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sabato 25 gennaio 2014
Allarme meteo
Il 19 gennaio 2014, sia Genova che Bogliasco erano in allerta meteo, al primo livello, quello più basso.
Nel corso di quella giornata, il pluviometro di S. Ilario, il più vicino a Bogliasco, ha registrato 175 millimetri di pioggia. Contemporaneamente a Premanico (valle Sturla) e a Genova, in viale Brigate Partigiane, si registravano, rispettivamente, 90 e 20 millimetri di pioggia.
La frana di Capolungo e la tragica morte del dr Kassabji, di ritorno da una visita sulle alture di Bogliasco e travolto dall'onda di piena di un modestissimo torrentello sulle alture del paese, dimostrano l'importanza di questa diversa distribuzione delle piogge, a pochi chilometri di distanza.
Una situazione simile e più drammatica si era presentata il 4 novembre 2011, con tutta Genova in allerta meteo, questa volta al secondo livello, quello massimo.
Quel giorno, a Quezzi, nel bacino imbrifero del torrente Ferreggiano, si registrano oltre 500 millimetri di pioggia, 330 millimetri a Gavette (lungo il torrenteBisagno), a forte Castellaccio, sulle alture di Genova, 136 millimetri.
Anche in questo caso, trovarsi, nell'ora di massima intensità di pioggia, in una strada di Genova piuttosto che in un'altra, anche all'interno dello stesso quartiere, ha fatto la differenza tra la vita e la morte.
I meteorologi definiscono eventi di questo tipo come "flash floods", alluvioni lampo.
In Liguria, "alluvioni lampo", molto localizzate, con piogge intense di breve durata, si sono avute anche a Sestri il 4 ottobre 2010 (410 mm), a Brugnato il 25 ottobre 2011 (530 mm), a Carasco il 21 ottobre 2013 (160 mm).
Lasciamo agli esperti confermare la nostra sensazione che piogge di questo tipo e di tale intensità siano sempre più frequenti ma, in ogni caso, la perdita di ventidue vite umane, che ha accompagnato questi eventi, richiede un rapido ripensamento delle modalità di allertamento della popolazione.
Non ci sono dubbi che le previsioni, alla base delle allerte meteo e del loro livello di pericolosità, siano attendibili, ma inevitabilmente i modelli di calcolo non riescono ad individuare, con adeguata precisione, le aree che si troveranno sotto "attacco meteo", quelle dove l'intensità delle piogge sarà maggiore.
Certamente, come si è cominciato a fare a Genova, bisogna segnalare tutte le aree esondabili con una opportuna cartellonistica e farle conoscere alla cittadinanza, con costanti campagne informative.
Ma occorrono anche nuovi strumenti in grado di allertare, in modo mirato e in tempo reale, le popolazioni che si trovano nelle aree dove è maggiore l'intensità della pioggia e dove è imminente un' esondazione.
Una rete integrata di pluviometri e di sensori in grado di misurare l'altezza dell'acqua nei torrenti potrebbe essere in grado di individuare, con precisione, le località in cui sia imminente l'arrivo dell'onda di piena e, contemporaneamente, potrebbe attivare segnali luminosi e sonori, posizionati nelle aree a rischio.
La tecnologia per allestire una rete di allarme meteo di questo tipo esiste già.
E oggi sarebbe anche possibile affiancare alle postazioni di allarme fisse l'invio automatico di SMS di allarme a tutti i cellulari che si trovano nelle aree a maggior rischio, invio attivato in base alle informazioni fornite dalla rete dei sensori.
Ricevuto il segnale di imminente pericolo di vita, ognuno dovrebbe sapere cosa fare: allontanarsi rapidamente dal corso d'acqua, salire al terzo piano di casa, tenere gli alunni nella scuola, aspettare in posto sicuro che passi l'ondata di piena...
La realizzazione di questo tipo di allarme e una costante opera di informazione, potrebbero ridurre drasticamente la possibilità che, durante la prossima "alluvione lampo" che colpirà la Liguria, ci si possa trovare nel posto sbagliato, al momento sbagliato.
E la prevenzione potrebbe essere ancora più efficace se si introdurrà, come negli USA in caso di tornado, anche il terzo livello di allerta meteo, quello in cui esiste un elevato pericolo di perdita di vite umane.
Sullo stesso argomento... : un Paese sotto attacco Meteo
mercoledì 22 gennaio 2014
Un paese sotto "attacco" Meteo
I nubifragi che, con sconcertante frequenza ed intensità, colpiscono il Paese sono eventi che bisogna imparare a conoscere, se vogliamo cominciare ad adottare efficaci strategie di sopravvivenza.
L'immagine a fianco riporta i dati pluviometrici dell'evento che ha colpito Bogliasco (GE), il 19 gennaio 2014, e che ha provocato la frana sopra il tracciato della linea ferrovia e provocato la morte di un medico, di servizio sulle alture del paese.
Le registrazioni del plumiovetro più vicino (alture di Sant'Ilario ) segnalano che in 15 ore sono caduti 160 millimetri di pioggia, concentrati in due distinti eventi: di due ore la notte e di tre ore nel primo pomeriggio.
Complice la saturazione dei terreni per le piogge dei giorni precedenti, improvvisamente strade e i tipici passaggi pedonali genovesi si sono trasformati in torrenti in piena.
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| Il ponte dell'Aurelia che attraversa Bogliasco durante il nubifragio |
Il rio Sessarego, un innocuo torrentello sulle alture del paese, largo si e no quattro metri, si è rapidamente trasformato in una cascata inarrestabile che ha travolto due persone che stavano attraversando il ponticello, lungo una strada di campagna, probabilmente proprio nel momento in cui è arrivata l'onda di piena.
| Il torrente Sessarego nei pressi del ponte su cui due passanti sono stati travolti |
L'immagine che segue è molto illuminante a riguard. E' una ripresa radar durante il nubifragio del 19 gennaio 2014, che ha registrato in tempo reale la densità di pioggia che stava cadendo sul territorio sotto controllo radar.
| Registrazione RADAR della densità pioggia il 19/1/2014 ore 14 |
Come si vede, al centro dell'immagine, il nubifragio ha l'origine nel Mar Ligure, poche miglia al largo del Golfo Paradiso e poi si apre a ventaglio (una V stretta tracciata in viola ) con direzione nord.
La maggiore intensità di pioggia (in rosso) si registra su Bogliasco e il suo entroterra.
Mentre Bogliasco era sottacqua, con visibilità molto ridotta (da casa mia il promontorio di Portofino era sparito alla vista), dal monte di Portofino, dove di fatto non pioveva, si poteva seguire in diretta quello che i tecnici chiamano" Flash Flood" ( alluvione lampo).
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| L'alluvione lampo del 19 gennaio 2014, vista dal monte di Portofino |
La quantità d'acqua dipende dal calore del mare e dal vapore acqueo che il mare libera.
Tutto sommato, l'altro ieri ci è andata bene perche siamo a Gennaio, con il mare a 14 gradi.
E se questo evento si fosse verificato a Novembre, con il mare a 20 gradi ?
Il 4 novembre del 2011, la stessa configurazione barica e il mar Ligure decisamente più caldo della norma, ha scaricato l' "alluvione lampo" su Genova , in particolare sul bacino idrico del Ferreggiano, un piccolo torrente affluente del Bisagno.
Quella che segue è la registrazione pluviometrica dell'evento rapido e estremamente localizzato che ha portato morte e distruzione nel quartiere di Marassi-Quezzi: 400 mm di pioggia in 5 ore.
E di fronte a questa quantità di pioggia, in cos' breve tempo, non c'è opera idraulica, pulizia degli alvei, dei tombini che tenga.
Bisogna solo sapere come mettere in salvo la propria vita e quella dei propri cari.
| Dati pluviometrici, pioggia oraria e altezza cumulativa, durante l'alluvione lampo che ha colpito Genova il 4/11/2011 |
giovedì 9 gennaio 2014
Con il nuovo Piano Industriale Genova cancella il termovalorizzatore: Italia Nostra festeggia con cautela.
Ieri, a Genova, il Presidente della Azienda Municipale Igiene Urbana (AMIU) in accordo con il Comune, ha presentato le linee guida del nuovo Piano Industriale per la gestione di quelli che, ormai ufficialmente, anche per AMIU, sono diventati Materiali Post Consumo.
E' una vera rivoluzione culturale, di rilevanza internazionale, che passa da una gestione lineare (produci, consuma, smaltisci), ad una gestione circolare (produci, usa, riusa, ricicla).
Per l' 80% il piano industriale AMIU ricalca quanto proposto alcuni anni or sono da Italia Nostra.
Le principali divergenze di questo Piano Industriale con il Modello Italia Nostra sono:
1- una crescita della raccolta differenziata troppo lenta, con il rinvio al 2020 dell'obiettivo di legge del 65%, che bisognava raggiungere nel 2012.
2- l'uso come combustibile per i cementifici della frazione non riciclabile
3- l'ipotesi che la legna recuperata dalla pulizia di boschi e rii possa essere utilizzata per produrre energia.
Ma con un buona volontà, nell'interesse di tutti, il Piano potrebbe migliorare se si faranno anche queste tre cose:
1- La rapida realizzazione del previsto impianto di compostaggio (ci vogliono due anni, autorizzazioni comprese), dovrebbe permettere di accelerare questi tempi, con l'estensione della raccolta differenziata dell'umido (il 35% dei nostri scarti) a nuovi quartieri della città, evitando, come avviene oggi, di trasportare l'organico negli impianti di compostaggio dell'alessandrino.
Una volta identificato il sito, Italia Nostra si impegna ad sostenere questa scelta. Già lo sta facendo con i suoi corsi di compostaggio che hanno reso famigliare a migliaia di liguri questa pratica che utilizzano per compostare, senza problemi, i loro scarti umidi. Intercettato, con l'umido,un buon 30% degli scarti genovesi, aggiunti al 33% già oggi differenziato, il gioco sarà fatto.
2- Genova dispone di un impianto per la valorizzazione e la commercializzazione delle plastiche miste destinate al riuso.
Ulteriori sistemi di raffinazione di queste plastiche sono possibili e obbligatori per ottenere la qualità richiesta per i Combustibili Solidi Secondari e per i Combustili da Rifiuti di qualità.
Ma a questo punto il materiale in uscita da questi impianti è di una qualità tale da essere appetibile anche al nuovo mercato delle plastiche miste.
Sappiamo di contatti di AMIU con industriali italiani del settore del riuso di plastiche miste.
Pertanto esiste la possibilità, molto reale, che anche per le plastiche miste differenziate a Genova si possa creare una filiera industriale finalizzata al loro riuso, molto più remunerativa e meno impattante del loro uso come combustibile.
3- Per quanto riguarda l'ipotesi di utilizzare la legna dei boschi per produrre energia elettrica, Italia Nostra ha una proposta molto più interessante e molto più utile per la qualità dell'ambiente e per ridurre le emissioni di gas clima alteranti: usare ramaglie, potature, tagli di alberi necessari per la salvaguardia dei versanti, legname accumulato da fenomeni alluvionali, per produrre il cippato di legno necessario per il buon funzionamento dei previsti impianti di compostaggio.
Solo per Genova, per compostare le 70.000 tonnellate annue di frazione organica, come prevede il piano, ci vogliono circa 15.000 tonnellate di cippato di legno vergine e pulito.
Il nuovo piano AMIU prevede che i materiali raccolti in città, in modo differenziato (carta, cartoni, vetro, alluminio, ferro, frazione organica) saranno in gran parte utilizzati in nuovi cicli produttivi che, in toto o in parte, potranno essere gestiti dalla stessa Azienda.
In questo modo AMIU si trasforma da azienda per lo smaltimento ad azienda per il riciclo e il riuso.
La frazione organica, in un impianto di compostaggio e di digestione anaerobica, sarà trasformata in compost di qualità e in metano da immettere nella rete di distribuzione del gas e da utilizzare per l'auto trazione.
Anche le demolizioni edili troveranno nuovi utilizzi.
Grazie a questo piano industriale, certamente Genova e molto probabilmente la Liguria, non avranno bisogno di inceneritori e gasificatori.
E oggi festeggiano, con cautela, tutti coloro che nell'ultimo decennio, con forze impari, si sono opposti con competenza e credibili proposte alternative, all'imbroglio della termovalorizzazione, Italia Nostra è tra questi.
Grazie a questo impegno, che ha mobilitato molti cittadini, associazioni e qualche forza politica, Genova ha evitato, negli ultimi 15 anni, la realizzazione di tre inceneritori, uno dei quali avrebbe visto svettare il suo camino accanto alla Lanterna, il faro medioevale simbolo della Città, ipotesi che Italia Nostra ha fortemente contrastato.
In assenza di questi vincoli, che avrebbero ammazzato sul nascere qualunque scelta virtuosa di riduzione e di riciclo, oggi può partire questa nuova sfida.
Per accettarla e vincerla la Dirigenza e le maestranze AMIU dovranno crescere in conoscenza, cultura, esperienza e la stessa crescita sarà richiesta a tutti i genovesi.
La semina fatta in questi anni, per la costruzione di un modello di sviluppo durevole, ha già creato un terreno fertile in città e in Liguria.
E per far crescere con robuste radici questa nuova pianta, nei prossimi giorni, AMIU presenterà il progetto per la realizzazione di "AMIU, azienda intelligente": un tavolo di lavoro che metterà insieme le migliori teste della città, della Ricerca, delle realtà produttive, per costruire insieme la Genova di domani prossimo.
E che la soluzione alla crisi mondiale possa partire da Genova, dalla rivalutazione della sua "Rumenta", trasformata da problema a risorsa, e' una sfida singolare, ma certamente molto stimolante.
Anche Italia Nostra è disposta, per la sua parte, ad accettare questa sfida.
martedì 7 gennaio 2014
Spiagge dei Fuochi
A distanza di pochi giorni, due nubifragi da allerta 2, accompagnati da forti mareggiate hanno coperto le spiagge liguri di tronchi, ramaglie, canne trascinate a mare dai torrenti in piena.
I gestori dei bagni hanno chiesto di poterli bruciare per disfarsene rapidamente, richiesta caldeggiata dai Comuni che non hanno i soldi per la loro corretta messa in discarica, pratica obbligatoria in base alle leggi vigenti.
La Regione Liguria ha chiesto una deroga al ministro dell'Ambiente in quanto i materiali spiaggiati per definizione sono rifiuti e come tali devono essere trattati.
Temo che questi spiaggiamenti di entità mai vista prima siano una avvisaglia degli effetti indesiderati dei cambiamenti climatici globali in atto e prima lo capiamo meglio e'.
Premesso che in casi come questi, la prima scelta da fare dovrebbe essere la prevenzione, ossia
la messa in sicurezza del nostro territorio, provo ad abbozzare un pianodi emergenza per liberare le spiagge senza trasformare la costa ligure in una nuova Terra dei Fuochi.
Bruciare legname umido, sporco, intriso di sale e' il modo più efficace per produrre diossine ed idrocarburi policiclici aromatici, destinati a contaminate le spiagge, il mare, la catena alimentare.
Numerosi studi hanno stimato la quantità di inquinanti che si liberano in atmosfera quando si pensa di togliersi un problema di rifiuti con il fuoco.
Tutti questi studi concludono che, operando in questo modo, si creano sempre nuovi problemi, più gravi e subdoli del primo.
Al posto del problema di ingombro, sgradevole da vedersi ci si ritrova certamente con un invisibile ,a pesante inquinamento dell'aria, del suolo, del mare, del pesce.
Bruciare all'aperto una tonnellate di residui di bosco produce, indicativamente, circa 4 chili di polveri sottili (PM10), 3 grammi di benzo(a)pirene, dai 200 ai 300 grammi di benzene, 10 microgrammi (tossicità equivalente) di diossine.
E tutti gli inquinanti che ho elencato sono cancerogeni certi per l'uomo, pericolosi a bassissime concentrazioni.
Ma le mareggiate non hanno portato a terra solo alberi, ramaglie, canne; le ondate hanno anche restituito tutti i rifiuti scaricati abusivamente nei rii e il combustibile delle auto travolte dalle piene.
Inoltre la permanenza nell'acqua di mare del legno ha certamente aumentato il contenuto di sali di sodio e, come ci si aspettava, se si brucia nella stufa legna raccolta sulla spiaggia, la quantità di diossine aumenta da 20 a 90 volte rispetto al valore citato in precedenza.
Insomma le spiagge si sono ricoperte di rifiuti e i rifiuti, giustamente non si possono bruciare all'aperto.
Se lo si fa si contamina l'aria, ma ancor più la stessa spiaggia e il mare e benzopirene e diossine sono composti molto stabili destinati a durare nel tempo o richiedere una ancora più costosa bonifica, prima di permettere ai bambini di giocare a fare castelli di sabbia.
E nelle spiagge liguri che si vogliono liberare con il fuoco, di tonnellate di legname ce ne sono veramente tante, certamente centinaia di tonnellate, se non addirittura migliaia, lungo tutte le coste spiaggiate.
Che fare?
Ovviamente, per prima cosa sono necessari sopralluoghi per verificare le reali e specifiche situazioni di ogni spiaggia e quantificare l'entità del problema.
La soluzione comune potrebbe essere una raccolta differenziata dei materiali spiaggiati (tronchi, canne e ramaglie, plastiche, gomme, rottami ferrosi).
La mano d'opera potrebbe venire dal volontariato e le aziende e i Comuni ci mettono la logistica e le attrezzature.
La priorità deve essere quelli di allontanare i tronchi più grandi, per evitare che con la prossima mareggiata ritornino in mare, dove sono un reale pericolo per la navigazione.
Se sufficientemente puliti (per fortuna si usa sempre meno gasolio e il catrame in mare e' ormai un fatto raro) plastiche, metalli, gomme, una volta differenziati possono essere avviati al riciclo.
Per quanto riguarda i tronchi più grandi, verificatane la pulizia e il contenuto di sale, si può deliberare in emergenza che il loro legno sia utilizzabile come combustibile e possa essere ritirato da privati, individuando semplici regole per evitare abusi (quantità massima ritirabile da singoli soggetti identificati).
Per il legname minuto e le canne si può prevedere il loro compostaggio, dopo aver verificato la fattibilità della loro biotriturazione e cippatura che potrebbe essere problematica, a causa della sabbia, di ciottoli e della salsedine.
Se ci sono spazi adeguati, il compostaggio ( in cumulo) può essere fatto nelle stesse spiagge o in spiazzi idonei individuati per l'occasione.
Poiché il materiale putrescibile dovrebbe essere in quantità trascurabili, il compostaggio in cumulo non dovrebbe comportare particolari problemi (eluati, odori).
Se necessario, trattamenti con enzimi e integratori possono essere utilizzati per accelerare il processo del compostaggio che richiede solo alcuni mesi per completarsi.
Certamente la cippatura diminuirà notevolmente il volume di questi materiali e dopo qualche mese di compostaggio anche la massa di frazione organica si dovrebbe ridurre in modo significativo.
In base alla qualità del compost prodotto se ne potrà valutare l'uso finale (copertura discariche, bonifica terreni sottoposti a incendio, pacciamatura uliveti...).
Ovviamente i costi di questa operazione non possono essere accollati ai Comuni.
E' un'emergenza e come tale deve essere affrontata, a cominciare da deroghe che possano permettere la raccolta differenziata, il riciclo, il compostaggio, l'uso della legna pulita come combustibile, dopo opportuna selezione.
Ma la cosa molto più importante è che il governo, senza indugi, faccia partire da subito un piano di messa in sicurezza del territorio e, non sarebbe male, che la Regione Liguria introduca l'obbligo di raccolta differenziata porta a porta e di prossimità, in tutti i comuni per azzerare i conferimenti abusivi dei rifiuti e dei materiali ingombranti.
lunedì 30 dicembre 2013
Bio combustibili legnosi: il modello trentino 1.
| FIGURA 1 Percentuale di emissioni di inquinanti atmosferici nella provincia di Trento (2004) da dieci macro-settori |
Limiti che, nel 2005, risultavano poco rispettati su gran parte del territorio di propria competenza.
Ad esempio, nel 2005, tutte le sette centraline attive, in gran parte in aree definite "background urbano", segnalavano netti superamenti dei limiti di legge per le PM10,
Di seguito riportiamo, in corsivo, alcuni stralci del Piano.
Nel settore dell'energia, il Piano prevede:
- promozione della conversione a metano di impianti civili ed industriali
- completare la rete di metanizzazione sul territorio provinciale
- promuovere la realizzazione di impianti e reti di teleriscaldamento (fonti rinnovabile e metano)
- promuovere la gestione e/o l'adeguamento degli impianti termici per il miglioramento della qualità ambientale, il contenimento dei consumi energetici e lo sviluppo di fonti rinnovabili.
Vediamo, in dettaglio, alcune delle azioni previste:
- Promozione della conversione a metano di impianti termici civili ed industriali e il completamento della rete di distribuzione del metano per il riscaldamento (l'Università di Trento conferma che il metano è il combustibile meno impattante, in particolare per le polveri sottili (PM10) ndr)
Il metano è favorito in quanto può essere impiegato con caldaie ad alta efficenza termica e questo comporta risparmi di gas e ovviamente di inquinamento.
Le caldaie a metano ad alta efficenza sono da preferire in quanto inquinano molto meno degli impianti a combustibili liquidi e solidi. La nuova rete del gas si dovrà realizzare nelle zone dove l'inquinamento è maggiore e sostituirà il gasolio.
Poichè gran parte dei centri urbani sono metanizzati, il contributo alla riduzione dell'inquinamento globale della Provincia di questo intervento si "limiterà" a 8 tonnellate/anno di PM10.
- Incentivazione alla sostituzione di impianti a legna domestici più inquinanti con tecnologie ad alta efficenza
La sostituzione degli impianti a legna tradizionali con altri alimentati a metano comporterebbe una drastica riduzione delle emissioni di particolato, ma la non completa copertura del territorio con la rete di distribuzione del metano e la notevole disponibilità di combustibile legnoso inducono a pensare che sia opportuno uno sfruttamento sostenibile di questa risorsa.
La sostituzione di tutti gli impianti a legna più inquinanti con impianti moderni, alimentati a legna comporterebbe la riduzione di 1.145-1. 264 tonnellate/anno di PM10
- favorire la diffusione di impianti di teleriscaldamento a biomassa nelle località non raggiunte dalla rete del gas metano
La realizzazione di impianti di teleriscaldamento alimentato con cippato, principalmente derivante da scarti di attività industriali (segherie, falegnamerie...) o agricole (residui di potature, ramaglie..) porta ad una riduzione delle emissioni se ubicati in zone non servite dal metano ed installati in sostituzione di apparecchi privati obsoleti.
Se ne dovranno valutare gli effettivi vantaggi in zone gia servite dalla rete del gas, in particolare per le emissioni di PM10 e SO2.
La realizzazione di reti di teleriscaldamento alimentate a biomasse potrebbero comportare la riduzione di 30 tonnellate/anno di PM10
COMMENTO
Dal 1995 al 2004, nella provincia di Trento (Figura 1) la principale fonte di PM10 sono stati gli impianti di combustione non industriali (riscaldamento domestico) che nel 2004 hanno prodotto 1.473 tonnellate di polveri sottili (il 55% delle emissioni totali di polveri). Nonostante che metano e gasolio siano le principali fonti energetiche utilizzate per il riscaldamento domestico, la maggior parte di queste polveri (stima: 1.145 - 1.264 tonnellate) sono prodotte dagli impianti di riscaldamento alimentate a legna di tipo tradizionale.
All'uso della legna per il riscaldamento sono da attribuire anche gran parte dei 464 chili di benzopirene, stimati essere emessi nel territorio trentino durante il 2004, su un totale di 489 chili di benzopirene emessi da tutte le fonti (4,15 kg di benzopirene sono attribuiti al traffico).
Pertanto, anche per la provincia di Trento, come in Lombardia e nel resto d'Europa, si conferma come l'uso energetico della legna sia stata la principale fonte di inquinamento dell'aria in particolare per le polveri sottili e il benzopirene.
Nella provincia di Trento, il traffico, nel suo complesso, è la seconda fonte di polveri sottili, con 944 tonnellate nel 2004, pari al 34% del totale delle emissioni di PM10.
Come già avvenuto in numerosi altri paesi come Svezia, Stati Uniti, anche nel Trentino, non potendo utilizzare il metano come fonte energetica, nei paesi non serviti dalla rete di distribuzione del gas, si cerca, in modo razionale, di ridurre il problema incentivando la sostituzione di impianti termici tradizionali con impianti più efficienti.
Sullo stesso argomento
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domenica 29 dicembre 2013
Il crescente uso di biocombustibili preoccupa la UE
| FIGURA 1. Andamento del consumo di biomasse nei paesi della Unione Europea (1990-2011) per usi domestici e la produzione di elettricità e calore |
Anche il settore domestico europeo ha visto la crescita dei consumi di biomasse, prevalentemente legnose e, in entrambi i casi, la crescita è spiegata dagli incentivi pubblici alle fonti di energia rinnovabile ma anche dagli aumenti dei costi dei combustibili fossili e dalla recessione economica che spinge all'uso di combustibili più economici.
Nel rapporto 2013 sugli indicatori ambientali, edito dalla Agenzia Europea per l'Ambiente, questa crescita suscita qualche preoccupazione.
"Un aumento dell'uso di biomasse forestali è fonte di preoccupazione in quanto potrebbero essere necessari decenni per far si che la ricrescita del bosco tagliato possa controbilanciare l'iniziali rilascio di carbonio dal legname bruciato e dal terreno disboscato. La combustione di tutte le biomasse provoca l'emissione di gas clima alteranti e di inquinanti atmosferici.
Questo significa che in assenza di adeguati accorgimenti, alcuni usi energetici delle biomasse potrebbero offrire pochi vantaggi, rispetto ai combustibili fossili (EEA, 2013)".
Tra gli adeguati accorgimenti, normalmente assenti nei progetti di centrali a biomasse presentati in Italia, il teleriscaldamento, i cui alti costi di installazione sono sempre demandati ai Comuni ospitanti.
Senza teleriscaldamento, all'inquinamento degli impianti di riscaldamento domestici presenti nel Comune ospitante si aggiunge quello della centrale a biomasse e del traffico pesante indotto dalla centrale, per il conferimento delle biomasse e il ritiro delle ceneri.
Per l'Agenzia Europea per l'Ambiente, l'aumento del 56% della legna utilizzata per il riscaldamento domestico tra il 1990 e il 2011, anche se più contenuto degli usi termoelettrici, è ancora più preoccupante.
"La mancanza di filtri negli impianti di riscaldamento domestici significa che, in questo momento nei paesi dell'Unione Europea, le abitazioni sono la principale fonte di emissione di polveri fini e i loro abitanti sono i soggetti più direttamente esposti a queste emissioni.
L'aumento del ricorso a legname per il riscaldamento domestico crea ulteriori preoccupazioni sulla possibilità che le pratiche forestali utilizzate siano poco sostenibili (ndr: con tagli annuali superiori alla capacità rigenerativa del bosco)"
Nel prossimo post, vedremo quali dovrebbero essere le scelte razionali per gli usi energetici delle biomasse legnose che la politica nazionale dovrebbe promuovere.
Sullo stesso argomento:
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- La legna peggiora la qualità dell'aria: polveri sottili
- Centrali a biomasse: tutte illegali
martedì 24 dicembre 2013
La qualità dell'aria. Bene comune disponibile alle leggi del mercato dei bio combustibili?
In Italia, di pari passo con lo sviluppo industriale e l'abbandono delle tradizionali attività agricole, forestali e artigianali, si sono ridotte le aree del Paese in cui la qualità dell' aria potrebbe definirsi buona, in base ai criteri stabiliti dalle Leggi nazionali.
Il Decreto legislativo 155 del 2010, individua i composti tossici pericolosi per la salute, la cui presenza nell'aria deve essere regolarmente controllata per verificare che le loro concentrazioni medie siano inferiori a specifici valori,definiti come obbiettivi di qualità dell'aria.
Ad esempio l'obiettivo di qualità per le polveri sottili, in particolare per quelle il cui diametro è inferiore a 10 micron (10 millesimi di millimetro) e definite PM10 è stato stabilito pari a 40 microgrammi (milionesimo di grammo) per metro cubo d'aria, come media annuale.
Questo significa che, se 365 misure giornaliere di PM10, realizzate regolarmente nell'arco di un anno, fanno registrare un valore medio superiore a 40 ug/m3 (ad esempio 41 ug/m3), il territorio controllato dalla centralina e' fuori legge, in quanto la qualità della sua aria è peggiore a quella che la Legge, oggi giudica accettabile per la salute di chi quell'aria respira.
In questo caso, il Decreto impone alle Regioni interessate l'attivazione d'interventi finalizzati a migliorare la qualità dell'aria e a portarla a valori, almeno pari all'obiettivo di qualità, in questo esempio 40 ug/m3.
Per raggiungere quest’obiettivo e' necessario individuare la fonte che produce la maggiore quantità di polveri sottili e adottare tutte gli accorgimenti utili per ridurre le sue emissioni in atmosfera.
I monitoraggi effettuati dopo gli interventi di risanamento faranno fede sull’efficacia degli interventi adottati: anno dopo anno la concentrazione media di PM10 deve essere inferiore a 40 ug/m3 e più bassi saranno i valori riscontrati, meglio sarà.
Quest’ obiettivo si può raggiungere adottando trattamenti fumi più efficienti (filtri a maniche, marmitte catalitiche), utilizzando combustibili più "puliti (metano al posto del carbone e del gasolio), aumentando l'efficienza energetica degli impianti e delle abitazioni.
Oggi, in Italia, la rete di monitoraggio segnala che gran parte delle aree industriali e delle aree urbane del nostro Paese non rispettano gli obiettivo di qualità per il PM10.
In
particolare e' "fuorilegge" gran parte della Pianura Padana, dove si concentrano le centraline che nel 2011
hanno registrato almeno 35 giorni con concentrazioni di PM10 superiori a 50
microgrammi per metro cubo (ug/m3).
Questo dato negativo è stato registrato presso 212 centraline di monitoraggio, il 48% di tutte le centraline di monitoraggio operative in Italia nel 2011.
La Tabella 1 riporta, in dettaglio, le misure dell’inquinamento da PM10 registrate nelle zone trafficate di alcune città e i valori contemporaneamente registrati in alcune aree rurali del nostro Paese. Nella Tabella sono riportati in grassetto i valori superiori ai limiti di legge definiti dal Decreto Legislativo n.155 del 2010.
TABELLA 1 Concentrazioni di PM10 e numero di giorni con superamenti di 50 ug/m3 nel 2011
Media
annuale
microgrammi/m3
|
n.
giorni con valori di PM10 superiori a
50 microgrammi/m3
|
|
Aree
urbane trafficate
|
||
Torino
|
50
|
133
|
Brescia
|
42
|
105
|
Milano
|
50
|
131
|
Parma
|
42
|
93
|
Verona
|
48
|
128
|
Padova
|
42
|
93
|
Firenze
|
38
|
59
|
Terni
|
36
|
69
|
Aree
rurali
|
||
Renon
(Bolzano)
|
9
|
0
|
Piana
rotaliana (Trento)
|
25
|
19
|
Cavaso
del Tomba (Treviso)
|
19
|
19
|
Denice
Costa (Alessandria)
|
17
|
9
|
Donnas
(Aosta)
|
22
|
39
|
Febbio
/ Reggio E.
|
9
|
0
|
Casa
Stabbi (Arezzo)
|
13
|
0
|
Brufa
(Perugia)
|
20
|
14
|
Qualità dell'aria in zone rurali e montane
Le
aree rurali del nostro Paese sono state individuate come zone di controllo
dell'inquinamento atmosferico prodotto dai cosiddetti inquinanti primari,
quelli direttamente prodotti dalle attività umane: traffico, riscaldamento
domestico, attività produttive.
La Tabella 1 mostra che queste aree, e i loro abitanti, nel 2011 hanno goduto di un’ottima qualità dell’aria con valori medi annuali delle PM10 nettamente inferiori agli attuali limiti di legge.
Anche il numero di giorni con elevato inquinamento (PM10 superiore a 50 microgrammi/m3) è molto basso.
Nei casi riportati nella Tabella1 solo il sito di Donnas, in Val d’Aosta fa registrare un lieve superamento del limite massimo di 35 giorni all’anno.
Quest’invidiabile caratteristica, che si accompagna ad altre rare qualità di queste zone del nostro Paese (scarso traffico veicolare, bassa densità abitativa, bassi livelli di rumore, bel paesaggio, clima mite, buona cucina, ottima accoglienza, produzioni agro-alimentari di qualità) ricercate da turisti e villeggianti, da qualche tempo è sotto attacco a causa del proliferare di progetti e costruzioni di centrali termoelettriche alimentate a biomasse legnose.
Questa novità interessa in particolare le zone collinari e montane del nostro paese, dove la “pulizia” di grandi boschi è diventata la scusa per realizzare facili guadagni usando la legna per produrre energia elettrica, pratica che gode d’interessanti incentivi pubblici, garantiti dal Gestore dell’Energia per almeno 15 anni.
Poiché non tutti lo sanno, è utile ricordare che questi soldi vengono da una tassa sulla bolletta della luce (denominata A3), introdotta nel 1999 per incentivare le fonti di energia rinnovabile e che, mediamente, pesa nel bilancio famigliare con 83 euro all’anno, usati per alimentare il mercato dei “Certificati Verdi”.
Grazie ai Certificati Verdi chi produce elettricità da fonti rinnovabili, riceve dal Gestore della Rete un compenso, per ogni chilowattore immesso in rete, circa tre volte maggiore di quello pagato all’elettricità da fonte fossile (carbone, metano).
Quanto pesa una centrale a biomasse sul territorio che le ospita
La normativa a tutela dell’ambiente e della salute richiede alle Regioni di redigere piani di risanamento dell’aria.
Tra
gli strumenti tecnici utili per redigere il piano di risanamento è prevista la
stima delle emissioni d’inquinanti prodotti annualmente dalle principali fonti
civili ed industriali presenti sul territorio di ciascun comune.
In questo modo si valuta la pressione ambientale che queste attività esercitano sul territorio e si possono facilmente individuare le priorità d’intervento.
Questa stima si realizza tramite un censimento di tutte le fonti emissive e il successivo calcolo dell’inquinamento prodotto annualmente da ciascuna fonte a cui si applicano specifici fattori di emissione, elaborati a livello europeo
In questo capitolo prenderemo due centrali a biomassa, che denomineremo Centrale A e Centrale B, recentemente proposte nel centro Italia.
I Comuni che dovrebbero ospitarle si trovano in aree collinari, con importanti superfici boscate, in un contesto a prevalente attività agricola e turistica.
La popolazione dei Comuni che dovrebbero ospitare le due centrali è, rispettivamente di 7.500 e 1.500 abitanti.
In entrambi i Comuni, gli standard di qualità dell’aria degl’inquinanti primari sono ampiamente e costantemente rispettati.
Le due centrali, hanno una potenza elettrica installata, inferiore a 1 Mega watt (1000 Kilo watt) e utilizzano biomasse legnose (centrale A 18.000 ton/anno; centrale B: 11.400 ton/anno).
Per produrre elettricità le centrali utilizzano due diverse tecnologie: forno a griglia nella Centrale A; piro-gassificazione della biomassa e uso del gas prodotto (syngas: miscela di ossido di carbonio e metano) per alimentare motori a combustione interna abbinati ad alternatori, nella Centrale B.
Entrambe le centrali prevedono moderne linee di trattamento fumi: catalizzatori per ridurre gli ossidi di azoto e filtri a maniche per le polveri sottili
Le due centrali producono prevalentemente elettricità che è immessa nella rete elettrica e, in entrambi i progetti, non si prevedono significativi recuperi di calore per il tele-riscaldamento degli edifici e abitazioni.
Per entrambi le centrali sono state calcolate le quantità d’inquinanti che immetteranno nell’ambiente durante il loro funzionamento che è previsto continuo per 24 ore su 24, con le sole interruzioni programmate per la manutenzione degli impianti, stimati pari a una trentina di giorni all’anno.
Il calcolo delle emissioni annuali è stato fatto in base alle concentrazioni medie degli inquinanti presenti nei fumi, valori dichiarati dai proponenti, e alla portata dei camini. In tutti i due casi le concentrazioni di inquinanti, in uscita dai camini, sono ampiamente inferiori ai limiti di legge.
Le Tabelle 2 e 3 riportano i valori delle emissioni annuali delle Centrali A e B e le stime delle emissioni annuali provenienti da tutte le fonti inquinanti presenti nei rispettivi territori comunali (traffico, riscaldamento domestico, agricoltura…).
TABELLA 2: Centrale
A: stima della quantità d’inquinanti emessi da tutte le attuali fonti presenti
sul territorio comunale e delle emissioni annuali della centrale
Inquinante
|
Emissioni totali territorio comunale
tonnellate/anno
|
Emissioni
centrale A
tonnellate/anno
|
Variazione
%
|
Polveri totali
|
57 ^
|
1,3
|
+ 2,3
|
Anidride solforosa
|
9
|
6,6
|
+ 73,3
|
Ossidi di azoto
|
123
|
26,3
|
+ 21,4
|
Monossido di carbonio
|
804
|
6,6
|
+ 0,6
|
^ PM10
TABELLA 3. Centrale B: stima della quantità d’inquinanti
emessi da tutte le attuali fonti presenti sul territorio comunale e delle
emissioni annuali della centrale
Inquinante
|
Emissioni
totali
territorio
comunale
tonnellate/anno
|
Emissioni
centrale B
tonnellate/anno
|
Variazione
%
|
Polveri
totali
|
16,1
^
|
0,82 ^
|
+
5,1
|
Anidride
solforosa
|
1,1
|
12,3
|
+
1.118
|
Ossidi
di azoto
|
14,5
|
16,1
|
+
111
|
Monossido
di carbonio
|
124,7
|
16,4
|
+
13,1
|
^ PM10
Le
Tabelle 2 e 3 mostrano come la pressione
ambientale esercitata da ognuna delle
centrali a biomasse sul territorio ospitante potrebbe essere tutt’altro che trascurabile.
Per entrambi i Comuni, la pressione maggiore deriverebbe dall’immissione in atmosfera di anidride solforosa e di ossidi di azoto.
Più contenute, ma non trascurabili le quantità di polveri che le centrali a biomasse potrebbero aggiungere all’aria dei territori che dovrebbero ospitarle.
In termini relativi, la centrale B sarebbe quella che eserciterebbe la pressione maggiore sul territorio ospitante.
La Tabella 3 mostra che, nel Comune B, con l’entrata in funzione della centrale a biomasse raddoppierebbero le emissioni di ossidi di azoto mentre la quantità di ossidi zolfo aumenterebbe di ben 11 volte.
Tutto questo ha una semplice spiegazione.
Il Comune B ha una popolazione di un migliaio di abitanti, non ospita attività industriali e il suo unico inquinamento di una certa importanza è quello del riscaldamento invernale, peraltro non particolarmente elevato, in quanto il paese è servito dalla rete di distribuzione del gas naturale.
Non a caso, il turismo estivo e le attività a esso correlato sono la principale fonte di reddito dei residenti del Comune B.
Con le centrali a biomasse come cambia la qualità dell’aria?
Ovviamente
l’immissione in atmosfera di diverse tonnellate di’inquinanti peggiorerà la
qualità dell’aria dei territori sottovento agli impianti.
Gli stessi proponenti confermano che le concentrazioni medie al suolo aumenteranno, ma poiché la somma dell’attuale inquinamento e di quello nuovo prodotto dalle centrali comporterà valori inferiori ai limiti di Legge, questo peggioramento è considerato accettabile.
Le Aziende Locali Sanitarie (ASL), a cui è delegato il parere sanitario sugli impianti, hanno fatto proprie queste affermazioni e di fatto autorizzato l’inquinamento.
Stupisce che l’autorizzazione delle ASL all’entrata in funzione delle centrali a biomasse non abbia tenuto conto delle recentissime raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che, alla luce di studi epidemiologici condotti in Europa, ha riconosciuto che rischi sanitari gravi sono stati riscontrati anche a concentrazioni di PM2,5 inferiori a 10 ug/m3, ossia inferiori ai limiti che la nostra Legislazione prevede di introdurre nel 2020.
Riteniamo anche discutibile che le ASL non abbiano tenuto conto della possibile presenza di aree sensibili, nelle immediate vicinanze delle centrali, quali scuole e impianti sportivi.
In questi casi, quanto meno, riteniamo che sarebbe stato doveroso, da parte delle ASL, invocare il Principio di Precauzione a tutela della salute della popolazione più giovane.
Le stesse ASL, conseguentemente, avrebbe dovuto esprimere un proprio giudizio negativo rispetto al fatto che l’attività delle centrali non preveda efficaci interventi di teleriscaldamento.
L’utilizzo del calore a bassa
temperatura (pari a circa l’80% del potere calorifico del cippato utilizzato),
con un adeguato dimensionamento dell’impianto, durante il periodo invernale,
avrebbe potuto permettere lo spegnimento di numerosi impianti termici utilizzati
nei due Comuni, in particolare quelli alimentati a legna.
Certamente impianti domestici
alimentati a legna di vecchia generazione (camini aperti, stufe), a parità di
calore prodotto, emettono in atmosfera una maggiore quantità d’inquinanti rispetto a quelli emessi dalle centrali a biomasse.
Una progettazione delle centrali che
fosse partita dall’analisi dei bisogni energetici del territorio ospitante gli impianti, con una cogenerazione a misura delle esigenze locali, avrebbe
potuto ottemperare agli obiettivi del D.lgs 155/2010, addirittura migliorando
ulteriormente la qualità dell’aria del Comune ospitante, qualora le emissioni spente
avessero un carico inquinante superiore a quello della centrale.
Sullo stesso argomento:
- Polveri sottili e caminetti in Baviera e Lombardia.
- La legna peggiora la qualità dell'aria: IPA
- La legna peggiora la qualità dell'aria: polveri sottili
- Centrali a biomasse: tutte illegali
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