Translate

martedì 24 marzo 2015

Aria pulita con le foreste urbane



Gli urbanisti che hanno modellato le città europee a fine ‘800 hanno fatto a gara nella realizzazione di grandi viali alberati e parchi urbani.

Genova, pur con i limiti della sua orografia, non è stata da meno con i filari di platani di corso Torino, corso Firenze, del parco dell’Acquasola…

Oggi i tempi sembrano cambiati: gli alberi rubano posti macchina, ostacolano la realizzazione di box interrati, sono un pericolo per l’incolumità, sporcano, la loro manutenzione è un costo insostenibile.

Le conseguenze di questa nuova mentalità utilitaristica sono ben visibili: il verde cittadino si riduce a vista d’occhio e il degrado, nei vecchi parchi e viali, è l’elemento dominante.

Questa scelta ha un pesante costo, anche in termini economici.

Numerosi studi hanno verificato che gli alberi in città esplicano  importanti e vitali funzioni, oltre a quelli estetici e paesaggistici.

Oltre ad assorbire importanti quantità di anidride carbonica dall’atmosfera, numerosi studi hanno confermato che, nelle aree alberate, l’inquinamento atmosferico è nettamente inferiore a quello che si registra nelle zone dove dominano cemento e asfalto.

L’effetto anti-iquinamento degli alberi deriva dagli stomi presenti nelle foglie, piccole aperture attraverso le quali le piante respirano, assorbendo anidride carbonica ed emettendo ossigeno.

Gli stomi assorbono anche gli inquinanti gassosi (ossido di carbonio, ossidi di azoto, anidride solforosa, ozono) e successive trasformazioni chimico-fisiche che avvengono nelle foglie li inertizzano.

Gli stessi stomi sono efficaci trappole delle polveri sottili e dei metalli tossici e dei composti mutageni che si concentrano su queste polveri.

Un recente studio ha valutato che nelle aree urbane degli Stati Uniti d’America gli alberi assorbono, ogni anno, 27.000 tonnellate di polveri sottili (PM2,5), 68.000 tonnellate di ossidi di azoto e 523.000 tonnellate di ozono.

Lo stesso studio ha calcolato il valore economico di questa depurazione dell’aria, in termini di evitate spese sanitarie e di morti (850 decessi/anno) che questi inquinanti avrebbero potuto indurre: 4,6 miliardi di dollari all’anno.

Se nel conto economico s’includono anche i danni che l’inquinamento produce nei materiali e negli edifici (corrosione metalli, precoce invecchiamento infissi, intonaci, cemento)  il costo annualmente evitato balza ad 86 miliardi di dollari.


In questi studi, condotti alla fine degli anni ’80 e nel 2005 dal Servizio di Chimica Ambientale dell’Istituto Tumori di Genova, la contaminazione delle foglie è stata studiata come metodo per valutare il livello medio d’inquinamento delle zone della città dove sorgevano gli alberi monitorati.

Per la cronaca, la maggiore quantità di piombo (5,2 microgrammi per grammo di foglia) fu trovato nei lecci di Brignole mentre i pini di Granara e villa Doria, vicini ad aree trafficate, mostrarono la maggiore quantità di idrocarburi aromatici ( maggiore di 250 nanogrammi per grammo di foglia), rispetto ai pini cresciuti in aree rurali quali Vaccarezza e i Piani di Praglia.

Ipotizzando che un leccio abbia 200.000 foglie, lo studio genovese suggerisce che, in quegli anni, ogni pianta sottraeva dall’atmosfera e dai polmoni di chi passava da quelle parti, 416.000 microgrammi di piombo emesso dalle auto circolanti nella piazza, la quantità di piombo che, in base ai dati delle centraline, si trovava in circa 280.000 metri cubi d’aria di questa piazza.

Oggi, grazie alla benzina “verde” il piombo non è più un problema, ma gli obiettivi di qualità delle polveri sottili a Genova, come in tutte le città italiane continuano a non essere rispettati e conseguentemente dobbiamo affrontare pesanti costi sanitari evitabili, come abbiamo visto, anche grazie ad un auspicabile “rimboschimento” delle nostre aree urbane.

A quando una revisione del decreto “Sblocca Italia” che preveda la realizzazione della “Grande Opera” in grado di offrire ad ogni Italiano la quantità di verde urbano che gli spetta, degna di un paese moderno?