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giovedì 9 maggio 2013

FAQ sulla LIP Rifiuti Zero

Domanda n 1
Per quale motivo LIP Rifiuti Zero, propone impianti anaerobici per la gestione della frazione organica dei rifiuti, quando in Italia ci sono numerosi comitati che si oppongono con forza alla realizzazione di impianti di questo tipo e più in generale alla produzione di elettricità con la combustione del biogas prodotto dal trattamento anaerobico di biomasse?

La LIP Rifiuti Zero si pone l'obiettivo di dare risposte innovative alla attuale gestione dei rifiuti urbani, in grado di risolvere il problema "rifiuti" con il minimo impatto ambientale e sanitario.

Ogni anno, un italiano direttamente o indirettamente (mercati, mense, ristorazione) produce, in media, 180 chili di scarti organici più o meno putrescibili, formati in prevalenza da scarti di cibo, da potature e sfalci, da pannolini e pannoloni. 

La LIP Rifiuti Zero prevede che una parte di questa produzione di rifiuti si possa ridurre, riducendo gli sprechi di cibo, a livello famigliare, nella grande distribuzione, nella ristorazione. Si possono produrre meno rifiuti organici con il compostaggio domestico, con l'uso di pannolini riutilizzabili, con il recupero di cibo per persone in difficoltà. Con queste ed altre pratiche, l'attuale produzione di scarti organici si potrà ridurre del 10-20% e per il restante 90-80% bisogna trovare un'alternativa alla discarica e agli inceneritori.

In base alla LIP Rifiuti zero, l' alternativa è offerta dai trattamenti biologici denominati compostaggio e digestione anaerobica.

Questi due processi,sono in grado di risolvere il problema con un basso impatto ambientale e sanitario, molto inferiore a quello attualmente prodotto dalle discariche e dagli inceneritori.

Compostaggio e digestione anerobica, gestiti con tecniche moderne, sono entrambi finalizzati alla produzione di compost per uso agricolo, floro-vivaistico e giardinaggio e, nel caso della digestione anaerobica, anche alla produzione di metano da immettere nella rete di distribuzione del gas naturale.

Gli impianti di compostaggio sono da preferire nelle situazioni in cui il bacino d'utenza ha una bassa produzione di organico, indicativamente fino a 15.000- 20.000 tonnellate/anno, corrispondente alla produzione di 100.000 abitanti equivalenti. 

Per realizzare il compostaggio occorrono ampie aree pianeggianti  (0,8-1,5 metri quadrati  per ogni tonnellata di frazione organica prodotta annualmente), con abitazioni ad almeno un centinaio di metri di distanza dall'impianto, per evitare disagi ai residenti; inoltre sarebbe meglio se in loco fossero disponibili le quantità di cippato di legno vergine che bisogna aggiungere alla frazione organica per facilitarne il compostaggio (da 150 a 450 chili di cippato per ogni tonnellata di frazione organica). Queste condizioni, nel nostro paese, si trovano con una certa facilità nelle aree rurali, in quelle collinari e montane con bassa densità abitativa. 

Per gestire la frazione umida prodotta da città con diverse centinaia di migliaia di abitanti, necessariamente la capacità degli impianti per il trattamento dell'umido deve essere maggiore e i limiti di spazio disponibile e il rispetto delle distanze di sicurezza dalle abitazioni suggeriscono il ricorso agli impianti di digestione anaeorobica che richiedono solo 0,3-1 metro quadrato di superficie per tonnellata/anno trattata e hanno intrinsecamente meno problemi di emissioni odorigene, in quanto obbligatoriamente il processo anaerobico deve avvenire in ambienti chiusi, in assenza di ossigeno.

In questo caso, l'economia di scala ottenibile con impianti grandi,  compensa i maggiori costi di investimento della digestione anaerobica. 

Inoltre, grazie alla autoproduzione di metano, un digestore anaeobico può autoprodurre anche tutto il calore e l'energia elettrica necessaria al suo funzionamento, compreso il trasporto delle frazioni organiche che può essere effettuato con automezzi alimentati con bio-metano. 

Un digestore anaerobico produce metano in quantità nettamente maggiore (indicativamente  60-70%) di quello necessario ai propri consumi energetici e la LIP Rifiuti Zero prevede che questo metano, opportunamente depurato a partire dal biogas grezzo, debba essere immesso nella rete di distribuzione del gas, in sostituzione di un pari volume di gas metano di origine fossile. 

Inoltre, a maggiore garanzia degli interessi collettivi, la LIP Rifiuti Zero, obbliga il compostaggio del digestato, sottoprodotto della digestione anaerobica e il successivo uso agronomico del compost così prodotto.

Pertanto, la digestione anaerobica permette di trasformare gli scarti organici in un gas combustibile (il bio-metano) e in un ammendante agricolo (il compost).

Entrambi questi prodotti hanno un alto valore commerciale, garantito dalla loro qualità, la quale a sua volta è garantita dalla alta purezza delle frazioni organiche separate alla fonte  con sistemi di  raccolta Porta a Porta che, ancora una volta, grazie alla LIP Rifiuti Zero, saranno obbligatori su tutto il territorio nazionale.

I ricavi ottenuti dalla vendita di compost e metano, i costi di gestione ridotti grazie alla autoproduzione di energia, permetteranno la realizzazione e la gestione degli impianti di digestione anaerobica, con bilanci in pareggio, anche senza gli attuali incentivi (Certificati Verdi) che la LIP Rifiuti Zero annullerà. 

Questi ricavi permetteranno anche di tenere basse le tariffe per il trattamento delle frazioni organiche inviate alla digestione anaerobica.

Proprio grazie a tutte queste caratteristiche gli impianti di digestione anaerobica, anche dal punto di vista normativo, sono considerati impianti produttivi, finalizzati al riciclo di materiali e non impianti per lo smaltimento dei rifiuti.

L'abolizione del Certificati Verdi prevista dalla LIP, è motivata dal fatto che sono proprio I facili guadagni da parte di  chi produce sul posto energia elettrica bruciando biogas prodotto  con il mais, la spiegazione del proliferare di questi impianti che, in assenza di programmazione, diventano nuove fonti di inquinamento che si aggiungono a quelle delle nuove centrali a carbone  e tutto questo, giustamente, trova contrarie le popolazioni coinvolte.

Per quanto riguarda gli impatti ambientali degli impianti di digestione anaerobica, il biometano ha gli stessi fattori di emissione del gas naturale, i più bassi in assoluto tra i tutti i combustibili che usiamo e l'uso del biometano al posto del metano non modificherà la quantità di inquinanti attualmente prodotti con l'uso del metano.

La maggiore quantità di impurezze presenti nel biogas è dovuta all' anidride carbonica ( 30-40 per cento in volume), all'azoto (meno dell'1 per centoin volume) e all'acqua, composti senza rilevanza tossicologica che però è opportuno rimuovere per aumentare il potere calorifico del biogas e trasformarlo in biometano, in cui il metano rappresenta oltre il 95% della composizione del gas.

Altri composti, come i mercaptani e l'ammoniaca  sono presenti nel biogas in quantità nettamente inferiore (alcune decine di parti per milione) e diversi metodi, applicati anche per purificare il gas naturale grezzo, permettono di ridurre drasticamente la loro concentrazione nel biometano.

Non sono segnalati particolare problemi per la quantità e la tossicità dei rifiuti che queste tecniche di depurazione producono. 

L'immissione di biometano in rete e il suo uso per autotrazione è già una realtà in Francia, Germania, Svezia, Svizzera, Austria, Olanda e l'Unione Europea sta studiando una norma che individui le caratteristiche che deve avere il biometano da immettere in rete, uguale in tutti i paesi  della Comunità.

Insomma, il biometano, anche se poco conosciuto in Italia, è già tra di noi e, è da auguraci che ci resti a lungo e in quantità crescente, in particolare se prodotto con i nostri attuali scarti in sostituzione del metano libico e russo.