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mercoledì 16 gennaio 2013

Mi si scioglie l'Alaska

Si chiama "permafrost" ed è il terreno perennemente ghiacciato delle regioni più a nord del mondo: Alaska, Groenlandia, Siberia...

Dal 20 al 24% delle terre emerse è classificabile come "permafrost".

Il suo spessore  arriva anche a 1500  metri (Nord Siberia) e gli strati profondi risalgono all'ultima glaciazione (10.000 anni fa).

La superfice del permafrost, per uno spessore tra 0,6 a 4 metri è definito attivo, in quanto si può sgelare nel periodo estivo.

Lo strato superficiale ospita una vegetazione bassa, in grado di resistere alle fredde temperature invernali, fonte di nutrimento per animali altrettanto resistenti al freddo, quali renne e caribù.

Sotto a questo strato di terra si trova ghiaccio, ma anche depositi di carbonio organico, sottoforma di torba, resti della vegetazione che si è sviluppata su queste terre gelide nei millenni trascorsi e di gas metano, prodotto dalla fermentazione anaerobica della torba ad opera di batteri, intrappolato sotto il terreno ghiacciato.
Estensione del permafrost ( in  rosso ) nell'emisfero Nord
Si stima che nel permafrost siano imprigionate da 1.400 a 1.700 miliardi di tonnellate di carbonio organico, una quantità più grande di tutto il carbonio organico oggi presente in tutti gli esseri viventi, vegetali ed animali, umani compresi.

Da qualche decina di anni, da queste parti del mondo, sta succedendo qualche cosa di anomalo: le estati artiche sono sempre più calde e di conseguenza il permafrost si scioglie in profondità e perde la sua durezza: e' una delle conseguenze precoci dell'effetto serra.

Chi si ostina a negare l'evidenza dei cambiamenti climatici lo vada a spiegare ai lapponi o agli esquimesi che hanno visto le loro abitazioni crollare, a causa del cedimento delle fondazioni non più basate su solidi terreni ghiacciati.


L'aumento della temperatura media dell'atmosfera del Pianeta comporterà inevitabilmente lo scioglimento del permafrost, quanto la temperatura media di queste parti del Pianeta sarà superiore a 0 gradi centigradi (34 gradi Fahrenheit).

La figura che segue mostra l'attuale distribuzione della temperatura del suolo in Alaska (2001-2010) e i valori di temperatura previsti in due futuri scenari: A2, nessun controllo delle attuali emissioni di anidride carbonica: B1, massima riduzione dei gas clima alteranti.

Temperatura media del suolo dell' Alasca misurato nell'ultimo decennio e valori stimati in base agli effetti delle future emissioni di anidride carbonica.

Come si può vedere, nella migliore delle ipotesi (scenario B1), quando i bambini nati in questi giorni avranno una trentina d'anni, la superfice dell'Alaska più calda di 0 gradi centi gradi (da colore giallo al rosso) sarà significativamente maggiore.  E quando la temperatura è maggiore di zero, il ghiaccio passa ad acqua e il permafrost si trasforma in terreno fangoso.

E nella ipotesi peggiore ( scenario A2) alla fine di questo secolo, l'Alaska avrà perso quasi tutto il suo strato di permafrost.

La figura seguente schematizza quello che succede in questo caso: quando il ghiaccio si scioglie dall'ex permafrost si libera più carbonio organico di quanto le piante in superfice ne possano assorbire.

E' un pessimo evento, in quanto destinato ad accelerare la crescita della concentrazione di gas clima-alteranti e, in questo caso saranno assolutamente inutili i tentativi di ridurre le emissioni di CO2 fossile.

Tocca noi, oggi,  evitare che tutto ciò accada, per non lasciare questa pessima eredità a figli e nipoti.