Translate

Visualizzazione post con etichetta economia circolare. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta economia circolare. Mostra tutti i post

martedì 26 dicembre 2023

Trattiamoli a "freddo": riciclo chimico delle plastiche miste

 

La nostra generazione ha scoperto le plastiche con “Carosello”, il siparietto serale di pubblicità, comparso nel 1957, con le prime trasmissioni televisive. 

Alla scoperta ci ha guidato l'attore comico Gino Bramieri che, dopo aver fatto vari disastri, improvvisandosi "donna di casa", concludeva con: “ E mo? E mo, Moplen,”. 

Senza saperlo, stavamo assistendo all’avvio della rivoluzione che introduceva nelle case, e poi in tutti gli ecosistemi del pianeta, uno dei primi polimeri, una macromolecola, mai esistita prima, il cui nome commerciale era, appunto, "Moplen", con riferimento alla Montedison, che lo produceva a Ferrara, a partire dal 1957.

E la caratteristica, vantata da Bramieri,  era che il catino di “moplen”  che sostituiva quello in stagno zincato, era leggero, non arrugginiva e non si rompeva: una serie di vantaggi che, pochi decenni dopo, si sarebbero trasformati nell’attuale problema planetario delle “microplastiche”.

Il nome chimico del Moplen e’ poli-propilene, una invenzione tutta italiana, fatta nel 1954 dal professor Giulio Natta  che,  per questo, vinse il premio Nobel nel 1963.

Come suggerisce il nome, il poli-propilene  e’ una lunga molecola (polimero)  fatta da molecole  più piccole (propilene), unite insieme.

In particolare, il nome chimico del  “Moplen” è “poli-propilene isotattico” e il termine "isotattico" sottolinea l'organizzazione simmetrica di questa macromolecola, in cui i  gruppi metilici (CH3 ) e gli atomi di idrogeno sono regolarmente distribuiti lungo la catena del polimero. 




Figura 1. Struttura molecolare del poli-propilene isotattico.
In rosso gli atomi di carbonio, in blu gli atomi di idrogeno



Figura 2. Struttura molecolare  di propilene e poli-propilene


Da questa prima scoperta sono nate tutte le altre “macromolecole", decine di diverse "grandi molecole",  materie plastiche  con strutture molecolari organizzate ad arte, per offrire vantaggi e caratteristiche diverse: resistenza agli urti, impermeabilità a gas, trasparenza, leggerezza,…

Tutto questo, a partire da una miscela complessa e variabile di idrocarburi gassosi, liquidi e solidi estratti dalle viscere della terra, petrolio e  gas naturale, successivamente trattati in impianti petrolchimici, con processi chimico-fisici complessi e supportati da “catalizzatori” che aumentano le rese e guidano le trasformazioni chimiche, verso prodotti con le caratteristiche desiderate.

Quindi non dovrebbe stupire che le conoscenze sviluppate dai chimici per la produzione di polimeri possano essere applicate anche al riciclo e riutilizzo di polimeri di scarto, compresi le plastiche miste da raccolte differenziate di qualità non particolarmente elevata

In effetti le caratteristiche di questa frazione (abbondanza di carbonio organico, presenza di molecole organiche di composizione diversa, impurezze...,) rimandano alle caratteristiche del petrolio, miscele complesse di idrocarburi "fossili" dai quali processi fisici e chimici, altrettanto complessi,  riescono a produrre combustibili, manufatti, tessuti, detergenti, solventi, lubrificanti...


Figura 3. Processi utilizzabili per il riciclo avanzato dei materiali di plastica post consumo

La Figura 3 sintetizza i numerosi procedimenti attualmente messi in atto per "riciclare" gli scarti polimerici.

Nella Figura 3,  al primo posto a destra, c'è anche l'incenerimento con recupero energetico che, ovviamente, non è una forma di riciclo chimico.

L'incenerimento non è una forma di "riciclo" della materia perché le macromolecole, portate a temperature maggiori di 850°C, in presenza di ossigeno,  si trasformano in anidride carbonica la quale, vista l'origine fossile del carbonio presente nelle plastiche,  dà un pesante contributo al cambiamento  climatico. Quindi, correttamente, questa emissione sarà pesantemente tassata, a danno di aziende e famiglie che saranno costrette a pagare TARI molto più salate.

Anche gasificazione, pirolisi e depolimerizzazione sono trattamenti a "caldo" in quanto ci vuole molta energia "termica" per rompere i legami che, nei polimeri,  tengono insieme i monomeri, le molecole alla base delle catene polimeriche.

I processi di trasformazione con cui si trattano le miscele di polimeri "post consumo", per essere considerati un vero "riciclo chimico", devono avere come prodotto finale  nuovi composti chimici da immettere all'uso, dando la priorità a nuovi polimeri.

Critiche, sulla reale "ciclicità" di tecniche che utilizzano la pirolisi di polimeri post consumo  per produrre oli e combustibili, sono state formulate da Zero Waste Europe.

    Grazie ai diversi approcci offerti dalla chimica delle macromolecole, sono numerose le aziende chimiche che stanno investendo per trasformare, in risorsa, l'immensa quantità di plastiche che ogni anno, dopo una breve vita utile, si trasformano in rifiuti: nel 2019, a livello mondiale, sono stati prodotte 450 milioni di tonnellate di polimeri, di cui il 70%  è finito in discarica o è stato abbandonato nell'ambiente.

E in Italia, nel 2020, sono stati immessi nel mercato 5,9 milioni di tonnellate di plastiche, di cui solo 1,6 milioni di tonnellate sono state differenziati.

Oggi, delle plastiche raccolte in modo differenziato in Italia, solo il 39%  (624.000 tonnellate) è stato riciclato, il resto incenerito o inviato in discarica.

Ma tutto fa pensare che le cose stiano cambiando.

E proprio a Ferrara, a distanza di oltre sessanta anni, negli stessi laboratori dove è nato il  "Moplen",  suoi "discendenti" sono  rinati a seconda vita.

1) La "rinascita" avviene grazie al processo MoReTec,  che si basa sulla pirolisi catalitica, messa a punto dalla LyondellBasell, in un impianto pilota localizzato a Ferrara, della BasellPolietilene Italia spa.

Alla fine di novembre 2023, la LyondellBasell ha annunciato la costruzione a Wesseling (Germania)  di un impianto di riciclo chimico di 50.000 tonnellate/anno di scarti di imballaggio, in prevalenza poliolefine ( polietilene, polipropilene, poli-iso butilene) che si prevede possa entrare in funzione nel 2025. Con questo metodo, l'olio ottenuto con la pirolisi, sarà usato per produrre nuovi polimeri.

2) E' in fase di realizzazione a Chieti, l' impianto pilota, su scala industriale, per il riciclo chimico di PoliEtilenTereftalato (PET) e il Poliestere con il processo GR3N basato sull'idrolisi alcalina e sull'uso di micronde per accelerare la depolimerizzazione degli scarti e il successivo riuso dei monomeri.

3) Nel 2023 è stato siglato un accordo tra SAIPEM e Garbo per l'industrializzazione del processo di riciclo chimico CHEMPET, che sarà realizzato a Cerano (Novara).

Con il processo ChemPET , che si basa sulla glicolisi, possono essere recuperati diversi prodotti a base di PET, difficilmente recuperabili con le attuali tecnologie di tipo meccanico: sfridi da termoformatura e vaschette multi-strato, sfridi e film accoppiati con alluminio, bottiglie in PET opaco (contenente additivi minerali  come TiO2, CaCO3, Silice), polveri di PET colorati, vassoi in PET nero, reggette in PET/PP, tessuti non tessuti, fibre miste poliestere/cotone.

Basato sulla tecnologia ChemPet, GR3N e Intectesa Industrial hanno siglato, sempre nel 2023, un accordo per realizzare, nel 2027, il primo impianto spagnolo di riciclo chimico di scarti di tessuti tessili.

5) ChemCycling è il processo di riciclo chimico, messo a punto dalla BASF , che utilizza la pirogassificazione a 300-700 C°,  in assenza di ossigeno, di poli-etile, polipropilene, polistirolo, plastiche multi strato. Il prodotto è un olio che viene utilizzato come materia seconda in ingresso negli impianti petrolchimicio dell BASF in sostituzione di materie fossili.

6) Infine, anche la Eastman,  ha deciso di investire in Francia  (Port- Jerone-sur-Seine), realizzando un impianto per il riciclo di 200.000 tonnellate/anno di scarti di poliesteri ,con la tecnica della metanolisi. I lavori partiranno nel 2026 e la piena attività è prevista per il 2030.

Tutto fa pensare che investire, oggi, in nuovi "termovalorizzatori" sia un clamoroso "fiasco" economico: raccolte differenziate sempre più efficaci e di migliore qualità, crescenti quantità di plastiche post consumo avviate al riuso e riciclo, taglieranno agli inceneritori con recupero energetici, combustibili e guadagni.

 Sullo stesso argomento:









mercoledì 29 gennaio 2020

L'archeo-rifiutologo: Il "tesoretto" etrusco a Baratti



Fig. 1 Ombra della sera. Volterra  III sec aC 
Gli etruschi svilupparono una intensa attività, basata sulla estrazione dei metalli dalle ricche miniere dell'Elba, dalla loro fusione e lavorazione.

L'isola d'Elba e la Toscana erano ricche di minerali di rame, argento, piombo e ferro che gli antichi etruschi impararono ad estrarre, fondere e lavorare con grande estro e capacità artistiche 

La figura 1 mostra una singolare statua etrusca in bronzo, proveniente da Volterra e datata al III secolo aC.

La fortuna degli etruschi furono le miniere di ematite (ossido di ferro) presenti nell'isola d'Elba. 

Da queste miniere, fin dal VI secolo aC, probabilmente per ridotta disponibilità di legna da ardere sull'isola, il minerale estratto fu trasferito sulla vicina costa, nel golfo di Baratti, nei pressi della attuale Populonia. 




In un'area che potremmo definire industriale, l'ematite, alternata a strati carbone di legna, era inserita in rudimentali forni a tino fatti di argilla (Fig. 2), alti circa un metro, con un diametro di cinquanta centimetri.

Caricati dall'alto, la combustione del carbone all'interno dei forni era alimentata dal basso, verosimilmente con aria soffiata da appositi mantici.


Fig. 2 Ricostruzione di forno etrusco per la produzione di ferro

Le temperature che si potevano raggiungere in questi forni (1.100-1.300 °C) non permetteva la fusione del ferro ma solo la riduzione dell'ossido di ferro a ferro metallico che, una volta spento e demolito il forno, si ritrovava come massa metallica spugnosa nella base del forno (Fig. 3).

In base alla quantità di scorie accumulate, si stima che a Populonia ci possa essere stata una produzione annuale di ferro che al massimo poteva ammontare a 8.300 tonnellate e per questo ci dovevano essere, contemporaneamente in funzione 3.200 forni del tipo schematizzato nella Fig.3.

E per produrre tutto questo ferro, ci volevano 77.000 tonnellate di carbone di legna, prodotte in carbonaie costruite nei boschi intorno a Populonia, utilizzando 270.000 tonnellate/anno di legname, la produzione annuale di un bosco di 770 chilometri quadrati.

Si ipotizza che durante la gestione etrusca, la "risorsa bosco" sia stata utilizzata in modo durevole, non così nella gestione romana.




Fig. 3 Sezione di forno etrusco
La successiva operazione di battittura a caldo sull'incudine del ferro, eliminava le scorie della lavorazione e ne permetteva la sagomatura nella forma desiderata, trasformando, con successive operazioni di fucinatura, forgia e martellate, il ferro dolce, in ferro duro ( acciaio)  idoneo per produrre robuste lance e spade.

Questa attività si protrasse per diversi secoli, anche ad opera dei romani che con il ferro etrusco, adeguatamente temprato,   realizzarono i loro gladi, utilizzati con micidiali risultati, rispetto alle fragili armi in ferro dolce degli avversari, sia nelle guerre galliche che in quelle puniche.




Tuttavia, le conquiste romane permisero a questo popolo, lo sfruttamento delle più ricche miniere di ferro presenti in Spagna, Macedonia, Britannia e in questo modo si avviò il declino dell'area industriale di Populonia che Strabone, nel I seolo d.C., trovò abbandonata.

Si stima che in  5 - 6 secoli di attività, a Populonia siano state prodotte da 300.000 a 350.000 tonnellate di ferro, con picchi di produzione tra  1.000 e 8.000 tonnellate anno.
Fig. 4 Cumuli di scorie di ferro etrusche, sulla riva del mare di Baratti

Questa stima è stata resa possibile dalle valutazioni sul volume del  cumulo di scorie prodotte dalla lavorazione del ferro etrusco, alto una ventina di metri, su una superficie di 200.000 metri quadrati sulle rive del golfo di Baratti ( Fig. 4).

Una quantità di scorie stimata in 2,5 milioni di tonnellate, una vera e propria discarica di scarti industriali, cresciuta progressivamente in 500 anni di attività estrattiva.

Oggi questa montagna non c'è più e il singolare motivo di questo fatto è la bassa efficenza di estrazione del ferro dal minerale, ottenibile  con i forni a tino degli etruschi.

Fig. 5 Recupero del ferro dai minerali dai forni etruschi ai moderni altiforni

La Fig. 5 mostra come, fatto cento la quantità di ferro presente nel minerale, i forni etruschi riuscissero ad estrarre solo il 16 per cento del metallo mentre, gran parte, oltre 80%, rimaneva intrappolata nelle scorie, sotto forma di minerali di ferro che la tecnica etrusca non riusciva ad estrarre.

L'efficenza di estrazione del metallo, nei secoli successivi  è andata progressivamente aumentando e, con l'avvento dei moderni altiforni,  alimentati a carbon coke, si riesce a recuperare il 96% del ferro presente nel minerale trattato.

E furono proprio questi altiforni, costruiti a Piombino che, a partire dal 1921, a seguito delle difficoltà di approvvigionamento post belliche e delle "inique" sanzioni degli anni 30, fino al 1960, furono alimentati con le scorie etrusche accumulate a Baratti, permettendo il recupero e la produzione di oltre 300.000 tonnellate di acciaio usate dalle industrie italiane, una quantità di poco inferiore alla produzione annuale delle acciaierie di Genova Cornigliano.

Un bell'esempio di economia circolare, differita di alcune migliaia di anni!

E il riuso di tutti questi scarti che gli etruschi e i romani avevano accuratamente accumulato, giorno dopo giorno, sul terreno, una volta rimossi,  offrì un'insospettabile sorpresa: le antiche tombe della necropoli di Populonia, ricoperte, senza apparente scrupolo, dalle scorie prodotte dai loro eredi, gli  instancabili minatori e fabbri etruschi e romani.



mercoledì 17 ottobre 2018

Nuova vita per le plastiche miste


Plastiche miste da riciclo di carta e cartoni

Nel 2017, in Italia, sono stati immessi al consumo circa 2,2 milioni di tonnellate d’imballaggi in plastica che, in gran parte (83%), sono stati  raccolti in modo differenziato.

Sarebbe una buona notizia se, nello stesso anno non fossero andati a fuoco sedici depositi di questi scarti, eventi tutt’altro che isolati: dal 2015 a oggi, si contano ottantatré incendi, divampati in altrettanti depositi equamente distribuiti sul territorio nazionale.

Paradossalmente questi fatti, in gran parte delittuosi, dipendono dal successo della raccolta differenziata, alla quale il sistema produttivo nazionale non ha saputo affiancare un numero adeguato di impianti finalizzati alla selezione e al riuso di questi materiali.

Di conseguenza sono aumentati i costi e di fatto si sono azzerati i guadagni. E dar fuoco ai magazzini e prendere i soldi dell'assicurazione potrebbe essere il modo più facile di fare affari con i materiali differenziati.

A peggiorare la situazione, la recente decisione della Cina di bloccare l’importazione delle plastiche usate, comprese quelle dall’Italia, ammontanti a circa 200.000 tonnellate all’anno.
La scelta cinese è stata motivata dall’aumento della propria produzione di scarti, ma anche dalla pessima qualità di quelli che gli mandavamo.

La maggiore difficoltà al riuso delle plastiche deriva dalle cosi dette plastiche miste, la miscela di plastiche di diverso tipo che rimane dopo la separazione meccanica o manuale delle plastiche più pregiate e più facilmente separabili, come ad esempio il PET, la plastica usata per le bottiglie d’acqua.

Per i chimici il riuso di plastiche miste è una bella sfida, ma qualche cosa si sta muovendo, anche in Italia. 

A Lucca, l’industria cartaria usa grandi quantità di carta differenziata, ma ancora con un 7% di impurezze scarti di materiale plastico, pari a 120.000 tonnellate/anno,  finora destinati all’incenerimento, con costi elevati (130 €/ton). 




In visita all'estrusore delle plastiche miste

Pallet in plastica e in legno
Grazie all’interessamento di Zero Waste Europe e a un progetto Life, finanziato dall’Unione Europea, a Lucca è stato realizzato un progetto pilota per migliorare la qualità dei materiali di scarto prodotti dalle cartiere e per utilizzare la plastica mista, così ottenuta, per produrre pallet da usare, nelle stesse cartiere, per il trasporto delle balle di carta, al posto degli attuali pallet di legno.



Il progetto è terminato con esiti positivi: i pallet di plastica riciclata hanno superato i test di carico e di durata e i conti fanno ritenere che, con la loro vendita,  vi siano interessanti margini di guadagno anche in previsione di poter esportare i pallet di plastica in Australia, dove quelli di legno sono vietati, poiché potrebbero essere veicolo di funghi e batteri dannosi per le coltivazioni locali.

Pertanto a Lucca si è avviata la realizzata di una nuova linea produttiva che realizzerà quella economia circolare (da scarto a materia seconda) da tanti auspicata.

Tuttavia esistono altre interessanti applicazioni delle plastiche miste, alternativa all’incenerimento e all’uso come combustibile per i cementifici: sostituire il bitume nella preparazione degli asfalti stradali e autostradali, pratica già usata nel Regno Unito, in Irlanda e in Olanda.

Negli anni ottanta la sostituzione del bitume con plastiche di scarto fu ipotizzata dal professor Umberto Bianchi, del Dipartimento di Chimica industriale di Genova che, in collaborazione con la ENICHEM, fece applicare asfalto, fatto con una miscela di bitume e plastica, a trenta chilometri di strada del ragusano. 
I test dimostrarono, rispetto agli asfalti tradizionali, la maggiore resistenza al salino e al sole di questo nuovo prodotto e l’asfalto di plastica risultò di più lunga durata e con una minore rumorosità all’uso. 

Nonostante questo, non se ne fece nulla: allora gli interessi dei petrolieri nostrani prevalsero. 

venerdì 23 marzo 2018

L'acqua del sindaco


Gli italiani, sono tra i principali consumatori d’acqua in bottiglia: con 196 litri a testa, bevuti in un anno, gli italiani sono al terzo posto, a livello mondiale, dopo messicani e tailandesi.
Per Messico e Tailandia, la spiegazione degli elevati consumi di acqua imbottigliata è semplice: questi paesi hanno ancora gravi problemi di approvvigionamento di acqua potabile e l’uso d’acqua in bottiglia evita dissenteria e colera.
Per l’Italia, questo record è veramente difficile da spiegare.

L’Italia è ricca di sorgenti, con un’antichissima tradizione di gestione delle sue acque e oggi, tutte le abitazione dispongono d’acqua potabile.

Azzardo un’ipotesi: per la promozione delle tante sorgenti sfruttate per l’imbottigliamento, nel nostro paese c’è a disposizione un ricco repertorio di santi e madonne che rimandano agli antichi riti di purificazione e di guarigione che i popoli italici hanno, da sempre, abbinati alle fonti e alle sorgenti.

Certamente gli italiani ci tengono alla loro salute e, probabilmente si fidano più delle acque di fonte, e del santo protettore di turno, che dell’acqua del sindaco, portata in casa dalle laiche aziende municipalizzate.

Da qualche tempo, il luogo di approvvigionamento di acqua in bottiglia si sta spostando, dai centri commerciali, alle “casette dell’acqua”: distributori di acqua alla spina che, opportunamente pretrattata, può essere raccolta, con propri contenitori, liscia ma anche gasata e refrigerata.

Pubblicizzate come rimedio all’abnorme produzione di bottiglie di plastica che rapidamente diventano un ingombrante rifiuto, pericoloso per il mare e le sue creature, le “casette dell’acqua” si stanno moltiplicando a vista d’occhio. Il censimento dell’anno scorso ne ha contato, in tutta Italia, duemila e sedici, la maggior parte in Lombardia (574), a seguire Lazio (271) e Piemonte (233).

In Liguria, questa nuova forma di consumismo “verde” non sembra avere grande successo: le “casette” attive sono una decina (Lavagna, Bargagli, Campomorone, Varazze, Pietra Ligure, Loano, Savona, Sori).

Ci piacerebbe pensare che questo sia dovuto alla tradizionale saggezza e sobrietà dei liguri che hanno capito che, poiché la stessa acqua ti arriva comodamente in casa, non c’è nessun motivo di “camallarsi” acqua raccolta alla “casetta”, spesso fuori mano. Meno che mai, se bisogna pagare qualche centesimo a bottiglia.

E sia mai che si scoprisse che i 20.000 euro necessari per la realizzazione di una “casetta dell’acqua” e i costi per la sua costante manutenzione possano essere spalmati sulla tariffa dell’acqua, come sembra avvenire in Lombardia, con lo stanziamento, da parte della Regione Lombardia, di 800.000 euro per la realizzazione di questi distributori d’acqua.

In effetti, le indagini di Altro Consumo hanno confermato che non esistono grandi differenze tra l’acqua erogata dalle “casette” e quella raccolta, contemporaneamente, dal rubinetto di casa più vicino.

Peraltro, le analisi di quaranta diverse marche di acque in bottiglia, confrontate, sempre da Altro Consumo, con l’acqua raccolta alle fontanelle pubbliche di sette città italiane (Ancona, Roma, Torino, Padova, Palermo, Milano, Cagliari, Napoli) non hanno evidenziato sostanziali differenze: in entrambi i casi, circa la metà dei campioni analizzati ha totalizzato un punteggio-qualità superiore a 70 punti (su 100).

Con i dati IREN sulla qualità dell’acqua immessa negli acquedotti del genovesato ma, ancor più, con l’analisi dell’acqua raccolta direttamente dal mio rubinetto di casa, in quel di Bogliasco, posso confermare la buona qualità dell’acqua che oggi il sindaco Bucci offre ai suoi cittadini e ai comuni limitrofi, grazie all’interconnessione di tutti gli acquedotti realizzati a Genova, le cui acque, opportunamente trattate , provengono  in gran parte dai  laghi artificiali del Gorzente, del Brugneto e della Busalletta.

Si tratta d’invasi alimentati prevalentemente da acque piovane, lontani da aree abitate e da fonti inquinanti, quindi senza i problemi della presenza di contaminanti industriali e agricoli, spesso presenti nelle acque di falda delle zone di pianura.

Nessuna sorpresa, quindi, se nel campione di acqua raccolto dal rubinetto della mia cucina, il piombo sia assente e l’alluminio sia presente a concentrazione sei volte inferiore ai limiti di legge.

Anche la durezza, che misura la concentrazione nell’acqua di sali di calcio e magnesio, è molto bassa: 17,4 gradi francesi, di poco superiore al valore minimo (15 gradi) previsto dall’attuale normativa delle acque potabili e nettamente più bassa della durezza di una decina delle blasonate acque in bottiglia, analizzate da Altro Consumo.

In ogni caso, anche senza “casette dell’acqua” i genovesi e i turisti in giro per la città non sono lasciati a bocca asciutta.

Tutti, liberamente e senza spendere un centesimo, possono bere acqua dalle tante fontanelle pubbliche installate, da tempo, e che i genovesi conoscono come “bronzin”.

Nel 1835, nella città si trovavano milleduecento “bronzin”, che con le loro colonnine in ghisa, di sezione esagonale, dipinte di verde scuro e sormontate da un’elegante pigna, erano un elemento caratteristico dell’arredo urbano cittadino.

Purtroppo anni di disinteresse e abbandono hanno lasciato il segno e molte fontanelle hanno smesso di erogare acqua ma, in concomitanza con il referendum a tutela dell’acqua pubblica e con il crescente interesse dei cittadini per questa vitale risorsa, molte fontanelle di Genova sono tornate a nuova vita.

Il rinato interesse per le fontanelle pubbliche è testimoniato da un sito (https://www.fontanelle.org/mappa-citta.aspx) e una applicazione per smart-phone (Fontanelle) che, in molte città,  permette di localizzare la fontanella più vicina.

Da questo sito, scopriamo che tra le cinquanta città italiane con maggior numero di fontanelle censite, Roma, con 2.611 “nasoni” stravince, ma Genova, con 225 “bronzini” funzionanti, è al quinto posto e Imperia, 91 fontanelle, al ventitreesimo posto.

Per la cronaca, la Spezia e Savona totalizzano, rispettivamente, 22 e 12 fontane pubbliche e 29 sono quelle rintracciabili nei paesi del Golfo Paradiso (Bogliasco, Pieve, Sori e Recco).

Ma, certamente, ancora molte fontanelle mancano all’appello: tutto il ponente genovese deve essere ancora censito, un’opportunità che offre l’applicazione “Fontanelle” che, smart-phone alla mano, permette anche di geo-referenziare nuove fontanelle da aggiungere all’elenco.

La caccia al “tesoro blu” che i nostri sindaci, con generosità ci regalano, è aperta.



venerdì 3 marzo 2017

Chi ha paura del Porta a Porta?


Il 20 aprile 2016 è stato annunciato in pompa magna: a Genova parte la raccolta differenziata "Porta a Porta" e di "Prossimità" che, estesa progressivamente a tutta la città, permetterà di raggiungere gli obiettivi di raccolta differenziata previsti dalla Regione Liguria: 65% entro il 2020.

Nella stessa data, il Consorzio Nazionale Imballaggi (CONAI) ci aveva già regalato il Piano per la raccolta che, in base alla complessa organizzazione urbanistica della nostra città, aveva individuato le specifiche modalità da adottare, quartiere per quartiere.


Fig. 1 Piano CONAI per la raccolta Porta a Porta a Genova. 

La Figura 1 mostra, nei diversi colori, la distribuzione delle diverse modalità di raccolta.

Le aree verdi, quelle con una minore densità abitativa e spazi condominiali disponibili, saranno quelle dove si realizzerà, alla lettera, la raccolta Porta a Porta: i mastelli potranno essere esposti all'esterno del portone di casa.

Nelle zone gialle saranno previsti cinque mastelli fissi per ogni condominio.

Le zone arancioni e rosse (470.000 abitanti) avranno a disposizione cassonetti "intelligenti", predisposti per raccogliere, anche loro, le cinque diverse frazioni di scarti.

I  19.141  genovesi che abitano nelle aree verdi, nel giorno stabiliti, dovranno depositare davanti al portone o in uno spazio condominiale accessibile, uno dei cinque mastellini avuti in dotazione, pieni degli scarti che, in base al colore del loro coperchio, sono utilizzati per raccogliere le frazioni previste: scarti di cucina (marrone), plastica e metalli (giallo), carta e cartone (blu), vetro (verde), scarti non riciclabili  (grigio).
In questo modo, tutti i mezzi AMIU, nello stesso giorno raccoglieranno solo una delle frazioni previste che potrà essere facilmente riciclata, in base alla sua composizione e venduta al miglior offerente.

La qualità della raccolta, ovviamente, sta in mano a chi, in famiglia e presso le aziende, si prende cura di separare le singole frazioni, man mano che sono prodotte.
Per garantire questo risultato, ad una capillare e chiara informazione si affianca la novità che il titolare di ogni mastello è identificato con un "transponder" inserito nel mastello stesso, letto in automatico, al momento della raccolta.
E' evidente che, in questo modo, il responsabile di eventuali conferimenti non corretti è facilmente identificabile.

A dieci mesi dall'annuncio, constatiamo alcuni fatti singolari  e in parte misteriosi:

- l'estensione della raccolta porta a porta di tipo condominiale nelle zone gialle (102.669 genovesi abitanti a Voltri, Pra, Marassi Alta) prevista per la fine del 2016, non c'è stata.

- i risultati della raccolta,  partita a giugno e luglio 2016 in due delle zone verdi (Quarto Alto e Costa degli Ometti, circa 5.000 abitatanti coinvolti) sono coperti dal silenzio più assoluto, nel sito AMIU dedicato al progetto non se ne trova traccia.

Ad una personale richiesta fatta a AMIU, mi è stato prontamente risposto con l'invio di una presentazione fatta l'8 febbraio 2017, nel corso dell'audizione della Commissione Ambiente del consiglio comunale.

Non so quanto la sobrietà della slide che riporta i risultati dei primi mesi del Progetto Pilota (Figura 2)  sia stata voluta, ma ho l'impressione che nessuno dei consiglieri presenti nella Sala Rossa abbiano colto il significato "sconvolgente" del fatto che, grazie al Porta a Porta, dopo solo sei mesi dall'avvio,  le 2.206 utenze di Quarto Alto e di Colle degli Ometti coinvolte nel progetto Porta a Porta, avevano differenziato  88% dei loro scarti.

Si, avete letto giusto, in sei mesi a Quarto, grazie al Porta a Porta, si è passati dal 39%, al' 88% di raccolta differenziata.
Fig. 2 La slide di fonte AMIU che riporta il risultato del porta a porta a Quarto

Questo risultato ha come conseguenza che chi vuole fare facili affari con gli scarti dei genovesi, con il Porta a Porta esteso a tutta la città, vedrà letteralmente svanire l'oggetto dei suoi desideri.

Se l' ottanta per cento degli scarti genovesi, intercettati grazie al porta a porta, alle nove isole ecologiche, al compostaggio domestico e di comunità, fosse inviato al recupero e al riciclo,  il 20 % di indifferenziato che resta non giustificherebbe i pesanti investimenti previsti al momento per gli impianti di trattamento, quelli che ci vogliono far credere che non potremmo realizzare senza l'ingresso di un partner, come IREN, in AMIU.

Tutti i "gufi" (scusate questa citazione, ma ci vuole) che dicevano che a Genova la differenziata non si può fare, ancora una volta, sono stati smentiti dai fatti: la maggioranza dei genovesi, che abitino a Quarto o a Sestri e a Pontedecimo, la differenziata spinta la fanno e la fanno bene.

Chi ha sperato di sfruttare l'insofferenza al cambiamento, appoggiando i soliti comitati "contro" è stato messo da parte.

E i fatti dimostrano che non è neanche vero che il Porta a Porta costi di più: la vendita di tutti i materiali di alta qualità recuperati con il Porta a Porta compensa, alla grande, i costi di investimento, i maggiori costi dei nuovi operatori che bisogna assumere  e permette il rapido ritorno degli investimenti necessari per la valorizzazione dei materiali separati alla fonte (separazione meccanica di metalli, carta, cartone e plastiche, bio-digestore per la produzione di metano e compost).

E i fatti dimostrano che è anche falso dichiarare che ci vogliono anni per raggiungere il 65% di raccolta differenziata. Le esperienze genovesi dimostrano che, con una buona organizzazione, in pochi mesi tutti differenziano alla grande.

Con questi numeri, oltre 80 % di raccolta differenziata di qualità, l'economia circolare basata su nuove attività produttive dedicate alla trasformazione annuale di 260.000 tonnellate di metalli, cellulosa, polimeri di sintesi, frazioni organiche... diventa rapidamente una realtà.

E ora. in base a questi risultati, un messaggio ai consiglieri comunali che dovranno votare la nuova delibera che vuole, costi quel che costi, IREN come socio AMIU: votate NO

e chiedete,  maggioranza e  opposizione, che il piano CONAI,  per la piena attuazione del Porta a Porta in città, si sblocchi immediatamente e contemporaneamente agli abitanti di Quarto Alto e di Colle degli Ometti, che così bene stanno facendo la differenziazione dei loro scarti,  sia riconosciuta la Tariffazione Puntuale.

Non ci sono scuse: qualunque cosa vi vogliano far credere, siate certi che la nuova tariffazione che premia economicamente i comportamenti virtuosi, la tariffazione puntuale, si può applicare subito. 


Sullo stesso argomento:








martedì 21 febbraio 2017

L'isola ecologica che non c'è

Fig. 1 Area prevista per ospitare l'Isola Ecologica del Levante di Genova

Alla fine degli anni novanta, con Pericu sindaco di Genova, l'assessore all'ambiente Chiara Malagoli aveva già individuato dieci aree, distribuite nella città, una per ogni Municipio, che avrebbero dovuto ospitare altrettante Isole Ecologiche a cui conferire scarti ingombranti (mobili, elettrodomestici, materassi ...) e altri materiali non previsti nella raccolta differenziata domiciliare (oli da friggere, batterie auto, oggetti in metallo, lattine di vernici....) giunti alla fine della loro prima vita, evitando il loro consueto abbandono nei greti dei torrenti e in qualsiasi spiazzo appartato della città e relativi costi per le reiterate bonifiche di queste discariche abusive.

Dopo quasi vent'anni, le Isole Ecologiche in funzione a Genova sono solo quattro, la maggior parte nel ponente cittadino ( Fig. 2 ).

Certamente in molti, per tutti questi anni, hanno preferito far finta di nulla, se non addirittura remare contro la loro realizzazione.
Il motivo più banale che ci ha portato a questa situazione è stato quello di non voler perdere consenso per una scelta ritenuta poco importante e mal vista dalla popolazione.

Nel 2014, le quattro isole, rispettivamente nella fascia rispetto di Pra (Ponente), in via Gastaldi (Val Polcevera), lungo l'argine del Polcevera (Centro Ovest) e alla Volpara (media Val Bisagno), sono state al servizio di 282.000 genovesi e hanno permesso la raccolta di 22.300 tonnellate di scarti ingombranti e altri materiali riciclabili.

Ad oggi, questo utile e comodo servizio è ancora negato a 310.500 genovesi, per la volontà di non decidere di gran parte dei restanti cinque Municipi e per l'auto-lesionismo di alcune centinaia di cittadini che si oppongono al progetto di avere questo tipo di servizio vicino alle loro case.


Fig. 2  lo stato del  piano delle Isole Ecologiche di Genova nel 2017


Con l'entrata in funzione delle cinque Isole Ecologiche che ancora mancano all'appello, in base alle rese di quelle già operative, si potrebbero intercettare circa 48.000 tonnellate all'anno di scarti ingombranti, piccoli elettrodomestici e altri materiali, pari al 15% degli scarti complessivamente prodotti da famiglie e aziende genovesi.

E' fuori di dubbio che, insieme ad una adeguata comunicazione e a generosi sconti TARI per chi utilizza questo servizio, in base ad esperienze nazionali,  la percentuale di ingombranti, scarti elettrici ed elettronici (RAEE)e altri materiali  intercettati dall'Arcipelago delle Isole Ecologiche di Genova, rispetto a tutti gli scarti prodotti in città, potrebbe essere anche maggiore: 25-30%.

Pertanto in pochi mesi, costruite le cinque Isole Ecologiche mancanti, la raccolta differenziata genovese potrebbe fare un bel balzo in avanti: dall'attuale 39% fino al 59-60%, con un rapido avvicinamento all'obbiettivo previsto dalla legge del 65%, obiettivo che qualcuno ancora si ostina a far credere impossibile.

Tra i genovesi contrari alle Isole ci sono circa settecento  abitanti di Quarto Alta che, con le loro firme, si oppongono alla realizzazione dell'Isola Ecologica indicata dal Municipio Levante in un' area in via delle Campanule, a pochi metri da corso Europa.

Tra i motivi per l'opposizione è che l'isola Ecologica svaluterebbe i loro immobili.

La Figura 1 mostra l'attuale situazione di quest'area, una zona recintata, adibita in gran parte a deposito di grandi cordoli  in pietra, in attesa di riutilizzo, il cui spazio  oggi incustodito,  davanti al cancello d'ingresso, è usato per un veloce e comodo scarico di rifiuti ingombranti (Figura 3).

Insieme alla crescita incontrollata di arbusti tutt'intorno e nella vicina aiuola, che nessuno cura più da tempo, come biglietto da visita del quartiere collinare, questo pezzo di terreno, oggi, non è un gran ché.

Fig 3 Discarica abusiva di ingombranti davanti al cancello
 dell'area prevista per ospitare l'Isola Ecologica del Levante


Anche la preoccupazione del comitato di un aumento del traffico locale appare esagerata: l' Isola Ecologica di via delle Campanule si trova lungo la via di percorrenza di chi risiede nei quartieri collinari di Quarto e di chi già ora percorre corso Europa; chi utilizza regolarmente queste strade, con una breve deviazione dal suo abituale percorso, potrà depositare nell'Isola i suoi scarti ingombranti, con una breve sosta nei parcheggi interni.

Certamente bisognerà curare l'estetica dell'Isola Ecologica e un'attenta progettazione e cura del verde attorno al perimetro del sito ne dovrà migliorare la percezione visiva.

Anche la stabilità del terreno richiede una verifica, ma sarà difficile che gli scarrabili che l'Isola ospiterà siano più pesanti degli cumuli di cordoli in pietra già oggi stoccati in questo luogo.

Quindi  ben venga l'Isola Ecologica  del Levante che, oltre ad offrire un comodo e indispensabile servizio a chi abita nelle sue vicinanze, certamente migliorerà la qualità ambientale dell'attuale sito.

Per finire, mi piace molto una proposta fatta dal Municipio di Levante, da estendere se possibile alle altre Isole cittadine: realizzare, all'interno dell'Isola, un Caffè per le Riparazioni (Repair Caffe), un locale attrezzato per ridare nuova vita agli oggetti consegnati e da mettere a disposizione, a un prezzo simbolico, per chi vorrà riutilizzarli.

E aggiungo una mia personale proposta, per aumentare l'efficacia delle Isole Ecologiche e migliorarne l'immagine: mettere a disposizione dei visitatori un mini-silos da cui scaricare cippato di legno, prodotto con sfalci e potature conferite all'Ecocentro, da utilizzare nella propria compostiera domestica: un ingrediente indispensabile per un compostaggio rapido e senza problemi, difficile da reperire in città, un bell'esempio di concreta Economia Circolare.