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lunedì 28 novembre 2011

Diesel caffè

Le statistiche dicono che ogni italiano ( neonati compresi) in un anno consuma, sotto forma di tazzine, circa 4,5 chili di caffe. Complessivamente sono circa 270.000 tonnellate che, espletata la loro funzione per preparare tonificanti bevande, lasciano altrettante tonnellate di "pose".

E questa montagna di pose di caffè che fine fa?

Non ci vuole molta fantasia: attualmente  quasi tutte le pose di caffè vanno a riempire le discariche e ad alimentare qualche inceneritore.

Nell'uno, ma anche nell'altro caso, è uno spreco pauroso, in quanto si è scoperto che le pose di caffè contengono dal 10 al 20 percento di oli che possono essere trasformati in olio diesel con cui alimentare le autovetture.

Se queste stime sono giuste parliamo di diverse decine di migliaia di tonnellate di gasolio che, di questi tempi potrebbero venire comodi al bilancio economico del Paese.

L'Università del Nevada, nel 2008, ha cominciato a studiare la cosa, concludendo che si può fare: gli oli rimasti nel caffè, estratti e chimicamente trattati,  sono  un ottimo combustibile.

E la cosa non finisce con il biodiesel, in quanto quello che rimane dopo questa ulteriore estrazione, di fatto lignina in polvere, può essere utilizzato in agricoltura come ammendante e per produrre pellet  da usare come combustibile.

A quando la raccolta differenziata delle pose del caffe dai tanti bar e ristoranti nazionali?

giovedì 24 novembre 2011

Ponti e Cemento

Fino ai primi anni dell' '800, chi governava Genova si è ben guardato di andare a costruire nelle aree di esondazione dei due grandi torrenti, a ponente (Polcevera) e a levante (Bisagno) della città. 

Dal periodo romano fino al 1700, il territorio urbanizzato si è progressivamente ampliato ma le mura della città si sono tenute a debita distanza da questi corsi d'acqua, rigagnoli per lunghi mesi durante la stagione estiva, ma alle prime piogge capaci, da sempre, di fare disastri.

Ovviamente questi due torrenti non hanno mai impedito commerci e collegamenti ai quali provvedevano fin dall'alto medioevo lunghi ponti. Uno, in particolare è storicamente ben documentato da tempi lontani: è il ponte di  Sant'Agata che, con le sue 26 arcate in pietra, permetteva di attraversare il Bisagno anche in piena.

Ma anche così il torrente e le sue aree di esondazione erano utilizzate, fin da epoche remote, in un modo che oggi si definirebbe sostenibile.

Nel greto del Bisagno, dalla foce fino all'attuale quartiere di Marassi, era tutto un susseguirsi di campi coltivati ad ortaggi che, a loro volta,  rifornivano la città di verdure fresche alimentate dal concime prodotto raccogliendo con diligenza le deiezioni degli animali da soma e compostandoli, insieme agli scarti vegetali direttamente sul posto.

Non è quindi un caso che ancora oggi a Genova i fruttivendoli si chiamano "bisagnini".

In assenza di abitazioni, le piene del Bisagno non facevano vittime e i danni, messi in conto,  erano limitati; al massimo si perdeva il raccolto di fine stagione. E una volta ritirate le acque, si poteva ricominciare a ripiantare cavoli e pomodori sul nuovo terreno fertile che il buon Bisagno, con la sua momentanea irruenza, aveva trascinato a valle.

All'alba dell'ottocento, il rispetto per il torrente finì e si cominciarono a cementificare le aree dove il Bisagno di tanto in tanto si sfogava. Sorsero i quartieri della Foce, di Brignole con la stazione e la ferrovia,  di San Fruttuoso, di Marassi e il suo stadio. E il ponte di Sant'agata si accorciò progressivamente riducendo le sue arcate da 26 a otto ma continuando ad essere usato per chi si ostinava ad andare a piedi.

Mentre il ponte era progessivamente interrato nei nuovi quartieri, il Bisagno era coperto ( tombinato) dalla stazione  Brignole alla Foce e  negli anni novanta,  nella parte più alta  a Marassi, davanti allo stadio.

Il vecchio ponte romanico di Sant'Agata, che nel corso di secoli, aveva superato brillantemente fortissime alluvioni, superò indenne anche quella del 1970, ma non ce la fece con quella del 1996 durante la quale  perse quattro delle sue arcate, portate via dalla corrente.



Era obbigatorio, in nome dello sviluppo, cementificare l'alveo del Bisagno?

Certamente no!

Ponti via via più moderni avrebbero permesso di fare circolare mezzi e persone sulle aree giolenari e la città si sarebbe comunque ampliata in zone, forse meno remunerative dal punto di vista edilizio, ma certamente più sicure.

Se una classe dirigente illuminata avesse fatto queste scelte ora non saremmo a piangere, ogni 20 anni, i vecchi e i nuovi morti e i vecchi e  nuovi danni alle cose.

Ma sembra che la lezione del tragico 4 novembre 2011 non sia stata ancora capita e in Regione si scalpita per riprendere le costruzioni in alveo  e per ridurre le distanze di sicurezza.

Se non esiste il coraggio di bloccare il cemento, un rimedio a questa follia ci sarebbe: far pagare ai proprietari terrieri e ai costruttori, una pesante tassa sul rischio di esondazione, a piena copertura dei futuri danni agli uomini e alle cose che certamente le future alluvioni, sempre più frequenti, creeranno

lunedì 21 novembre 2011

Rifiuti e Mattoni

Fino a qualche giorno fa credevo che per fare mattoni occorresse solo della buona argilla ed una robusta fonte di calore.

Sabato scorso, ospitato nelle Crete Senesi, ho scoperto che in una moderna fornace per produrre mattoni e laterizi possono anche entrare, ufficialmente autorizzate  dalla Provincia, diverse migliaia di tonnellate di rifiuti riconosciuti per legge non pericolosi.

L'autorizzazione è finalizzata al "recupero" di questi rifiuti, il cui residuo solido è letteralmente inglobato nei mattoni.

Certo non ci sono problemi se i rifiuti sono "sfridi e scarti di prodotti di prodotti ceramici".

Ma quando si autorizza il "recupero" di "ceneri leggere di carbone e di legno non trattato", qualche perplessità mi viene in quanto è ampiamente documentato che nelle ceneri leggere, comprese quelle prodotte bruciando legname e di solito  trattenute dai sistemi di  filtrazione  fumi, sono concentrati numerosi composti e metalli tossici.

Quello che mi viene da pensare scoprendo questi fatti è se, quando le ceneri leggere di carbone e di legna sono state classificate non pericolose,  il legislatore poteva già disporre dei risultati degli studi sulla concentrazione di metalli pesanti, diossine, policiclici aromatici su queste ceneri e della loro attività mutagena.

Anche l'uso di fanghi di diversa provenienza ( industrie cartarie, fanghi di perforazione, trattamento acque industriali) meriterebbe qualche cautela e qualche analisi , prima di autorizzarle nella produzione di mattoni.

Insomma ho scoperto che oltre ai cementifici, anche le fornaci sono diventati sistemi per lo smaltimento di rifiuti e che di fatto, di questo si tratta, si evince da un fatto elementare: l'azienda che introduce nei suoi cicli produttivi questi scarti, è pagata da chi questi scarti li produce

e-learning

Tutti quelli che fossero interessati alla mia presentazione, registrata dall'Università di Reggio Emilia,  in cui metto a confronto gli impatti ambientali di inceneritori, riciclo, trattamenti meccanico biologici ,può scaricarla a questo indirizzo

https;//files.me.com/federico.valerio/z4ijw3

domenica 20 novembre 2011

Bombe d'Acqua

In inglese si chiamano "Cloud-Burst", la traduzione italiana "Nubifragio" esprime lo stesso concetto ( nubi esposive), il neologismo giornalistico "Bombe d'Acqua", fa meglio capire di che cosa si tratta.

Per i meteorologi si classifica come "bomba d'acqua" un evento durante il quale, in due ore, piovono più di 50 millimetri di pioggia, 600 millimetri in 24 ore. Insomma, tanta acqua in pochissiomo tempo.

Su Quezzi, il quartiere di Genova, dove si trova il Ferreggiano,  il 4 novembre 2011 si sono registrati 514 millimetri di acqua in 24 ore!

Per chi avesse dubbi, un nubifragio, una bomba d'acqua, di potenza simile a quella del 4 novembre, ma caduta su un'aria più vasta,  è scoppiata nell'alluvione di Genova del 1970: quel giorno, in città, si sono registrati 580 millimetri di pioggia e 20 morti.

Le previsioni ARPAL, il giorno prima del disastro di Genova, il  3 novembre 2011, parlavano di 30-70 millimetri di pioggia.

Se le previsioni fossero state confermate, al massimo ci sarebbe stato qualche allagamento dei sottopassi e degli scantinati, eventi certamente pericolosi, ma non tali da paralizzare preventivamente una città.

Il problema è che l'intensità e la localizzazione precisa di una "bomba d'acqua" non è prevedibile con gli attuali modelli e infatti, nessuno, tanto meno la nostra Sindaco, il 3 novembre ha previsto la possibilità che una "Bomba d'acqua" sarebbe di li a poco, scoppiata sulla città.

Se ci fosse stata questa certezza, doveva scattare l'allarme meteo 3 ( che alle nostre latitudini non esiste) e   si dovevano chiudere, oltre alle scuole, negozi, uffici, fabbriche, autorimesse.

Adesso sappiamo che quando c'è l'allerta meteo 2 e viene giù tant'acqua che sembra, letteralmente,  di essere sotto la doccia, la nostra vita e quella dei nostri cari è in pericolo.

E il pericolo è elevatissimo per chi vive, lavora, si trova nelle zone di esondazione dei nostri tanti torrenti.

In questi luoghi l'ondata di piena è repentiva e distruttiva.

Si è arrivati a criticare la Sindaco per aver parlato di uno tsunami: certo lo tsunami, tecniocamente è un altro evento, ma per quanto riguarda l'arrivo improvviso e la potenza distruttiva è esattamente la stessa cosa.

 Ora spero che abbiamo imparato tutti che quando le nubi scoppiano, senza perdere tempo per salvare le cose,  e senza aspettare l'ordinanza del Sindaco, bisogna togliersi dalle strade e salire ai piani alti.

Chi è stato intervistato per esprimere un parere sulla gestione dell'emergenza da parte del Sindaco Marta Vincenzi, queste cose le sapeva?

giovedì 10 novembre 2011

Contadini al Potere

Il servizio di Presa Diretta di ieri sera ( RAI3, a cura di Corrado Iacona) è stato angosciante, anche se i fatti raccontati non sono nuovi.

Gli agricoltori in Italia spariscono e, con loro, le terre coltivate.

Ma non spariscono solo i contadini, spariscono anche i pastori e i pescatori,  E' una strage silenziosa che non interessa i media e tanto meno la classe politica. Il colpevole è il mercato senza regole che, ad esempio, fa venire nei porti italiani navi cariche di grano ucraino o australiano, con lo scopo dichiarato di tenere bassi i prezzi dei nostri prodotti e poter lucrare sul mercato internazionale con accordi tra le cinque multinazionali che controllano a livello mondiale questo mercato.

Analoga sorte per i pomodori e il formaggio.

La trasmissione ha dimostrato che il made in Italy è una favola ( soli il 50% del grano usato nei nostri pastifici è di produzione nazionale) ma questo è il problema minore.

L'abbandono dei campi non è solo disoccupazione crescente ma anche dissesto idrogeologico, aumenti dei costi al consumo, bilancia commerciale negativa, desertificazione del territorio.

Dubito che un governo autorevole non sia in grado di favorire sinergie tra produttori e trasformatori o ancor meglio, aiutare i produttori (contadini) a diventare anche trasformatori dei loro prodotti, abbreviendo la filiera dal produttore all'utilizzatore del prodotto finale.

Questa trasformazione epocale potrebbe anche essere possibile aiutando i contadini a diventare utilizzatori e produttori di energie rinnovabili, privilegiando quelle prodotte con scarti agricoli.

Il mercato invece sfrutta le debolezze del mondo contadino per affittare a quattro soldi i loro terreni ed installare al posto del grano e delle viti, pannelli fotovoltaici, la cui energia è pagata con danaro pubblico in base ai certificati verdi dati senza regole e tanto meno con criteri attenti agli interessi collettivi.

E questo è anche il danno minore, in quanto il terreno agricolo rende di più se diventa un mezzo per smaltire rifiuti speciali ( fanghi di depurazione), se non addirittura tossici e pericolosi.

L'unica alternativa che vedo è che chi produce beni vitali come il cibo e

mercoledì 9 novembre 2011

W il bio-diesel

Il fatto che olio diesel prodotto a partire da oli vegetali sia compatibile con il buon funzionamento degli attuali motori diesel con al piu piccole modifiche e' una buona notizia. Avremo disponibile forza motrice anche quando petrolio e carbone saranno finiti.
Il fatto che a parità di energia erogata l'uso di bio diesel emetta meno ossido di carbonio, meno anidride solforosa, meno polveri e' una buona notizia. Questo vuol dire che miscelando bio diesel a gasolio per auto trazione, anche con gli attuali consumi, l'inquinamento delle nostre città potrebbe diminuire e rispetto ad un consumo di soli combustibili fossili ci sarebbe una minore emissione di gas serra.
Quello che non va e che potrebbe accelerare i tanti disastri economici ed ambientale del Pianeta e' di pensare di crescere all ' infinito (consumatori e risorse) sostituendo o, peggio, aggiungendo un po' di energie più o meno rinnovabili a quelle fossili e nucleari.
Quello che e' certo e' che quando avremo disponibili solo fonti di energie rinnovabili, l'attuale modello di consumo delle società ricche ce lo scordiamo.
La finanza, il capitalismo, il liberismo non sono disponibili a rassegnarsi ad accumulare danaro e "cose".
Se non li fermiamo in tempo, ci porteranno alla fine dell' avventura dell' homo sapiens nella storia del Pianeta che vive da almeno 400 milioni di anni.