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martedì 4 settembre 2012

Sulcis in fundo


Per evitare equivoci, premetto che sono solidale con i minatori di carbone del Sulcis, ai quali è dovuta la possibilità di un lavoro dignitoso e sicuro.

Fatta questa premessa, non posso esimermi dall'affermare ho dei forti dubbi che il loro diritto al lavoro, possa continuare a basarsi sull'estrazione del carbone sardo.

Nessuno dei telegiornali e dei talk show di questi giorni ha fatto sapere agli italiani che, il carbone estratto in Sardegna nessuno lo vuole, perchè sporco e povero.

La sporcizia è dovuta alla sua alta concentrazione di zolfo (6%).
Durante la combustione questo zolfo si trasforma in anidride solforosa, gas tossico, che,  a contatto con acqua, si trasforma in acido solforico, acido molto corrosivo per gli stessi impianti della centrale termoelettrica che utilizza questo carbone, ma anche corrosivo per i polmoni umani, per le piante, i monumenti, i manufatti metallici.
Anidride solforosa e acido solforico immessi in atmosfera, oltre ad aumentare la quantità di polveri fini, rendono le piogge altamente acide e questo danneggia i raccolti e libera metalli pesanti dai terreni, metalli che a loro volta possono contaminare la falda acquifera.

Per questi motivi in tutta Europa e negli USA, da diversi decenni, si brucia solo carbone a basso contenuto di zolfo che deve essere al massimo pari all'1%, rispetto al carbone.

L'unico paese europeo a fare eccezione è l'Italia, che ha ottenuto una deroga e può utilizzare il carbone del Sulcis solo in impianti realizzati a bocca miniera, cioè solo in Sardegna.

E' vero che è possibile limitare i danni ambientali e sanitari dello zolfo, depurando i fumi, ma ovviamente questo ha un costo e, ovviamente non elimina del tutto l'inquinamento.

Il carbone del Sulcis è sporco anche perchè produce una grande quantità di ceneri, avendo una percentuale di impurezze non combustibili, pari al 16%.

Un buon carbone (litantrace) ha un contenuto di  ceneri tra lo 0,5 e 4%.

Il carbone del Sulcis è anche povero.
Ha un potere calorifico inferiore tra 5.000 e 6.000 chilocalorie per chilo.
A confronto, un chilo di litantrace produce tra 6.500 e 7.500 chilocalorie.

Insomma il carbone del Sulcis non avrebbe mercato se il suo uso non fosse generosamente sovvenzionato da tutti gli Italiani, ai quali non è stato detto che con la loro bolletta della luce sovvenzionano la produzione di elettricità con carbone del Sulcis, per l'occasione "assimilato a fonte di energia rinnovabile".
Incredibile a dirlo e a pensarlo, ma è proprio così.

Ai poveri minatori (e agli Italiani ingenui) stanno facendo credere che, nonostante quello che abbiamo detto,  anche il carbone del Sulcis può produrre elettricità in modo pulito.

E l'ultima idea è quella di togliere l'anidrida carbonica dai fumi della ciminiera e di pompare questo gas clima-alterante, nelle viscere della terra, ancora ricca di carbone, ma ad una profondità (intorno ad 800 metri) irraggiungibile da minatori e macchinari.

Il progetto prevede che l'anidride carbonica sia assorbita dal carbone, il quale, a sua volta rilascia il metano, presente nei suoi pori; metano che può essere recuperato, portato in superfice  ed utilizzato per la produzione di energia.

Quanto possa costare questa operazione e chi paga resta molto nel vago, ma abbiamo l'impressione che nessuna azienda privata rischierebbe un euro in questa impresa.

Nesuno invece parla di un altro importante problema: di quanto carbone, nelle viscere della Terra Sarda, possa essere estratto ed utilizzato.

Una fonte indipendente, quale la Energy Information Administration (EIA)  riporta che in Italia ci sono riserve di carbone per 11 milioni di tonnellate e come sappiamo, quella del Sulcis è l'unica miniera di carbone in Italia.

Tanto per capire cosa vogliono dire questi numeri, la stessa fonte (EIA) stima che la Germania abbia riserve di carbone pari a 44.863 milioni di tonnellate.

Poichè in Italia, ogni anno, nelle centrali termoelettriche si bruciano 22,8 milioni di tonnellate di carbone, tutto il carbone del Sulcis, anche se fosse della migliore qualità, basterebbe per tenerle accese per soli sei mesi.

Non sarebbe meglio, per i minatori sardi, lottare per un radicale cambiamento del modello di sviluppo e occupazionale che abbandonasse definitivamente le fonti energetiche sporche, poche,  povere ed assistite e  puntasse decisamente verso un uso diffuso, equilibrato e durevole di  fonti di energie rinnovabili quali Sole e Vento che certamente non mancano in Sardegna e ben si conciliano con le altre vocazioni dell'Isola quali turismo, agricoltura, pastorizia?