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lunedì 10 dicembre 2012

Per salvare l'ILVA, Clini deporta i tarantini

Il quartiere di Tamburi, sui confini dell'Acciaieria ILVA di Taranto. Il segnaposto è a 1300 metri dalla cokeria, in alto a sinistra.
Ai primi di agosto di quest'anno, a commento della situazione tarantina scrivevo:

"Temo di fare una facile profezia: prevarranno gli interessi industriali e il governo dei tecnici troverà qualche accorgimento tecnico (deroga, innalzamento dei limiti) per continuare a produrre, inquinando. E in questo caso, l’unica bonifica sensata dovrebbe essere di trasferire tutti i 18.000 abitanti a rischio in una “New Tamburi” ad alcuni chilometri di distanza sopravento all’area industriale, ipotesi nient’affatto fantascientifica, visti i tempi: immaginate quanto tutto questo, inciderà sulla crescita del PIL."

Oggi, ho la conferma di avere capacità divinatorie: il governo, con grande fretta, ha licenziato una nuova Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), per le accierie di Taranto, con l'obiettivo dichiarato di  rendere giuridicamente nulle le richieste del GIP di chiusura degli impianti inquinanti.

Invece, non avevo previsto che, dopo qualche giorno dall'approvazione dell'AIA e dagli applausi liberatori delle maestranze ILVA di Genova e dei sindacati, il ministro Clini  avrebbe fatto sua, la mia "proposta" di una deportazione forzata dell'intera popolazione del quartiere Tamburi.

Mi verrebbe spontaneo dire " Finalmente l'ha capita!"

Per "capirlo" basta cercare, su Google Map, con la visione satellitare:  via Masaccio, Taranto,
Il programma vi porterà poco fuori da Taranto, nel centro del Quartiere Tamburi, quartiere residenziale autorizzato e costruito in quel posto, nel 1956, qualche anno prima dell'acciaieria.

Non vi sarà difficile individuare l'area industriale, verso le ore 11, in alto a sinistra della mappa. Oltre la Statale, vedrete un grande rettangolo rossiccio, sono i depositi dell'ossido di ferro; più in su vedrete un altro grande rettangolo nero, sono i depositi di carbone, tutti all'aperto.

Lungo i confini del deposito di carbone, vedrete un edificio lungo e stretto (circa 300 metri x 10), anche lui nero come il carbone: è la cokeria, dove il carbone viene trasformato in carbon coke.
La cokeria è il reparto più inquinante, quello che non smette mai di funzionare, 24 ore su 24,  e che,  in continuazione perde dai suoi portelloni (alcune centinaia) potenti cancerogeni, quali il benzene e il benzo(a)pirene che si liberano dal carbone che, dentro i forni della cokeria, è riscaldato, senza aria, a circa 1000 gradi.

Se ora date un'occhiata alla scala della mappa, in basso a sinistra, potete constatare che via Masaccio, il centro di Tamburi, dista circa 1.300 metri dalla cokeria.

Tutti gli studi sull'inquinamento delle cokerie, compresi i miei, fatti a Genova, concordano che
sottovento ad una cokeria, anche la più moderna, la meglio gestita, fino a due chilometri di distanza, non si riesce a rispettare lo standard di qualità dell'aria per il benzo(a)pirene che, in tutt'Europa, è  pari a un nanogrammo (miliardesimo di grammo) per metro cubo d'aria.

A questo punto restano da capire i motivi che hanno mosso Clini a fare questa proposta che, di fatto è un'ammissione pubblica di aver pesantemente sottovalutato il problema in tutti questi mesi, in cui il Ministro si è rigirato in tutti i modi "la frittata" pur di far continuare la produzione delle acciaierie: Tamburi è stata costruita dopo le acciaieria, l'inquinamento è diminuito, l'azienda sta investendo nel risanamento, la mortalità dei tarantini è dovuta ad altre cause, non può essere la Magistratura a decidere le scelte industriali di un paese...

Ora provo di nuovo a fare il "veggente".

Ieri il governo Monti ha chiuso e con lui si è chiusa l'esperienza di Clini come ministro dell'ambiente.  Prima di chiudere definitivamente, il Parlamento deve approvare il decreto associato all'AIA e non è affatto detto che tutti i Parlamentari voteranno a favore.
Il GIP di Taranto ha solidi motivi per chiedere l'incostituzionalità della norma inserita nell'AIA che annulla il sequestro degli impianti ma, ancor di più, è evidente che i Riva non hanno nessuna intenzione di sborsare i miliardi necessari per bonificare l'accciaieria.

Insomma, per permettere a Riva di continuare a gestire ancora per qualche anno, impianti obsoleti e inevitabilmente inquinanti, per non avere uno scontro frontale con la magistratura, scontro peraltro perdente, molto meglio deportare 18.000 tarantini in altri lidi.

Potrebbe essere l'ultimo regalo di Monti al Paese, per farne crescere il PIL.

mercoledì 5 dicembre 2012

Lettera da Taranto a Genova

Operai e cittadini di Taranto hanno inviato questa lettera aperta agli operai e ai cittadini genovesi.
La mia assoluta solidarietà agli amici di Taranto.

Operai, cittadini e mamme di Genova, siamo venuti a conoscenza, tramite giornali e televisioni nazionali, delle vostre proteste dovute alle notizie di messa in “libertà” degli operai dei vostri stabilimenti del gruppo ILVA. Sempre tramite i media abbiamo addirittura appreso di festeggiamenti dopo l’emanazione del decreto SALVA-ILVA.
Noi operai, cittadini e mamme di TARANTO vi poniamo alcune domande:
Come vi sentireste se a causa delle malattie dovute all’inquinamento molte donne fossero impossibilitate ad allattare i propri figli o addirittura fossero costrette a rinunciare alla maternità.
Come vi sentireste se le persone a voi più care, in particolare neonati e bambini, fossero colpite da patologie oncologiche e non, strettamente collegate all’inquinamento industriale.
Come vi sentireste se ai vostri figli venisse vietato, per ordinanza emessa dal sindaco a causa dell’inquinamento industriale, di giocare nei giardini pubblici.
Come vi sentireste se vietassero il pascolo delle vostre greggi per un raggio di 20 km e distruggessero mitilicoltura e pescicoltura poiché il terreno e il mare risultano contaminati in profondità di sostanze tossiche, se mutilassero così il vostro territorio delle sue risorse naturali ed economiche più peculiari, privando totalmente migliaia di famiglie del loro sostentamento e impedendo di fatto anche lo sviluppo futuro di lavoro alternativo.
Come vi sentireste voi operai se i primi ad essere colpiti dall’inquinamento industriale e dal ricatto occupazionale foste voi.
Ricordando che in un recente passato la vostra città ed i paesi limitrofi hanno dovuto lottare per i problemi sopra citati e che a seguito di queste lotte (portate avanti in particolare dal COMITATO DONNE DI CORNIGLIANO) i vostri diritti sono stati giustamente rispettati:
Chi meglio di voi può comprendere i nostri problemi?
Chiediamo con questo di moderare il vostro sentimento di gioia e di comprendere e possibilmente partecipare alle nostre iniziative di sensibilizzazione affinché i nostri DIRITTI vengano rispettati come lo sono stati i vostri.
Non dobbiamo pagare NOI insieme a VOI, con il ricatto occupazionale, una situazione che sappiamo bene da chi è provocata, ossia GRUPPO RIVA e STATO ITALIANO che devono farsi carico del reddito di tutti gli operai coinvolti, garantendo da subito un LAVORO PULITO, in tutti gli stabilimenti ILVA ITALIANI.
Pertanto, ribadiamo con forza, convinti di essere nel giusto e di incontrare la vostra solidarietà, il nostro NO al decreto legislativo denominato SALVA ILVA in quanto anticostituzionale e privo di risoluzione ai problemi occupazionali e di reddito, ambientali e di salute.
TARANTO a questo decreto che salvaguarda solo i profitti del GRUPPO RIVA risponderà con una manifestazione il 15 dicembre ed invita voi e chiunque voglia unirsi a sostenere questo corteo.

giovedì 29 novembre 2012

Come si differenziano gli scontrini fiscali


Certamente anche voi avete notato che, da quando c'è Monti,  gran parte dei negozianti vi tilascia lo scontrino fiscale. E' una bella cosa, ma crea un nuovo problema: in quale contenitore della raccolta differenziata devono essere messi?
Segue la risposta giusta.


Carta termica e bisfenolo A costituscono due fattori che impediscono il riciclo degli scontrini che infatti non vanno conferiti insieme alla carta. La scelta di questo tipo di carta per gli scontrini fiscali è però dettata da precise disposizione normative. Tuttavia esistono ricevute realizzate con il 70% di rifiuti post-consumo prive di BPA

di Giuseppe Iasparra
martedì 20 novembre 2012 14:24

clicca sull'immagine per ingrandire

Come avevamo già scritto in passato, lo scontrino fiscale non è riciclabilenon vanno infatti conferiti nei contenitori della carta in quanto gli scontrini, generalmente, sono fatti con carte termiche i cui componenti reagiscono al calore generando problemi nelle fasi del riciclo.

Un modo per riconoscere la carta termica è osservarla attentamente: è infatti lucida o semilucida su un lato. Dello stesso tipo di carta sono fatti anche le ricevute rilasciate dalle bilance elettroniche e dai pos per carte di credito, oltre alla carta per i fax e a quella di alcuni tipi di ricevute fiscali e dei biglietti aerei.

La scelta di questo tipo di carta per gli scontrini fiscali è però dettata da precise disposizione normative: il rotolo di carta in dotazione al misuratore fiscale - si legge su un sito di settore - deve essere in carta termica omologata dall'Istituto Superiore di Poste e Telecomunicazione. Inoltre recentemente un provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate, pubblicato il 31 Gennaio 2012, ha fissato nuovi e più stringenti requisiti tecnici necessari per la certificazione della carta termosensibile utilizzata gli scontrini fiscali.

A compromettere il riciclo di questa tipologia di carta c'è anche un componente "pericoloso": il 94% degli scontrini che riceviamo contiene infatti bisfenolo A (BPA) sostanza che secondo gli studiosi può provocare gravi danni alla salute. Secondo gli scienziati riciclare questi scontrini è quindi anche una fonte di contaminazione con BPA di tovaglioli di carta, carta igienica, imballaggi per alimenti e altri prodotti cartacei.

Tuttavia, navigando in rete si scopre che esistono tentativi di riciclo della carta termica andati a buon fine: come riportato su alcuni siti (www.thermalsolutionsinternational.com/recycled-thermal-paperrolls-en.html;www.barcodesinc.com/cats/receipt-paper/bpa-free.htm) esistono infatti ricevute realizzate con il 70% di rifiuti post-consumo. Questa carta sarebbe anche priva di BPA.


giovedì 22 novembre 2012

Ombrelli usa e ricicla

Ombrello portatile monomateriale: tutti i componenti sono in polipropilene.
Certamente gli ombrelli portatili sono comodi, ma dopo una giornata di pioggia e forte vento, i cestini dei rifiuti sono pieni dei miseri resti di tanti di questi ombrellini, distrutti da una folata di vento.
Alcune stime valutano in 900 milioni gli ombrelli "usa e getta" che ogni anno, a livello mondiale,  dopo una breve vita utile, finiscono in discarica o negli inceneritori.
E' uno spreco di denaro e di materie preziose (240 grammi di ferro ad ambrello) che non ci possiamo più permettere.
Il sistema migliore per evitare questa evitabile massa di "rifiuti" è quella di dotarsi di un classico ombrello sufficentemente robusto.
Se non lo perdete, vi durerà decenni; il tempo sufficente affinchè ritornino in auge gli ombrellai.
Se proprio abbiamo bisogno di un ombrello portatile l'inventiva e il design nazionale, grazie a Federico Venturi (designer) e Gianluca Saveli (ingegnere meccanico),  propone un obrello portatile bello ed innovativo.
La caratteristica principale di questo ombrello, battezzato Ginko e ripreso nella immagine,  è di essere tutto realizzato con un unico polimero, il polipropilene.
Questa scelta, oltre a garantire flessibilità e durata a tutti i componenti, permetterebbe un facile riciclo, quando l'ombrello, per naturale consuzione, sarà arrivato alla fine della sua prima vita.
Il condizione è d'obbligo, in quanto il Ginko, non essendo un imballaggio, non rientra negli accordi con il Consorzio Nazionale Imballaggi.
Se oggi mettete un ombrello Gimko nel bidone della plastica, sarebbe considerato un "contaminante" e deprezzerebbe l'intero contenuto del bidone giallo, tanto da destinarlo alle fiamme di un inceneritore.
Ed ecco un nuovo impegno che ci piacerebbe poter ascoltare dai tanti che in questi giorni si propongono al governo del Paese: autorizzare la raccolta differenziata di tutti gli oggetti di plastica e corrispondere ai comuni che differenziano le cifre pattuite a prescindere della loro natura di imballaggio.
Lo stesso Governo prevederà alla realizzazione, in ogni Regione, di un centro di separazione delle plastiche per tipo di polimero abbinato ad  un centro di recupero e riutilizzo di plastiche miste.
Il mio voto, a chi metterà nel suo programma questi obbiettivi che creeranno innovazione, occupazione, efficenza energetica ed eviteranno lo spreco di risorse non rinnovabili.


lunedì 19 novembre 2012

Un Piano per la Difesa del Suolo.

Giorgio Nebbia è la memoria storica dell'ambientalismo italiano. 
E' utile leggere la sua proposta per Un piano per la Difesa del Suolo che ancora non ha trovato il suo realizzatore.

Giorgio Nebbia
nebbia@quipo.it

Si potrebbe scrivere una storia dell'Italia elencando le perdite di vite, di ricchezza, di beni, conseguenti le frane e le alluvioni e la siccità, tutte ricorrenti, in tutte le parti d'Italia, con le stesse modalità e cause, tutte rapidamente dimenticate. Come anno zero può essere preso il 1951, l'anno della grande alluvione del Polesine provocata dal dissesto idrogeologico del lungo periodo fascista e di guerra durante il quale si è aggravato il taglio dei boschi ed è venuta meno la manutenzione dei fiumi.

In quell'anno del grande dolore nazionale, ci si rese conto che la ricostruzione dell'Italia avrebbe dovuto dare priorità alle opere di difesa del suolo; molte indagini e inchieste misero in evidenza la fragilità di molti corsi d'acqua, oltre al Po, in cui i detriti dell'erosione si erano depositati nell'alveo e avevano fatto diminuire la capacità ricettiva dei corpi idrici. Inoltre era già stata avviata una graduale occupazione e privatizzazione delle fertili zone golenali, originariamente appartenenti al demanio fluviale proprio perché ne fosse conservata, libera da ostacoli di edifici e strade, la fondamentale capacità di accoglimento delle acque fluviali in espansione nei periodi di intense piogge.

Il "miracolo economico" degli anni cinquanta e sessanta del Novecento è stato reso possibile dalla moltiplicazione di quartieri di abitazione, di fabbriche e di attività di agricoltura intensiva che richiedevano una crescente occupazione del territorio, nelle pianure e nelle valli. Nello stesso tempo la intensa migrazione interna dalle zone più povere e dissestate del Mezzogiorno verso un Nord che prometteva lavoro in fabbrica e paesi e città più vivibili e con migliori servizi, ha lasciato vaste zone del Mezzogiorno e delle isole e delle montagne e colline esposte all'abbandono umano e esposte ad un crescente degrado del territorio e a una serie crescente di frane e alluvioni.

Per una nuova politica del territorio, per avviare serie iniziative di difesa del suolo non servì la frana di un pezzo del monte Toc nel bacino del Vajont, e i relativi duemila morti del 1963. E neanche la grande alluvione di Firenze e Venezia del 1966, un altro momento del grande dolore nazionale; anche allora fu riconosciuta, nel dissesto territoriale la causa prima della tragedia; fu istituita la Commissione De Marchi che riferì al Parlamento che occorrevano investimenti di diecimila miliardi di lire di allora (100 miliardi di euro 2012) in dieci anni per opere di difesa del suolo. Opere che non sono state fatte.

Nei decenni successivi la costruzione di edifici e strade ha continuato ad alterare, anzi in maniera accelerata, profondamente la superficie del suolo creando ostacoli al flusso delle acque; si è innescata una reazione a catena che ha fatto aumentare l'erosione del suolo, i detriti dell'erosione hanno invaso gli alvei dei fiumi e torrenti e, di conseguenza, è diminuita la capacità dei fiumi e torrenti e fossi di ricevere l'acqua, soprattutto a seguito di piogge più intense.

Nello stesso tempo si sta assistendo a modificazioni climatiche planetarie che alterano i cicli delle stagioni e delle piogge. Di conseguenza sempre più spesso, il territorio e la collettività italiani sono (e saranno) esposti a siccità e frane e alluvioni che distruggono edifici, strade, raccolti; sempre più spesso le comunità danneggiate richiedono la dichiarazione di stato di calamità, che significa che lo stato deve provvedere a risarcire i danni provocati da "calamità" considerate "naturali" ma che tali non sono: sono calamità dovute ad errori e imprevidenza umani: per evitarli la politica della "protezione civile" dovrebbe essere sostituita con una cultura della "prevenzione".

Le frane e le alluvioni derivano in Italia da vari fattori. Dalle piogge, prima di tutto, che si alternano rapide ed intense in certi mesi e scarse in altri; ma come si può organizzare la prevenzione delle calamità se non si sa neanche esattamente quanto piove in una regione in un anno ?

La velocità con cui le piogge scorrono nelle valli, sul fianco delle montagne e colline, e poi nei fiumi a fondovalle, la loro forza di erosione del suolo, dipendono dalla vegetazione: se il suolo è coperto di alberi e macchia spontanea, la "forza" contenuta nelle gocce d'acqua delle piogge si attenua cadendo sulle foglie e l'acqua scorre sul suolo abbastanza dolcemente. Se il suolo è nudo, la forza delle gocce d'acqua lo sgretola in particelle fini che rapidamente sono trascinate a valle e, quando il flusso di acqua è intenso, il ruscellamento si trasforma in un fiume di fango, quello che abbiamo visto tante volte nelle immagini delle alluvioni.

Se poi il flusso delle acque incontra ostacoli, edifici, muraglioni, il fiume di acqua e fango si rigonfia, cambia strada, si infiltra dovunque e spazza via tutto. E di ostacoli le acque sul suolo italiano, in tutte le regioni, ne incontrano tanti: decisioni miopi ed errate e l'abusivismo edilizio, tollerato dalle autorità locali e addirittura incentivato con due devastanti "condoni", hanno fatto moltiplicare sul fianco delle valli, addirittura nel greto dei fiumi, case, fabbriche, edifici, strade.

Nel 1989 era stata emanata una legge, la "centottantatre", che stabiliva come rallentare ed evitare i disastri delle frane e delle alluvioni. La difesa del suolo e delle acque deve, indicava giustamente la legge, essere organizzata per bacini idrografici, quelle unità geografiche ed ecologiche che comprendono le valli, gli affluenti, i fiumi principali, dalle sorgenti al mare. Poiché i confini dei bacini idrografici non coincidono con quelli delle regioni e delle province, per ciascun bacino idrografico deve essere istituita una autorità di bacino che deve redigere un "piano" per indicare dove devono essere fatti i rimboschimenti, dove devono essere vietate le costruzioni, deve devono essere fermate le cave o le discariche dei rifiuti, dove devono essere costruiti i depuratori. Al piano di ciascun bacino dovrebbero attenersi --- lo voleva la legge, non sono ubbie di ecologisti --- le autorità amministrative, i consorzi di bonifica, le comunità montane, gli enti acquedottistici. Anche questa legge è stata abrogata dal testo unico delle leggi sull'ambiente approvato dal governo nel giugno 2006.

Eppure la salvezza del territorio contro le alluvioni e l'aumento delle risorse idriche richiederebbero un grande illuminato programma di opere pubbliche, sull'esempio di quelle intraprese dal presidente degli Stati Uniti Roosevelt, nel 1933, per far uscire l'America dalla crisi con investimenti per la sistemazione delle valli e del corso dei fiumi, creando occupazione e tornando a rendere fertili terre erose e assetate proprio per l'eccessivo sfruttamento del suolo.

Tali opere richiederebbero un piano quinquennale che dovrebbe cominciare con una indagine dello stato del territorio, oggi facilmente eseguibile con mezzi tecnico-scientifici come rilevamenti satellitari e aerei. Tanto per cominciare gran parte di questo lavoro è disponibile, sparso per diversi ministeri e agenzie: in parte è stato fatto (avrebbe dovuto essere fatto) nell'ambito delle autorità di bacino idrografico secondo quanto richiesto a suo tempo dalla legge 183; in parte fu (avrebbe dovuto essere) predisposto dal decreto del 1999 dopo l'alluvione di Sarno. Tale indagine dovrebbe rilevare le vie di scorrimento delle acque dalle valli verso il mare e gli ostacoli attualmente esistenti a tale flusso, rivo per rivo, fosso per fosso, torrente per torrente, fiume per fiume.

Come secondo passo, l'indagine sullo stato del territorio indica (indicherebbe) dove non devono essere fatte nuove opere come costruzioni di edifici e strade e dove sarebbe opportuno localizzare futuri edifici e strade in moda da assicurare il deflusso senza ostacoli delle acque. Le decisioni conseguenti la pianificazione dell'uso del territorio --- l'indicazione di dove si può e di dove non si deve intervenire con opere nel territorio --- comporta due sgradevolissime conseguenze: la modificazione del valore di molte proprietà private e la necessità di una moralizzazione della pubblica amministrazione alla quale dovrebbe essere iniettato il coraggio di "dire no" alle pressioni di molti proprietari di suoli.

Come terzo passo l'indagine sullo stato del territorio indica (indicherebbe) dove esistono ostacoli al flusso delle acque; tali ostacoli sono costituiti da edifici o opere costruiti, abusivamente o anche "legalmente", al fianco dei torrenti e fossi, talvolta nelle golene e negli alvei; dalle arginature fatte per aumentare lo spazio occupabile a fini economici e che fanno aumentare la velocità e la forza erosiva delle acque, dai ponti e dalle strade e dalle opere che ostacolano il deflusso delle acque o che si trovano in zone esposte ad erosione, alluvioni e frane.

In parte tali ostacoli devono essere rimossi; sarà una scelta politica trovare delle forme di indennizzo per i costi di spostamento e di demolizione di proprietà private o di opere pubbliche; in qualche caso basta eliminare la cementificazione dei fianchi di colline; in altri si tratta di recuperare e riattivare antiche note pratiche di drenaggio delle acque, abbandonate in seguito allo spopolamento delle colline e montagne; in altri casi si tratta di praticare una pura e semplice "pulizia" di canali e torrenti. Opere di "manutenzione idraulica" esattamente equivalenti alla manutenzione che viene praticata sulle strade, negli edifici, ai macchinari, ma mirate allo scorrimento delle acque.

Come quarto passo, una accurata indagine territoriale è in grado di indicare come è variata, nei decenni, la capacità ricettiva dei torrenti e fiumi; tale variazione è dovuta sia al deposito di prodotti dell'erosione nell'alveo dei fiumi e torrenti, sia all'escavazione di sabbie e ghiaie; nel primo caso le acque piovane tendono ad uscire dagli argini e ad allagare le zone circostanti, e non servono le opere di innalzamento o cementificazione degli argini, ché anzi aggravano la situazione, trasferendo a valle materiali che ostacolano altrove il deflusso delle acque: nel secondo caso i vuoti lasciati dall'escavazione fanno aumentare la velocità e la forza erosiva delle acque in movimento.

Va anche tenuto presente che quanto avviene nel corso di fiumi e torrenti influenza i profili delle coste provocando avanzata o erosione delle spiagge, con conseguente, rispettivamente, interramento dei porti o perdita di zone di valore economico turistico --- e quindi ancora una volta costi per la collettività e anche per privati.

La quinta azione --- ma dovrebbe andare al primo posto come efficacia --- per rallentare e fermare i costi per frane e alluvioni, e per aumentare la disponibilità di acqua di buona qualità, consiste nell'aumento della copertura vegetale del suolo. La presenza di alberi e vegetazione fa sì che la pioggia cada sulle foglie, anziché direttamente sul terreno; le foglie e i rami sono elastici e attenuano la forza di caduta e quindi la forza erosiva delle acque. Inoltre la loro presenza e la presenza di sottobosco rallenta la discesa delle acque e quindi la loro forza erosiva.

Normalmente si ragiona in termini di rimboschimento delle terre esposte ad erosione; il rimboschimento tradizionale richiede pazienza, cultura e conoscenza delle caratteristiche del suolo, oltre che delle specie vegetali, e tempo e manutenzione perché il trasferimento delle piante dai vivai al terreno è opera lunga e delicata; ma l'attenuazione del moto delle acque è svolto anche dalla vegetazione "minore", dalla macchia e dalla vegetazione spontanea. Purtroppo esiste una anticultura che suggerisce o impone la "pulizia", che vuol dire distruzione, del verde, dalle campagne alle valli, ai giardini privati e pubblici urbani.

La macchia è spesso estirpata per lasciare spazio per strade o parcheggi o edifici: non ci si rende conto che ogni foglia, anche la più piccola e insignificante, anche quella che cresce negli interstizi delle strade, ha un ruolo positivo non solo come "strumento" per sequestrare dall'atmosfera un po' dell'anidride carbonica responsabile dell'effetto serra e dei mutamenti climatici, ma anche per contribuire allo scambio di acqua fra il suolo e l'atmosfera --- essendo, ancora una volta, l'acqua la fonte vera della vita anche economica.

Alla distruzione del poco verde contribuisce la gestione del territorio agroforestale, l'abbandono dell'agricoltura di collina e montagna, la diffusione di seconde case e attrezzature sportive proprio nelle valli, una parte molto desiderabile del territorio, la mancanza di "amore" per la vegetazione che è la forma prima di "vita", dalla quale dipendono tutte le altre forme di vita umana ed economica.

La poca cura e protezione del verde spontaneo è la fonte degli incendi (alcuni, molti sono provocati proprio per sgombrare il terreno dal verde che ostacola costruzioni e speculazioni); gli incendi, a loro volta lasciano il terreno esposto a crescente erosione.

C'è una sesta azione di sostegno alle cinque precedenti che avrebbe anche il vantaggio di non costare niente; un'opera di informazione e di "pedagogia" delle acque, di narrazione di come le acque si muovono nelle valli e nelle città, delle interazioni fra il moto delle acque e il suolo e la vegetazione e le opere umane; al di là dell'utilità pratica, appunto per diminuire i costi annui dovuti al risarcimento delle perdite economiche provocate da frane e alluvioni, la "cultura delle acque" avrebbe un valore politico e civile, mostrando come la popolazione di ciascuna valle è unita, nel bene e nel male, dalle acque che scorrono nella valle stessa, mostrando le forme di violenza che opere sconsiderate a monte esercitano sugli abitanti a valle.

Alla Valle D'Aosta piace fredda: la gestione dei rifiuti

ULTIME NOTIZIE: IL SI AL NUOVO TRATTAMENTO A FREDDO E' PASSATO CON IL 94% DEI VOTI?
Ieri i Valdostani, grazie al loro Statuto Speciale, sono stati chiamati ad esprimersi per un referendum propositivo, approvare una nuova legge regionale in grado di realizzare una innovativa gestione dei loro materiali post consumo, a basso impatto ambientale.
Votare SI, significava risolvere i problemi degli scarti con trattamenti a freddo; votare NO significava il via libera alla scelta della Regione di puntare tutto su un pirogasifficatore, un impianto che ad alta temperatura, in assenza di ossigeno, avrebbe trasformato in gas (una miscela di ossido di carbonio, idrogeno e metano) tutti gli scarti combustibili e usato questo gas per produrre elettricità.
Il referendum propositivo esiste solo in Val D'Aosta e a Bolzano e richiede un quorum del 45%.
Fino ad oggi nessun referendum proposto da queste due Regioni a Statuto Speciale è passato.
Ieri sera si! Circa il 50% dei Valdostani è andato a votare.
Visto che i partiti al governo hanno consigliato l'astensione, è già certa la loro sconfitta politica, e tra qualche ora, siamo altrettanto certi, sarà confermata la netta affermazione dei SI.
Ed ecco il piano "rifiuti" che la maggioranza dei Valdostani ha deciso di appoggiare.
Il perno della nuova gestione è la raccolta differenziata Porta a Porta o di prossimità che punta alla alta qualità delle frazioni raccolte e alla loro commercializzazione. Con il Porta a Porta è introdotta anche la tariffazione puntuale, per ridurre la produzione alla fonte e premiare economicamente che produce meno rifiuti indifferenziati.
La frazione umida è destinata ad impianti di compostaggio e di digestione anaerobica; quest'ultima produce compost per uso agricolo dai digestati e biogas che, depurato a biometano, può essere immesso nella rete di distribuzione del gas per i consueti usi civili ed industriali.
La frazione non differenziata è inviata ad impianti di Trattamento Meccanico Biologico, finalizzati ad ulteriore recupero di materia. I residui di questo processo, esenti da materiali organici fermentabili possono essere messi in discarica, in attesa che diventino commerciabili tecniche che possono trasformare le plastiche miste e gli scarti cellulosici non riciclabili, rispettivamente in  olio diesel e bioetanolo per l'autotrazione.
Non è un caso, ma è proprio il Modello Genova che, a nome di Italia Nostra, sto da tempo proponendo in tutt'Italia.
Certamente la Regione Val D'Aosta tenterà di ostacolare questo piano, che ha il difetto di venire incontro solo agli interessi dei Valdostani.
Vedremo.
Comunque ieri la DEMO CRAZIA (il governo del popolo) ha segnato un punto a favore.
Ho l'impressione che sia solo l'inizio.