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domenica 21 ottobre 2012

Di quanta Terra abbiamo bisogno?




Se qualcuno avesse chiesto a vostro bis-nonno di quanta terra aveva bisogno per vivere decentemente lui e la sua famiglia, lui  avrebbe saputo rispondere, senza esitazione.
La sua generazione aveva ben chiaro quanto grano, quanto fieno, quanta legna, ogni anno produceva una determinata superfice di campo e di bosco. E la stessa generazione sapeva anche quanta superfice di pascolo ci voleva per allevare, allo stato brado, pecore e mucche.
Se poi gli chiedevate quanta poteva essere la superfice utile per rigenerare le deiezioni umane ed animali della fattoria, non avrebbe avuto esitazioni, pochi metri quadrati, da usare a rotazione.
Oggi, nessuno, io per primo, ha la minima idea di quanta Terra, ogni anno, abbiamo bisogno per il nostro vivere quotidiano: mangiare, vestirci, muoverci, produrre beni e servizi, ripararci dal caldo e dal freddo, riciclare i nostri avanzi, goderci l'happy hour quotidiano...
In sintesi, ognuno di noi quanto pesa sulle risorse rinnovabili che, grazie al Sole, il Pianeta da circa 200.000 anni (da quanto i nostri progenitori, Homo e Mulier sapiens sapiens, hanno mosso i primi passi dal Corno d'Africa), ci regala generosamente?
Non è certamente un conto facile, ma qualcuno ci ha già pensato per noi, sviluppando il concetto di "impronta ecologica".
Il concetto di "impronta ecologica" è stato introdotto nel 1996 da Mathis Wackernagel e William Rees nel loro libro "Our Ecological Footprint: Reducing Human Impact on the Earth." (La nostra impronta ecologica: come ridurre l'impatto umano sulla Terra), pubblicato in quell'anno.
A partire dal 1999, il WWF aggiorna periodicamente il calcolo dell'impronta ecologica nel suo Living Planet Report.
Nel 2003, Mathis Wackernagel e altri hanno fondato il Global Footprint Network, (GFN) che si propone di migliorare la misura dell'impronta ecologica e di conferirle un'importanza analoga a quella del prodotto interno lordo.
Tornando a vostro bis-nonno, lui sapeva bene quanta legna doveva tagliare ogni anno dal suo bosco per riscaldarsi,  in modo da garantirsi che, anno dopo anno, con la crescita di nuovi alberi, nuova legna fosse garantita per lui e la sua discendenza. Sapeva quindi, quanti ettari di boschi gli avrebbero garantita la disponibilità continua di legna, in equilibrio con le sue necessità.
I ricercatori del Global Footprint Network  hanno calcolato gli ettari "virtuali" presenti sul  Pianeta, da cui sia possibile ottenere risorse rinnovabili (fibre vegetali, proteine animali e vegetali, alimenti) e quanti ettari "virtuali" sono disponibili per assorbire, senza problemi, le nostre scorie, in particolare l'anidride carbonica che immettiamo in atmosfera, ogni volta che bruciamo qualche cosa (legna, benzina, carbone, metano..).
L'anno scorso, con 7 miliardi di Homo Sapiens Sapiens sul groppone, la buona madre Terra metteva a disposizione di ognuno di loro, di noi, ben 1,8 ettari "virtuali", ettari che il GFN definisce "globali": un pezzo di Paradiso Terrestre di 18.000 metri quadrati, quasi tre campi di calcio.
Ebbene, un cinese, oggi ha una impronta ecologica pari a questa superfice, quindi se i nostri consumi
fossero uguali a quelli dei cinesi, saremmo in pace con nostra Madre Terra che ci dà tutto quello che consumiamo e che ci serve per vivere.
Peccato che ogni Italiano, certamente meno sobrio di un cinese, abbia bisogno di 5,5 ettari globali, equivalenti a 8,6 campi di calcio
In assoluto, tra tutti i paesi del mondo, il primato negativo spetta al cittadino americano medio, il quale, per soddisfare il suo irrinunciabile stile di vita (the American Way of Life)  ha bisogno di 9 ettari di Pianeta: 14 campi di calcio.
La conclusione di tutto ciò, è che dal 1975 l'umanità, nel suo complesso, ha consumi annuali superiori a quelli rinnovabili che l'intero Pianeta ci mette a disposizione.
Di qui, lo slogan che avremmo bisogno di un altro Pianeta: ma di Terra ce nè una sola !
Io comincio ad essere un pò più preoccupato.
Non so voi!