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martedì 27 agosto 2013

L'archeo-rifiutologo: raccolta differenziata dell'urina


Nella Roma antica l'urina era una preziosa materia prima che era raccolta in modo differenziato, con modalità  che, oggi, definiremmo di prossimità.


Nelle case, le urine erano raccolte in appositi vasi da notte che potevano essere  di forma differente, in base al sesso del "donatore", come si può vedere nella immagine a fianco che mostra due pratiche "padelle" in terracotta,  per uomo e per donna, provenienti da un villaggio romano risalente al primo secolo d.c.

Tutte le urine venivano succesivamente versate in appositi "dolia", anfore a collo largo, posizionate agli angoli della strada che potevano anche essere usati come "vespasiani" dai passanti maschi.

Questi "dolia" erano definiti "dolia curta", in quanto più bassi e più piccoli dei dolia usati per trasportare via mare vino e alimenti.

Apposito personale provvedeva al regolare ritiro delle urine raccolte nei dolia,  che venivano trasferite alle "fulloniche", una sorta di lavanderie "ante litteram" dove si provvedeva a produrre tessuti di lana infeltrita e a lavare e a tingere tuniche e panni.

A Pompei erano attive trentanove "fulloniche",  per il cui funzionamento era indispensabili grandi quantità di urina che, grazie all'elevato contenuto di urea e della successiva formazione di ammoniaca, ha proprietà sgrassanti e fissa i colori naturali.


Nella follonica di Stefanus, a Pompei, è stato trovato questo affresco che ci fa capire come avveniva la lavorazione.

I panni sporchi erano messi in larghi tini, si agggiungeva acqua, urina e argilla e, in assenza di lavatrici, gli operai, compresi i bambini, provvedevano a pestare energicamente i panni, i quali erano successivamente sciacquati, disinfettati e sbiancati con fumi di zolfo e infine asciugati al sole.

Come potete immaginare fare il follone non era certo un bel mestiere e anche abitare nei pressi di questi locali non doveva essere piacevole.

Marziale con un suo caustico epigramma ci da un'idea di come poteva essere l'aria mefitica che aleggiava intorno alle folloniche:

"Taide puzza peggio del vecchio dolio di un fullone spilorcio, che si è rotto poco fa in mezzo alla via..."

Comunque sia, visto che i panni alla fine venivano puliti e inodori, la pratica della raccolta differenziata delle urine e il suo uso industriale andò avanti per secoli fino a che la chimica riusci a sintetizzare l'urea e a produrre i detersivi di sintesi.

E il detto attribuito all'imperatore Vespasiano " Pecunia non olet" (il denaro non puzza) deriva dal fatto che, visti gli alti guadagni delle fulloniche, l'imperatore pensò bene di imporre una tassa sulla raccolta delle urine.

Resta da capire se chi produceva la materia prima e la conferiva scrupolosamente separata dalle sue deiezioni solide, ricevesse un compenso, una sorta di tariffazione puntuale.








sabato 17 agosto 2013

Antica Roma a Rifiuti Zero: toilet a secco?

La fossa settica lungo il Cardo V di Ercolano, ripulita di escrementi e scarti di cibo
L'antica Ercolano si è conservata tanto bene che, per evitare i danni derivanti dalla infiltrazione delle piogge si è deciso di ripristinare l'originaria rete fognaria, liberandola dalle ceneri vulcaniche che vi si erano infilate dentro durante la terribile euruzione dell'agosto del 79 dc.
Quando lo scavo si è spostato nel quartiere denominato cardo V in cui si trovavano case popolari su tre piani con negozi e botteghe a piano terra, abitate da circa 150 persone, gli archeologi hanno trovato una sorpresa.
Mentre le normali fognature di Ercolano, quelle che normalmente sfociavano a mare erano alte circa un metro e larghe 60 cm, qui il vano sotto la strada principale era alto tre metri e lungo 86 metri.
Lungo questa fossa  si aprivano i vani di scarico delle case sovrastanti collegate direttamente alle cucine delle abitazioni.

Cucina pompeiana con le suppellettili presenti nei giorni dell'eruzione

Le cucine di Pompei ed Ercolano avevano già riservato delle sorprese per gli archeologi, in quanto diverse dagli standard igienico sanitari a cui oggi siamo abituati.
Anche nelle case importanti il locale cucina era piccolo, appartato e quasi sempre senza acqua corrente, ma la cosa che ha più colpito i ricercatori era la contemporanea presenza, a breve distanza dal forno cucina, di un gabinetto, una semplice apertura che comunicava direttamente con il sistema fognario e, nel caso delle abitazioni del Cardo V con la fossa settica comune.

Sotto le ceneri del Vesuvio, i ricercatori hanno trovato circa mezzo metro degli scarti di cibo e di deiezioni, che sono stati accuratamente raccolti in circa 700 sacchi: una miniera di informazioni sulle abitudini alimentari di queste antiche popolazioni.

Le prime stime valutano che nella fossa settica ci fossero, accumulati, gli scarti di circa 10 anni degli abitanti del Cardo.

Non so se nell'equipe che studia questi reperti ci sia un "rifiutologo", ma sicuramente questa scoperta merita una domanda: fosse di questo tipo venivano ripulite, con quale cadenza, che uso si faceva di questi materiali?

Ricapitoliamo: 150 persone, ogni giorno versavano della fossa i loro scarti di cibo e le deiezioni dei residenti, molto probabilmente raccolti con vasi da notte, trovati negli scavi. La mancanza di acqua corrente nel vano cucina-toilette fa ritenere che questi scarti fossero relativamente secchi.
Gli studi fatti sulle feci raccolte riportano un alto contenuto di fibre vegetali; certamente questa era una caratteristica della dieta degli Ercolaneesi, ma non sarebbe cosi strano se fibre vegetali sotto forma di foglie secche e paglia fossero intenzionalmente aggiunte agli scarti per ridurre la produzione di odori sgradevoli ed accelerare la formazione di compost.

 Mi sembra veramente strano che gli antichi romani non utilizzazzero questa tecnica per riciclare i loro scarti organici.
Se la fossa trovata ad Ercolano aveva un facile accesso per procedere al periodico svuotamento della frazione organica più matura, avremmo la prova che questa costruzione fosse un'antenata della toilet a secco che oggi si utilizza nei luoghi dove l'acqua scarseggia e dove si continua a non buttare via nulla.
Schema di una moderna toilette a secco


ps: gli scavi e gli studi nel Cardo V sono stati finanziati da un privato statunitense, il magnate Packard.

mercoledì 14 agosto 2013

Rifiuti zero nell'antica Roma: il garum

Nella bella mostra che, a Londra,  il British Museum sta dedicando alla riscoperta della vita quotidiana degli antichi abitanti di Pompei ed Ercolano, un capitolo e' dedicato agli scarti di questa quotidianità, ai rifiuti che l'eruzione del 79 dc ha cristallizzato, insieme agli umani che li avevano prodotti.

Dai primi studi che gli archeologici hanno avviato sulle modalità di gestione degli scarti di questi nostri antenati, emerge un quadro che permette di ipotizzare che la società romana fosse, ante litteram, a "Rifiuti Zero".

Con questo post do  l'avvio ad alcuni articoli con i quali cercherò di confermare questa ipotesi: nell'antica Roma non si buttava via nulla e raccolta differenziata, riuso, compostaggio erano la norma.

Comincerò con il "garum".


Con questo nome, i romani identificavano una salsa piccante, a base di pesce, da loro considerata prelibata, usata per condire tutte le pietanze e, probabilmente, molto cara. 

Certamente a Pompei c'è chi ha fatto la sua fortuna, producendo e vendendo garum e sappiamo anche il suo nome: Aulus Umbricius Scaurus, un liberto, ossia uno schiavo liberato.

E la minuscola dimensione del vasetto di terracotta, riprodotto in un mosaico trovato nella casa di Scauro, utilizzato per conservare il gaurum, ci dice molto a riguardo: sono le stesse dimensioni delle odierne bottigliette con cui si confeziona l'altrettanto prezioso aceto balsamico.

"Scaurus, il miglior garum di sgombro è prodotto dalla sua azienda.

Il garum, a mio avviso, rientra nelle strategie Rifiuti Zero, perché, per la sua produzione, si usavano quelli che oggi consideriamo gli scarti del pesce e perché la stessa produzione non produceva scarti.
 
Ed ecco la ricetta del garum, come c'è la tramanda Gargilio Marziale:

" Si usino pesci grassi come sardine e sgombri cui vanno aggiunti, in porzione di 1/3, interiora di pesci vari. Bisogna avere a disposizione una vasca ben impeciata, della capacità di una trentina di litri. Sul fondo della stessa vasca fare un altro strato di erbe aromatiche disseccate e dal sapore forte come aneto, coriandolo, finocchio, sedano, menta, pepe, zafferano, origano. Su questo fondo disporre le interiora e i pesci piccoli interi, mentre quelli più grossi vanno tagliati a pezzetti. Sopra si stende uno strato di sale alto due dita. Ripetere gli strati fino all’orlo del recipiente. Lasciare riposare al sale per sette giorni. Per altri giorni mescolare di sovente. Alla fine si ottiene un liquido piuttosto denso che è appunto il “garum”. Esso si conserverà a lungo”.

Nella bottega del garum trovata a Pompei, sono stati trovati resti della lavorazione.

Si è potuto così verificare che il pesce maggiormente utilizzato, per lo meno nei giorni prima della eruzione, era la salpa, un pesce erbivoro che pascola in branchi sui prati di alghe e di scarso valore alimentare.

Ma trasformata in garum, la salpa aveva certamente un ben altro valore.

Il liquido che si formava dopo la stagionatura veniva certamente filtrato e recenti riscoperte della ricetta ci permettono di affermare (immagine seguente) trattarsi di un liquido trasparente, di colore ambrato, di odore tutt'altro che sgradevole.
A quanto pare, il segreto della ricetta sta proprio nell'uso delle interiora di pesce che oggi, scioccamente,  buttiamo via.

Gli enzimi digestivi contenuti nelle interiora, quelli stessi che permettono ai pesci carnivori di mangiare interi  e digerire le loro prede, provvedevano alla liquefazione della carne del pesce, senza fenomeni putrefattivi.

Se la parte liquida era il prodotto più pregiato, i nostri antenati si guardavano bene di evitare sprechi.

La parte solida, denominata " allec", quella che rimaneva dopo aver estratto il garum, probabilmente condita con olio d'oliva,  era un'ottima pasta da spalmare sul pane.

Pertanto, in un'ottica di strategia rifiuti zero, con il garum, tutto il pesce pescato era utilizzato, anche quello meno pregiato, e le interiora dei pesci più buoni, di cui si mangiavano le carni, erano riutilizzate per produrre garum e allec.

In questo modo la lavorazione non lasciava residui, se non lisce e scaglie, che scommetto erano utilizzati per produrre compost,

 Inoltre tutti i prodotti di questa lavorazione si conservavano a lungo, senza gli attuali consumi energetici e relativi rifiuti.

lunedì 5 agosto 2013

Centrali a biomasse: tutte illegali

In Italia, sono ormai un centinaio le centrali elettriche alimentate direttamente o indirettamente, con biomasse, ovvero prodotti vegetali (cippato di legno, scarti alimentari, oli di mais, sansa di olive...) e scarti animali (pollina, scarti di macellazione, deiezioni da allevamenti suini e bovini).  Inoltre, quindici sono gli inceneritori che oggi in Italia producono elettricità bruciando materiali di origine organica (scarti alimentari, materiali cellulosici, sfalci, potature...).

In Italia, nel 2009, complessivamente, risultava installata una potenza elettrica, alimentata a biomasse,  pari a 1.728 mega watt.

Tutte queste centrali esistono, in quanto, inceneritori compresi, permettono affari sicuri, grazie agli incentivi quindicennali generosamente regalati loro, con i Certificati Verdi, certificati pagati da tutti gli Italiani, con l'apposita tassa fissata sulla bolletta della luce.

Ebbene, tutte queste centrali sono illegali!

L'illegalità e' dovuta al fatto che tutti questi impianti, una volta entrati in funzione, hanno peggiorato la qualità dell'aria dei territori che li ospitano con l'immissione in atmosfera di importanti quantità di ossidi d'azoto, polveri sottili e ultra sottili, idrocarburi policiclici aromatici, diossine...

La legge violata e' il  Decreto Legislativo 155/2012 che, tra le sue finalità, prevede di
 "mantenere la qualità dell'aria ambiente, laddove buona e migliorarla negli altri casi".

E' una finalità chiara, sensata e, sostanzialmente, rispettata fino a qualche anno fa.

Tutte le statistiche dimostrano che, da alcuni decenni, a parita' di produttività, le emissioni inquinanti inviate nell'atmosfera del nostro Paese, sono drasticamente diminuite.

Questo risultato e' stato ottenuto migliorando i combustibili ( gasolio a basso tenore  di zolfo, benzina senza piombo), sostituendo olio combustibile e carbone con gas naturale, con più efficaci trattamento fumi ( filtri a manica, marmitte catalittiche).

Questa tendenza, che ha comportato un progressivo miglioramento della qualità dell'aria del nostro Paese, si è interrotta con il proliferare di grandi e piccole centrali alimentate con biomasse, compresi i "termovalorizzatori" di rifiuti urbani, in tutti i casi combustibili poveri e altamente inquinanti.

Ad esempio, a parità di energia prodotta (elettricità+calore), una centrale alimentata a biomasse legnose emette 42 volte più polveri sottili (PM10) di una centrale di pari potenza, alimentata con gas naturale.

Non sono meno impattanti le centrali alimentate con gas di sintesi prodotto dalla gassificazione del legno, in teoria migliori della combustione diretta delle stesse biomasse gassificate.

 Un impianto di gassificazionedi cippato di legno da un Megawatt di potenza elettrica, nel pieno rispetto dei limiti alla concentrazione di inquinanti presenti nei suoi fumi, emette annualmente circa 6 tonnellate di ossidi di azoto, circa 6 tonnellate di ossido di carbonio, 4 tonnellate di anidride solforosa e 300 chili di polveri sottili PM 10.

In assenza di impianti di teleriscaldamento e senza il contemporaneo spegnimento di impianti termici poco efficienti,  alimentati con combustibili con fattori di emissioni superiore a quello delle biomasse utilizzate, e' inevitabile che tutti questi inquinanti provochino un sicuro peggioramento della qualità dell'aria e un proporzionale aumento di rischio sanitario per la popolazione esposta.

Questo significa che il rispetto delle concentrazioni di inquinanti nei fumi, ammessi dalla Legge e' una condizione necessaria, ma non sufficiente, al rilascio delle autorizzazioni per la realizzazione e l'entrata in servizio di questi impianti.

L'autorizzazione ha valore solo se il progetto dimostra anche che l'entrata in funzione dell'impianto  "mantiene la qualità dell'aria ambiente, laddove buona e la migliora negli altri casi".

Questa duplice norma cautelativa (rispetto dei limiti alle emissioni e rispetto di una delle finalità del Decr. 155/2012) e' stata fatta propria con la Delibera 362 dalla Regione Emilia Romagna del 26 luglio 2011 che afferma:
  1. Ai fini della localizzazione di impianti per la produzione di energia a biomasse aventi potenza termica nominale superiore a 250 kWt si applicano i seguenti criteri generali:
  2. x Su tutto il territorio regionale gli impianti devono utilizzare le migliori tecniche disponibili;
    x Nelle aree di superamento e nelle aree a rischio di superamento, è possibile localizzare impianti a biomasse solo a condizione che si sostituiscano sorgenti emissive esistenti e che sia assicurato un saldo complessivo pari almeno a zero delle emissioni in atmosfera di PM10 e NO2;
    x Nelle altre zone  si deve utilizzare un criterio cautelativo per mantenere la qualità dell’aria ambiente. 
"Il computo emissivo deve essere effettuato per i parametri PM10 e NOx (ossidi di azoto espressi come NO2) e per entrambi gli inquinanti nelle aree di superamento e nelle aree a rischio di superamento il saldo emissivo complessivo deve essere:
Saldo emissivo = Emissioni nuovo impianto - Emissioni spente o ridotte 􏰀 0
Nella valutazione del saldo emissivo complessivo vanno dunque computate le sorgenti emissive esistenti che saranno “spente” o ridotte con l’entrata in funzione dell’impianto.
Si configurano in particolare due casistiche possibili:
  • -  sostituzione di emissioni provenienti da impianti esistenti;
  • -  installazione di nuovi impianti con contestuale riduzione delle emissioni complessive sul territorio tramite la realizzazione di opportune misure integrate localizzate in via prioritaria nella medesima area comunale o, in dipendenza dalla localizzazione dell’impianto, nelle aree contigue ricadenti in altri Comuni, da definire con le autorità competenti anche attraverso eventuali Accordi. " 
    E' interessante notare che la Regione Emilia Romagna, prevede che il computo emissivo sia fatto anche valutando le emissioni del traffico indotto per il trasporto delle biomassea alla centrale .
    Sarebbe opportuno che, al più presto, una simile norma (chiarendo meglio quali possano essere i criteri cautelativi da adottare nelle zone dove la qualità dell'aria e' già buona) sia introdotta in tutte le legislazioni regionali, in quanto ora, solo i cittadini dell'Emilia Romagna hanno a loro disposizione una norma che li tutela.
    Comunque, evidenziamo che, dati alla mano, in tutte le aree servite da gas naturale, il più pulito combustibile di cui possiamo disporre, sarà impossibile che l'uso energetico di biomasse al posto del gas naturale, possa lasciare inalterata, e tantomeno migliorare, la qualità dell'aria del territorio interessato alle ricadute dei fumi prodotti dal nuovo impianto.
Pertanto, ipotizzo che gran parte delle attuali autorizzazioni rilasciate ad impianti alimentati a biomasse, compresi gli inceneritori per rifiuti urbani, siano illegittime.

La parola definitiva a qualche buon avvocato che non si crei problemi a schierarsi a favore della salute del Popolo Italiano.

Se nel frattempo qualche ministro dell' Ambiente, dello Sviluppo Economico e delle Finanze provvedesse ad abolire gli incentivi a tutte le centrali a biomasse, gliene saremo grati in eterno.