Translate

Visualizzazione post con etichetta Salute e ambiente. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Salute e ambiente. Mostra tutti i post

domenica 3 giugno 2018

Chiudere l'ILVA di Taranto con il metano


Nell'agosto  del 2016 uno studio epidemiologico, commissionato dalla Regione Puglia, ha stabilito, senza ombra di dubbio, che gli inquinanti emessi dalle attività a caldo dell'acciaieria di Taranto, sono responsabili di:
  • significativi aumenti (+ 24%) di ricoveri per malattie respiratorie dei bambini che abitano nei quartieri Tamburi e Paolo VI 
  • aumento  della mortalità, per tumore polmonare e infarti di chi abita sottovento agli impianti
L'indagine ha anche escluso che queste differenze siano attribuibili a fattori socioeconomici a fumo e alcool.
La responsabilità di questi danni alla salute è stata confermata dal fatto che l'andamento della mortalità corrisponde ad un simile andamento dell'inquinamento e della produzione di acciaio:
più acciaio prodotto, livelli di inquinamento più alti, maggior numero di morti nella popolazione esposta.
E' certo che la fonte prevalente dell'inquinamento, in particolare di elevate emissioni di potenti cancerogeni quali idrocarburi policiclici aromatici e diossine, siano i reparti che, a partire dl carbone, producono carbon coke.
Il carbon coke, mescolato all'ossido di ferro, trasforma questo minerale in ferro metallico ( ghisa) , con un processo chimico denominato riduzione.

Anche se il carbone è ancora la principale materia prima per produrre ghisa e successivamente acciaio, la riduzione dell'ossido di ferro si può ottenere anche senza carbone.

Per trasformare l'ossido di ferro in ghisa si può usare anche l'ossido di carbonio (CO)  e l'idrogeno che si ottiene per "reforming" del metano.

Questa tecnologia, denominata Midrex, è utilizzata da anni negli Stati Uniti e sostituisce i reparti più inquinanti della produzione dell'acciaio che fa uso di carbone: il deposito carbone, le cokerie, l'agglomerazione, gli altiforni.

I vantaggi ambientali della conversione al metano al posto del carbone, sono stati valutati dalla Fondazione Sviluppo Sostenibile.

A  fronte di una produzione annua di  8 milioni di tonnellate di acciaio con il processo Midrex si ha una minore produzione di anidride carbonica (-63%) , di anidride solforosa ( - 68%), di ossidi di azoto ( -46%), l'azzeramento delle ricadute di polvere di carbone e l'azzeramento delle emissioni di particolato, di diossine, di idrocarburi policiclici aromatici.

Questa tecnologia è quella che applicherebbe la Jindal South West, una società indiana che, in cordata con la Cassa Depositi e prestiti, la Delfin di Del Vecchio e Arvedi, sono interessati all'acquisto delle acciaierie di Taranto.

Tuttavia,  al momento, sembrerebbe che abbia vinto il vecchio carbone, in quanto la gara è stata aggiudicata all'Arcelor Mittal, ma il Presidente della regione Puglia, Michele Emiliano, ha fatto ricorso al TAR e il nuovo governo giallo- verde, con Di Maio al Ministero dello Sviluppo economico, potrebbe dar fiato alla "decarbonizzazione" dell'ILVA che tanto piace a Michele Emiliano che, anche su questo tema si è posto in rotta di collisione con il suo partito, il PD, uscito pesantemente penalizzato dalle ultime elezioni.

In particolare,  il Contratto tra il M5S e la Lega, per quanto riguarda l'ILVA di Taranto,  parla di una progressiva chiusura delle fonti inquinanti in grado di proteggere i livelli occupazionali: leggendo tra le righe si potrebbe prefigurare proprio la scelta del passaggio al metano.

Il partito del carbone, in gravi difficoltà a livello mondiale, a Taranto potrebbe essere sconfitto dal partito del metano che, grazie alla scelta di decarbonizzare, potrebbe prendere i classici 2 due piccioni con una fava": la chiusura dei reparti più inquinanti, una produzione di acciaio di qualità pari a 10-12 milioni di tonnellate/anno  di acciaio e il mantenimento della occupazione.

La nuova ILVA, se si riuscirà a farla, avrà bisogno di 3,5 miliardi di metri cubi di metano all'anno.

Il presidente Emiliano pensa che, a tale scopo, potrebbe venir bene il progettato metanodotto (TAP)  che, attraversato lo Ionio, dovrebbe approdare alle coste pugliesi e lasciando a Taranto il 17,5 % della portata di metano, potrebbe garantire l'operatività delle acciaierie.

All'interno dei Cinque Stelle, ci sono posizione contrarie al TAP, anche se questo tema non è esplicitato nel Contratto.

Tuttavia esiste un' altra interessante possibilità che si potrebbe agganciare al tema dell'economia verde, inserito nel Programma: un piano nazionale di efficienza energetica del patrimonio edilizio nazionale, finalizzato a ridurre il consumo di metano per il riscaldamento domestico che, nel 2016, ha usato 31,4 miliardi di metri cubi di metano.

Come si vede, basterebbe ridurre del 11% i consumi nazionali di metano, con una seria Grande Opera  un  migliore isolamento di tetti, infissi e pareti e una migliore regolazione delle temperature interne in gran parte delle abitazioni italiane, per avere a disposizione, senza TAP, tutto il gas che servirebbe all' ILVA di Taranto per produrre acciaio senza inquinamento.

E' un obiettivo assolutamente raggiungibile in quanto, se adottassimo per le nostre abitazioni gli standard di consumi energetici svedesi, la quota di gas metano che oggi usiamo per riscaldare le nostre case passerebbe dall'attuale 30% al 7%, di tutto il metano oggi usato nel nostro Paese.

E, in prospettiva, esiste anche una interessante soluzione per auto-produrre il metano da usare a Taranto.

La soluzione è quella del biometano,  che farebbe contento Salvini  (il bio-metano prodotto in Italia per gli italiani) ma anche Di Maio, che nel suo piano Rifiuti Zero, inserito in Contratto, non esclude che da tutti i nostri scarti biodegradabili si possa produrre biometano da immettere nella rete del gas.

La produzione di biometano avviene con tecniche di trattamento biologico delle frazioni biodegradabili dei nostri scarti agricoli, da allevamenti, da mense e cucine.
Queste tecniche sono mature e economicamente competitive, da un decennio già usate  in diversi paesi (Svezia, Svizzera, Germania...)  e con i primi impianti italiani già operativi.

A tal riguardo, uno studio ENEA ha valutato che la produzione nazionale di biometano potrebbe essere compresa tra 7,6 a 3,3 miliardi di metri cubi all'anno, compatibile con i consumi della acciaieria di Taranto convertita a metano.

Insomma, se si vorrà, tra qualche anno l'acciaieria di Taranto, completamente decarbonizzata, potrebbe produrre acciaio usando, come fonte di energia rinnovabile, il metano prodotto dagli scarti di cucina degli italiani, ovviamente rigorosamente raccolti in modo differenziato.

E anche questo potrebbe essere uno dei tanti  cambiamenti che il nuovo governo auspica e che, se vuole, potrebbe realizzare.

Aggiornamento di settembre 2018: il ministro Di Maio ha chiuso l'accordo per le acciaierie, che restano a carbone.










domenica 12 febbraio 2017

Come si riduce la TARI senza IREN


Discarica Scarpino. In primo piano la centrale a biogas e fotovoltaica

Bocciata l’annessione di IREN in AMIU si aprono le porte a soluzioni più rispettose degli interessi collettivi e dei lavoratori.
Per quali motivi un’azienda come IREN è interessata ad entrare in AMIU, l ‘Azienda Multiservizi Igiene Urbana di Genova?
Non ci sono dubbi: per poter gestire, nel proprio interesse, il ricco e garantito “portafoglio”, costantemente alimentato dalla Tassa Rifiuti (TARI), circa 127 milioni di euro all’anno, pagati da famiglie e aziende genovesi.
Abbiamo l’impressione che ad IREN e a gran parte degli eletti presenti nel consiglio comunale di Genova sfugga che, anche grazie al nuovo piano di gestione dei materiali post consumo prodotti a Genova e nell’area Metropolitana, voluto dal Presidente Castagna, votato dal Consiglio Comunale e difeso ad oltranza dal consigliere delegato Pignone, gli interessi in gioco stiano velocemente cambiando.
Con questo Piano, che punta al massimo recupero di materia, a partire dagli scarti dei genovesi, il vero valore economico di AMIU diventa la capacità dei suoi dirigenti, tecnici, maestranze di gestire la “miniera urbana” che ogni giorno mette a disposizione oltre 600 tonnellate di acciaio, allumino, rame, cellulosa, vetro, polimeri di sintesi, biopolimeri…materiali che, separati alla fonte, hanno un elevato grado di purezza, il valore aggiunto delle lavorazioni che le hanno prodotte  e un loro reale valore di mercato, quello della nuova economia circolare.
L’altra ricchezza da riconoscere, valorizzare ed incentivare è la diffusa capacità delle famiglie e delle aziende genovesi di separare alla fonte i loro scarti: nei quartieri dove si è avviata la nuova raccolta (porta a porta e prossimità) la percentuale di differenziazione è nettamente aumentata, come pure la qualità delle frazioni separate.
Questo impegno e questi risultati non ammettono ulteriori ritardi alla approvazione della Tariffazione Puntuale, quella che, grazie al porta a porta e alla identificazione di chi conferisce le diverse frazioni, permette di introdurre sostanziosi sconti per chi differenzia di più e produce meno scarti.
I gravi ritardi nella attivazione del piano di raccolta differenziata “porta a porta” e nella realizzazione delle quattro isole ecologiche che ancora mancano all’appello non sono casuali, sono il frutto di una accorta regia che ha voluto approfittare della crisi di Scarpino per deprezzare AMIU e spalancare le porte al privato “salvatore”.
Ma anche per l’ammaccata discarica di Scarpino le cose non stanno come si vuol far credere.
Anche chiusa al conferimento di scarti indifferenziati, la discarica di Scarpino produce reddito, sotto forma di metano, derivante dalla bio-degradazione degli scarti organici dei genovesi, accumulati qui da oltre 40 anni. Con questo gas, che alimenta sei motori endotermici, si producono annualmente circa 69 milioni di kWh che, immessi in rete, in quanto energia rinnovabile, ricevono generosi incentivi, pari ad una decina di milioni di euro, denari che potrebbero tranquillamente coprire i costi annuali dell’impianto di pretrattamento del percolato prodotto dalla discarica.
Peccato che tutti questi soldi, da dieci anni, finiscano nelle casse della società Asja, concessionaria dello sfruttamento del giacimento di biogas di Scarpino, per improvvida decisione della dirigenza AMIU, in cambio di modeste royalties.
In base alle informazioni disponibili il contratto con Asja è in scadenza e stavolta AMIU e i genovesi che quel metano hanno contribuito a produrre non possono perdere l’occasione: contrattare con Asja una breve proroga, alla condizione che maestranze AMIU si affianchino a quelle Asja per garantire l’operatività dell’impianto, quando, chiuso definitivamente il contratto, l’impianto e le infrastrutture di captazione del gas potranno essere interamente ceduti ad AMIU.
In questo modo AMIU potrà mettere a bilancio la vendita dell’elettricità prodotta con il biogas della discarica che è presumibile potrà essere ancora sfruttato per qualche decina di anni e potrà, in tal modo, coprire le future spese del trattamento del percolato, la cui quantità si ridurrà progressivamente di pari passo con la riduzione della produzione di biogas.
Ma Scarpino oggi produce anche 30.000 chilowattore all’anno di energia solare ed eolica, grazie ad alcuni impianti fotovoltaici ed eolici realizzati al suo interno.
Al momento le potenze installate sono limitate, ma la grande superficie disponibile, l’elevata insolazione e ventosità del sito fanno ritenere che Scarpino possa diventare una importante centrale ad energia rinnovabile a servizio della città, un ulteriore valore aggiunto a questo sito che, in ogni caso, ancora per diversi anni avrà il ruolo strategico di discarica di servizio per le frazioni inerti non ancora economicamente fruttabili.
Come è noto l’impossibilità di conferire scarti indifferenziati a Scarpino e l’assenza di impianti per le frazioni organiche e l’indifferenziato ci costringe ad “esportare” fuori regione circa 200.000 tonnellate all’anno, di scarti indifferenziati, con un extra costi (trasporto e smaltimento) di 28 milioni di euro.
Sono circa 140 euro a tonnellata, il doppio del costo che avremmo sostenuto con impianti gestiti da AMIU, impianti che, nella migliore delle ipotesi saranno disponibili tra due-tre anni.
Per evitare di scaricare sulla TARI questi extra-costi esiste una soluzione: rendere operativi i numerosi progetti di riduzione alla fonte, approvati nel lontano 2009, dalla provincia di Genova, finalizzati a produrre meno scarti per passare, il più rapidamente possibile, dagli attuali circa 550 chili pro capite a 100 chili a testa, un obiettivo che è reso possibile da adeguate scelte di contrasto all’ usa e getta, scelte assolutamente possibili ed auspicabili.
Il rifiuto che non c’è, non si deve raccogliere, non si deve trasportare, non si deve trattare, non si deve smaltire e quindi non si devono pagare tutti questi costi che, per alcuni anni a Genova saranno maggiorati, sia perché dobbiamo trasportare i nostri scarti fuori regione, sia perché il sistema di smaltimento sarà prevalentemente la “termovalorizzazione”  quello più costoso.
Ogni tonnellata di scarto che i genovesi riusciranno a non produrre più ci farà risparmiare un centinaia di euro, quindi ben vengano campagne di promozione del compostaggio domestico e di comunità che, coinvolgendo le 80.000 famiglie genovesi già dedite al giardinaggio permetteranno, in pochi mesi, di ridurre del 3-4 % la produzione di organico; altrettanto importante sarà attuare le scelte per ridurre gli insostenibili sprechi alimentari nella grande distribuzione e nella ristorazione.
Perché tutto questo avvenga si dovrà riconoscere un congruo sconto TARI a chi, famiglia o azienda, metterà in pratica qualcuna delle numerose iniziative già ampiamente previste dal Piano Provinciale per la riduzione dei rifiuti e l’ammontare dello sconto dovrà essere quantomeno pari ai maggiori oneri per lo smaltimento fuori regione.
Inoltre occorre  attivare, senza ulteriori colpevoli ritardi, la realizzazione delle restanti quattro isole ecologiche per la gestione degli scarti ingombranti,  assolutamente necessarie, previste da tempo, ma che il levante cittadino sembra non gradire, con la complice inerzia dei Municipi.
Una volta a regime il sistema di isole ecologiche e, incrementato il compenso economico per chi conferisce in questi siti i suoi scarti ingombranti e elettronici, si può facilmente prevedere che la raccolta differenziata di Genova potrà fare un balzo in avanti di oltre il 20 %, avvicinandosi a quella soglia del 65% di raccolta differenziata che in molti continuano a far credere sia invalicabile.
Per ridurre la produzione di scarti, come previsto da piano CONAI, è necessario anche offrire subito ai genovesi il servizio porta a porta e di prossimità con la tariffazione puntuale.  E’ ormai certo che in questo modo si riduce di oltre il 20 % la produzione di rifiuto, si raggiungono raccolte differenziate superiori al 65% e economie di scala che riducono significativamente i costi per abitante.
E i progetti pilota di porta a porta nel levante cittadino, oltre a confermare il rapido incremento della percentuale della raccolta differenziata, hanno evidenziato un interessante fenomeno: l’elevata evasione totale della TARI, la presenza di numerose famiglie e aziende fantasma che non pagano il servizio!
Un motivo in più per rompere gli indugi e passare, senza incertezze e ripensamenti, al “porta a porta”.
E infine vediamo come sia possibile realizzare i nuovi impianti per attivare forme di economia basate sul ciclo della materia.
Per la gestione degli scarti genovesi, l’attuale piano industriale di AMIU, approvato dal Comune e difeso a spada tratta dal Presidente Castagna e dal Consigliere delegato Pignone,  prevede un digestore-compostatore per il trattamento delle frazioni organiche, un trattamento meccanico per la valorizzazione merceologica delle frazioni differenziate (ampliamento dell’attuale impianto operativo a Saldorella) e un trattamento meccanico biologico per il recupero di materia dalle frazioni secche non direttamente riciclabili.
Caratteristica di questi impianti è quella che tutti producono materie seconde già lavorate, più pregiate delle materie prime, con un reale valore commerciale, che nel mercato libero può essere anche più remunerativo ed esteso di quanto oggi offra il Consorzio Nazionale Imballaggi.
Nel 2015, con una misera raccolta differenziata al 35%, AMIU con la vendita dei materiali differenziati ha avuti ricavi per 4,3 milioni di euro. E’ ovvio che è possibile fare meglio e di più.
Le materie seconde che i nuovi impianti produranno e permetteranno di vendere sono: metano ad elevato grado di purezza, ammendanti agricoli con un importante contenuto di fertilizzanti, rame, alluminio, acciaio, plastiche mono-componenti e miste, carta e cartone, vetro…
Pertanto, la vendita di questi materiali permette di avere importanti guadagni, guadagni che di fatto appartengono ai cittadini che quegli scarti hanno prodotto e in gran parte contribuito a separare con la loro raccolta differenziata.
Il giorno dopo la bocciatura della delibera IREN è giunta la notizia che AMIU stia decidendo che questi impianti possano essere realizzati secondo lo schema del finanziamento a progetto (project financing) che, in genere, cede al privato una proprietà pubblica, in cambio dei soldi investiti.
Sarebbe preferibile adottare il più virtuoso metodo previsto dalle Compagnie per i Servizi Energetici (Energy Service Company -ESCO):  l’azienda privata, con proprie risorse economiche, realizza gli impianti, ottimizzando i loro consumi energetici e la loro produzione di materia utile, li gestisce, con personale AMIU adeguatamente addestrato, e copre le proprie spese di investimento e di gestione con la vendita dei materiali prodotti e con una adeguata quota  della Tassa Rifiuti.
Dopo un congruo numero di anni (stimabile tra 5 e 10 anni, a seconda degli impianti), recuperati gli investimenti e realizzato un giusto reddito, gli impianti tornano alla gestione pubblica con personale AMIU che, nel frattempo, avrà acquisito tutte le professionalità necessarie per una loro corretta gestione.
E ovviamente, nelle casse comunali rientreranno  a pieno titolo tutti i guadagni derivanti dalla vendita dei materiali recuperati, guadagni che saranno investiti nel rinnovamento degli impianti e in nuovi servizi a favore della comunità.

giovedì 19 gennaio 2017

Riapre la centrale a carbone di Genova e il Sindaco tace.



A causa di una minore importazione di elettricità dalla Francia, alle prese con la manutenzione straordinaria di alcune sue centrali nucleari, il Ministero per lo Sviluppo Economico ha chiesto a Terna di riaccendere la centrale a carbone di Genova, centrale che, a partire dal 2017, era già destinata alla chiusura definitiva, a causa della sua vetustà e del peso del suo inquinamento sulla qualità dell’aria della città di Genova.

Sarebbe interessante sapere se, prima di prendere questa decisione, il Ministro allo Sviluppo abbia chiesto il parere dei colleghi del ministero dell’Ambiente e della Salute.

Sarebbe stato il caso, in quanto la riaccensione dell’impianto, nel corso dei successivi 12 mesi, immetterà nell’atmosfera genovese 553 tonnellate di anidride solforosa, 604 tonnellate di ossidi diazoto e 6 tonnellate di polveri: inquinanti che, con i venti di mare, finiranno sulla città, in particolare sui quartieri di fronte al porto (Oregina, Lagaccio, Sampierdarena ) e nei polmoni di chi vi abita.

Il ministro dell’Ambiente avrebbe potuto ricordare al ministro allo Sviluppo che, anche a causa del cronico inquinamento dell'aria genovese, l’Italia è in infrazione da parte dell’Unione Europea per il mancato rispetto degli obiettivi di qualità dell’aria e che, ovviamente, la riaccensione della centrale avrebbe aggravato la nostra posizione.

Forse poteva essere inutile sentire il ministro Lorenzin, in quanto il ministro alla Salute degli Italiani sembra ignorare i danni sanitari prodotti dall’inquinamento dell’aria, ma visto che la centrale produce oltre il 7% degli ossidi di azoto che impattano su Genova, con la sua chiusura ci eravamo risparmiati un po’ di ricoveri d’urgenza per problemi cardio-circolatori e respiratori: un piccolo beneficio che la scelta di riaprire la centrale di Genova vanifica.

Quello che stupisce in questa vicenda è il silenzio del Sindaco Doria, massima autorità a tutela della salute pubblica, alle prese con il cronico inquinamento da ossidi di azoto, sempre superiore ai limiti di legge.

E’ il caso di ricordargli che la riapertura della centrale produrrà una quantità di ossidi di azoto oltre dieci volte superiore a quella prodotta da tutti i motocicli circolanti in città, comprese alcune migliaia di vecchie “vespe”, vittime delle inutili norme anti inquinamento che la Giunta ha proposto, tanto per far vedere che fanno qualche cosa contro l’inquinamento.

lunedì 19 dicembre 2016

Come ridurre l'inquinamento dell'aria: un programma di buon governo.



Finalmente sono arrivate vento, pioggia e neve e, con loro, le emergenze smog svaniscono.

I Sindaci possono tirare un respiro di sollievo e gli automobilisti possono continuare a stare in coda come prima e durante le inutili ordinanze che vietavano la circolazione agli automezzi più inquinanti..

Tutto come al solito?

Non proprio, l'anno che si chiude ha portato due importanti novità: la ratifica degli accordi sui cambiamenti climatici e una nuova Direttiva che limita le emissioni inquinanti dei paesi dell'Unione Europea.

L'accordo sul contenimento dei cambiamenti climatici, che fa seguito alla Conferenza di Parigi COP 21, è già stato firmato dall'Italia: in estrema sintesi il nostro Paese si è impegnato, entro il 2030, a ridurre le sue emissioni di anidride carbonica del 40%, rispetto alle emissioni dello stesso gas, registrate in Italia nel 1990.

La nuova Direttiva, che entra in vigore il 31 dicembre di quest'anno, ci da tre anni di tempo per introdurre la Direttiva nel nostro ordinamento e approntare un piano di interventi, finalizzato a ridurre drasticamente e credibilmente le emissioni inquinanti prodotte dal nostro Paese.

Poi, abbiamo tempo fino al 2030 per ridurre del 63% gli ossidi di azoto (NOx) e del 42 % le polveri sottili (PM2,5),  proprio gli inquinanti che sforavano durante l'alta pressione di Dicembre.

Pensate che Gentiloni, il nuovo primo ministro, abbia colto l'importanza di questi obiettivi?
E secondo voi quale forza politica e di governo ha questi obiettivi tra le sue priorità?

Visto come è andata finora non mi faccio illusioni. Senza una forte spinta dal basso, anche queste direttive resteranno lettera morta.

Eppure in ballo ci sono reali e vitali interessi collettivi.

La Direttiva per ridurre le emissioni si pone l'esplicito obiettivo di dimezzare i danni alla salute prodotti dall'inquinamento, salvando letteralmente la vita ad oltre ventimila connazionali, la metà di quelli che in Italia ogni anno muoiono di infarto, ictus, tumori a causa dell'inquinamento.

E anche la drastica riduzione delle emissioni di anidride carbonica prevista dagli accordi di Parigi sul Clima,porterà dei vantaggi collettivi, in quanto contribuiremo a ridurre il riscaldamento globale, con tutti gli effetti calamitosi associati a tale risdaldamento e che già oggi stiamo vedendo accadere sotto i nostri occhi (nubifragi, alluvioni, frane...).

A chi è accecato dal mito della crescita continua, tutto questo potrà sembrare persino dannoso, in realtà con poche scelte innovative potremmo ottenere entrambi i risultati.

E se pensate che il danaro possa essere il fattore limitante per queste scelte forse è opportuno che sappiate quanto ci costa, in termini di salute da curare, l'attuale bassa qualità dell'aria.

Le stime valutano che, nei paesi dell'Unione i costi sulla salute, prodotti dall'attuale inquinamento  siano compresi tra i 330 e i 940 miliardi di euro pari al 3-9 % del PIL.

A questa cifra occorrerà aggiungere anche il costo delle ore lavorative perse per malattie e ricoveri.

Nella prossima puntata vedremo quali potrebbero essere gli interventi prioritari per dimezzare inquinamento e i suoi danni.









venerdì 16 dicembre 2016

Chi inquina le nostre città? NOx


Nelle città italiane, l'aspettativa di vita sana dei loro abitanti si riduce a causa di numerose sostanze tossiche presente nell'aria che respirano.

Insieme alla polveri sottili si trovano sempre gli ossidi di azoto (NOx- NO2) e anche questi composti, spesso, superano i limiti di legge.

Dati alla mano, si può dire che, fin da quando sono cominciate misure sistematiche di ossidi di azoto, si è sempre superata la media annuale di 40 microgrammi per metro cubo a Brescia, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Novara, Palermo, Roma, Torino, Trento, Trieste, Verona.

E non stanno meglio gran parte delle altre città italiane e questa situazione ci costa molto cara: oltre alla multa miliardaria dell'Unione Europea per infrazione delle norme comunitarie, ogni anno, a causa degli ossidi di azoto respirati, perdiamo prematuramente alcune migliaia di connazionali: 3.300 nel 2012.

Se vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno, la notizia positiva è che la situazione è in lento miglioramento, come mostra la Fig 1 che riporta la stima delle emissioni annuale di NOx dalle principali fonti di emissione.

Fig 1. Andamento delle emissioni annuali di NOx in Italia e contributo delle principali fonti
Siamo passati dai circa 1,6 milioni di tonnellate del 2000, ad un milione di tonnellate nel 2012.
Le 600.000 tonnellate che mancano all'appello sono attribuibili a più efficaci sistemi di abbattimento nelle emissioni industriali e all'effetto delle marmitte catalittiche obligatorie, dai primi anni '90, su tutte le nuove autovetture.

Come si è accennato, questa riduzione, in parte teorica in quanto basata su stime con inevitabili incertezze, non è servita a rispettare gli obiettivi di qualità degli ossidi di azoto in moltissime città italiane

La Figura 2 ci mostra, in maggiore dettaglio, lo specifico contributo all'inquinamento di NOx nel 2013 in Italia.

Fig 2 Contributo (%) delle fonti che nel 2013 hanno emesso NOx in Italia

In questo caso il trasporto stradale è la fonte prevalente, responsabile del 42,5% del totale di emissioni di NOx stimate essere prodotte in Italia nel 2013.
L
Segue il trasporto marittimo (17,7%), in particolare le emissioni delle navi attraccate ai moli dei nostri porti. Come abbiamo esaminato in altri post, questa è la fonte prevalente di NOx in una città portuale come Genova dove i motori diesel, che le  navi tengono accesi per alimentare i servizi di bordo, emettono in atmosfera quantità di ossidi di azoto nettamente superiore a quello del traffico cittadino.

Il motivo per cui i trasporti sono la principale fonte di NOx dipende da un motivo tecnico, ossia il fatto che questi composti si formano quando l'azoto atmosferico reagisce con l'ossigeno dell'aria a temperature e pressioni elevate, quali quelle che caratterizzano i motori a combustione interna a benzina e gasolio.
In particolare, a parità di cilindrata, le emissioni di NOx di una autovettura diesel sono  maggiori di una vettura alimentata a benzina, come mostra la Fig. 3.

Fig 3. Grammi NOx emessi per km percorso  da auto a benzina e diesel

La Figura 3 ci mostra come, a parità classe EURO, un'auto a benzina emetta meno ossidi di azoto di un'autovettura diesel e che per questo tipo di alimentazione le specifiche ottenute in laboratorio sono sempre nettamente inferiori a quelle riscontrate nel mondo reale, come è stato dimostrato con lo scandalo Volkswagen.

In base alle stime riportate in Figura 3, nel mondo reale, una autovettura diesel EURO 6 emette dieci volte di più ossidi di azoto di una autovettura a benzina di pari classe EURO.

A fronte di queste informazioni quale scelte ha fatto il governo italiano per fronteggiare un problema quale quello delle elevate concentrazione di ossidi di azoto nelle città italiane?

Ovviamente le scelte governative non hanno assolutamente teneuto in conto la salute dei propri concittadini: invece di tassare maggiormente il combustibile più inquinante (il gasolio) lo hanno caricato di tasse ed accise minori della benzina (Fig 4).

Fig 4 Prezzo benzina e gasolio a confronto

Di conseguenza, il consumatore italiano si è spostato sempre più su auto diesel e nel 2013, nel nostro paese, per muovere merci e persone si sono consumati 22,3 milioni di tonnellate di gasolio a fronte di 7,9 milioni di tonnellate di benzina.

Ma questa è solo l'ultima delle scelte sbagliate dei governi italiani.

Ce ne sono altre più gravi, quelle che hanno portate al singolare risultato mostrato dalla Fig 5.

A livello mondiale, l'Italia è il quarto paese come  numero di autovetture per abitante.

Fig 5 Classifica mondiale di numero di automobili per 1000 abitante  (2005)





lunedì 12 dicembre 2016

Chi inquina le nostre città? PM10

Foto satellitare 17 marzo 2016
In questi giorni molte città italiane sono in emergenza smog.

Torino, Alessandria, Milano, Padova, Venezia, Frosinone, Roma e Napoli  hanno superato i limiti di legge per le polveri sottili (PM10 e PM2,5) e i loro sindaci cercano di correre ai ripari limitando la circolazione alle autovetture più vecchie, ma c'è da scommetterci: queste misure non abbasseranno l'inquinamento e l'emergenza la risolverà, ancora una volta, solo il ritorno della bassa pressione e del maltempo.

In ogni caso, ancora una volta, il nostro Paese non sarà riuscito a rispettare le proprie leggi a tutela della qualità dell'aria e della salute dei propri cittadini e giustamente dovremo pagare all'Unione Europea la multa miliardaria (sic) per mancato rispetto delle norme comunitarie.

Non usciremo da questa situazione senza la presa d'atto che oggi, in Italia, la principale fonte di polveri sottili non è più il traffico ma l'uso di legna per il riscaldamento domestico.

Fig 1 Andamento delle emissioni di PM2,5 da trasporto stradale e da impianti di riscaldamento (1990-2012)



La Figura 1 mostra l'andamento delle emissioni di PM2,5 da traffico veicolare e da impianti di riscaldamento domestico in Italia, dal 1990 al 2012, secondo le stime di ISPRA.

Il grafico si basa sulla stima delle emissioni fatta da Ispra ambiente e mostra come, a fronte di una progressiva riduzione delle emissioni veicolari, grazie a marmitte catalittiche sempre più efficaci, a partire da 2003, le emissioni di polveri derivanti dal riscaldamento domestico, hanno superato quelle veicolari e sono in costante aumento.

Questo dato dipende dal fatto che circa quindici anni or sono, gli italiani hanno scoperto le stufe a pellet di legno e il costo relativamente basso di questo combustibile e per questi motivi molte famiglie sono passate dal metano al pellet.

Fig 2 Andamento del consumo di pellet di legno (tonnellate/anno) in Italia  2000-2011


La Figura 2 illustra la crescita esponenziale della vendita di pellet di legno nel nostro paese che, nel 2012, ha superato i due milioni di tonnellate.

Il problema è che se il metano costa di più del pellet, la combustione del metano emette quantità molto inferiori di polveri sottili rispetto a quelle prodotte bruciando legna.

la Tabella che segue riporta i Fattori di Emissione di impianti di riscaldamento, alimentati con combustibili a legna e a metano, in altre parole quanti grammi di polveri emettono diversi impianti di riscaldamento domestico, a parità di calore prodotto.
In questo caso la quantita' di calore di riferimento è un giga Joule, il calore prodotto dalla combustione di  circa 25 metri cubi di metano

                                          grammi/gigaJoule
  • Caminetto aperto            700
  • Stufa tradizionale            500 
  • Caminetto chiuso            300  
  • Stufa moderna                 150
  • Stufa a pellet                     50   
  • Caldaia a metano             0,2  
Pertanto, in base a questa tabella,  la rinuncia al metano, a favore del pellet, comporta un qualche risparmio di danaro ma inevitabilmente produce anche una  emissione di polveri sottili maggiore di 250 volte; se la legna si usa con stufe e caminetti la quantità di polveri sottili immessa in atmosfera è di gran lunga maggiore fino a 3.500 volte, con i caminetti aperti

Anche per impianti industriali il passaggio da metano a combustibili  "alternativi" quali biomasse legnose e rifiuti urbani, a parità di energia termica prodotta peggiora le emissioni in atmosfera

                                                   grammi/gigaJoule
  • Termovalorizzatore rifiuti          9,5
  • Centrali biomasse                      3,5
  • Centrali a metano                       0,2 
In base a questi fattori di emissione si evidenzia come anche  la scelta di tele-riscaldare con rifiuti o biomasse legnose, edifici che potrebbero utilizzare metano, comporti un significativo peggioramento della qualità dell'aria.

E ovviamente la scelta governativa di dare il via a otto nuovi termovalorizzatori e a mantenere gli incentivi a chi produce energia bruciando biomasse non aiuta certamente a rispettare gli obiettivi di qualità dell'aria e altrettanto dicasi per il via libera alla combustione di ramaglie, potature e legna spiaggiata dole le alluvioni.

In base agli specifici fattori di emissione di processi di combustione in uso nelnostro paese ISPRA ha stimato che le polveri sottili PM10 emessi annualmente nell'atmosfera del nostro paese siano ripartite come mostra la Figura 3.

Fig 3 Contributo delle principali fonti emissive di PM10 in Italia nel 2013
La Figura 3 mostra che in Italia, nel 2013, circa il 53% delle PM10 immesse in atmosfera proveniva dagli impianti di riscaldamento domestico alimentato a biomasse (legno e pellet), il traffico veicolare è stato responsabile dell'11,2 % delle polveri, mentre tutti gli impianti di riscaldamento a metano hanno prodotto solo lo 0,1% di PM10, dieci volte di meno dei "termovalorizzatori".

In valore assoluto, in base alle stime ISPRA, nel 2011 gli impianti di riscaldamento domestici alimentati a biomasse hanno emesso 53.500 tonnellate di PM10, quelli a metano 136 tonnellate.

Nello steso anno, le centrali elettriche alimentate a biomasse e gli inceneritori di rifiuti hanno prodotto rispettivamente 254 e 627 tonnellate di polveri.

Certamente sfugge alla percezione collettiva, ma l'inalazione di queste polveri, anche quelle prodotte  bruciando legna ha un pesante effetto sulla salute delle popolazioni esposte 

L'agenzia europea per l'ambiente ha stimato che, a causa dell'esposizione a polveri sottili (PM2,5) in Italia, nel 2012, ci sono state 59.300 morti precoci .

Sono morti evitabili con incisive politiche di riduzione delle emissioni, politiche fin'ora assenti. 

Se voi foste al governo di questo Paese, alla luce di questi dati, quali scelte fareste per ridurre l'inquinamento dell'aria e quindi tutelare la salute degli italiani?

Dubito che decidereste di ridurre l'IVA sui pellet.

Ebbene è proprio quello che il governo Renzi si proponeva di fare con la legge di stabilità del 2016: ridurre l' IVA sui pellet dal 22 al 10%, ipotesi per fortuna rientrata, forse anche grazie al bicameralismo perfetto.

Resta il fatto che il metano, nonostante gli indubbi vantaggi ambientali, subisca un carico fiscale (IVA e accise varie) pari al  25%.
         





 

martedì 13 settembre 2016

La strategia dei nuovi termovalorizzatori


E' evidente che in Italia si è aperta una campagna promozionale a favore dei termovalorizzatori.

Da alcuni mesi, le testate più importanti, ospitano articoli che tessono le lodi di questi impianti. L'ultimo è di questi giorni, sulla Stampa, dove si celebrano gli utili dell'inceneritore di Brescia.
E la cancellazione,  in questi stessi giorni, dai programmi della terza rete di trasmissioni scomode per gli amanti della crescita, come "Scala Mercalli" e "Ambiente Italia", potrebbe far parte di questa stessa strategia.

In ballo c'è una torta molto sostanziosa: undici nuovi termovalorizzatori a cui il Decreto Sblocca Italia, spiana un veloce percorso in discesa, con la semplice aggiunta dell'aggettivo "strategico": è strategico che l'Italia produca energia bruciando rifiuti e quindi questi impianti si devono fare anche se gli enti locali direttamente interessati e le popolazioni che rappresentano fossero contrari.

Il fatto è che il  piatto è molto ricco: visti i costi di uno degli ultimi inceneritori realizzati in Italia, quello di Torino-Gerbido, pari a 250 milioni di di euro, la costruzione degli undici impianti imposti dal governo Renzi, vale qualcosa come 3 miliardi di euro, miliardi che gli Italiani delle dieci regioni interessate saranno "felici" di pagare con la TARI per i prossimi venti anni, tanti quanti ce ne vogliono per ammortizzare questi investimenti.

I nuovi inceneritori con recupero energetico saranno anche meno inquinanti di quelli di qualche anno fa, ma è anche vero che la termovalorizzazione è il sistema di trattamento rifiuti che costa di più, circa 150 euro a tonnellata.

In una società dove vige il libero mercato, questo dovrebbe essere un problema per gli investitori, ma non è così in Italia, in quanto con le nuove leggi (la TARI), tutti costi della gestione dei rifiuti sono a carico degli utenti!

Ma tutti gli Italiani  non sanno che sarà a loro carico anche la sovvenzione di questi impianti come è a loro totale carico il costo degli incentivi regalati con generosità, unica al mondo, ai gestori dei quarantotto termovalorizzatori nostrani già in funzione.

E già, non troverete questa notizia su nessun giornale nostrano, ma sappiate che l'Italia è l'unico paese al mondo che incentiva con denaro pubblico la termovalorizzazione dei rifiuti. 

E sulla stampa nazionale non leggerete mai la notizia che la Svezia ha deciso di tassare la termovalorizzazione dei rifiuti per incentivare il loro riciclo.

Fatti diventare, per legge, fonte di energia rinnovabile il 50% dei rifiuti urbani (la frazione biodegradabile), in Italia l'elettricità prodotta dalla loro combustione riceve un generoso incentivo da parte del Gestore della Rete che, ogni anno, regala alle Multiutility proprietarie di questi impianti 390 milioni di euro (dati del 2012).

Questi 390 milioni di euro sono letteralmente pagati da tutte le famiglie e da tutte le aziende italiane, tramite  la tassa introdotta nelle bollette della luce a sostegno delle fonti di energia rinnovabile.

Questo incentivo ammonta a 126 euro per ogni tonnellata di rifiuti "termovalorizzati".

Pertanto, il costo vero della termovalorizzazione, a totale carico dell'utente, per ogni tonnellata di rifiuto trattato è di  276 €, a fronte di 80 € che è il costo medio del compostaggio di una tonnellata di scarto organico ben differenziato, trattamento che non riceve nessun incentivo, nonostante gli indubbi vantaggi ambientali ed economici di questa pratica.

E' troppo ingenuo chiedersi per quale motivo il governo Renzi non abbia ritenuto strategica la raccolta differenziata, il riciclo e compostaggio dei 2,4 milioni di tonnellate di scarti urbani  che lo Sblocca Italia preferisce ridurre in cenere?

Sullo stesso argomento:


mercoledì 3 agosto 2016

La pressione ambientale dell'inceneritore di Sesto Fiorentino

Area d'impatto dell'inceneritore di Sesto Fiorentino
 

Non abbiamo dubbi che il progetto del "termovalorizzatore" che dovrebbe sorgere a Sesto Fiorentino sia il meglio della attuale tecnologia e assolutamente rispettoso dei limiti alle emissioni che gli organi di controllo gli hanno imposto, ma questi requisiti, che ogni nuovo impianto deve per forza avere, sono sufficienti per la sua definitiva "benedizione"?

In altre parole, l'entrata in funzione del termovalorizzatore come modificherà la qualità dell'aria nelle zone interessate alla ricaduta al suolo dei suoi fumi?

L'attuale qualità dell'aria nella piana di Firenze è molto nebulosa: in sostanza, non esistono misure adeguate nella zona dove si prevede che, con maggiore frequenza, potranno depositarsi i fumi del nuovo impianto.

Di qui la provocatoria iniziativa delle Mamme Noinceneritore, di realizzarsi una propria rete di monitoraggio con un finanziamento "popolare".

Ma in attesa di queste o di altre misure, nei cassetti della Regione Toscana esiste un altro strumento utile per programmare gli interventi necessari per il territorio, in modo che tali interventi siano rispettosi dei limiti di legge sulla qualità dell'aria.

Parliamo dell'inventario delle emissioni, uno dei tanti strumenti tecnici previsti dalla normativa europea, recepiti dalla normativa nazionale, per garantire il progressivo miglioramento della qualità dell'aria e quindi della salute di chi quell'aria respira.

L'inventario delle emissioni nei comuni toscani esiste, è scaricabile dalla rete, ma il fatto che sia fermo al 2010 ci fa pensare che non ritenuto uno strumento utile.

Dall' Autorizzazione Integrale Ambientale riconosciuta all'inceneritore della Piana Fiorentina possiamo calcolare la specifica pressione di questo impianto, in base alle tonnellate di inquinanti che emetterà annualmente, valori desumibili dalle rassicurazione del proponente che afferma di poter rispettare quelli che definisce "valori di soglia di attenzione", in sintesi, concentrazioni nettamente più basse di quelle prescritte e garantite.

Questi valori di emissione sono stati utilizzati per stimare la pressione ambientale dell'inceneritore della Piana, riportata nella Tabella che segue.
Solo per l'ossido di Carbonio, in mancanza di stime dei corrispondenti valori di soglia di attenzione da parte del proponente, i calcoli sono stati effettuati in base alle concentrazioni prescritte.

La Figura in apertura di questo post mostra, su base annua, le aree di ricadute delle polveri sottili (PM10) emesse dall'inceneritore, stimate in base ad un adeguato modello diffusionale e alle condizioni meteorologiche di questo territorio.
Anche questo documento è stato tratto dalle relazioni tecniche che hanno accompagnato la richiesta di Autorizzazione Integrale Ambientale e, alla mappa originarie sono stati sovrapposti i confini comunali.

A parte alcune gravi lacune che sono emerse per calcolare queste ricadute, ma che non modificano sostanzialmente l'area di impatto riportata in figura, quello che emerge è che un'ampia superfice della Piana sarà coinvolta dalla ricaduta al suolo degli inquinanti emessi dall'inceneritore.

Le concentrazioni più elevate colpiranno le zone in rosso e in blu, nel comune di Sesto Fiorentino, ma le polveri ricadranno anche sulle aree verdi piuù esterne.

Come si può vedere, la pressione maggiore esercitata dal termovalorizzatore sarà sul comune di Sesto Fiorentino, ma l'inceneritore eserciterà la sua pressione su superfici non trascurabili dei comuni di Campi Bisenzio, Signa, Firenze, Scandicci, Lastra a Signa.

Le aree interessate dalle ricadute delle polveri sono, in linea di massima, le stesse dove si depositeranno gli altri inquinanti emessi dai due camini del termovalorizzatore.

La Tabella che segue mette a confronto la pressione ambientale stimata dalla Regione Toscana per il territorio di Sesto Fiorentino, in base a tutte le fonti emissive attive sul territorio nel 2010 (attività industriali, attività agricole, mobilità urbana ed extraurbana, riscaldamento...) con quella del futuro inceneritore, da noi calcolata in base alle concentrazioni nei fumi definite dal proponente quali "soglie di attenzione", ossia valori inferiori a quelli garantiti, previsti dalla attuale normativa dell'incenerimento di rifiuti urbani.


La Tabella ha preso in considerazione i principali inquinanti emessi annualmente dal termovalorizzatore ed in particolare gli ossidi di azoto (NOx), le polveri sottili (PM10), l'anidride solforosa (SO2) e l'ossido di carbonio (CO) e ha confrontato, su base annuale, i corrispondenti valori con la pressione complessiva esercitata, per ciascun di questi inquinanti, da tutte le fonti emissive presenti nel 2010, sul territorio comunale di Sesto Fiorentino.

Fatta la doverosa precisazione che, formalmente, le emissioni di polveri dell'inceneritore si riferiscono alle polveri totali, ossia a tutto il materiale particellato in uscita dal camino, a prescindere dalle sue dimensioni, si può ragionevolmente ipotizzare, che dopo i previsti trattamenti dei fumi, le polveri in uscita dall'inceneritore siano prevalentemente di piccolo diametro, quindi confrontabili con le PM10 stimate dall'inventario delle emissioni.

L'ultima colonna a destra della Tabella riporta la variazione percentuale di ciascun impatto quando l'inceneritore entrerà in funzione.

Come si può vedere, i rifiuti trattati nel cosidetto "termovalorizzatore" non spariscono, ma ogni anno circa 157 tonnellate di rifiuti tossici in forma gassosa o aeriforme, prodotti dall'incenerimento, nel pieno rispetto delle prescrizioni, saranno immessi in atmosfera, con un significativo aumento della pressione ambientale a carico del comune di Sesto Fiorentino.

La pressione maggiore esercitata dall'inceneritore sarà dovuta agli ossidi di azoto (+ 11,9%) e, in particolare all'anidride solforosa  che quadruplicherà (+ 418%) l'attuale pressione di questo inquinante.

Questo significativo aumento ha altre conseguenze degne di attenzione: è ben noto che l'immissione nell'ambiente di ossidi di azoto e di anidride solforosa provoca la sicura formazione di polveri sottili secondarie, destinate ad aumentare significativamente  (+ 30 - 40% ) l'impatto complessivo  dell'inceneritore per questa classe d'inquinanti.

Ci sembra lecito chiedersi come, di fronte a questi numeri, sia stato possibile autorizzare questo impianto, il cui esercizio sicuramente peggiorerà l'attuale qualità dell'aria, in palese contrasto con gli obiettivi delle normative europee e nazionali che prevedono, invece, un costante miglioramento di questa vitale risorsa.

Il progressivo miglioramento della qualità dell'aria è una costante di molti paesi paesi europei, ottenuto proprio grazie alle Direttive Europeee in materia.

Anche Sesto Fiorentino ne ha goduto, in quanto dai precedenti inventari (1995, 2005) si evidenzia una importante riduzione dei principali inquinanti prodotti dal traffico (ossido di carbonio) e dalle attività industriali (anidride solforosa).
A titolo di esempio nel 1995, a Sesto Fiorentino, l'impatto annuale di CO era di 5.170 tonnellate e quello di SO2 di 96,5 tonnellate.

Con l'entrata in funzione dell'inceneritore questa positiva tendenza al miglioramente cesserà e, per tutti gli inquinanti esaminati,  la qualità dell'aria di Sesto e degli altri comuni coinvolti sicuramente peggiorerà.

Infine ci sembra doveroso chiederci se la Valutazione di Impatto Ambientale sia stata effettuata in modo corretto valutando, come previsto, le possibile alternative.

In questo caso, scelte diverse (riduzione alla fonte, raccolta differenziata porta a porta, riciclo e recupero, compostaggio della frazione organica, trattamento a freddo della frazione indifferenziata residuale e ulteriore recupero della materia) potrebbero sicuramente risolvere il problema degli scarti urbani della Toscana con impatti ambientali decisamente più contenuti della loro  termovalorizzazione nella Piana di Firenze.

Sullo stesso argomento:

 

 



mercoledì 20 luglio 2016

Vecchio stupidario per nuovi inceneritori: il traffico inquina di più

Mettiamo noi le centraline!
E' ormai un classico.

Ogni volta che si vuole imporre un inceneritore, c'è il personaggio di turno che racconta che "non c'è da preoccuparsi, l'inceneritore inquina meno di qualche macchina".

Nel tempo, a sostenere questa schiocchezza, si sono succeduti il presidente Berlusconi, il sindaco di Genova Pericu, il presidente Commissione Ambiente Realacci...

Oggi, per far digerire l'impianto che dovrebbe trattare  198.000 tonnellate  l'anno, nella Piana di Firenze, a pronunciare questa schiocchezza, almeno da quanto riportato sui giornali, sono la prof.ssa Loredana Musumeci, direttore del dipartimento Ambiente dell'Istituto Superiore di Sanità- "Impianti come questo inquinano meno del traffico"- e la società Quadrifoglio che gestisce i rifiuti fiorentini -"Quando siamo fermi ai semafori ne respiriamo molta di più"- con riferimento alle diossine.

E evidente che tutti questi personaggi non si sono letti i numerosi documenti su questo tema che ho pubblicato in rete fin dal lontano 2004 ma, evidentemente, non si sono neanche presi la briga di verificare quante diossine emette l'attuale parco veicolare italiano, consultabile nel sito SINANET di Ispra Ambiente.

Nel 2014, in media, per ogni chilometro percorso lungo il nostro Paese, una  vettura a benzina  ha emesso 0,00467 nanogrammi di diossine; più inquinanti le solite vetture diesel: 0,01690 nanogrammi di diossine per chilometro.

Le statistiche fiorentine ci dicono che il 90% delle vetture immatricolate in questa città percorre meno di 60 chilometri al giorno.

Pertanto una autovettura diesel che, girando per Firenze e dintorni, percorre 50 chilometri, rilascia lungo le strade percorse  0,845 nanogrammi di "diossine".

L'inceneritore della Piana Fiorentina, al meglio delle sue prestazioni (concentrazione di diossine nei fumi a metà del valore autorizzato) emetterà giornalmente sulla Piana, 204.000 nanogrammi di diossine.

Pertanto l'emissione giornaliera di diossine dell'inceneritore corrisponde alle emissioni giornaliere di diossine da parte di 241.420 autovetture diesel in giro per la stessa Piana.

Per capire cosa significano questi numeri e quanto sia stupido confrontare l'inquinamento prodotto dal traffico con quello di un inceneritore è il caso di ricordare che nel 2009 tutte le autovetture circolanti a Firenze (diesel e a benzina) erano 205.543.

Quindi, se mai l'inceneritore nella Piana  si farà, i fiorentini oltre all'inquinamento da traffico subiranno anche l'inquinamento di questo impianto assolutamente evitabile.

Non mi sembrano scelte lungimiranti.

Sullo stesso argomento:




domenica 17 luglio 2016

Vecchio stupidario per nuovi inceneritori: i caminetti inquinano di più


Un ennesimo inceneritore, destinato a trasformare in cenere 198.000 tonnellate di scarti prodotti dai toscani, dovrebbe essere realizzato nella Piana fiorentina, nel territorio del comune di Sesto fiorentino, in località Case Passerini, a pochi chilometri dalla cupola del Brunelleschi a Firenze.

E poichè l'appetito vien mangiando, l'amministrazione toscana, Regione in testa, in quella stessa piana vorrebbe realizzare anche  un aeroporto internazionale, per portare direttamente dalla Cina nuove masse di turisti e allungare le fila in attesa di entrare nei pochi luoghi di Firenze dove le agenzie di viaggio dirigono il turismo di massa.

L'uso del condizionale è d'obbligo, in quanto questi progetti sono fortemente osteggiati dagli abitanti, in particolare le "Mamme No inceneritore" e 272 medici che hanno firmato un documento contrario alla realizzazione dell'impianto per i rischi sanitari connessi al suo funzionamento.

Per tutta risposta, sulla stampa locale, in particolare il Corriere Fiorentino, sono comparse numerose prese di posizioni a favore dell'impianto, che hanno rispolverato una raccolta di stupidaggini che dovrebbero rassicurare la popolazione.

In questa operazione di "tranquillizzazione" si è distinto  Sergio Gatteschi che come presidente degli Amici della Terra della Toscana ha affermato che "le emissioni del termovalorizzatore equivalgono a 10 caminetti a legna" e, nelle vesti di responsabile per l'ambiente PD,  con una più rassicurante  stima al ribasso, ha ribadito "che l'impianto di Case Passerini avrà un inquinamento pari a cinque camini accessi".

L'ipotesi che i caminetti a legna possano essere la principale fonte di inquinamento della Piana viene attribuita agli studi del professor Roberto Udisti, docente di Chimica all'ateneo di Firenze, il quale in questa dichiarazione segnala, correttamente, il problema emergente della combustione di biomasse quale fonte importante delle polveri sottili che si registrano d'inverno nella piana di Firenze.

Non abbiamo trovato pubblicazione del professore Udisti in cui abbia messo a confronto le emissioni degli attuali caminetti con quelli del futuro inceneritore ma nel frattempo, in base a fonti qualificate, proviamo a vedere come potrebbero stare veramente le cose nella Piana di Firenze, con riferimento agli inquinanti più problematici: le "diossine",  a causa della loro elevata stabilità chimica, dell'accertato accumulo lungo la catena alimentare e del loro effetto cancerogeno e di alterazione dei sistemi endocrini.

Partiamo dalle caratteristiche tecniche dell'inceneritore che si vuole realizzare nella Piana.

L'impianto prevede due linee di combustione separate che funzioneranno contemporaneante e i cui fumi, dopo depurazione, saranno convogliati in due camini alti 70 metri.

Durante 24 ore di funzionamento continuo, dai due camini usciranno 4.080.000 metri cubi di fumi in cui saranno presenti gli inquinanti sfuggiti alla depurazione, alle concentrazioni previste dalle autorizzazioni.

Per quanto riguarda i composti più problematici (diossine, furani e poli-cloro-difenili diossini simili) le concentrazioni all'uscita dei camini, in base ai limiti prescritti,  saranno di 0,1 nanogrammo per metro cubo che, moltiplicati per i 4.080.000 di metri cubi di fumi emmessi in 24 ore, corrispondono ad una emissione giornaliera di 408.000 nanogrammi di "diossine".

Come è stato giustamente affermato alla stampa fiorentina, un nanogrammo è la miliardesima parte del grammo, ma se in ogni metro cubo di fumi in uscita da questo moderno inceneritore  (è stato definito di "quarta generazione") si trovano 0,1 nanogrammi di diossine, questo fatto non è sinonimo di salubrità.

Purtroppo le "diossine" hanno una elevata tossicità e per un adulto di 70 chili, gli esperti della  Commissione Europea hanno individuato in 0,140 nanogrammi, la dose massima tollerabile di diossine a cui, giornalmente, un adulto di quel peso può essere esposto attraverso cibo, acqua, aria contaminata.

Pertanto l'inceneritore della Piana di Firenze, nel pieno rispetto dei limiti prescritti e in base alle migliori tecnologie oggi esistenti, ogni giorno emetterà in atmosfera e di qui al terreno e ai cibi coltivati su questi terreni, 408.000 nanogrammi di "diossine", equivalente alla dose tollerabile giornaliera di 2,9 milioni di abitanti.

Se, come è stato affermato, le emissioni "garantite" fossero la metà di quella prescritta, avremo sempre una emissione in grado di coprire la dose massima giornaliera di 1,45 milioni di abitanti.

Ovviamente non tutte le diossine emesse dall'inceneritore andranno a finire nei piatti degli abitanti di Sesto e di Firenze, ma ignorare la possibilità che 198.000 tonnellate di scarti urbani potrebbero essere recuperati come materia con trattamenti a "freddo" che, intrinsecamente, non hanno questo "piccolo" problema, meriterebbe una seria riflessione e un altrettanto serio ripensamento del modello di gestione degli scarti prodotti da chi vive in Toscana.

Se questo potrebbe essere lo scenario "diossine" con la messa in funzione dell'inceneritore, come è la situazione ambientale della piana fiorentina a causa dell'amore dei toscani per i loro vecchi caminetti a legna?

In attesa di specifiche misure e valutazioni in ambiente toscano, utilizziamo i risultati di uno studio pubblicato nel 2003 nella rivista "Environmental Science and Technology"che ha stimato i fattori di emissione di diossine e altri composti organici persistenti prodotti da caminetti e stufe a legna, in uso nella baia di San Francisco.

Lo studio ha accertato che la combustione di un chilogrammo di legna, con i fumi in uscita dal camino, emette in atmosfera da 0,25 a 1,4 nanogrammi di "diossine", a seconda del modello di caminetto e stufa usato.

Nell' ipotesi di un consumo giornaliero di 50 chili di legna (stima alta, per le condizioni climatiche fiorentine) e considerando il peggiore fattore di emissione dei caminetti (1,4 ng/kg), un singolo caminetto a legna emette giornalmente 70 nanogrammi di "diossine", da confrontare con i 408.000 nanogrammi emessi, nelle stesse 24 ore, dall'inceneritore.

Pertanto nel periodo invernale le emissioni giornaliere dell'inceneritore equivaranno (nella peggiore delle ipotesi emissive per quanto riguarda i caminetti)  a  5.428 caminetti  (408.000 ng / 70 ng).

Come si vede, con tutte le approssimazioni di questa stima, siamo ben lontani  dai rassicuranti 10 caminetti previsti dagli Amici della Terra.

Ma mentre i caminetti a Firenze devono essere tenuti accesi per soli 169 giorni (dal 1 novembre al 15 aprile), l'inceneritore della Piana di Firenze brucerà rifiuti ininterrottamente per 330 giorni all'anno.

Pertanto se il confronto si effettua più correttamente su base annuale, l'inceneritore, in 330 giorni di funzionamento,  emetterà 134.640.000 ng  di diossine, mentre un caminetto, nei 169 giorni di riscaldamento, produrrà 11.830 ng di diossine.

In conclusione, su base annua e confrontando il peggiore caminetto a legna con il migliore impianto di incenerimento rifiuti ci vogliono 11.381 caminetti per produrre la stessa quantità di diossine.

Se poi, in modo più corretto, si confrontano le emissioni di un moderno inceneritore della quarta generazione con una moderna stufa a legna (0,25 ng diossine /kg legno), nella Piana dovrebbero essere in funzione 63.733 caldaie a legna, per emettere la stessa quantità di diossine emessa dall'inceneritore.

Sullo stesso argomento:








sabato 9 aprile 2016

L'Ecoistituto RE-GE il 17 aprile vota SI


Il comitato scientifico dell'Ecoistituto di Reggio Emilia e Genova invita a votare SI al Referendum del 17 aprile 


Il 17 aprile gli italiani saranno chiamati a dare il proprio parere sul decreto "Sblocca Italia" che incentiva la ricerca e lo sfruttamento di giacimenti di gas e petrolio sul territorio nazionale.

Il governo, nel Decreto 133 del 1279/2014, ha ufficialmente riconosciuto le trivellazioni come "attività di interesse strategico e di pubblica utilità urgente ed indifferibile" e in questo modo ha scavalcato le competenze in materia delle Regioni.

Per questo motivo, nove regioni (Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania, Molise) hanno chiesto l'abrogazione di sei articoli del decreto; solo un articolo è stato ritenuto ammissibile.

In particolare, si tratta dell'abrogazione del comma 17, terzo periodo, dell'articolo 6 del dlgs n. 152 del 2006, limitatamente alle parole: "Per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale".

L'abrogazione di questo comma bloccherebbe l'attività estrattiva delle piattaforme attualmente operative entro le 12 miglia dalla costa, una volta che sia stata raggiunta la durata delle attuali concessioni.

E' evidente il limite di questo quesito referendario, comune ai referendum che possono solo abrogare una norma già approvata dal Parlamento.

L'ECO istituto RE-GE, insieme ad altri soggetti contrari a nuove trivellazioni, ritiene che la partecipazione al voto referendario, con il superamento del quorum ( 50% degli aventi diritto+uno) ed una netta affermazione del SI, avrebbe un importante valore politico, di chiara contrarietà del "popolo sovrano" alle scelte energetiche del governo Renzi, il cui interesse è tutt'altro che strategico e niente affatto di pubblica utilità, come le dimissioni del ministro Guidi hanno chiaramente evidenziato.

L'ECOistituto RE-GE ritiene che il maggior pericolo del decreto a favore di nuove trivellazioni sia quello di far perdere al Paese altri anni preziosi per attuare il drastico cambiamento dell'attuale modello di crescita dei consumi, cambiamento richiesto dall'esaurimento di risorse non rinnovabili e dagli incombenti cambiamenti climatici.

L' informazioni che manca agli Italiani è che le riserve nazionali di gas e petrolio sono scarse e niente affatto strategiche.

I nostri giacimenti di gas, a partire dal 1994 hanno superato il picco della massima produzione e si stanno avviando all'esaurimento.




Inoltre, in base a stime ufficiali sulle riserve nazionali accertate, probabili e possibili, tutto il gas e petrolio recuperabile a fini energetici che potrebbe essere presente nel territorio nazionale coprirebbe a malapena due anni di consumi nazionali.


La quantità complessivamente recuperabile di gas e petrolio dai giacimenti italiani, confrontati con i rispettivi consumi nazionali del 2014


Dopo una decina di anni di sfruttamento di questi giacimenti avremo definitivamente "raschiato il fondo barile" con il sicuro effetto negativo della perdita definitiva dei posti di lavoro legati alla estrazione e alla raffinazione.

Un sicuro effetto negativo del decrteto "Sblocca Italia" è quello prodotto da una significativa emissione in atmosfera di gas clima alteranti, sia durante la fase di estrazione che di consumo, con un maggior contributo alle emissioni di gas serra,  pari a 9,2 milioni di tonnellate all'anno.

L'aumento del numero di pozzi in funzione e la durata del loro sfruttamento, altrettanto inevitabilmente, aumenterà la probabilità di incidenti con emissioni di greggio e gas nell'ambiente.

Le scelte veramente strategiche per il paese, quelle che l'ECOistituto RE-GE appoggia e che la vittoria del SI renderebbe possibile sono:
- incentivazione dell'efficenza energetica degli edifici pubblici e privati
- disincentivazione al trasporto di persone e merci su gomma e con motori a combustione interna
- rilancio del trasporto pubblico prevalentemente su ferro (tram, treno)
- una energica politica a favore delle fonti rinnovabili a partire dal biometano da immettere in rete, prodotto con trattamenti biologici degli scarti biodegradabili che stime ENEA valutano pari al 50% dell'attuale produzione nazionale di gas fossile.
- una nuova economia basata sul riciclo dei materiali correttamente differenziati, una volta arrivati al termine del loro ciclo di utilizzo.
- un piano nazionale per ampliare l'installazione di impianti fotovoltaici sui tetti di edifici pubblici e privati, la loro interconnessione e la possibilità di scambio di elettricità tra gli autoproduttori e gli utenti.

Tutte queste scelte permetterebbero di avviarci verso l' ineludibile scelta di abbandono delle fonti fossili e avvio di una nuova era, basata sulle diverse forme di energia rinnovabile che il Sole ci garantirà nei millenni a venire.

Sullo stesso argomento: