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giovedì 17 aprile 2014

Autorizzazioni semplici? Salute addio! Il parere di Medici per l'ambiente.


Le semplificazioni delle autorizzazioni di impianti inquinanti e la chiusura del ciclo dei rifiuti,privilegiandone la combustione, sono oggetto di una posizione di ISDE Italia (Medici per l’ambiente) a cura del dott. Agostino Di Ciaula

La Camera dei Deputati infatti si appresta a discutere il disegno di legge collegato alla legge di stabilità 2014, contenente “disposizioni in materia ambientale”.

Secondo ISDE “alcune disposizioni sugli iter autorizzativi di impianti inquinanti e in tema di gestione dei rifiuti urbani, qualora approvate, rischierebbero di svigorire le garanzie a tutela di salute pubblica e ambiente attualmente contenute nel D. Lgs. 152/2006 e nel codice penale”.
Autorizzazione impianti inquinanti
Le “semplificazioni” alle procedure VIA previste dal collegato ambientale, secondo ISDE “rischiano di ridurre a mera formalità burocratica l’iter autorizzativo di pratiche gravemente lesive dell’ambiente, come lo scaricare in mare ‘acque derivanti da attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi’, i dragaggi e ‘la posa di cavi e condotte’. Alcune aree del nostro territorio Nazionale sono ormai da anni fatte oggetto di un vero e proprio assalto da parte di attività imprenditoriali che con crescente aggressività tentano di sottrarre al diritto di preservazione aree di pregio ambientale, fondali e coste, in particolare nel meridione d’Italia, muovendosi spesso in aperta violazione degli articoli 9 e 41 della carta Costituzionale" 
Si tratterebbe di legalizzare “un’attitudine semplificatoria” che chiunque abbia seguito un procedimento di VIA o AIA ha avuto modo di apprezzare: scarsa considerazione delle osservazioni del pubblico e nessuna valutazione delle condizioni ambientali e sanitarie del sito. Valutazioni che si risolvono con pareri sanitari e ambientali a cura di ARPAL, ASL e dei sindaci, accettate acriticamente da ISPRA e dal Ministero dell'Ambiente e basati sui dati disponibili (spesso obsoleti e inadeguati allo scopo). Le Procure parlano di "neghittosità delle istituzioni" (QUI). Quanto alle omissioni verificate e sperimentate, le avevo recentemente elencate qui, con riferimento all’AIA rilasciata per la centrale Enel della Spezia 
“mancata verifica della compatibilità ambientale e sanitaria del sito in cui dev'essere autorizzato l'impianto; prescrizioni fondate sulla sola sostenibilità economica in spregio dei limiti possibili con l'applicazione delle MTD; omessa considerazione delle Osservazioni del Pubblico anche quando il loro contenuto dimostrava gravi lacune dei procedimenti; omessi controlli sul reale rispetto delle prescrizioni; EMAS regalate e reclami ignorati, garantendo così AIA di 8 anni anzichè 5 (per via del miglioramento continuo delle prestazioni ambientali).” (QUI) 
Conferma ISDE
“La VIA, inoltre, così com’è strutturata, non è in grado di fornire adeguate tutele alla salute pubblica. Nonostante questo, a fronte di una semplificazione che rischierà di indebolire il procedimento autorizzativo, si ignora completamente la necessità di obbligare gli enti locali ad efficaci valutazioni preliminari di impatto sulla salute dei residenti, mediante l’applicazione di strumenti epidemiologici di prevenzione del rischio come la VIS (Valutazione di Impatto Sanitario) e la VDS (Valutazione di Danno Sanitario).”
Gestione dei rifiuti
“In merito alla gestione dei rifiuti – scrive ISDE Italia - nel rispetto degli indirizzi della Comunità Europea, si introducono giusti incentivi per l’acquisto di prodotti realizzati con materia riciclata (art. 11). Le stesse indicazioni comunitarie, tuttavia, sarebbero in realtà completamente rispettate solo ponendo in essere forme  di incentivazione economica diretta per l’imprenditoria sostenibile che lavori sul recupero

di materia, almeno pari a quelle di cui da anni beneficiano gli imprenditori del recupero energetico (ad es. termovalorizzatori)...  La certificazione dell’incapacità dello Stato a rispettare le sue stesse leggi (obbligo di raggiungere il 65% di raccolta differenziata entro dicembre 2012, mentre siamo ora a circa il 39%), verrebbe semplicemente cancellata con l’articolo 14, che sposta il raggiungimento di quell’obiettivo dal 2012 al 2020. La storia del nostro Paese ha insegnato che la politica delle proroghe non ha mai garantito risultati sostenibili e sarebbe stato meglio dare prova di vera volontà di cambiamento e porsi come obiettivo concreto per l’anno 2020 quello richiesto agli Stati membri dal Parlamento Europeo con il testo adottato il 24 maggio 2012 (A7-0161/2012), che invita al “rispetto della gerarchia dei rifiuti”, al progressivo azzeramento del rifiuto residuo, all’abbandono delle discariche e, soprattutto, all’abbandono progressivo (“phasing-out”) dall’incenerimento entro il prossimo decennio.
Invece, procedendo in senso esattamente contrario, con l’art. 19 il disegno di legge si pone come obiettivo la realizzazione di una “rete nazionale integrata e adeguata di impianti di incenerimento” per “rifiuti indifferenziati” (i più pericolosi in assoluto per ambiente e salute), preceduta da una sorta di inventario degli impianti esistenti e dalla previsione dei nuovi impianti necessari in base a questa necessità".
Al proposito è interessante ricordare quanto rilevato dal GCR Liguria nelle osservazioni al Piano Regionale dei rifiuti, regione che ricordiamo ha chiesto e ottenuto la proroga al 2016 per il raggiungimento degli obbiettivi di RD
“Lasciare che il 50% dei rifiuti continui a rimanere indifferenziato, vuol dire continuare una gestione che privilegia grossi impianti di discarica o di TMB (Tattamento Meccanico Biologico) per la produzione di CSS (Combustibile Solido Secondario) che possono dar luogo a buoni profitti per chi li gestisce, ma con costi esterni per la salute, l’ambiente e conseguenti problemi sociali che la regione Liguria dovrebbe considerare attentamente prima di diventarne corresponsabile.” (QUI)
A proposito dell'impatto sulla salute, continua ISDE
“Numerose e solide evidenze scientifiche nazionali e internazionali hanno dimostrato che la combustione dei rifiuti, dovunque e comunque avvenga, è pratica nociva per la salute dei residenti, oltre a fungere da enorme deterrente per buone pratiche quali il riciclaggio, il riuso, la separazione a freddo, il recupero di materia e la riduzione della produzione di rifiuti. Il nostro Paese e le nostre Comunità locali dovrebbero essere messe dal Governo nelle condizioni migliori per considerare i rifiuti come una risorsa da utilizzare e non come un problema da distruggere.L’Italia dovrebbe rappresentare nel prossimo futuro un esempio delle buone pratiche e non il Paese capofila dell’incenerimento. Siamo attualmente al terzo posto in Europa per numero di inceneritori attivi sul territorio nazionale e le recenti disposizioni volte ad agevolare l’utilizzo di combustibile derivato da rifiuti (CSS) nei cementifici (circa 60 impianti in Italia), ci farebbero rapidamente scalare le posizioni della graduatoria e, oltre a darci il primato Europeo, ci confermerebbero tra i primi Paesi al mondo per capacità di incenerimento.
La combustione degli sfalci vegetali
foto D. Patrucco 15/4/2014
La modifica della legge regionale con cui dalla scorsa estate la Liguria ha legalizzato la combustione degli sfalci è stata oggetto di numerosi post su questo blog (QUI) in particolare dopo che la IARC ha inserito tra i cancerogeni certi lo smog con particolare riferimento alle biomasse e dopo che qualche giorno fa il problema della combustione delle biomasse è stato messo in rilievo dalla stessaARPA Lombardia (QUI)

A conferma dei numerosi dubbi circa l’opportunità di una tale pratica scrive ISDE 
“Grandi timori sorgono per l’art. 29, con il quale si propone addirittura di ignorare un reato penale: la combustione sul campo dei residui vegetali. Questa pratica genera un'importante quantità di gas serra e di emissioni tossiche in atmosfera (micro- e macroinquinanti), oltre che ceneri da combustione, potenzialmente in grado di contaminare anche irreversibilmente i terreni e le falde acquifere. Alcuni degli inquinanti emessi dalla combustione dei residui vegetali da frantoio sono persistenti nell’ambiente, non biodegradabili e accumulabili nei tessuti umani e vegetali, con emivita che in alcuni casi può superare il secolo. Inoltre, anche a non voler considerare “rifiuti” i residui vegetali, non si potrebbe fare a meno di considerare rifiuti (anche pericolosi) le ceneri da combustione, che sarebbero prodotte dal permesso di bruciare gli scarti in terreni predestinati al massacro ambientale. Queste sono le ragioni per le quali questa pratica (che danneggia anche chi la esegue) è attualmente penalmente perseguibile. Il disegno di legge permetterebbe invece di “effettuare la bruciatura dei residui vegetali, nel rispetto di quanto previsto dalla normativa vigente in materia di inquinamento atmosferico e di salvaguardia della salute umana”. Questo obiettivo è improponibile per l’impossibilità di controlli e verifiche sulle quantità e sulle tipologie di residui bruciati, sulla tipologia e sulle quantità delle emissioni inquinanti, per l’incremento del rischio sanitario (esposizione occupazionale) di chi effettuerebbe materialmente la combustione e di chi risiede nei territori limitrofi, per la  contaminazione (che può anche essere irreversibile) dei terreni sui quali avverrebbe la combustione e per l’incerta destinazione finale delle ceneri da combustione, che sono classificabili come rifiuti tossici e andrebbero smaltite in discariche per rifiuti speciali, a costi molto elevati. Come nel caso dell’imprenditoria del recupero, anche in questo caso un’alternativa sostenibile sarebbe stata l’obbligo di compostaggio (magari con agevolazioni/incentivi) delle frazioni di scarto.
E conclude ISDE
"Alcune delle disposizioni contenute nel disegno di legge in oggetto avranno importanti conseguenze non solo economiche ma anche sociali e sanitarie e guideranno lo sviluppo o la involuzione della tutela ambientale e sanitaria nel nostro Paese almeno nel prossimo decennio. La risoluzione dei punti critici evidenziati da ISDE Italia potrebbe garantire un futuro sostenibile al nostro Paese, rispettare la tutela dell’ambiente inteso come determinante principale della salute umana e compiere un significativo passo verso la prevenzione primaria".