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domenica 3 giugno 2018

Chiudere l'ILVA di Taranto con il metano


Nell'agosto  del 2016 uno studio epidemiologico, commissionato dalla Regione Puglia, ha stabilito, senza ombra di dubbio, che gli inquinanti emessi dalle attività a caldo dell'acciaieria di Taranto, sono responsabili di:
  • significativi aumenti (+ 24%) di ricoveri per malattie respiratorie dei bambini che abitano nei quartieri Tamburi e Paolo VI 
  • aumento  della mortalità, per tumore polmonare e infarti di chi abita sottovento agli impianti
L'indagine ha anche escluso che queste differenze siano attribuibili a fattori socioeconomici a fumo e alcool.
La responsabilità di questi danni alla salute è stata confermata dal fatto che l'andamento della mortalità corrisponde ad un simile andamento dell'inquinamento e della produzione di acciaio:
più acciaio prodotto, livelli di inquinamento più alti, maggior numero di morti nella popolazione esposta.
E' certo che la fonte prevalente dell'inquinamento, in particolare di elevate emissioni di potenti cancerogeni quali idrocarburi policiclici aromatici e diossine, siano i reparti che, a partire dl carbone, producono carbon coke.
Il carbon coke, mescolato all'ossido di ferro, trasforma questo minerale in ferro metallico ( ghisa) , con un processo chimico denominato riduzione.

Anche se il carbone è ancora la principale materia prima per produrre ghisa e successivamente acciaio, la riduzione dell'ossido di ferro si può ottenere anche senza carbone.

Per trasformare l'ossido di ferro in ghisa si può usare anche l'ossido di carbonio (CO)  e l'idrogeno che si ottiene per "reforming" del metano.

Questa tecnologia, denominata Midrex, è utilizzata da anni negli Stati Uniti e sostituisce i reparti più inquinanti della produzione dell'acciaio che fa uso di carbone: il deposito carbone, le cokerie, l'agglomerazione, gli altiforni.

I vantaggi ambientali della conversione al metano al posto del carbone, sono stati valutati dalla Fondazione Sviluppo Sostenibile.

A  fronte di una produzione annua di  8 milioni di tonnellate di acciaio con il processo Midrex si ha una minore produzione di anidride carbonica (-63%) , di anidride solforosa ( - 68%), di ossidi di azoto ( -46%), l'azzeramento delle ricadute di polvere di carbone e l'azzeramento delle emissioni di particolato, di diossine, di idrocarburi policiclici aromatici.

Questa tecnologia è quella che applicherebbe la Jindal South West, una società indiana che, in cordata con la Cassa Depositi e prestiti, la Delfin di Del Vecchio e Arvedi, sono interessati all'acquisto delle acciaierie di Taranto.

Tuttavia,  al momento, sembrerebbe che abbia vinto il vecchio carbone, in quanto la gara è stata aggiudicata all'Arcelor Mittal, ma il Presidente della regione Puglia, Michele Emiliano, ha fatto ricorso al TAR e il nuovo governo giallo- verde, con Di Maio al Ministero dello Sviluppo economico, potrebbe dar fiato alla "decarbonizzazione" dell'ILVA che tanto piace a Michele Emiliano che, anche su questo tema si è posto in rotta di collisione con il suo partito, il PD, uscito pesantemente penalizzato dalle ultime elezioni.

In particolare,  il Contratto tra il M5S e la Lega, per quanto riguarda l'ILVA di Taranto,  parla di una progressiva chiusura delle fonti inquinanti in grado di proteggere i livelli occupazionali: leggendo tra le righe si potrebbe prefigurare proprio la scelta del passaggio al metano.

Il partito del carbone, in gravi difficoltà a livello mondiale, a Taranto potrebbe essere sconfitto dal partito del metano che, grazie alla scelta di decarbonizzare, potrebbe prendere i classici 2 due piccioni con una fava": la chiusura dei reparti più inquinanti, una produzione di acciaio di qualità pari a 10-12 milioni di tonnellate/anno  di acciaio e il mantenimento della occupazione.

La nuova ILVA, se si riuscirà a farla, avrà bisogno di 3,5 miliardi di metri cubi di metano all'anno.

Il presidente Emiliano pensa che, a tale scopo, potrebbe venir bene il progettato metanodotto (TAP)  che, attraversato lo Ionio, dovrebbe approdare alle coste pugliesi e lasciando a Taranto il 17,5 % della portata di metano, potrebbe garantire l'operatività delle acciaierie.

All'interno dei Cinque Stelle, ci sono posizione contrarie al TAP, anche se questo tema non è esplicitato nel Contratto.

Tuttavia esiste un' altra interessante possibilità che si potrebbe agganciare al tema dell'economia verde, inserito nel Programma: un piano nazionale di efficienza energetica del patrimonio edilizio nazionale, finalizzato a ridurre il consumo di metano per il riscaldamento domestico che, nel 2016, ha usato 31,4 miliardi di metri cubi di metano.

Come si vede, basterebbe ridurre del 11% i consumi nazionali di metano, con una seria Grande Opera  un  migliore isolamento di tetti, infissi e pareti e una migliore regolazione delle temperature interne in gran parte delle abitazioni italiane, per avere a disposizione, senza TAP, tutto il gas che servirebbe all' ILVA di Taranto per produrre acciaio senza inquinamento.

E' un obiettivo assolutamente raggiungibile in quanto, se adottassimo per le nostre abitazioni gli standard di consumi energetici svedesi, la quota di gas metano che oggi usiamo per riscaldare le nostre case passerebbe dall'attuale 30% al 7%, di tutto il metano oggi usato nel nostro Paese.

E, in prospettiva, esiste anche una interessante soluzione per auto-produrre il metano da usare a Taranto.

La soluzione è quella del biometano,  che farebbe contento Salvini  (il bio-metano prodotto in Italia per gli italiani) ma anche Di Maio, che nel suo piano Rifiuti Zero, inserito in Contratto, non esclude che da tutti i nostri scarti biodegradabili si possa produrre biometano da immettere nella rete del gas.

La produzione di biometano avviene con tecniche di trattamento biologico delle frazioni biodegradabili dei nostri scarti agricoli, da allevamenti, da mense e cucine.
Queste tecniche sono mature e economicamente competitive, da un decennio già usate  in diversi paesi (Svezia, Svizzera, Germania...)  e con i primi impianti italiani già operativi.

A tal riguardo, uno studio ENEA ha valutato che la produzione nazionale di biometano potrebbe essere compresa tra 7,6 a 3,3 miliardi di metri cubi all'anno, compatibile con i consumi della acciaieria di Taranto convertita a metano.

Insomma, se si vorrà, tra qualche anno l'acciaieria di Taranto, completamente decarbonizzata, potrebbe produrre acciaio usando, come fonte di energia rinnovabile, il metano prodotto dagli scarti di cucina degli italiani, ovviamente rigorosamente raccolti in modo differenziato.

E anche questo potrebbe essere uno dei tanti  cambiamenti che il nuovo governo auspica e che, se vuole, potrebbe realizzare.

Aggiornamento di settembre 2018: il ministro Di Maio ha chiuso l'accordo per le acciaierie, che restano a carbone.










venerdì 23 marzo 2018

L'acqua del sindaco


Gli italiani, sono tra i principali consumatori d’acqua in bottiglia: con 196 litri a testa, bevuti in un anno, gli italiani sono al terzo posto, a livello mondiale, dopo messicani e tailandesi.
Per Messico e Tailandia, la spiegazione degli elevati consumi di acqua imbottigliata è semplice: questi paesi hanno ancora gravi problemi di approvvigionamento di acqua potabile e l’uso d’acqua in bottiglia evita dissenteria e colera.
Per l’Italia, questo record è veramente difficile da spiegare.

L’Italia è ricca di sorgenti, con un’antichissima tradizione di gestione delle sue acque e oggi, tutte le abitazione dispongono d’acqua potabile.

Azzardo un’ipotesi: per la promozione delle tante sorgenti sfruttate per l’imbottigliamento, nel nostro paese c’è a disposizione un ricco repertorio di santi e madonne che rimandano agli antichi riti di purificazione e di guarigione che i popoli italici hanno, da sempre, abbinati alle fonti e alle sorgenti.

Certamente gli italiani ci tengono alla loro salute e, probabilmente si fidano più delle acque di fonte, e del santo protettore di turno, che dell’acqua del sindaco, portata in casa dalle laiche aziende municipalizzate.

Da qualche tempo, il luogo di approvvigionamento di acqua in bottiglia si sta spostando, dai centri commerciali, alle “casette dell’acqua”: distributori di acqua alla spina che, opportunamente pretrattata, può essere raccolta, con propri contenitori, liscia ma anche gasata e refrigerata.

Pubblicizzate come rimedio all’abnorme produzione di bottiglie di plastica che rapidamente diventano un ingombrante rifiuto, pericoloso per il mare e le sue creature, le “casette dell’acqua” si stanno moltiplicando a vista d’occhio. Il censimento dell’anno scorso ne ha contato, in tutta Italia, duemila e sedici, la maggior parte in Lombardia (574), a seguire Lazio (271) e Piemonte (233).

In Liguria, questa nuova forma di consumismo “verde” non sembra avere grande successo: le “casette” attive sono una decina (Lavagna, Bargagli, Campomorone, Varazze, Pietra Ligure, Loano, Savona, Sori).

Ci piacerebbe pensare che questo sia dovuto alla tradizionale saggezza e sobrietà dei liguri che hanno capito che, poiché la stessa acqua ti arriva comodamente in casa, non c’è nessun motivo di “camallarsi” acqua raccolta alla “casetta”, spesso fuori mano. Meno che mai, se bisogna pagare qualche centesimo a bottiglia.

E sia mai che si scoprisse che i 20.000 euro necessari per la realizzazione di una “casetta dell’acqua” e i costi per la sua costante manutenzione possano essere spalmati sulla tariffa dell’acqua, come sembra avvenire in Lombardia, con lo stanziamento, da parte della Regione Lombardia, di 800.000 euro per la realizzazione di questi distributori d’acqua.

In effetti, le indagini di Altro Consumo hanno confermato che non esistono grandi differenze tra l’acqua erogata dalle “casette” e quella raccolta, contemporaneamente, dal rubinetto di casa più vicino.

Peraltro, le analisi di quaranta diverse marche di acque in bottiglia, confrontate, sempre da Altro Consumo, con l’acqua raccolta alle fontanelle pubbliche di sette città italiane (Ancona, Roma, Torino, Padova, Palermo, Milano, Cagliari, Napoli) non hanno evidenziato sostanziali differenze: in entrambi i casi, circa la metà dei campioni analizzati ha totalizzato un punteggio-qualità superiore a 70 punti (su 100).

Con i dati IREN sulla qualità dell’acqua immessa negli acquedotti del genovesato ma, ancor più, con l’analisi dell’acqua raccolta direttamente dal mio rubinetto di casa, in quel di Bogliasco, posso confermare la buona qualità dell’acqua che oggi il sindaco Bucci offre ai suoi cittadini e ai comuni limitrofi, grazie all’interconnessione di tutti gli acquedotti realizzati a Genova, le cui acque, opportunamente trattate , provengono  in gran parte dai  laghi artificiali del Gorzente, del Brugneto e della Busalletta.

Si tratta d’invasi alimentati prevalentemente da acque piovane, lontani da aree abitate e da fonti inquinanti, quindi senza i problemi della presenza di contaminanti industriali e agricoli, spesso presenti nelle acque di falda delle zone di pianura.

Nessuna sorpresa, quindi, se nel campione di acqua raccolto dal rubinetto della mia cucina, il piombo sia assente e l’alluminio sia presente a concentrazione sei volte inferiore ai limiti di legge.

Anche la durezza, che misura la concentrazione nell’acqua di sali di calcio e magnesio, è molto bassa: 17,4 gradi francesi, di poco superiore al valore minimo (15 gradi) previsto dall’attuale normativa delle acque potabili e nettamente più bassa della durezza di una decina delle blasonate acque in bottiglia, analizzate da Altro Consumo.

In ogni caso, anche senza “casette dell’acqua” i genovesi e i turisti in giro per la città non sono lasciati a bocca asciutta.

Tutti, liberamente e senza spendere un centesimo, possono bere acqua dalle tante fontanelle pubbliche installate, da tempo, e che i genovesi conoscono come “bronzin”.

Nel 1835, nella città si trovavano milleduecento “bronzin”, che con le loro colonnine in ghisa, di sezione esagonale, dipinte di verde scuro e sormontate da un’elegante pigna, erano un elemento caratteristico dell’arredo urbano cittadino.

Purtroppo anni di disinteresse e abbandono hanno lasciato il segno e molte fontanelle hanno smesso di erogare acqua ma, in concomitanza con il referendum a tutela dell’acqua pubblica e con il crescente interesse dei cittadini per questa vitale risorsa, molte fontanelle di Genova sono tornate a nuova vita.

Il rinato interesse per le fontanelle pubbliche è testimoniato da un sito (https://www.fontanelle.org/mappa-citta.aspx) e una applicazione per smart-phone (Fontanelle) che, in molte città,  permette di localizzare la fontanella più vicina.

Da questo sito, scopriamo che tra le cinquanta città italiane con maggior numero di fontanelle censite, Roma, con 2.611 “nasoni” stravince, ma Genova, con 225 “bronzini” funzionanti, è al quinto posto e Imperia, 91 fontanelle, al ventitreesimo posto.

Per la cronaca, la Spezia e Savona totalizzano, rispettivamente, 22 e 12 fontane pubbliche e 29 sono quelle rintracciabili nei paesi del Golfo Paradiso (Bogliasco, Pieve, Sori e Recco).

Ma, certamente, ancora molte fontanelle mancano all’appello: tutto il ponente genovese deve essere ancora censito, un’opportunità che offre l’applicazione “Fontanelle” che, smart-phone alla mano, permette anche di geo-referenziare nuove fontanelle da aggiungere all’elenco.

La caccia al “tesoro blu” che i nostri sindaci, con generosità ci regalano, è aperta.



domenica 18 dicembre 2016

Un Sindaco per Genova che realizzi "Economia Circolare"il Modello Genova



La lunga crisi globale ci sta traghettando verso una nuova epoca in cui i valori di riferimento non sono più la crescita, il PIL, i mercati.

Chi non se ne è ancora accorto è perduto e quindi sarà opportuno che i genovesi, alla prossima tornata elettorale, scelgano bene a chi affidare il timone del vascello comunale che ci dovrà traghettare verso i nuovi e anche misteriosi lidi.

Uno dei fari a cui dovremo rivolgerci è quello della "economia circolare", rotta che l´attuale dirigenza AMIU ha tracciato ma che la Giunta Doria, palesemente, non vuole affrontare.

Con l´economia circolare si avvia la scelta ineludibile di una società che bandisce l´usa e getta , che non produce più rifiuti, e che in ogni oggetto scartato vede utili materiali valorizzati da precedenti lavorazioni che possono essere inseriti in nuovi cicli produttivi.

Questa visione, insieme alla realizzazione di un sistema di raccolta differenziata "porta a porta" e alla "tariffazione puntuale" è il Modello Genova che potrebbe vedere il capoluogo ligure all´avanguardia, a livello internazionale.

Intraprendere questa nuova rotta, con un "armamento" interamente pubblico, in quanto pubblici devono essere i ritorni economici, occupazionali, ambientali, significa qualificare l´attuale personale
AMIU, creare nuove ed innovative opportunità di lavoro, acquisire competenze altamente qualificate da mettere a disposizione di altri Comuni, anche fuori Regione.

E una regia pubblica nella gestione dei materiali valorizzati di scarto non ostacola l´altro obiettivo fondamentale, quello della riduzione alla fonte dei rifiuti.

Prima della partenza, tra un anno, di un nuovo consiglio comunale, il sindaco Doria e la sua Giunta vorrebbero imbarcare un privato, nella fattispecie IREN, che vuole il comando di AMIU (il 51% delle quote societarie) e in cambio contribuirebbe all´impresa mettendoci i suoi impianti (un digestore anaerobico, qualche inceneritore e un impianto di trattamento meccanico biologico) peccato che siano eredità di un modello di crescita ormai bello che andato, in gran parte frutto di tecnologie antiche, di fatto monumenti di archeologia industriale.

Se è vero che la rotta verso un´economia circolare non sia facile e richieda un forte investimento di cervelli e capacità imprenditoriale non sarà certo IREN a permetterci di raggiungere i nuovi lidi: l´
esperienza di IREN in economia circolare, raccolta differenziata di qualità, recupero e riuso di materia, gestione integrata di depurazione delle acque, gestione fanghi e produzione commercializzazione di biometano è pressocchè nulla.

Il "vascello" comunale adibito ad offrire servizi alla comunità, affidata alla guida di IREN ci riporterà ai vecchi lidi, quelli di una raccolta differenziata di bassa qualità, della termovalorizzazione dei rifiuti, della riduzione del personale, delle scelte più costose, senza ritorni economici per la comunità,
la quale sarà costretta a pagare gli utili di impresa del privato e sarà costretta a continuare a produrre rifiuti per alimentare gli impianti e produrre utili.

IREN ha condizionato il suo ingresso maggioritario in AMIU con il conferimento dei nostri scarti umidi nell´impianto di digestione anaerobica di Tortona.
Quest´ offerta, apparentemente allettante, è la classica "mela avvelenata".

Apparentemente IREN ci fa un favore, in quanto Genova non deve più individuare un´area sul suo territorio dove realizzare l´impianto, ma l´obbligo di esportare le nostre preziose frazioni umide a Tortona, vuol dire che Genova non potrà usare il biometano prodotto con i suoi scarti e quindi non potrà realizzare il progetto di metanizzare, con questa fonte di energia rinnovabile e a basso impatto, la flotta di automezzi AMIU e AMT che questa scelta tecnologica, realizzata in "casa", renderebbe possibile.

E la metanizzazione degli autobus AMT e dei mezzi di trasporto leggeri e pesanti di AMIU ridurrebbe significativamente un´importante fonte urbana di ossidi di azoto e polveri sottili, una di
quelle sfide che saranno "impossibili" affidando ai privati i ricchi servizi pubblici, come pretende l´imperante e morente neo-liberismo renziano che di tutelare la salute dell´ambiente e dei cittadini se
ne "strabatte ", in quanto queste variabili non rientrano nell´"asset aziendale".

E´ troppo chiedere al sindaco Doria di fare un regalo alla città, prima di lasciare Tursi, sospendendo la delibera sulla privatizzazione di AMIU?

domenica 16 agosto 2015

Il decreto "Sblocca Italia " è un attacco al clima, ma Renzi non lo sa.





Il 12 agosto, una ennesima alluvione lampo ha coperto di fango Corignano Calabro.

Pochi dubbi sulle cause dell'intensità del fenomeno: da 200 a 300 millimetri di pioggia caduti in poche ore.

Il papa Francesco, il presidente Obama, il governo cinese, l'Unione Europea sono ormai sicuri che eventi calamitosi come questo siano dovuti ai  cambiamenti climatici e che questi cambiamenti siano, a loro volta, indotti dall'effetto serra dell'anidride carbonica che si libera in atmosfera con la combustione di rifiuti, carbone, petrolio, gas naturale e loro derivati (plastiche, tessuti sintetici), con la deforestazione, come pure dall'attività di ricerca, estrazione e raffinazione di petrolio e gas.

A riguardo, il presidente Obama  si è spinto ad affermare che, per evitare danni maggiori al suo paese e al mondo intero è opportuno cominciare a pensare che sia molto meglio che i combustibili fossili non ancora sfruttati, in particolare il carbone, continuino a starsene nelle viscere della Terra.

A quanto pare, queste informazioni non fanno parte del bagaglio culturale del nostro primo ministro Renzi e dei membri del suo governo che, approvando il Decreto denominato "Sblocca Italia", di fatto hanno sbloccato contemporaneamente due importanti fonti di emissione di gas serra, quelli prodotti annualmente dalla combustione di 2,5 milioni di tonnellate di  rifiuti in 12 nuovi inceneritori e quelli prodotti dalla messa in funzione di diverse decine di pozzi petroliferi nell'entroterra e lungo i nostri litorali e dal petrolio e gas che questi pozzi estrarranno per una decina di anni.





Il decreto prevede che, a regime, dai nuovi pozzi italiani si possano estrarre 3,3 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (petrolio + gas) all'anno.

A parte che, a conti fatti, è ben poca cosa, il 2%,  rispetto ai nostri attuali consumi energetici (172 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio consumati in Italia nel 2010), questa scelta, oltre ad aumentare il rischio di diversi impatti ambientali (subsidenza delle coste, inquinamento da normale attività e da eventi accidentali) aumenterà il rischio di eventi meteorici estremi.

Infatti, durante l'estrazione si liberano in atmosfera gas clima-alteranti.

In base a stime fatte su pozzi europei, ogni tonnellata equivalente di petrolio e gas estratti si immettono in atmosfera, sotto forma di gas serra, l'equivalente di 130 kg di anidride carbonica.

Pertanto l'estrazione, ogni anno,  immetterà in atmosfera  0,4 milioni di tonnellate di anidride carbonica.

Ovviamente, i combustibili estratti saranno utilizzati a fini energetici e, in questo modo, ogni anno produrranno 8,8 milioni di tonnellate equivalenti di anidride carbonica.

Complessivamente 9,2 milioni di tonnellate di gas clima-alteranti all'anno, per la decina di anni che si stima come tempo di coltivazione dei nuovi pozzi.

Quindi, dopo solo dieci anni avremo raschiato tutto il fondo del notro "barile" e immesso in atmosfera 9,2 milioni di tonnellate di anidride carbonica che, per decine di anni a venire (il tempo necessario per la loro progressiva riduzione) contribuiranno ad aumentare la quantità di energia solare trattenuta da aria, acqua, rocce del nostro Pianeta.

Ci sono poi i 12 nuovi inceneritori, una scelta molto più impattante sull'ambiente, rispetto alle scelte veramente strategiche per una innovativa gestione dei rifiuti, rappresentate dal riciclo e il compostaggio.

In base ai fattori di emissione degli inceneritori tedeschi, "termovalorizzando" una tonnellata di scarti urbani si  immettono in atmosfera  circa 1,2  tonnellate di anidride carbonica.

Se i nuovi 12 inceneritori avessero le stesse prestazioni di quelli tedeschi, con la loro entrata in funzione e la combustione di 2,5 milioni di tonnellate di rifiuti, il nostro Paese aumenterà le sue emissioni di gas clima-alteranti di 3 milioni di tonnellate all'anno di cui, fino al  70% potrebbe essere di origine fossile (plastiche, tessuti sintetici, gomme...).

Con le nuove trivelle e i nuovi inceneritori, complessivamente, il decreto " Sblocca Italia" produrrà un aumento delle nostre emissioni clima-alteranti stimabile intorno a 12 milioni di tonnellate all'anno.

Nel 2012 il nostro Paese ha immesso in atmosfera 460 milioni di tonnellate di gas clima-alteranti.

Quindi il Decreto " Salva Italia" comporterà un aumento del 2% di queste emissioni, in pieno contrasto con il nostro impegno con l' UE  e l'accordo di Kioto di ridurre del 6,5 % le nostre emissioni di CO2, rispetto ai valori del 2008.

Vedremo se e come Renzi si giustificherà con l' Europa, quando ci verranno a chiedere il conto.

Alla UE e agli Italiani piacerebbe sapere per quale motivo questo governo del "fare" non ha considerato strategico per lo sviluppo durevole del Paese l'efficenza energetica di tutti gli edifici pubblici e privati, la diffusione di pannelli solari e fotovoltaici sui tetti, la mobilità collettiva su ferro, la trasformazione degli scarti organici in biometano da immettere nella rete, la riduzione della produzione di rifiuti con l'obbligo del "vuoto a rendere",  la raccolta Porta a Porta dei nostri materiali post consumo e la tariffazione puntuale, il riciclo dei materiali raccolti.

Sullo stesso argomento:

- Trivelle per tutti: il raschia barile dello "sblocca Italia"
- La Svezia costretta ad importare rifiuti per non stare al freddo







martedì 11 agosto 2015

Nel Paese del Sole meglio i pannolini lavabili (II^ parte)

Nella prima parte di questo post abbiamo appurato che i pannolini lavabili permettono un'interessante risparmio di denaro, rispetto a quelli "usa e getta".

Ora andremo a vedere quali sono gli impatti ambientali di questi due diversi sistemi che, per i loro primi 30 mesi di vita, devono aiutarci a tener puliti i nostri neonati.

Grazie agli studi condotti da DEFRA, il ministero dell' ambiente della Gran Bretagna, siano in grado di fornire dati su quanto pesa sull'ambiente  la produzione, l'uso e l' eventuale smaltimento  smaltimento dei pannolini lavabili e di quelli "usa e getta".

Anche se le mamme ( e i papà) sono più interessati a tenere puliti e senza arrossamenti i loro pargoletti, il tema della salvaguardia delle risorse del Pianeta non è secondario nel determinare le loro scelte.

Di questo si sono resi conto anche le ditte che producono pannolini "usa e getta" che, oltre a mettere sul mercato pannolini  in grado di far fronte a pupù liquida e di tenere asciutto il sederino del bebè, hanno investito in studi e ricerche per ridurre il peso dei loro pannolini.
E' evidente l'obiettivo di dare una risposta alla fondata critica che rimarca come i pannolini "usa e getta" siano una importante causa dell'aumento della produzione di rifiuti e di uso di risorse non rinnovabili.

In sintesi, la fabbricazione e l'utilizzo di un pannolino monouso genera impatti nel corso di estrazione e raffinazione del petrolio, nella sintesi dei polimeri presenti nella confezione, nel trasporto, raccolta e smaltimento finale (discarica, inceneritore). E ovviamente il peso ambientale di un singolo pannolino, così calcolato,  deve essere moltiplicato per tutti i pannolini che servono fino al momento liberatorio in cui i bambini scoprono il vasino ed impararano ad usarlo.

Nel caso dei pannolini lavabili, gli impatti cominciano dalla coltivazione del cotone necessario per confezionare la parte assorbente del pannolino, compresi i relativi consumi di acqua,  proseguono nel stimare quanti inquinanti si immettono nell'ambiente per produrre l'elettricità e i detergenti per lavare ed eventualmente asciugare i pannolini.

Questa complessa valutazione si chiama Analisi del Ciclo di Vita ( in inglese Life Cycle Assesment - LCA).

Vediamo ora i risultati della LCA, con l'avvertenza che questa stima vale per il mondo anglosassone  e si riferisce al tipo di  pannolisi in uso in questo paese nei primi anni del 2000  (lo studio è stato pubblicato nel 2008) come pure al mix di fonti energetiche utilizzate in quel periodo in Inghilterra per produrre elettricità (carbone, gas, nucleare, eolico...).

I dati si riferiscono al periodo che va dalla nascita al trentesimo mese di vita, e comprende  lo smaltimento del pannolino e del suo contenuto (feci ed urine).

 Nel caso dei pannolini lavabili riportiano, per brevità, gli impatti stimati  quando si usa una lavatrice ad alta efficenza energetica, a pieno carico con lavaggio a 60°C, asciugatura con il Sole e riuso dei pannolini per il secondogenito.

Sempre per brevità riportiamo due dei possibili impatti ambientale: l'emissioni di sostanze responsabili dell'acidificazione delle piogge ( anidride solforasa e composti equivalenti e gas responsabili dei cambiamenti climatici ( anidride carbonica e composti equivalenti quali il metano).
                               
                                                                                           Usa e getta                  Lavabili
  • Acidificazione     (kg anidride solforosa eq.)                3,4                            1,3
  • Gas clima alteranti (kg anidride carbonica eq.)            570                           342

Come si può vedere i genitori anglosassoni che hanno optato per i pannolini lavabili e per scelte a favore di risparmi energetici (compreso un secondo figlio) , possono affermare che i loro bimbi hanno cominciato la loro vita con un piede più leggero, rispetto alla loro impronta sulle risorse rinnovabili del Pianeta.

Per i genitori italiani, occorrerebbero stime ad hoc, ma certamente la maggiore facilità nel nostro Paese ad utilizzare l'energia diretta del Sole  per asciugare i pannolini depone a favore di quest'ultimi.




domenica 9 agosto 2015

Nel Paese del Sole meglio i pannolini lavabili (I^ parte)


Per avvicinarci agli obiettivi di raccolta differenziata (65%) e alla riduzione della produzione pro capite di Materiali Post Consumo (dagli attuali 550 chili all'anno ai possibili 100 chili a testa) diversi "comuni virtuosi" hanno attivato lodevoli iniziative quali una sostanziale riduzione sulla Tassa Rifiuti a favore delle famiglie che documentano l'uso di pannolini lavabili a servizio dei loro piccoli.

Sulla rete c'è qualcuno che bolla come demagogici provvedimenti come questi, contestandone il reale valore a favore del risparmio energetico e della qualità ambientale.

Per derimere la questione, con questo post ( e quello successivo)  fornirò alcuni dati provenienti da fonti qualificate e senza conflitti di interesse.

Per cominciare, qualche numero di riferimento è senz'altro necessario.

Nei primi suoi 2,5 anni ( 30 mesi) di vita un bambino ha mediamente bisogno di 4,16 ricambi al  giorno.

Se i genitori scelgono i comodi pannolini "usa e getta", prima che il bambino raggiunga l'autonomia, si dovranno acquistare e smaltire dai 4.500 a 5.000 pannolini che, tutto compreso, avranno il peso di almeno 1.000 chili.

Pannolini a confronto: "usa e getta" versus "lavabili".

Per ridurre significativamente questa enorme quantità di rifiuti, di complessa e non facile gestione, da qualche anno, i neo genitori hanno l'alternativa di scegliere appositi pannolini lavabili.

Ne esistono vari modelli e la figura che segue, spiega il loro funzionamento.

Come si usano i pannolini lavabili
In una mutandina  impermeabile, ma traspirante, si inserisce un pannolino di cotone e una sottile garza fatto di materiale biodegradabile, con il compito di trattenere le feci.

Dopo una cacca o una pipì,  la garza si butta nel water, il  pannolino sporco e , se il caso,  la mutandina, si raccolgono, se si vuole si mettono in ammollo,  e quando il carico per un lavaggio è raggiunto si mette il tutto in lavatrice.

Una volta asciugati, mutandina e pannolini si possono riutilizzare.

Con questo sistema occorre avere a disposizione, e comprare, solo un certo numero (una ventina) di rmutandine e pannolini da usare  tra un lavaggio e l'altro e le garze "usa e getta", con una notevole  riduzione di volume e peso dei rifiuti.

E' evidente che i pannolini lavabili non vanno a pesare sulla raccolta e sullo smaltimento dei rifiuti urbani mentre aumentano il carico di sostanze organiche da trattare nelle acque reflue afferenti ai depuratori.

Per venire incontro alle vostre eventuali curiosità, in base ad alcuni studi, nei suoi primi tre mesi un bambino produce 83 grammi al giorno di cacca che diventano 110 grammi al giorno  nel periodo successivo (da 3 mesi a 2,5 anni ) con una "produzione"  totale, al compimento di 2,5 anni di età di 97,9 chili.

Per quanto riguarda la pipi la produzione complessiva nei primi sei mesi di vita ammonta a 81,8 litri, che diventano complessivamente 633,4 litri, una volta raggiunti i 30 mesi di vita.

A sfavore dei pannolini lavabili c'è  il consumo e i costi di acqua, detersivo ed elettricità per il lavaggio e l'eventuale asciugatura effettuata con aria calda.

E ovviamente c'è da mettere in conto il tempo necessario per caricare la lavatrice e mettere ad asciugare i pannolini.

Cominciamo a mettere a confronto i costi che una famiglia deve sostenere per tenere pulito il proprio  cucciolo, fino a quando sarà in grado di avvisare che pipi e  cacca gli stanno scappando.

Una accurata stima di una istituzione indipendente conclude che per far fronte ai bisogni fisiologici dei primi 30 mesi di un bimbo, la spesa in pannolini usa e getta va da un minimo di 996 € ad un massimo di 1693 € per i pannolini più cari.

Nel caso dei pannolini lavabili si deve mettere in conto l'acquisto iniziale di 25 pannolini e 3 mutandine ( il quantitativo necessario tra una lavaggio e l'altro) per un ammontare, una tantum, di 452 €.
A  questa cifra  occorre aggiungere le spese complessive per il lavaggio, tenendo in conto l'energia elettrica per la lavatrice (50 €), l'acqua  (13 €) e il detersivo (76 €) utilizzati nei 30 mesi di lavaggio dei pannolini.
La spesa complessiva in questo caso va da un minimo di 591 € ad un massimo di 724 €.

In conclusione l'uso di pannolini lavabili comporta un buon risparmio, che aumenta nel caso che dopo qualche tempo arrivi un fratellino o una sorellina per i quali potranno essere riutilizzati pannolini e mutandine acquistati per il primogenito.

Occorre anche osservare che con i pannolini usa e getta esiste un extracosto a carico della comunità, rappresentato dai costi di raccolta e smaltimento che, ai prezzi attuali, può essere stimato pari a 156 €/anno per un totale di 390 € per tutti i 2,5 anni di uso, un costo  che sarà inevitabilmente spalmato sulla tassa rifiuti pagata da tutti gli utenti.



venerdì 31 luglio 2015

E se Genova fosse la prima città a Rifiuti Zero, senza inceneritori?

Con la chiusura della discarica di Scarpino, per il divieto di conferire frazioni organiche e indifferenziato tal quale, Genova, da quasi un anno, non ha impianti dove smaltire sia i suoi scarti indifferenziati che la frazione umida che si comincia a differenziare presso i centri commerciali ed in alcuni quartieri cittadini. 

Pertanto è stato giocoforza portare fuori regione queste due frazioni, affinché siano compostati o inceneriti.

Questa scelta ha aggravato i costi del servizio, ma ha permesso di tenere la città sufficientemente pulita, senza reali emergenze rifiuti che qualcuno, nei propri interessi, certamente auspica.

Tuttavia, come a volte succede, questa grave crisi potrebbe diventare un'opportunità. in quanto costringerebbe AMIU a trasformarsi: da azienda capace solo di raccogliere i rifiuti da smaltire  in discarica, diventare una nuova azienda che deve imparare come raccogliere in modo innovativo (Porta a Porta) i Materiali post consumo selezionati dai genovesi, migliorarne la qualità e immetterli in nuovi cicli produttivi.

Dalla Economia Lineare (produci, consuma, smaltisci), AMIU potrebbe diventare la prima azienda italiana della nuova Economia Circolare (produci, usa e ricicli).

Ma i vecchi interessi, compresi quelli malavitosi, che hanno fatto grandi e facili affari con lo smaltimento dei rifiuti tal quale in discarica o negli inceneritori, non hanno alcuna voglia di mollare l'osso.

Nel corso della Tavola rotonda del 29 luglio, organizzata a Genova dalla associazione Gestione Corretta dei Rifiuti, con la partecipazione, tra gli altri,  del presidente AMIU Castagna, dell'assessore Ambiente Porcile e del consigliere Pignone, con delega alla gestione dei materiali post consumo, si è appreso che nel territorio provinciale non si trovano i 40.000 metri quadrati  necessari per l'impianto per il trattamento a freddo delle frazioni indifferenziate (con recupero di materia) e per l'impianto di digestione anaerobica per il trattamento della frazione organica, predisposto per la produzione di
compost e di biometano da utilizzare come combustibile per l'autotrazione.

Questa carenza di spazi, oltre alla orografia ligure, deriva anche dal fatto che, a quanto affermato dal presidente Castagna, la scusa addotta è che le poche aree disponibili a Genova sono già state accaparrate a servizio dei futuri lavori del terzo valico e della "gronda autostradale", grandi opere di dubbia utilità e, a mio avviso, fuori tempo massimo, rispetto ai profondi cambiamenti in atto nelle modalità di trasporto.

Se in questo modo, alcuni "poteri forti" si stanno mettendo  di traverso per impedire, di fatto, il progetto innovativo di realizzare in Liguria una economia circolare, basata sul riutilizzo degli scarti dei genovesi, ci sono anche cinque presidenti dei Municipi genovesi a fare orecchio da mercante rispetto alla pressante richiesta di realizzare nei quartieri di loro competenza le Isole Ecologiche, servizi di estrema utilità per i loro concittadini che, in questo modo, potrebbero conferire i loro scarti ingombranti, quelli pericolosi e le apparecchiature elettriche e elettroniche.




Oggi, su nove Municipi, solo quattro sono dotati di Isole Ecologiche (lungo Bisagno, val Polcevera, Pontedecimo, Pra) e ognuna di loro permette il recupero di 5.000 tonnellate all'anno di scarti, evitandone l'abbandono e lo smaltimento indiffereziato, con pesanti costi a carico della comunità per la bonifica dei siti contaminati e per il pagamento delle ecotasse regionali.

Come ha ricordato Castagna, presidente AMIU, se tutte le isole ecologiche fossero operative, 45.000 tonnellate di rifiuti potrebbero essere riciclati ogni anno, circa il 22% dell'intera produzione genovese di Materiali Post Consumo indifferenziati (205.900 tonnellate nel 2014).


Nella Tavola Rotonda è anche emersa la perplessità della CGIL rispetto al nuovo piano di gestione dei Materiali Post Consumo,  nonostante il fatto documentato che l'introduzione del Porta a Porta aumenti in modo significativo l'occupazione.

Al sindacato, il passaggio al Porta a Porta (unico modo per raggiungere e superare il 65% di raccolta differenziata) non andrebbe bene, in quanto questo servizio potrebbe essere assegnato a basso costo alle coperative sociali e inoltre potrebbe essere un intollerabile aggravio alla salute dei lavoratori.
Posizione miope, non adegatamente documentata, incapacità di governare l'inevitabile cambiamento? 


E invece sicuro che dalla attuali grave crisi Genova può uscire con un vero piano  che adotti la strategia Rifiuti Zero, incentrato sul massimo recupero di materia e su raccolta porta a porta su tutta la città'.

Come brevemente descitto da Federico Valerio, ricercatore esperto in chimica ambientale,  la scelta di gestire la frazione organica con la digestione anaerobica può assecondare gli obiettivi di un elevato recupero di materia con il minimo impatto ambientale se l'impianto, come è possibile, sarà predisposto a produrre e commercializzare compost di qualità prodotto con il compostaggio del digestato e a privilegiare la raffinazione del biogas (miscela anidride carbonica e metano ) per produrre metano ad elevata purezza, materia di alta qualità, ancorché in fase gassosa, utilizzabile per movimentare l'intera  flotta automezzi AMIU e AMT, una volta che questi automezzi pesanti fossero trasformati per essere alimentati a metano.

Grazie a questa rivoluzione, Genova potrebbe diventare la prima grande città italiana a Rifiuti Zero, con raccolta porta a porta estesa a tutto il suo territorio, senza inceneritori e senza produzione di combustibili da rifiuto.

Ci sono le premesse perché questo possa realmente avvenire, in quanto questa è la volontà politica del Comune, in sintonia con le scelte del Presidente AMIU, condivise dal nuovo Direttore Generale e con l'appoggio di una buon numero di genovesi.
 

Per non perdere altro tempo e dar così fiato agli amici dell'incenerimento tal quale (sempre in agguato) Genova, nei prossimi due anni,  deve essere aiutata a trovare le aree per i suoi impianti e per le Isole Ecologiche, a superare l'emergenza della discarica e a far partire la raccolta porta a porta di tutte le frazioni, separate con cura dai cittadini.

E se nel frattempo si studiasse come passare alla Tariffazione Puntuale per far pagare meno a chi differenzia di più, non sarebbe male.

Resta i problema di chi paga questi interventi.

Ieri il Comune ha votato perchè IREN entri a far parte della partita. E' una scelta molto criticata, in quanto potrebbe aprire la via ad una privatizzazione dei servizi di gestione dei materiali post consumo, a danno dei cittadini che comunque dovranno pagare questa operazione.

C'è comunque da sperare che anche IREN abbia capito che oggi e ancor piu nel prossimo futuro i materiali post consumo sono una vera risorsa economica, solo se riciclati.

Se fossi un imprenditore,  non investirei un soldo nei termovalorizzatori e nei combustibili da rifiuto.

Infatti dubito che si possa continuare ad incentivare con denaro pubblico l'incenerimento di rifiuti o di combustibili solidi ricavati dai rifiuti, sistemi che conti alla mano, inquinano, sprecano energia e materia e contribuiscono pesantemente alla emissione di gas clima alteranti.

E senza incentivi questi impianti sono destinati ad un rapido fallimento.

martedì 24 marzo 2015

Aria pulita con le foreste urbane



Gli urbanisti che hanno modellato le città europee a fine ‘800 hanno fatto a gara nella realizzazione di grandi viali alberati e parchi urbani.

Genova, pur con i limiti della sua orografia, non è stata da meno con i filari di platani di corso Torino, corso Firenze, del parco dell’Acquasola…

Oggi i tempi sembrano cambiati: gli alberi rubano posti macchina, ostacolano la realizzazione di box interrati, sono un pericolo per l’incolumità, sporcano, la loro manutenzione è un costo insostenibile.

Le conseguenze di questa nuova mentalità utilitaristica sono ben visibili: il verde cittadino si riduce a vista d’occhio e il degrado, nei vecchi parchi e viali, è l’elemento dominante.

Questa scelta ha un pesante costo, anche in termini economici.

Numerosi studi hanno verificato che gli alberi in città esplicano  importanti e vitali funzioni, oltre a quelli estetici e paesaggistici.

Oltre ad assorbire importanti quantità di anidride carbonica dall’atmosfera, numerosi studi hanno confermato che, nelle aree alberate, l’inquinamento atmosferico è nettamente inferiore a quello che si registra nelle zone dove dominano cemento e asfalto.

L’effetto anti-iquinamento degli alberi deriva dagli stomi presenti nelle foglie, piccole aperture attraverso le quali le piante respirano, assorbendo anidride carbonica ed emettendo ossigeno.

Gli stomi assorbono anche gli inquinanti gassosi (ossido di carbonio, ossidi di azoto, anidride solforosa, ozono) e successive trasformazioni chimico-fisiche che avvengono nelle foglie li inertizzano.

Gli stessi stomi sono efficaci trappole delle polveri sottili e dei metalli tossici e dei composti mutageni che si concentrano su queste polveri.

Un recente studio ha valutato che nelle aree urbane degli Stati Uniti d’America gli alberi assorbono, ogni anno, 27.000 tonnellate di polveri sottili (PM2,5), 68.000 tonnellate di ossidi di azoto e 523.000 tonnellate di ozono.

Lo stesso studio ha calcolato il valore economico di questa depurazione dell’aria, in termini di evitate spese sanitarie e di morti (850 decessi/anno) che questi inquinanti avrebbero potuto indurre: 4,6 miliardi di dollari all’anno.

Se nel conto economico s’includono anche i danni che l’inquinamento produce nei materiali e negli edifici (corrosione metalli, precoce invecchiamento infissi, intonaci, cemento)  il costo annualmente evitato balza ad 86 miliardi di dollari.


In questi studi, condotti alla fine degli anni ’80 e nel 2005 dal Servizio di Chimica Ambientale dell’Istituto Tumori di Genova, la contaminazione delle foglie è stata studiata come metodo per valutare il livello medio d’inquinamento delle zone della città dove sorgevano gli alberi monitorati.

Per la cronaca, la maggiore quantità di piombo (5,2 microgrammi per grammo di foglia) fu trovato nei lecci di Brignole mentre i pini di Granara e villa Doria, vicini ad aree trafficate, mostrarono la maggiore quantità di idrocarburi aromatici ( maggiore di 250 nanogrammi per grammo di foglia), rispetto ai pini cresciuti in aree rurali quali Vaccarezza e i Piani di Praglia.

Ipotizzando che un leccio abbia 200.000 foglie, lo studio genovese suggerisce che, in quegli anni, ogni pianta sottraeva dall’atmosfera e dai polmoni di chi passava da quelle parti, 416.000 microgrammi di piombo emesso dalle auto circolanti nella piazza, la quantità di piombo che, in base ai dati delle centraline, si trovava in circa 280.000 metri cubi d’aria di questa piazza.

Oggi, grazie alla benzina “verde” il piombo non è più un problema, ma gli obiettivi di qualità delle polveri sottili a Genova, come in tutte le città italiane continuano a non essere rispettati e conseguentemente dobbiamo affrontare pesanti costi sanitari evitabili, come abbiamo visto, anche grazie ad un auspicabile “rimboschimento” delle nostre aree urbane.

A quando una revisione del decreto “Sblocca Italia” che preveda la realizzazione della “Grande Opera” in grado di offrire ad ogni Italiano la quantità di verde urbano che gli spetta, degna di un paese moderno?

mercoledì 4 marzo 2015

Sconti sulla tassa rifiuti ai genovesi che compostano sul balcone.


La mia compostiera da balcone: tre vasi di coccio
Per tre anni ho sollecitato,  inutilmente,  il Sindaco di Genova, Marco Doria e  l'assessore all'ambiente  Valeria Garotta a tirar fuori dal cassetto la bozza di delibera approntata dalla precedente amministrazione  che estendeva gli sconti sul compostaggio domestico, in vigore dal 2008, anche a chi aveva spazi verdi inferiore a 15 metri quadrati.

Alla fine, grazie al personale interessamente  del presidente AMIU,  Castagna, tutti i genovesi che compostano, indipendentemente dallo spazio disponibile, potranno godere di un piccolo sconto (10 euro) sulla Tassa Rifiuti.

Sarà sufficente compilare un apposito modulo e per tre anni si avrà diritto, ogni anno, a cinque punti da utilizzare entro l'anno per la riduzione tarriffaria prevista per i conferimenti di materiali riciclabili alle isole ecologiche.

Poi basterà portare alle isole ecologiche qualche piccolo elettro-domestico fuori uso, una vecchia sedia, un computer o un cellulare "defunto",  per arrivare ai 10 ecopunti previsti e lo sconto sarà assicurato.

Con questa scelta, opportunamente pubblicizzata,  sarà più facile convertire al compostaggio domestico tutte le 80.000 famiglie genovesi che, in base a statistiche nazionali, già oggi si dedicano con regolarità al giardinaggio.

Queste famiglie producono annualmente 12.000 tonnellate di scarti di cucina che, grazie al compostaggio domestico, potrebbero essere trasformati in circa 3.600 tonnellate di terriccio fertile (compost) da utilizzare nei propri vasi da fiori, nell'orto, nel giardino, nelle fasce terrazzate, nei tanti orti urbani che stanno sorgendo in città.

E i conti economici di questa piccola possibile rivoluzione sono molto interessanti.

A fronte di 800.000 euro di sconto sulla TARI, dati alle famiglie compostatrici, il Comune di Genova risparmierebbe 960.000 euro in evitato trattamento in impianti di compostaggio industriali che, ancora per qualche anno, in assenza di impianti genovesi, dovranno essere trovati fuori regione, con ulteriori aggravi economici per la raccolta e il trasporto.

Nel 2013,  tremila ottocento famiglie genovesi hanno chiesto lo sconto per il compostaggio.

Aspetto con ansia i dati aggiornati.

E per tutti quelli che hanno un bel balcone fiorito e volessero imparare le semplici regole per compostare senza litigare con il vicicno di casa  qui troverete tutte le istruzioni per un buon compostaggio sul balcone.

Per tutti quelli che vogliono imparare a compostare e a compostare meglio consiglio il mio "Corso di Compostaggio Domestico in Campagna e in città" arrivato alla sesta edizione.






Sullo stesso argomento:
- Progetto pilota compostaggio sul balcone
- E Genova finalmente si "composta bene" 
- Il compostaggio domestico meglio dell'incenerimento: parola dei danesi 
- Decalogo del buon compostatore condominiale

sabato 21 febbraio 2015

Stoccolma avanti tutta a biometano, a seguire Napoli e Genova.


I primi autobus a biogas, o meglio a metano rinnovabile, hanno cominciato a circolare per Stoccolma nel 2004.

La prima flotta ad energia rinnovabile era composta da 51 autobus, a servizio del centro di Stoccolma e il metano rinnovabile era fornito dalla locale società per la depurazione dell'acqua.

In questo modo, oltre a restituire al mar Baltico acqua pulita, si è pensato bene di trattare le migliaia di tonnellate di fanghi residuali al trattamento delle acque fognarie, prodotte dagli 800.000 abitanti di Stoccolma, con una speciale tecnica biologica (digestione anaerobica) che, grazie all'azione di particolari batteri, trasforma parte di questi fanghi in una miscela di anidride carbonica e metano, chiamata biogas.

Con tecniche opportune si riduce la concentrazione di anidride carbonica e di altri composti minori, quali i composti organici solforati che possono creare problemi nella fase di utilizzo e il metano fresco di giornata  (ci vogliono circa 30 giorni di trattamento biologico per trasformare i fanghi in metano) messo in pressione, viene fatto viaggiare per qualche chilometro fino a raggiungere la stazione degli autobus, dove viene immesso nei serbatoi degli automezzi.

Nel 2012 gli autobus alimentati a metano rinnovabile, a servizio della grande Stoccolma, erano 259 (il 14% dell'intero parco di trasporto pubblico di Stoccolma) tutti alimentati con il metano prodotto dai fanghi di tre impianti per il trattamento delle acque, in grado di produrre annualmente 9 milioni di metri cubi di metano, tutti utilizzati per il trasporto pubblico.

Poichè il metano ha sostituito il gasolio, le emissioni inquinanti prodotte dal trasporto pubblico si sono fortemente ridotte, a beneficio dei polmoni degli abitanti: nel 2011, grazie alla sostituzione del gasolio con il metano, nell'aria di Stoccolma ci sono state 450 tonnellate in meno di ossidi di azoto e 7 tonnellate in meno di polveri sottili.

Un altro vantaggio del metano rinnovabile è la silenziosità dei motori che lo utilizzano, un ulteriore fattore a favore del miglioramento della qualità della vita.

A distanza di un decennio dall'aviio di questa sperimentazione si possono tirare le somme, superati alcuni piccoli problemi tecnici all'avvio, il metano rinnovabile è stato promosso ai massimi voti, anche per quanto riguarda i costi e l'esperienza svedese sta suscitando grandi interessi , con numerose delegazioni di paesi stranieri (Cina, Giappone, Sud Corea) che vengono a vedere da vicino.

Un modello che presto anche Napoli e Genova, per le scelte fatte dalle loro amministrazione, potrebbero adottare.

Sullo stesso argomento in questo Blog

- Biogas da rischio temuto a vera opportunità
- Chi ha paura di fanghi e biogas? 
- Il biometano ci potrebbe dare una mano 
- Biometano tedesco
- La digestione recupera materia (un pò meno del compostaggio) 
- Biogas domestico
- A Capalbio la centrale a biogas non s'ha da fare
- Una centrale elettrica a Genova Cornigliano?
- Renzi e il fondo del barile
- Valutazione del Ciclo di Vita (LCA) applicato a Compostaggio, Digestione Anaerobica,  
  Incenerimento. II parte. 

lunedì 19 gennaio 2015

Legno amico. Ricerca ed informazione migliorano l'aria e riducono il fumo

Nel 2007 e nel 2008, con la mia direzione, il Laboratorio di Chimica Ambientale, dell'Istituto Nazionale per la Ricerca sul cancro di Genova, ha condotto nell'Appennino Ligure uno studio pilota sull'inquinamento prodotto dall'uso della legna, usata come combustibile per il riscaldamento domestico.

Nel 2014, lo studio, con il titolo " Indoor pollution and burning practises in wood stove management"  è stato pubblicato dalla rivista "Journal of the air and waste management association"

Quello che segue il riassunto del lavoro, scritto in inglese

Riassunto
Questo studio, realizzato in un’area rurale italiana, ha valutato gli effetti sull’inquinamento dell’aria delle buone pratiche nella accensione, nella corretta installazione e nella  gestione di impianti di riscaldamento a legna.
Lo stesso studio ha verificato il ruolo dell’educazione e della informazione sulla riduzione dell’inquinamento da fumo di legna.
Nell’agosto 2007 e negli inverni 2007 e 2008, in un piccolo villaggio degli Appennini Liguri (Italia) le concentrazioni interne ed esterne di benzene, toluene, etilbenzene e xilene ( (BTEX) sono stati misurati in nove abitazioni riscaldate con legna.
Durante il primo monitoraggio in tutte le abitazioni furono trovati diversi errori effettuati nella realizzazione e nella gestione degli impianti di riscaldamento.
Un basso rapporto toluene/benzene trovato nelle misure invernali era in accordo con lìipotesi che il fumo di legna fosse la principale fonte di inquinamento all’interno e all’esterno delle abitazioni. Altre fonte di BTEX identificate sono stati l’uso di solventi e vernici e di incenso. I risultati ottenuti nel 2007 sono stati presentati e discussi con le famiglie interessate. A seguito di questo primo intervento e della conseguente informazione fornita, nel secondo campionamento invernale tutte le misure indoor mostravano concentrazioni di BTEX più basse, nonostante temperature esterne più fredde.
Lo studio ha dimostrato come le informazioni fornite alle famiglie siano state importanti per  indurre l’adozione delle buone pratiche, necessarie per la gestione delle stufe e del fuoco. Questi risultati sottolineano l’importanza dell’educazione supportata da adeguati dati sull’inquinamento dell’aria, come un sistema efficace per ridurre l’esposizione a fumo di legna.

L'articolo originale può essere scaricato a questo indirizzo.

Chi non avesse dimestichezza con  l'inglese,  può trovare, a questo indirizzo, la relazione in  italiano, pubblicata nel 2011 dalla rivista Acqua & Aria

Buona lettura.

domenica 30 novembre 2014

Terrazzamenti da adottare: il ritorno alle "terre alte" 4)

Un terrazzamento abbandonato è un danno collettivo.

Con l'abbandono dei terrazzamenti tutti perdiamo identità culturale, paesaggio, cibo di qualità, lavoro, biodiversità.

Ma il costo più grave, che gran parte del Paese sta pagando in questi giorni sotto l'attacco di incessanti nubifragi, è quello che ci fanno pagare frane, smottamenti, colate di fango, inondazioni.

A parità di pioggia, tutti questi eventi avversi potrebbero essere mitigati con la cura dei terrazzamenti realizzati su Appennini e Alpi, nel corso di secoli di duro lavoro.

Numerosi studi concordano che una montagna terrazzata raddoppia  il tempo di ritorno di eventi alluvionali  disastrosi:  se, senza terrazzamenti, si ha una elevata probabilità di registrare un alluvione disastrosa ogni cento anni, con terrazzamenti ben gestiti l'evento disastroso di analoga magnitudine potrebbe avvenire solo dopo duecento anni.

In attesa che un qualche governo si accorga che la vera Grande Opera di cui abbia bisogno il Paese è la manutenzione dei nostri monti, ci sono sempre più cittadini che scoprono, o meglio riscoprono, il valore della terra e della cultura contadina.

Una interessante esperienza è quella in atto nell'area montana del canale di Brenta, nel vicentino,  denominata "Adotta un terrazzamento".

Da un'idea sorta nel corso di una ricerca sul fenomeno del neo-ruralismo, condotta dall'Università di Padova, e' nato il progetto di istituzionalizzare l'adozione, da parte di privati, di terrazzamenti da tempo abbandonati.

Nell'agosto del 2010 rappresentanti delle Istituzioni locali, comunità locale, abitanti urbani e Università hanno costituito il comitato denominato "Adotta un terrazzamento in Canale di Brenta".

Compito principale del Comitato è stato quello di definire le regole del contratto di Comodato d'uso e della gestione degli appezzamenti di terreno da parte degli adottandi.

In sintesi, chi adotta il terreno si impegna a realizzare i lavori per il suo recupero e manutenzione a fronte della concessione gratuita dei terreni per cinque anni.

L'adottante potra utilizzare il legname prodotto con la pulizia dei terrazzamenti e potrà consumare e vendere tutto quello che il terreno potrà produrre.
Il contratto incoraggia il ripristino delle strutture esistenti con le tecniche tradizionali, culture di tipo biologico, l'originaria regimentazione delle acqua e uno specifico comma del Regolamento vieta di piazzare "nanetti" nei terrazzamenti adottati.

Oltre all'odozione diretta è anche possibile un'adozione a distanza  che , grazie al versamento di 15 euro/anno permette la copertura delle spese di lavori ordinari e straordinari di manutenzione e da diritto a visitare periodicamente il terreno adottato a distanza e poterne verificare il buono stato.

Alcuni dei terrazzamenti in affido e adottati a distanza nel 2011
Nel giugno 2013 erano già cento i terrazzamenti affidati a 91 nuovi soci, con una superfice complessiva superiore a 4 ettari.

I nuovi coltivatori arrivano dalla vicina pianura, ma anche da Vicenza, Padova e persino da Venezia; l'età prevalente è tra 50 e 65 anni, e non mancano i giovani con età compresa tra i 18 e i 35 anni.

E' interessante il fatto che il 50% degli affidatari è in possesso di un diploma superiore o di una laurea. E i terrazzamenti adottati producono ortaggi, uva o sono usati per ospitare alveari e prati permanenti.

Sembra che la cosa funzioni e certamente una simile inziativa è esportabile in altre realtà nazionali.

Io, nel frattempo, sto pensando seriamente di adottare a distanza un terrazzamento del Brenta.

Fateci un pensierino anche voi.

Sullo stesso argomento:
I terrazzamenti: la grande opera dimenticata 1)
I terrazzamenti liguri: la grande opera dimenticata  2)
I terrazzamenti: la tecnologia dimenticata 3)