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martedì 20 giugno 2023

Trattiamoli a freddo: compostaggio e digestione

 E’ evidente che la nostra classe politica non abbia dimestichezza con la chimica e la tossicologia ambientale, altrimenti non si ostinerebbe, come sta facendo, a proporre “termovalozzatori” per risolvere più o meno fantomatiche emergenze rifiuti.

Come mostra, in sintesi,  la Figura 1 e’ proprio l’incenerimento che trasforma un problema di raccolta e di corretto riutilizzo di scarti, in pesanti problemi ambientali,  a causa delle complesse reazioni chimiche che avvengono in un forno di incenerimento.


Fig.1. L'incenerimento produce composti tossici, assenti (ossidi di azoto, o a concentrazione trascurabile (diossine e furani) o in forma innocua (solfuro di cadmio) negli scarti inceneriti
 
                 Per evitare tutti i problemi creati dall’incenerimento, basta ricorrere a trattamenti a “freddo”, di tipo biologico e meccanico e biologico, nei quali non si superano temperature di sessanta-settanta gradi centigradi e pertanto, intrinsecamente sicuri, dal punto di vista ambientale.

Per il trattamento “intelligente” di scarti umidi biodegradabili (scarti alimentari, sfalci, potature, deiezioni animali, fanghi da depurazioni acqua…)  esistono due collaudati processi biologici, nei quali micro-organismi di tipo diverso, già presenti nell’ambiente, sono messi nelle condizioni migliori per "cibarsi" di questi scarti e trasformarli in terriccio profumato di bosco (compost), da immettere nuovamente  nei cicli produttivi agricoli, e in gas, recuperabili e riutilizzabili, quali metano e anidride carbonica.

Questi trattamenti avvengono in impianti dedicati, opportunamente isolati rispetto all’esterno per ridurre al minimo i disagi olfattivi e, anche per questo,  da realizzarsi , se possibile, in zone agricole a bassa densità di popolazione.

Esistono due diverse procedure per il trattamento della frazione organica putrescibile, entrambe ben collaudate e con numerosi impianti operanti da tempo in tutto il mondo, compresa l’Italia: il compostaggio e la digestione anaerobica.

Il compostaggio avviene in presenza d’aria (ossigeno) e, dopo qualche decina di giorni di trattamento, gli scarti si stabilizzano, non sono più soggetti a processi  di putrefazione e non producono odori sgradevoli .

Il prodotto di questi trattamenti, che richiedono importanti quantità di scaglie di legno (cippato) recuperabili dalle potature di alberi e dal recupero di legname morto da alvei di fiumi e boschi e’ , come già detto,  il compost, utilizzato in campo agricolo e floro-vivaistico.


Compost maturo con lombrichi


Per effettuare il compostaggio in impianti dedicati, occorrono ampi spazi e ampia disponibilità di cippato di legno.

Con una corretta gestione  dei flussi d’aria in uscita dalle biocelle, e opportuni abbattimento dei composti odorigeni, il disagio olfattivo  e la carica microbica  diventano trascurabili  a 300-350 metri di distanza.


Figura 2. Impianto di compostaggio di Faenza per il trattamento di 30.000 tonnellate/anno
di scarti biodegradabili


Per la corretta gestione di grandi quantità di scarti organici di fonte urbana, in ambiti con limitata disponibilità di superfici utili e di cippato di legno, si preferisce ricorrere alla combinazione di tecniche di digestione anaerobica,e il successivo compostaggio del "digestato" mescolato a cippato di legno.

In questo tipo di impianti si ottiene metano e anidride carbonica di elevato grado di purezza e compost per uso agricolo.

Il metano è usato, come combustibile, per produrre calore e elettricità per la copertura dei  consumi energetici dell'impianto, può essere immesso nella reta di distribuzione del gas e, in forma liquida o compressa, è utilizzato per alimentare mezzi di trasporto,  compresi quelli usati per la raccolta dei rifiuti.

Nel 2020, in Italia erano operativi dodici impianti di biometano.

L'impianto operante a Montello  è quello con la massima capacità di trattamento annuo, pari a  765.000 tonnellate di scarti biodegradabili.

 Oltre a produrre biometano e compost,  questo impianto recupera anche l'anidride carbonica derivata dal processo di digestione e di purezza adatta al consumo umano (bibite gasate).

Figura 3. Impianto biometano di Montello (Brescia) , 765.000 ton/anno 





         



venerdì 1 marzo 2019

Un nuovo depuratore a Genova Cornigliano. Progetto da rivedere, si può fa meglio


In rosso l'area che ospiterà depuratore e digestione fanghi


L’entrata in funzione a Genova Cornigliano, nelle aree occupate dalla cokeria e dagli altiforni ILVA,  di un nuovo depuratore e  di un digestore anaerobico, risolverà due pesanti problemi ambientali che, da decenni, affliggono, con i loro cattivi odori, gli abitanti delle case costruite a pochi passi da impianti mal progettati e altrettanto mal gestiti, localizzati nella stessa Cornigliano e in val Bisagno.

La sperimentata efficacia dei nuovi impianti di trattamento acque reflue, la loro corretta progettazione, attenta a minimizzarne gli impatti ambientali, la distanza dalle case e l’auspicata costante manutenzione, potranno permettere, senza disagi per la popolazione,  di restituire acqua pulita al mare e minimizzare lo smaltimento di residui solidi (fanghi) sottoprodotti della depurazione.

Le acque fognarie che il nuovo impianto tratterà saranno quelle prodotte dagli abitanti della val Polcevera, stimate in circa 52.000 metri cubi al giorno. 

I reflui, carichi di nitrati, fosfati, ammoniaca e composti organici biodegradabili,  avviati alla depurazione, servono ad alimentare la crescita di microorganismi, la cui biomassa, opportunamente separata dall’acqua depurata, sotto forma di materiale fangoso, è utilizzato in un diverso impianto biologico, denominato digestore anaerobico che affianca l’impianto di depurazione.

In questo caso, in un contenitore ermeticamente chiuso, particolari batteri che non gradiscono l’ossigeno dell’aria, denominati anaerobi, “mangiano”  la parte organica dei fanghi, producendo, come sottoprodotto del loro metabolismo, una miscela gassosa composta da metano e anidride carbonica, chiamata biogas che, raccolta e adeguatamente raffinata  è usato come combustibile. 

Il digestore di Cornigliano tratta i fanghi derivanti dalla depurazione delle acque fognarie della Valpolcevera ma anche quelli prodotti da altri tre impianti di depurazione attivi in città ( Sestri ponente, Darsena, Punta  Vagno ) che, tramite una apposita conduttura, saranno pompati dai loro depuratori fino al digestore di Cornigliano. 

Qui, dopo aver ridotto la percentuale di acqua, 16.500 tonnellate di residui solidi biodegradabili presenti nei fanghi, ogni anno saranno date da mangiare ai batteri anaerobi che trasformano in metano e anidride carbonica, parte del carbonio organico presente nei fanghi.

Il progetto dell’impianto di Cornigliano prevede di bruciare nello stesso sito il biogas per produrre tutto il calore e l’elettricità necessari per far funzionare sia il depuratore che il biodigestore.

Pertanto, le più importanti emissioni inquinanti di tutto l’impianto di Cornigliano, non saranno gli odori, adeguatamente trattati con sistemi di assorbimento a carbone attivi e di ossidazione, ma  saranno quelle del generatore di elettricità e calore, in particolare gli  ossidi di azoto, le polveri sottili e i composti organici che si formano a causa della combustione del biogas.

Ad oggi non sono disponibili stime attendibili sulla produzione di biogas, sulla potenza dei generatori elettrici e sulle emissioni in atmosfera e  non è escluso che l’elettricità prodotta possa essere superiore a quella necessaria al funzionamento degli impianti ospitati a Cornigliano.

È un argomento degno di attenzione in quanto di fatto, in base a questo progetto,  Cornigliano ospiterà, in ogni caso,una centrale elettrica alimentata a biogas, di fatto una nuova fonte inquinante.

Tuttavia questa scelta non è obbligatoria. 

Come avviene in Svezia, e da alcuni anni anche in Italia, si può optare per la raffinazione del biogas a metano ( bio metano) da vendere, immettendolo nella rete di distribuzione del gas o da usare per alimentare una adeguata flotta di autobus a metano. 

Oggi Stoccolma, con il bio metano prodotto dai fanghi di tre impianti di depurazione, che trattano gli effluenti di 800.000 abitanti, alimenta 259 autobus usati per il trasporto urbano.

E la sostituzione del gasolio con biometano permette una netta riduzione delle emissioni di ossidi di azoto e polveri sottili.

E il passaggio dal gasolio al biometano dovrebbe essere una scelta anche per AMT, che prevede di utilizzare circa 300 autobus con motori termici, visti gli elevati livelli di ossidi di azoto che si registrano in città, sempre fuori legge.

Conti alla mano, i ricavi prodotti dalla vendita del biometano e i minori investimenti,  potrebbero addirittura giustificare  la cancellazione della centrale a biogas, sostituita con  l’acquisto di elettricità dalla rete, scelta fatta da alcuni gestori di impianti per la produzione di biometano da fanghi di depurazione. 

E’ una opzione che Cornigliano e i suoi abitanti meritano, per migliorare ancor di più la qualità dell’aria che respirano, una doverosa compensazione al pesante carico inquinante delle acciaierie, da loro subito per lunghi decenni. 


domenica 12 febbraio 2017

Come si riduce la TARI senza IREN


Discarica Scarpino. In primo piano la centrale a biogas e fotovoltaica

Bocciata l’annessione di IREN in AMIU si aprono le porte a soluzioni più rispettose degli interessi collettivi e dei lavoratori.
Per quali motivi un’azienda come IREN è interessata ad entrare in AMIU, l ‘Azienda Multiservizi Igiene Urbana di Genova?
Non ci sono dubbi: per poter gestire, nel proprio interesse, il ricco e garantito “portafoglio”, costantemente alimentato dalla Tassa Rifiuti (TARI), circa 127 milioni di euro all’anno, pagati da famiglie e aziende genovesi.
Abbiamo l’impressione che ad IREN e a gran parte degli eletti presenti nel consiglio comunale di Genova sfugga che, anche grazie al nuovo piano di gestione dei materiali post consumo prodotti a Genova e nell’area Metropolitana, voluto dal Presidente Castagna, votato dal Consiglio Comunale e difeso ad oltranza dal consigliere delegato Pignone, gli interessi in gioco stiano velocemente cambiando.
Con questo Piano, che punta al massimo recupero di materia, a partire dagli scarti dei genovesi, il vero valore economico di AMIU diventa la capacità dei suoi dirigenti, tecnici, maestranze di gestire la “miniera urbana” che ogni giorno mette a disposizione oltre 600 tonnellate di acciaio, allumino, rame, cellulosa, vetro, polimeri di sintesi, biopolimeri…materiali che, separati alla fonte, hanno un elevato grado di purezza, il valore aggiunto delle lavorazioni che le hanno prodotte  e un loro reale valore di mercato, quello della nuova economia circolare.
L’altra ricchezza da riconoscere, valorizzare ed incentivare è la diffusa capacità delle famiglie e delle aziende genovesi di separare alla fonte i loro scarti: nei quartieri dove si è avviata la nuova raccolta (porta a porta e prossimità) la percentuale di differenziazione è nettamente aumentata, come pure la qualità delle frazioni separate.
Questo impegno e questi risultati non ammettono ulteriori ritardi alla approvazione della Tariffazione Puntuale, quella che, grazie al porta a porta e alla identificazione di chi conferisce le diverse frazioni, permette di introdurre sostanziosi sconti per chi differenzia di più e produce meno scarti.
I gravi ritardi nella attivazione del piano di raccolta differenziata “porta a porta” e nella realizzazione delle quattro isole ecologiche che ancora mancano all’appello non sono casuali, sono il frutto di una accorta regia che ha voluto approfittare della crisi di Scarpino per deprezzare AMIU e spalancare le porte al privato “salvatore”.
Ma anche per l’ammaccata discarica di Scarpino le cose non stanno come si vuol far credere.
Anche chiusa al conferimento di scarti indifferenziati, la discarica di Scarpino produce reddito, sotto forma di metano, derivante dalla bio-degradazione degli scarti organici dei genovesi, accumulati qui da oltre 40 anni. Con questo gas, che alimenta sei motori endotermici, si producono annualmente circa 69 milioni di kWh che, immessi in rete, in quanto energia rinnovabile, ricevono generosi incentivi, pari ad una decina di milioni di euro, denari che potrebbero tranquillamente coprire i costi annuali dell’impianto di pretrattamento del percolato prodotto dalla discarica.
Peccato che tutti questi soldi, da dieci anni, finiscano nelle casse della società Asja, concessionaria dello sfruttamento del giacimento di biogas di Scarpino, per improvvida decisione della dirigenza AMIU, in cambio di modeste royalties.
In base alle informazioni disponibili il contratto con Asja è in scadenza e stavolta AMIU e i genovesi che quel metano hanno contribuito a produrre non possono perdere l’occasione: contrattare con Asja una breve proroga, alla condizione che maestranze AMIU si affianchino a quelle Asja per garantire l’operatività dell’impianto, quando, chiuso definitivamente il contratto, l’impianto e le infrastrutture di captazione del gas potranno essere interamente ceduti ad AMIU.
In questo modo AMIU potrà mettere a bilancio la vendita dell’elettricità prodotta con il biogas della discarica che è presumibile potrà essere ancora sfruttato per qualche decina di anni e potrà, in tal modo, coprire le future spese del trattamento del percolato, la cui quantità si ridurrà progressivamente di pari passo con la riduzione della produzione di biogas.
Ma Scarpino oggi produce anche 30.000 chilowattore all’anno di energia solare ed eolica, grazie ad alcuni impianti fotovoltaici ed eolici realizzati al suo interno.
Al momento le potenze installate sono limitate, ma la grande superficie disponibile, l’elevata insolazione e ventosità del sito fanno ritenere che Scarpino possa diventare una importante centrale ad energia rinnovabile a servizio della città, un ulteriore valore aggiunto a questo sito che, in ogni caso, ancora per diversi anni avrà il ruolo strategico di discarica di servizio per le frazioni inerti non ancora economicamente fruttabili.
Come è noto l’impossibilità di conferire scarti indifferenziati a Scarpino e l’assenza di impianti per le frazioni organiche e l’indifferenziato ci costringe ad “esportare” fuori regione circa 200.000 tonnellate all’anno, di scarti indifferenziati, con un extra costi (trasporto e smaltimento) di 28 milioni di euro.
Sono circa 140 euro a tonnellata, il doppio del costo che avremmo sostenuto con impianti gestiti da AMIU, impianti che, nella migliore delle ipotesi saranno disponibili tra due-tre anni.
Per evitare di scaricare sulla TARI questi extra-costi esiste una soluzione: rendere operativi i numerosi progetti di riduzione alla fonte, approvati nel lontano 2009, dalla provincia di Genova, finalizzati a produrre meno scarti per passare, il più rapidamente possibile, dagli attuali circa 550 chili pro capite a 100 chili a testa, un obiettivo che è reso possibile da adeguate scelte di contrasto all’ usa e getta, scelte assolutamente possibili ed auspicabili.
Il rifiuto che non c’è, non si deve raccogliere, non si deve trasportare, non si deve trattare, non si deve smaltire e quindi non si devono pagare tutti questi costi che, per alcuni anni a Genova saranno maggiorati, sia perché dobbiamo trasportare i nostri scarti fuori regione, sia perché il sistema di smaltimento sarà prevalentemente la “termovalorizzazione”  quello più costoso.
Ogni tonnellata di scarto che i genovesi riusciranno a non produrre più ci farà risparmiare un centinaia di euro, quindi ben vengano campagne di promozione del compostaggio domestico e di comunità che, coinvolgendo le 80.000 famiglie genovesi già dedite al giardinaggio permetteranno, in pochi mesi, di ridurre del 3-4 % la produzione di organico; altrettanto importante sarà attuare le scelte per ridurre gli insostenibili sprechi alimentari nella grande distribuzione e nella ristorazione.
Perché tutto questo avvenga si dovrà riconoscere un congruo sconto TARI a chi, famiglia o azienda, metterà in pratica qualcuna delle numerose iniziative già ampiamente previste dal Piano Provinciale per la riduzione dei rifiuti e l’ammontare dello sconto dovrà essere quantomeno pari ai maggiori oneri per lo smaltimento fuori regione.
Inoltre occorre  attivare, senza ulteriori colpevoli ritardi, la realizzazione delle restanti quattro isole ecologiche per la gestione degli scarti ingombranti,  assolutamente necessarie, previste da tempo, ma che il levante cittadino sembra non gradire, con la complice inerzia dei Municipi.
Una volta a regime il sistema di isole ecologiche e, incrementato il compenso economico per chi conferisce in questi siti i suoi scarti ingombranti e elettronici, si può facilmente prevedere che la raccolta differenziata di Genova potrà fare un balzo in avanti di oltre il 20 %, avvicinandosi a quella soglia del 65% di raccolta differenziata che in molti continuano a far credere sia invalicabile.
Per ridurre la produzione di scarti, come previsto da piano CONAI, è necessario anche offrire subito ai genovesi il servizio porta a porta e di prossimità con la tariffazione puntuale.  E’ ormai certo che in questo modo si riduce di oltre il 20 % la produzione di rifiuto, si raggiungono raccolte differenziate superiori al 65% e economie di scala che riducono significativamente i costi per abitante.
E i progetti pilota di porta a porta nel levante cittadino, oltre a confermare il rapido incremento della percentuale della raccolta differenziata, hanno evidenziato un interessante fenomeno: l’elevata evasione totale della TARI, la presenza di numerose famiglie e aziende fantasma che non pagano il servizio!
Un motivo in più per rompere gli indugi e passare, senza incertezze e ripensamenti, al “porta a porta”.
E infine vediamo come sia possibile realizzare i nuovi impianti per attivare forme di economia basate sul ciclo della materia.
Per la gestione degli scarti genovesi, l’attuale piano industriale di AMIU, approvato dal Comune e difeso a spada tratta dal Presidente Castagna e dal Consigliere delegato Pignone,  prevede un digestore-compostatore per il trattamento delle frazioni organiche, un trattamento meccanico per la valorizzazione merceologica delle frazioni differenziate (ampliamento dell’attuale impianto operativo a Saldorella) e un trattamento meccanico biologico per il recupero di materia dalle frazioni secche non direttamente riciclabili.
Caratteristica di questi impianti è quella che tutti producono materie seconde già lavorate, più pregiate delle materie prime, con un reale valore commerciale, che nel mercato libero può essere anche più remunerativo ed esteso di quanto oggi offra il Consorzio Nazionale Imballaggi.
Nel 2015, con una misera raccolta differenziata al 35%, AMIU con la vendita dei materiali differenziati ha avuti ricavi per 4,3 milioni di euro. E’ ovvio che è possibile fare meglio e di più.
Le materie seconde che i nuovi impianti produranno e permetteranno di vendere sono: metano ad elevato grado di purezza, ammendanti agricoli con un importante contenuto di fertilizzanti, rame, alluminio, acciaio, plastiche mono-componenti e miste, carta e cartone, vetro…
Pertanto, la vendita di questi materiali permette di avere importanti guadagni, guadagni che di fatto appartengono ai cittadini che quegli scarti hanno prodotto e in gran parte contribuito a separare con la loro raccolta differenziata.
Il giorno dopo la bocciatura della delibera IREN è giunta la notizia che AMIU stia decidendo che questi impianti possano essere realizzati secondo lo schema del finanziamento a progetto (project financing) che, in genere, cede al privato una proprietà pubblica, in cambio dei soldi investiti.
Sarebbe preferibile adottare il più virtuoso metodo previsto dalle Compagnie per i Servizi Energetici (Energy Service Company -ESCO):  l’azienda privata, con proprie risorse economiche, realizza gli impianti, ottimizzando i loro consumi energetici e la loro produzione di materia utile, li gestisce, con personale AMIU adeguatamente addestrato, e copre le proprie spese di investimento e di gestione con la vendita dei materiali prodotti e con una adeguata quota  della Tassa Rifiuti.
Dopo un congruo numero di anni (stimabile tra 5 e 10 anni, a seconda degli impianti), recuperati gli investimenti e realizzato un giusto reddito, gli impianti tornano alla gestione pubblica con personale AMIU che, nel frattempo, avrà acquisito tutte le professionalità necessarie per una loro corretta gestione.
E ovviamente, nelle casse comunali rientreranno  a pieno titolo tutti i guadagni derivanti dalla vendita dei materiali recuperati, guadagni che saranno investiti nel rinnovamento degli impianti e in nuovi servizi a favore della comunità.

domenica 18 dicembre 2016

Un Sindaco per Genova che realizzi "Economia Circolare"il Modello Genova



La lunga crisi globale ci sta traghettando verso una nuova epoca in cui i valori di riferimento non sono più la crescita, il PIL, i mercati.

Chi non se ne è ancora accorto è perduto e quindi sarà opportuno che i genovesi, alla prossima tornata elettorale, scelgano bene a chi affidare il timone del vascello comunale che ci dovrà traghettare verso i nuovi e anche misteriosi lidi.

Uno dei fari a cui dovremo rivolgerci è quello della "economia circolare", rotta che l´attuale dirigenza AMIU ha tracciato ma che la Giunta Doria, palesemente, non vuole affrontare.

Con l´economia circolare si avvia la scelta ineludibile di una società che bandisce l´usa e getta , che non produce più rifiuti, e che in ogni oggetto scartato vede utili materiali valorizzati da precedenti lavorazioni che possono essere inseriti in nuovi cicli produttivi.

Questa visione, insieme alla realizzazione di un sistema di raccolta differenziata "porta a porta" e alla "tariffazione puntuale" è il Modello Genova che potrebbe vedere il capoluogo ligure all´avanguardia, a livello internazionale.

Intraprendere questa nuova rotta, con un "armamento" interamente pubblico, in quanto pubblici devono essere i ritorni economici, occupazionali, ambientali, significa qualificare l´attuale personale
AMIU, creare nuove ed innovative opportunità di lavoro, acquisire competenze altamente qualificate da mettere a disposizione di altri Comuni, anche fuori Regione.

E una regia pubblica nella gestione dei materiali valorizzati di scarto non ostacola l´altro obiettivo fondamentale, quello della riduzione alla fonte dei rifiuti.

Prima della partenza, tra un anno, di un nuovo consiglio comunale, il sindaco Doria e la sua Giunta vorrebbero imbarcare un privato, nella fattispecie IREN, che vuole il comando di AMIU (il 51% delle quote societarie) e in cambio contribuirebbe all´impresa mettendoci i suoi impianti (un digestore anaerobico, qualche inceneritore e un impianto di trattamento meccanico biologico) peccato che siano eredità di un modello di crescita ormai bello che andato, in gran parte frutto di tecnologie antiche, di fatto monumenti di archeologia industriale.

Se è vero che la rotta verso un´economia circolare non sia facile e richieda un forte investimento di cervelli e capacità imprenditoriale non sarà certo IREN a permetterci di raggiungere i nuovi lidi: l´
esperienza di IREN in economia circolare, raccolta differenziata di qualità, recupero e riuso di materia, gestione integrata di depurazione delle acque, gestione fanghi e produzione commercializzazione di biometano è pressocchè nulla.

Il "vascello" comunale adibito ad offrire servizi alla comunità, affidata alla guida di IREN ci riporterà ai vecchi lidi, quelli di una raccolta differenziata di bassa qualità, della termovalorizzazione dei rifiuti, della riduzione del personale, delle scelte più costose, senza ritorni economici per la comunità,
la quale sarà costretta a pagare gli utili di impresa del privato e sarà costretta a continuare a produrre rifiuti per alimentare gli impianti e produrre utili.

IREN ha condizionato il suo ingresso maggioritario in AMIU con il conferimento dei nostri scarti umidi nell´impianto di digestione anaerobica di Tortona.
Quest´ offerta, apparentemente allettante, è la classica "mela avvelenata".

Apparentemente IREN ci fa un favore, in quanto Genova non deve più individuare un´area sul suo territorio dove realizzare l´impianto, ma l´obbligo di esportare le nostre preziose frazioni umide a Tortona, vuol dire che Genova non potrà usare il biometano prodotto con i suoi scarti e quindi non potrà realizzare il progetto di metanizzare, con questa fonte di energia rinnovabile e a basso impatto, la flotta di automezzi AMIU e AMT che questa scelta tecnologica, realizzata in "casa", renderebbe possibile.

E la metanizzazione degli autobus AMT e dei mezzi di trasporto leggeri e pesanti di AMIU ridurrebbe significativamente un´importante fonte urbana di ossidi di azoto e polveri sottili, una di
quelle sfide che saranno "impossibili" affidando ai privati i ricchi servizi pubblici, come pretende l´imperante e morente neo-liberismo renziano che di tutelare la salute dell´ambiente e dei cittadini se
ne "strabatte ", in quanto queste variabili non rientrano nell´"asset aziendale".

E´ troppo chiedere al sindaco Doria di fare un regalo alla città, prima di lasciare Tursi, sospendendo la delibera sulla privatizzazione di AMIU?

sabato 9 aprile 2016

L'Ecoistituto RE-GE il 17 aprile vota SI


Il comitato scientifico dell'Ecoistituto di Reggio Emilia e Genova invita a votare SI al Referendum del 17 aprile 


Il 17 aprile gli italiani saranno chiamati a dare il proprio parere sul decreto "Sblocca Italia" che incentiva la ricerca e lo sfruttamento di giacimenti di gas e petrolio sul territorio nazionale.

Il governo, nel Decreto 133 del 1279/2014, ha ufficialmente riconosciuto le trivellazioni come "attività di interesse strategico e di pubblica utilità urgente ed indifferibile" e in questo modo ha scavalcato le competenze in materia delle Regioni.

Per questo motivo, nove regioni (Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania, Molise) hanno chiesto l'abrogazione di sei articoli del decreto; solo un articolo è stato ritenuto ammissibile.

In particolare, si tratta dell'abrogazione del comma 17, terzo periodo, dell'articolo 6 del dlgs n. 152 del 2006, limitatamente alle parole: "Per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale".

L'abrogazione di questo comma bloccherebbe l'attività estrattiva delle piattaforme attualmente operative entro le 12 miglia dalla costa, una volta che sia stata raggiunta la durata delle attuali concessioni.

E' evidente il limite di questo quesito referendario, comune ai referendum che possono solo abrogare una norma già approvata dal Parlamento.

L'ECO istituto RE-GE, insieme ad altri soggetti contrari a nuove trivellazioni, ritiene che la partecipazione al voto referendario, con il superamento del quorum ( 50% degli aventi diritto+uno) ed una netta affermazione del SI, avrebbe un importante valore politico, di chiara contrarietà del "popolo sovrano" alle scelte energetiche del governo Renzi, il cui interesse è tutt'altro che strategico e niente affatto di pubblica utilità, come le dimissioni del ministro Guidi hanno chiaramente evidenziato.

L'ECOistituto RE-GE ritiene che il maggior pericolo del decreto a favore di nuove trivellazioni sia quello di far perdere al Paese altri anni preziosi per attuare il drastico cambiamento dell'attuale modello di crescita dei consumi, cambiamento richiesto dall'esaurimento di risorse non rinnovabili e dagli incombenti cambiamenti climatici.

L' informazioni che manca agli Italiani è che le riserve nazionali di gas e petrolio sono scarse e niente affatto strategiche.

I nostri giacimenti di gas, a partire dal 1994 hanno superato il picco della massima produzione e si stanno avviando all'esaurimento.




Inoltre, in base a stime ufficiali sulle riserve nazionali accertate, probabili e possibili, tutto il gas e petrolio recuperabile a fini energetici che potrebbe essere presente nel territorio nazionale coprirebbe a malapena due anni di consumi nazionali.


La quantità complessivamente recuperabile di gas e petrolio dai giacimenti italiani, confrontati con i rispettivi consumi nazionali del 2014


Dopo una decina di anni di sfruttamento di questi giacimenti avremo definitivamente "raschiato il fondo barile" con il sicuro effetto negativo della perdita definitiva dei posti di lavoro legati alla estrazione e alla raffinazione.

Un sicuro effetto negativo del decrteto "Sblocca Italia" è quello prodotto da una significativa emissione in atmosfera di gas clima alteranti, sia durante la fase di estrazione che di consumo, con un maggior contributo alle emissioni di gas serra,  pari a 9,2 milioni di tonnellate all'anno.

L'aumento del numero di pozzi in funzione e la durata del loro sfruttamento, altrettanto inevitabilmente, aumenterà la probabilità di incidenti con emissioni di greggio e gas nell'ambiente.

Le scelte veramente strategiche per il paese, quelle che l'ECOistituto RE-GE appoggia e che la vittoria del SI renderebbe possibile sono:
- incentivazione dell'efficenza energetica degli edifici pubblici e privati
- disincentivazione al trasporto di persone e merci su gomma e con motori a combustione interna
- rilancio del trasporto pubblico prevalentemente su ferro (tram, treno)
- una energica politica a favore delle fonti rinnovabili a partire dal biometano da immettere in rete, prodotto con trattamenti biologici degli scarti biodegradabili che stime ENEA valutano pari al 50% dell'attuale produzione nazionale di gas fossile.
- una nuova economia basata sul riciclo dei materiali correttamente differenziati, una volta arrivati al termine del loro ciclo di utilizzo.
- un piano nazionale per ampliare l'installazione di impianti fotovoltaici sui tetti di edifici pubblici e privati, la loro interconnessione e la possibilità di scambio di elettricità tra gli autoproduttori e gli utenti.

Tutte queste scelte permetterebbero di avviarci verso l' ineludibile scelta di abbandono delle fonti fossili e avvio di una nuova era, basata sulle diverse forme di energia rinnovabile che il Sole ci garantirà nei millenni a venire.

Sullo stesso argomento:

mercoledì 16 marzo 2016

Trivelle per tutti: il raschia-barile dello "sblocca Italia".


Siamo ad un mese dall'appuntamento referendario in cui, il 17 aprile 2016,  gli Italiani potranno esprimere il proprio parere sulle scelte energetiche del Paese ed in particolare sul via libera ad ulteriori trivellazioni petrolifere.

La volata a questa scelta l'ha data Monti nel 2013, con l'approvazione della Strategia Energetica Nazionale (SEN).

L' "assist" e' stato fornito da Prodi, che ci ha ricordato tutto il petrolio che giace sotto ai nostri piedi  e Renzi, il vecchio che avanza, ha concluso l'opera, con l'approvazione del decreto "Sblocca Italia".

Con questo atto, in barba ai tanti "comitatini", Renzi ha regalato, ha dato in concessione, il nostro Paese alle multinazionali le quali, grazie a questo decreto, potranno liberamente, ancor più di quanto non stiano già facendo,  trivellare il Paese e i suoi fondali, alla ricerca dell'ultimo petrolio: i fondi del barile.

Alle multinazionali rimarrà una barcata di soldi (15 miliardi di euro sono gli investimenti previsti, ovviamente ampiamente coperti dalla vendita di petrolio e gas ),  per  noi ci sara solo  un'elemosina sotto forma di "royalties" (333,6 milioni di € nel 2012, 5,4 euro per ogni italiano), qualche posto di lavoro precario e certamente l'inquinamento, nei limiti di legge, della terra, del mare, del suolo.

L'obiettivo di questa svendita è quello di trovare ed estrarre, per qualche decina di anni, l'ultimo gas e l'ultimo petrolio presente in Italia: in tutto, le riserve di gas e petrolio  accertate nel 2012 ammontano a 131 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (TEP), quelle probabili sono 153 milioni di TEP.

Quindi se va bene (riserve accertate + probabili ) disponiamo  di gas e petrolio di produzione nazionale  per 284 milioni di TEP .

Tanto per essere chiari, il nostro attuale consumo annuale di combustibili fossili ( carbone, petrolio, gas) è di 135 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio.

Pertanto, tutto il petrolio e tutto il gas che sicuramente sta sotto ai nostri piedi ci basterebbe per coprire, si e no, due anni di consumi.  E poi?

Eppure in Italia c'è una "miniera" inesauribile che si potrebbe ben conciliare con le altre vocazioni del nostro Paese: la produzione di cibo buono, il bel paesaggio, la cultura.

Questa miniera "verde" è rappresentata dagli scarti agricoli, i reflui zootecnici, gli scarti di cucina che, saggiamente gestiti, con l'aiuto di batteri si degradano a metano (biometano) che, opportunamente raffinato può essere immeso nella rete di distribuzioneì del gas ed utilizzato al posto del metano fossile che oggi compriamo dalla Russia, dalla Libia, dai paesi del Mare del Nord.

Una stima dell'ENEA ha valutato che queste potrebbero essere le produzioni annuali di biometano in Italia, a partire da una serie di scarti che il Paese gia produce e da specifiche coltivazioni agricole non commestibili:

                                                   milioni di metri cubi di biometano/anno
  • Reflui zootecnici                                1.005
  • Scarti di macellazione                            24
  • Frazione organica rifiuti urbani             732
  • Scarti agricoli                                      1.760
  • Coltivazioni non commestibili            1.034
                                           TOTALE             4.555

I 4,5 miliardi di metri cubi di biometano che il nostro Paese potrebbe produrre dai propri scarti, con un impatto ambientale nettamente inferiore a quello delle trivellazioni, trasporto e raffinazione del greggio e del gas naturale, sono circa la metà del volume di gas naturale che, complessivamente (mare e terra), è stato estratto in Italia nel 2012: 8,5 miliardi di metri cubi.

E il piano del governo Renzi prevede che le nuove trivellazioni potrebbero aumentare al massimo del 14% la nostra produzione nazionale di idrocarburi, per un totale di 9,7 miliardi di metri cubi.

Peccato che questa produzione aggiuntiva sia destinata ad esaurirsi in pochi decenni, due o tre al massimo, a seconda delle scelte della velocità  pompaggio delle compagnie petrolifere, le quali sono interessate a far durare il più a lungo possibile il pompaggio di greggio e gas, in quanto gli regaliamo (non facciamo pagare le royalties) 50.000 tonnellate di greggio all'anno.

Al contrario, la produzione nazionale di biometano è di fatto inesauribile, in quanto rinnovabile di anno in anno, non richiede grandi finanziamenti, non obbliga a deleghe alle multinazionali, non contribuisce al cambiamento climatico, è compatibile con il turismo e la produzione agricola di qualità, consuma meno territorio, riduce la nostra bolletta energetica, crea stabile e qualificata occupazione, lascia a casa tutto il suo valore economico, risolve i problemi legati allo smaltimento di questi scarti.

Infine, la produzione di biometano ha un effetto collaterale positivo che l'estrazione di petrolio non ha: la produzione di compost di qualità da usare come ammendante agricolo.
E la mancata necessità di ricorrere a fertilizzanti di sintesi sarebbe un'altra voce positiva al bilancio economico ed ambientale del Paese.

Spetta ora al popolo dei "comitatini" aprirsi al cambiamento in grado di garantire uno sviluppo che duri nel tempo, chiudere al più presto l'era dei berlusca e dei renzi e riappropriarsi della propria sovranità.

Un passo decisivo si farà il 17 aprile, andando in massa a votare, il 50% piu uno, degli aventi diritto al voto e ovviamente facendo trionfare, il SI, la mia scelta.

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