parco veicolare italiano, consultabile nel sito SINANET di Ispra Ambiente.

Nel 2014, in media, per ogni chilometro percorso lungo il nostro Paese, una  vettura a benzina  ha emesso 0,00467 nanogrammi di diossine; più inquinanti le solite vetture diesel: 0,01690 nanogrammi di diossine per chilometro.

Le statistiche fiorentine ci dicono che il 90% delle vetture immatricolate in questa città percorre meno di 60 chilometri al giorno.

Pertanto una autovettura diesel che, girando per Firenze e dintorni, percorre 50 chilometri, rilascia lungo le strade percorse  0,845 nanogrammi di "diossine".

L'inceneritore della Piana Fiorentina, al meglio delle sue prestazioni (concentrazione di diossine nei fumi a metà del valore autorizzato) emetterà giornalmente sulla Piana, 204.000 nanogrammi di diossine.

Pertanto l'emissione giornaliera di diossine dell'inceneritore corrisponde alle emissioni giornaliere di diossine da parte di 241.420 autovetture diesel in giro per la stessa Piana.

Per capire cosa significano questi numeri e quanto sia stupido confrontare l'inquinamento prodotto dal traffico con quello di un inceneritore è il caso di ricordare che nel 2009 tutte le autovetture circolanti a Firenze (diesel e a benzina) erano 205.543.

Quindi, se mai l'inceneritore nella Piana  si farà, i fiorentini oltre all'inquinamento da traffico subiranno anche l'inquinamento di questo impianto assolutamente evitabile.

Non mi sembrano scelte lungimiranti.

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