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mercoledì 4 dicembre 2024

Biossido di azoto nei fumi delle navi ormeggiate a Genova e in città 3)

 Concentrazione di biossido di azoto a Genova.

Fin dal 2007, quando la rete di monitoraggio della qualità dell'aria di Genova, conforme alla normativa europea, è stata completata, è emerso il mancato rispetto dei limiti di legge per il biossido di azoto, in particolare lungo le strade più trafficate di Genova (via Buozzi e corso Europa), dove la concentrazione media annuale era, e continua essere, superiore al 40 microgrammi per metro cubo (ug/m3).

Nonostante che, fin dalla pubblicazione del primo inventario delle emissioni presenti nel comune di Genova, redatto nel 2005, fosse evidente che la maggiore quantità di biossido di azoto provenisse dalle attività portuali, seguito a distanza da quello prodotto dal traffico, fu solo nel 2021 che, su sollecitazione del Comitato Tutela Ambientale Genova Centro Ovest,  ARPAL, l'Agenzia Regionale per laProitezione  dell'Ambiente Ligure, con una stazione mobile, posta in largo San Francesco da Paola, iniziò ad effettuare misure orarie di biossido di azoto, in una zona certamente interessata dalle emissioni portuali, in particolare dai  traghetti e dalle navi da crociera che attraccano ai moli del "Porto Antico".


Figura 1: nel cerchio rosso la localizzazione della stazione mobile ARPAL
in largo San Francesco da Paola




Nella Figura1, l'immagine satellitare mostra la localizzazione della prima stazione di monitoraggio usata per misurare la concentrazioni di inquinanti nel quartiere di San Teodoro.

Questo sito, come si può vedere, si trova di fronte ai moli che ospitano traghetti e navi da crociera, a 35 metri sul livello del mare e, in linea d'aria, a 400 metri di distanza dalla mezzeria di via Buozzi, a 450 metri da quella della Sopraelevata, strade di attraversamento della città  e a circa 700 metri di distanza dai fumaioli  delle navi che attraccano più vicino a questo sito.

Come le normative europee prevedono, questo sito, come tutti i siti di campionamento, deve essere classificato, in base alle sue caratteristiche e in particolare in base alle fonti di inquinamento che vi impattano in modo prevalente.

A tal riguardo, in base ai documenti ARPAL, sembra che l'Agenzia Regionale per la Protezione dell'Ambiente non abbia avuto le idee molto chiare in quanto, a seconda del documento consultato,  si ritrovano le seguenti classificazioni per il sito di l.go San Francesco da Paola: urbano, fondo urbano, fondo industriale.

A nostro avviso, se non ci fosse il porto vicino, largo San Francesco da Paola e il vicino sito di via Bari (bandierina, nella Figura 1), successivamente scelto per misurare l'inquinamento portuale, avrebbero entrambi  tutte le caratteristiche di "fondo urbano", in quanto molto distanti, sia in linea d' aria che in altezza, da elevati flussi di traffico. 

Quindi, se non ci fossero i fumi delle navi, entrambe le centraline messe in funzione nel quartiere di San Teodoro sarebbero classificate "fondo urbano", come quelle di Belvedere Don Ga, a fianco di corso Firenze, di spianata Acquasola, nei pressi di piazza Corvetto e di Genova Quarto, nel giardino di Largo Cattanei 3, presso gli uffici della citta Metropolitana, tutte mostrate nelle seguenti Figure 2, 3, 4.



Figura 2:  Localizzazione siti ARPAL. Da sinistra: via Buozzi, via Bari, Belvedere Don Ga.



Figura 3. Localizzazione siti ARPAL. Spianata Acquasola


Figura 4. Localizzazione siti ARPAL. Largo Cattanei, Quarto

Nella Figura 2 sono localizzati i tre siti ARPAL che controllano l'inquinamento nel quartiere di San Teodoro: a destra il "sito da traffico" di via Buozzi, a pochi metri di distanza da questa via ad alta densità di traffico e a sei corsie, in alto il sito di "fondo urbano" di via Bari, a destra il sito di "fondo urbano" di Belvedere Don Ga, a 105 metri s.l.m, con vista sulla citta e il porto. 

Nella Figura 3 la localizzazione della centralina di "fondo urbano" di spianata Castelletto, posta in fondo alla spianata alberata,  a 350 metri di distanza da piazza Corvetto e a 200 metri da via XX Settembre, entrambe località molto trafficate.

Nella Figura 4, la localizzazione della centralina posta nei giardini di largo Cattanei a Quarto, a 150 metri di distanza da Corso Europa, una delle vie piu trafficate di Genova.

La Figura 5 mostra quale sia stata la concentrazione media annuale di biossido di azoto misurata contemporaneamente, nel corso del 2023, in tutti questi quattro siti, classificati propriamente e impropriamente "fondo urbano".

Figura 5. Concentrazione media annuale (2023) e deviazione standard  del biossido di azoto campionato nei siti di "fondo urbano" di Genova.


Nella Figura 4, l'altezza di ciascuna colonna è proporzionale alla concentrazione media di NO2  riscontrata in ciascuno dei siti, nel corso del 2023.

Si vede che il valore più elevato di biossido di azoto (22,4 microgrammi per metro cubo) è stato registrato proprio a San Teodoro (largo San Francesco dia Paola).

Le concentrazioni medie annuali scendono man mano che ci si allontana dalle banchine del porto, e a Quarto, dove certamente non arrivano i "fumi" del porto, la concentrazione media è solo di 12,4 microgrammi per metro cubo, l'attuale "fondo urbano" attribuibile alla dispersione degli inquinanti da traffico e, d'inverno, da quelli degli impianti di  riscaldamento a metano e che accomuna tutte le zone della città, distanti un centinaio di metri da strade ad alta percorrenza e da autostrade.

I 10 microgrammi in più che si trovano a San Teodoro, sono lo specifico contributo portuale di biossido di azoto alla contaminazione dell'aria di questo quartiere e degli altri quartieri con vista porto.

Un contributo, evitabile, con effetto non trascurabile sulla salute della popolazione esposta alle emissioni portuali.

La differenza (10 microgrammi di biossido di azoto per metro cubo di aria inalata) è tale da giustificare la corretta classificazione dei siti San Francesco da Paola e via Bari: "fondo industriale" o più correttamente, "fondo portuale".

Sono  argomento che svilupperemo nei prossimi post.

Seguiteci.

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domenica 1 dicembre 2024

Biossido di azoto nei fumi navali: come si formano, effetti sulla salute, limiti di legge. 1)


 Gli ossidi di azoto: come si formano, effetti sulla salute, limiti.

Gli ossidi di azoto si formano, prevalentemente, per reazione tra l'ossigeno e l'azoto presenti nell'atmosfera del nostro Pianeta.

Questa reazione avviene quando l'aria è sottoposta ad alte temperature e ad elevate pressioni, condizioni che si realizzano nei motori a combustione interna, in particolare nei motori diesel.

Pertanto, nei gas di scarico dei motori diesel sono presenti diversi ossidi di azoto (NOx); i più importanti sono: monossido di azoto (NO), biossido di azoto (NO2).

La loro quantità, in uscita dai tubi di scappamento, dipende dalla cilindrata dei motori, dalla loro manutenzione, dalla velocità delle auto, dai trattamenti fumi.

Respirare aria con questi inquinanti provoca effetti alla salute anche gravi (asma, disturbi respiratori, ictus, infarti, ....), che possono ridurre l'aspettativa di vita.

A seguito di evidenze sperimentali, anche recenti, l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha raccomandato ai Paesi ONU il rispetto di limiti (concentrazioni medie  in atmosfera) sempre più restrittivi, che sono stati recepiti dalla normativa europea e di conseguenza da quella italiana.

Attualmente (2024), i limiti del biossido di azoto, concentrazione medie che non devono essere superate, espresse come micro-grammi, milionesimo di grammo, per metro cubo di aria (ug/mc), in vigore nel nostro paese, sono i seguenti:

- media annuale: 40 ug/mc
- media oraria:   200 ug/mc, da non superare più di 18 volte nel corso di un anno.

A Genova, il limite annuale del biossido di azoto, non è mai stato rispettato in almeno due dei siti da traffico, monitorati dalla Agenzia Regionale Protezione Ambiente Liguria (ARPAL), via Buozzi e Corso Europa, rispettivamente a 44 e a 65 microgrammi per metro cubo, nel corso del 2023.

Pertanto, Genova contribuisce alla procedura di infrazione a carico dell’Italia, da parte dell’Unione Europea, per il mancato rispetto della Direttiva 2008/50/CE sulla qualità dell’aria.

Nel 2023, la Corte di Giustizia Europea ha segnalato il perdurare di questa infrazione a carico dell’Italia  e, per questo, rischiamo  di essere sanzionati, come già avvenuto per simili “reati” ambientali,  con multe di decine di milioni di euro.

A seguito di nuove evidenze sperimentali, in particolare l'occorrenza di danni sanitari anche a seguito di esposizioni di breve durata, su raccomandazione dell'OMS, l'Unione Europea ha recentemente approvato nuovi limiti, per il biossido di azoto  che entreranno in vigore nel 2030.

In particolare, i nuovi limiti per il biossido di azoto sono:

- media annuale: 20 ug/mc
- media giornaliera: 50 ug/mc, da non superare più di 18 volte/anno
- media oraria: 200 ug/mc, da non superare più di 3 volte/anno

Da sottolineare  che la nuova normativa ha introdotto limiti  giornalieri, una scelta importante per i quartieri genovesi in fronte porto che si trovano sottovento alle emissioni portuali in particolari situazioni stagionali come le brezze di mare estive.

A causa della sua elevata reattività, una volta immesso in atmosfera, il biossido di azoto va incontro a una rapida degradazione, in funzione della temperatura ambiente e della intensità delle radiazioni solari. 
Pertanto, la sua concentrazione si riduce nel tempo, con un tempo di dimezzamento che, in base all’intensità della luce solare e altri parametri ambientali, va da 30 minuti a 24 ore. 

In ambito urbano il tempo di dimezzamento è più breve e va da 1 a 3 ore, a causa della interazione con altri inquinanti. 

In questo caso, il biossido di azoto, specialmente nel periodo estivo, contribuisce alla formazione di ozono, un’altro pericoloso inquinante che spesso sfora nelle zone periferiche delle città, che a Genova sono il parco di Acquasola e Quarto dove sono state collocate i campionatori per misurare in continuo l’ozono.

Altre reazioni che avvengono in atmosfera contribuiscono alla “scomparsa” del biossido di azoto, e alla formazione di altri composti problematici (acido nitrico, perossi acetil  nitrati, nitrati…) i quali, a loro volta, comportano la formazione di polveri sottili secondarie.

Per tutti questi motivi, a Genova , dovrebbe essere prioritario attivare, rapidamente, strategie efficaci per ridurre l’inquinamento da biossido di azoto, in particolare in ambito portuale, fonte prevalente di questo inquinante nel territorio comunale di Genova ma, di fatto, ignorato fino al 2020, quando su sollecitazione del Comitato Ambientale Genova Centro Ovest, si sono avviate le prime misurazioni da parte di ARPAL, presso largo San Francesco da Paola, in zona di impatto delle emissioni portuali.

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lunedì 27 aprile 2020

Arriva la pandemia e l'aria ritorna pulita anche a GENOVA.

Fig. 1 Mappa satellitare della concentrazione media di NO2 nei paesi europei: marzo- aprile 2019 e dal 13 marzo al 13 aprile 2020

La Fase 1, adottata inizialmente dalla Cina e poi dall'Italia e da il resto del mondo, per contrastare la pandemia, con una drastica riduzione della mobilità di persone e merci, ha avuto l’effetto, a livello mondiale, di un netto calo dell’inquinamento, in particolare quello da biossido di azoto, un contaminante prevalentemente prodotto dalle combustioni, che a Genova è stato sempre superiore ai limiti di legge.

La Figura 1 mostra la mappatura satellitare della concentrazione media di ossidi di azoto rilevata tra marzo e aprile 2019 e nel periodo tra il 13 marzo (avvio del  lock down) e il 13 aprile.

A Milano e nella pianura padana l'inquinamento, normalmente  estremamente elevato, si è ridotto del 47%, a Roma del 49% .

Le immagini satellitari segnalano anche un calo dell'inquinamento nel genovesato

Il miglioramento della qualità dell’aria genovese è confermato dalle misure della locale rete di monitoraggio gestita dalla Agenzia Regionale Protezione Ambiente Liguria (ARPAL).

In due siti da traffico, costantemente fuori norma, corso Europa e via Buozzi, dopo l’11 marzo, giorno della chiusura totale, fino al 19 aprile, ultimo risultato al momento disponibile, le  concentrazioni  medie di biossido di azoto sono costantemente inferiori ai limiti di legge (media annuale 40 microgrammi per metro cubo): 34 microgrammi/metro cubo in via Buozzi, 33 microgrammi/metro cubo in corso Europa.
E il confronto dell’inquinamento registrato nelle centraline ARPAL di Genova, tra 11 marzo e 19 aprile 2020, con i valori misurati durante lo stesso intervallo di tempo nel 2019, segnala, su tutta Genova, riduzioni delle concentrazioni inquinanti comprese tra il 40 e il 51%.
Tutto questo significa che, dall’11 marzo 2020 per ogni metro cubo di aria inspirata, dei circa 11 metri cubi che inaliamo giornalmente, i genovesi immettono nei loro polmoni circa 20 microgrammi in meno di biossido di azoto, rispetto ai giorni, ai mesi  precedenti, con l'aria costantemente inquinata dalle emissioni veicolari, portuali, degli impianti a metano.
Non è una differenza di poco conto: in base allo studio EPIAIR 2 condotto sulla popolazione di 25 citta italiane, tra cui Genova, per verificare l’effetto dell’inquinamento sulla salute, una differenza di 20 microgrammi/m3 di biossido di azoto potrebbe modificare  la mortalità naturale del 2,5% in più se l'inquinamento aumenta di tale entità ma, ragionevolmente anche in meno, se l'inquinamento diminuisce, come in questi mesi sotto attacco virus.

Se le cose stanno così, su base annuale, a Genova, continuare a respirare aria pulita vorrebbe dire 184 decessi in meno, sui settemila e rotti che si registrano ogni anno nel comune di Genova.
Inoltre primi studi segnalano che lo stress da inquinamento possa aggravare l’effetto prodotto dall’infezione da Covid 19 e il fatto che, da un mese a questa parte, medici genovesi segnalino una minore virulenza della epidemia, potrebbe essere una interessante conferma, da tenere sotto controllo.
Alla luce di questi fatti, il buon senso suggerirebbe di approfittare dell’inevitabile ripresa al rallentatore, in questi tempi di pandemia, per realizzare, anche a Genova, la rivoluzione della mobilità a basso impatto, da troppo tempo ignorata.

E respirare a pieni polmoni potrebbe essere un insperato regalo del COVID 19.


domenica 3 giugno 2018

Chiudere l'ILVA di Taranto con il metano


Nell'agosto  del 2016 uno studio epidemiologico, commissionato dalla Regione Puglia, ha stabilito, senza ombra di dubbio, che gli inquinanti emessi dalle attività a caldo dell'acciaieria di Taranto, sono responsabili di:
  • significativi aumenti (+ 24%) di ricoveri per malattie respiratorie dei bambini che abitano nei quartieri Tamburi e Paolo VI 
  • aumento  della mortalità, per tumore polmonare e infarti di chi abita sottovento agli impianti
L'indagine ha anche escluso che queste differenze siano attribuibili a fattori socioeconomici a fumo e alcool.
La responsabilità di questi danni alla salute è stata confermata dal fatto che l'andamento della mortalità corrisponde ad un simile andamento dell'inquinamento e della produzione di acciaio:
più acciaio prodotto, livelli di inquinamento più alti, maggior numero di morti nella popolazione esposta.
E' certo che la fonte prevalente dell'inquinamento, in particolare di elevate emissioni di potenti cancerogeni quali idrocarburi policiclici aromatici e diossine, siano i reparti che, a partire dl carbone, producono carbon coke.
Il carbon coke, mescolato all'ossido di ferro, trasforma questo minerale in ferro metallico ( ghisa) , con un processo chimico denominato riduzione.

Anche se il carbone è ancora la principale materia prima per produrre ghisa e successivamente acciaio, la riduzione dell'ossido di ferro si può ottenere anche senza carbone.

Per trasformare l'ossido di ferro in ghisa si può usare anche l'ossido di carbonio (CO)  e l'idrogeno che si ottiene per "reforming" del metano.

Questa tecnologia, denominata Midrex, è utilizzata da anni negli Stati Uniti e sostituisce i reparti più inquinanti della produzione dell'acciaio che fa uso di carbone: il deposito carbone, le cokerie, l'agglomerazione, gli altiforni.

I vantaggi ambientali della conversione al metano al posto del carbone, sono stati valutati dalla Fondazione Sviluppo Sostenibile.

A  fronte di una produzione annua di  8 milioni di tonnellate di acciaio con il processo Midrex si ha una minore produzione di anidride carbonica (-63%) , di anidride solforosa ( - 68%), di ossidi di azoto ( -46%), l'azzeramento delle ricadute di polvere di carbone e l'azzeramento delle emissioni di particolato, di diossine, di idrocarburi policiclici aromatici.

Questa tecnologia è quella che applicherebbe la Jindal South West, una società indiana che, in cordata con la Cassa Depositi e prestiti, la Delfin di Del Vecchio e Arvedi, sono interessati all'acquisto delle acciaierie di Taranto.

Tuttavia,  al momento, sembrerebbe che abbia vinto il vecchio carbone, in quanto la gara è stata aggiudicata all'Arcelor Mittal, ma il Presidente della regione Puglia, Michele Emiliano, ha fatto ricorso al TAR e il nuovo governo giallo- verde, con Di Maio al Ministero dello Sviluppo economico, potrebbe dar fiato alla "decarbonizzazione" dell'ILVA che tanto piace a Michele Emiliano che, anche su questo tema si è posto in rotta di collisione con il suo partito, il PD, uscito pesantemente penalizzato dalle ultime elezioni.

In particolare,  il Contratto tra il M5S e la Lega, per quanto riguarda l'ILVA di Taranto,  parla di una progressiva chiusura delle fonti inquinanti in grado di proteggere i livelli occupazionali: leggendo tra le righe si potrebbe prefigurare proprio la scelta del passaggio al metano.

Il partito del carbone, in gravi difficoltà a livello mondiale, a Taranto potrebbe essere sconfitto dal partito del metano che, grazie alla scelta di decarbonizzare, potrebbe prendere i classici 2 due piccioni con una fava": la chiusura dei reparti più inquinanti, una produzione di acciaio di qualità pari a 10-12 milioni di tonnellate/anno  di acciaio e il mantenimento della occupazione.

La nuova ILVA, se si riuscirà a farla, avrà bisogno di 3,5 miliardi di metri cubi di metano all'anno.

Il presidente Emiliano pensa che, a tale scopo, potrebbe venir bene il progettato metanodotto (TAP)  che, attraversato lo Ionio, dovrebbe approdare alle coste pugliesi e lasciando a Taranto il 17,5 % della portata di metano, potrebbe garantire l'operatività delle acciaierie.

All'interno dei Cinque Stelle, ci sono posizione contrarie al TAP, anche se questo tema non è esplicitato nel Contratto.

Tuttavia esiste un' altra interessante possibilità che si potrebbe agganciare al tema dell'economia verde, inserito nel Programma: un piano nazionale di efficienza energetica del patrimonio edilizio nazionale, finalizzato a ridurre il consumo di metano per il riscaldamento domestico che, nel 2016, ha usato 31,4 miliardi di metri cubi di metano.

Come si vede, basterebbe ridurre del 11% i consumi nazionali di metano, con una seria Grande Opera  un  migliore isolamento di tetti, infissi e pareti e una migliore regolazione delle temperature interne in gran parte delle abitazioni italiane, per avere a disposizione, senza TAP, tutto il gas che servirebbe all' ILVA di Taranto per produrre acciaio senza inquinamento.

E' un obiettivo assolutamente raggiungibile in quanto, se adottassimo per le nostre abitazioni gli standard di consumi energetici svedesi, la quota di gas metano che oggi usiamo per riscaldare le nostre case passerebbe dall'attuale 30% al 7%, di tutto il metano oggi usato nel nostro Paese.

E, in prospettiva, esiste anche una interessante soluzione per auto-produrre il metano da usare a Taranto.

La soluzione è quella del biometano,  che farebbe contento Salvini  (il bio-metano prodotto in Italia per gli italiani) ma anche Di Maio, che nel suo piano Rifiuti Zero, inserito in Contratto, non esclude che da tutti i nostri scarti biodegradabili si possa produrre biometano da immettere nella rete del gas.

La produzione di biometano avviene con tecniche di trattamento biologico delle frazioni biodegradabili dei nostri scarti agricoli, da allevamenti, da mense e cucine.
Queste tecniche sono mature e economicamente competitive, da un decennio già usate  in diversi paesi (Svezia, Svizzera, Germania...)  e con i primi impianti italiani già operativi.

A tal riguardo, uno studio ENEA ha valutato che la produzione nazionale di biometano potrebbe essere compresa tra 7,6 a 3,3 miliardi di metri cubi all'anno, compatibile con i consumi della acciaieria di Taranto convertita a metano.

Insomma, se si vorrà, tra qualche anno l'acciaieria di Taranto, completamente decarbonizzata, potrebbe produrre acciaio usando, come fonte di energia rinnovabile, il metano prodotto dagli scarti di cucina degli italiani, ovviamente rigorosamente raccolti in modo differenziato.

E anche questo potrebbe essere uno dei tanti  cambiamenti che il nuovo governo auspica e che, se vuole, potrebbe realizzare.

Aggiornamento di settembre 2018: il ministro Di Maio ha chiuso l'accordo per le acciaierie, che restano a carbone.










lunedì 2 gennaio 2017

I "botti" di capodanno fanno male all'aria: PM10 alle stelle



Quest'anno un centinaio di sindaci hanno emanato ordinanze per vietare o quantomeno limitare, nelle loro città, l'uso di "botti" e di fuochi di artificio per festeggiare il nuovo anno.

I motivi addotti sono stati i più vari: possibili danni a persone o cose, rischi di incendi, stress di cani e gatti spaventati dalle esplisioni

La vaghezza di questi motivi hanno permesso, all' associazione che riunisce i produttori di fuochi di artificio, di fare un esemplare ricorso al TAR del Lazio, avverso all'ordinanza della Sindaca di Roma, ottenendone la sospensiva.

Per quanto ne sappia, nessun Sindaco ha motivato la sua ordinanza "anti botti" con l'unico motivo serio, che rientra ampliamente nelle prerogative del Sindaco, quale massima autorità preposta alla tutela della salute pubblica: la tutela della qualità dell'aria della propria città e quindi della salute dei sui concittadini.

Esiste un'ampia letteratura scientifica che documenta come gli spettacoli pirotecnici provocano un pesante inquinamento dell'aria, in particolare dovuto alla produzione di polveri fini (PM10, PM2,5) e nanopolveri.

Una ricerca che ci può interessare da vicino è quella fatta a Milano, dal 9 al 10 luglio del 2006, con l'Italia campione del mondo vincitrice della coppa FIFA, nel corso dei festeggiamenti in cui i fuochi di artificio ufficiali e quelli "sparati" dei tifosi festanti furono l'elemento dominante.

Lo studio, in base alla specifica composizione chimica dei fumi che si liberano durante i fuochi di artificio, fu in grado di stimare che, nel corso dei festeggiamenti, circa la metà dell polveri sottili, campionate a qualche chilometro dal sito dello spettacolo, presso l'Università di Milano, erano state prodotte dai fuochi pirotecnici, con una concentrazione media nell'aria, dall'avvio dei festeggiamenti e per le successive 24 ore, pari a 33,6 microgrammi per metro cubo d'aria.

Quindi complessivamente, a causa dei fuochi artificiali, quel giorno Milano registrò una concentrazione di polveri sottili (PM10) di circa 67 microgrammi per metro cubo, superiore al limite giornaliero di 50 microgrammi per metro cubo.

Nella stessa Milano a causa dei fuochi d'artificio che hanno festeggiato la fine del 2016, è andato decisamente peggio: presso la centralina di via Pascal, nella città degli studi, la media di polveri sottili, prelevate dalla mezzanotte del 31 dicembre alla mezzanotte del 1 gennaio, ha fatto registrare un valore di 152 microgrammi per metro cubo, decisamente fuori norma, come pure fuori norma, ma più basse, le misure di PM10 effettuate nello stesso sito il 30 e il 31 dicembre 2016, rispettivamente pari a 78 e 81 microgrammi per metro cubo.
Quindi anche questa volta i fuochi d'artificio hanno raddoppiato l'inquinamento "di fondo" della città.

A Roma la situazione nelle 24 ore successive a capodanno è stata migliore, rispetto a Milano:  94 microgrammi per metro cubo in via Tiburtina, a fronte di 33 e 70 microgrammi per metro cubo, registrati in questo sito, rispettivamente il 30 e il 31 dicembre.
Ma anche a Roma, i fuochi hanno, in modo rilevante, peggiorato la qualità dell'aria e iniziato l'anno nuovo con una giornata con concentrazioni di PM10 superiore al limite di legge

A Napoli, il 29 e il 30 dicembre, le concentrazioni di PM10 (media giornaliera), presso le cinque centraline in funzione,  erano tra i 14 e i 25 microgrammi per metro cubo: quindi ampiamente al di sotto dei limiti di legge di 50 microgrammi per metro cubo.

Il 31 dicembre a Napoli, devono essere cominciate le prove generali dei "botti", in quanto le concentrazioni di PM10, nel corso della giornata sono rapidamente aumentate, con un massimo di 67 microgrammi/m3 presso il sito Ferrovie.

Quando, a mezzanotte del 31 dicembre, a Napoli si è scatenato il putiferio, l'unica centralina che ha fatto registrare dei dati, per tutte le 24 ore successive, è stata quella dell' Osservatorio astronomico,  con una media giornaliera di PM10, durante tutto il  primo gennaio di 80 microgrammi /m3.

Tutte le altre quattro centraline di Napoli, sul sito dell'Agenzia Regionale per l'Ambiente Campana,  segnalavano "Dati Non Validabili".

Il 2 gennaio, quattro delle centraline, esclusa quella dell'Ospedale Santo Bono, riprendono a fornire dati sulle concentrazioni giornaliere di PM10: via Argine, 198 ug/m3; Ferrovia, 55 ug/m3; Museo Nazionale, 42 ug/m3, Osservatorio astronomico, 35 ug/m3.

Il 3 gennaio, sempre a Napoli, quattro centraline riprendono a  misurare le PM10, tutte ampiamente nei limiti, tra 16 e 26 ug/m3. Solo la centralina di via Argine fornisce dati non validabili.

Cosa sia successo alle centraline di Napoli tra l'uno e il due gennaio, non è dato sapere, ma viste le riprese video del capodanno napoletano non è escluso che i sistemi di misura, a causa della grande quantità di polveri prodotte dai fuochi, siano andati in "tilt", saturati dalla grande quantità di polveri prodotte dai fuochi pirotecnici.

Il sito dell' ARPAC per il 1 gennaio riporta altri dati, a dir poco sorprendenti,  di PM10 registrate presso paesi in provincia di Napoli: 392 microgrammi /m3 a S. Vitaliano, presso la scuola Marconi e 308 microgrammi ad Aversa, presso la scuola Cirillo.

Mentre le centraline di Napoli, gestite dall'ARPAC, la notte di capodanno sono andate in tilt, hanno regolarmente funzionato quelle gestite dal CNR di Napoli .

Le misure di PM 10 registrate in continuo presso la centralina posizionata nei pressi del porto di Napoli i giorni di fine anno, sono mostrate nella Figura 1.
Fig.1 Concentrazioni PM10 nel porto di Napoli dal 30-12- 2016 al 1/1/2017

E' evidente il pesante effetto prodotto dai botti che ha fatto registrare concentrazioni massime di  polveri sottili (PM10) pari a 500 microgrammi per metro cubo, con contaminazione dell'aria protrattasi per diverse ore.

La figura 2 riporta le stesse misure effettuate, l'anno precedente  a Napoli, nel corso del fine anno del 2015 presso il sito di S. Marcellino.

In quest'occasione le concentrazioni massime di PM10  hanno raggiunto circa 300 microgrammi per metro cubo.
Fig. 2 Concentrazioni PM10 a Napoli (S. Marcellino) capodanno 2015


Ricordo che il limite massimo giornaliero per le PM10 è di 50 microgrammi /m3 e i valori segnalati da ARPAC sono la media di 24 ore di misura a partire dalla mezzanotte.

Tutto sommato molto più tranquilla la situazione del capodanno genovese.
Anche nel capoluogo ligure, nonostante l'invito del Sindaco, si sono sparati un bel pò di botti, con qualche principio di incendio qua e la, ma evidentemente se ne è fatto un uso sobrio in quanto l'ARPAL, lungo corso Buenos Aires, nel centro città, dopo la mezzanotte ha registrato un picco di 179 microgrammi/m3, da mezzanotte all'una, scesi a 46 microgrammi nell'ora successiva, per poi portarsi ai valori tranquilli dei giorni precedenti, compresi tra 21 e 23 microgrammi/m3.
Alla fine della giornata le due centraline in funzione ( C.So Buenos Aires e Multedo) facevano registrare medie giornaliere di PM10 di tutta tranquillità: 23 e 24 microgrammi/ m3.

In attesa di chiarire quali concentrazioni si siano realmente  raggiunte a Napoli e nel resto della regione, il primo gennaio e i giorni successivi, mi permetto di suggerire di tenere sotto controllo l'andamento dei ricoveri ospedalieri di bambini ed anziani nei prossimi giorni nelle località dove i festeggiamenti di fine anno hanno visto il maggior uso di botti e fuochi d'artificio.

Degli effetti sulla salute di fenomeni acuti di iquinamento come quelli misurati  a capodanno in molte città italiane, ne parleremo nel prossimo post.