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domenica 12 marzo 2017

Il compostaggio perduto

Impianto di compostaggio chiuso, cartello stradale ancora  affisso

Google Map ci informa che lungo via Carpenara, al n° 71, in val Varenna alle spalle di Pegli, c'è ancora il cartello di AMIU che segnala la presenza dell' impianto di compostaggio di sua proprietà, oggi un impianto fantasma, chiuso nel 2010.



Fig. 1 Immagine satellitare del sito che ospitava l'impianto di compostaggio AMIU

Le immagini satellitari, scattate nel 2017, mostrano che nel sito, abbandonato nel 2010 per pericoli di frane messe in moto da uno dei primi nubifragi che ha colpito la città, ci sono ancora i capannoni che ospitavano le quattro bio-celle dove, per insufflazione di aria, avveniva il compostaggio di circa 9.000 tonnellate/anno di frazioni organiche e davanti alle bio-celle ci sono  i quattro capannoni in cui si maturava il compost fresco che, prove agronomiche avevano dimostrato essere di ottima qualità.

Per questo motivo le 5.000 tonnellate di compost che ogni anno l'impianto produceva avrebbero potuto trovare acquirenti interessati a ritirarlo e a pagarlo.

Nella parte alta della Figura 1  si vede il capannone che ospitava il biofiltro e la conduttura che qui riceveva l'aria carica di sostanze odorigene, prodotte dal compostaggio.  Nel bio filtro una adeguata popolazione di batteri, fatta crescere su un letto di cippato di legno, provvedeva a ridurre significativamente il carico organico presente nell'aria immessa nuovamente nell'ambiente.

Nella parte bassa della immagine satellitare si vede anche il capannone utilizzato in questo sito per valorizzare lo "zetto", le macerie  prodotte da restauri edilizi che, raccolte in modo indifferenziato, opportune macine trasformano in  sabbia e ghiaia riutilizzabile per produrre manufatti in cemento.

Seguono alcune immagini riprese nel 2008, quando l'impianto era ancora in funzione.

Fig. 2 Le biocelle dove scarti organici mescolati a cippato di legno sono trasformati in compost

Fig. 3 Cumuli di compost maturo pronto per l'uso

Fig. 4 Visione d'insieme dell'impianto (giugno 2008)
La domanda che viene spontanea è che, vista l'emergenza Scarpino che ci costringe ad esportare fuori regione a caro prezzo ( 100 €/tonnellata) la frazione organica raccolta in città, perchè non si pensa di recuperare le strutture e i macchinari ancora funzionanti e trasferire in luogo più comodo e sicuro l'impianto?

L'immagine satellitare mostra che bisognerebbe trovare poco più di un ettaro di superficie  (circa 13.000 metri quadrati ) per riattivare un impianto come questo, un rettangolo di 100 x 130 metri, più o meno quelli necessari per un campo di calcio.

Sembra strano, ma nessuno e' stato capace di  trovare nel territorio comunale o provinciale questo ettaro di terreno che, con case distanti 200-300 metri, in totale sicurezza e usando solo competenze AMIU,  potrebbe permetterci di risolvere una parte del problema e di risparmiare un bel pò di soldi.

Tanto per dare un'idea, l'attuale progetto pilota di raccolta Porta a Porta attivato a Quarto Alto e Colle degli Ometti, con il suo 85% di raccolta differenziata, intercetta annualmente circa 250 tonnellate di un'ottima frazione organica che non aspetta altro che di essere compostata in un impianto come quello della Val Varenna.

Novemila tonnellate di frazione organica, corrispondono alla produzione annuale di circa 130.000 genovesi, guarda caso proprio il numero di persone che entro la fine del 2017 il progetto di raccolta differenziata elaborato dal Consorzio Nazionale Imballaggi (CONAI)  avrebbe coinvolto nella raccolta Porta a Porta che, nonostante i tanti "gufi",  a Quarto sta funzionando alla grande con una percentuale di raccolta differenziata superiore all' 80%.

Che si aspetta?
Chi mette i bastoni tra le ruote?
Quali sono i motivi per cui non si fanno scelte semplici e di interesse per la città?

Sullo stesso argomento:

- Chi ha paura del Porta a Porta?
- L'Isola Ecologica che non c'è
- Come si riduce la TARI senza IREN






lunedì 12 dicembre 2016

Chi inquina le nostre città? PM10

Foto satellitare 17 marzo 2016
In questi giorni molte città italiane sono in emergenza smog.

Torino, Alessandria, Milano, Padova, Venezia, Frosinone, Roma e Napoli  hanno superato i limiti di legge per le polveri sottili (PM10 e PM2,5) e i loro sindaci cercano di correre ai ripari limitando la circolazione alle autovetture più vecchie, ma c'è da scommetterci: queste misure non abbasseranno l'inquinamento e l'emergenza la risolverà, ancora una volta, solo il ritorno della bassa pressione e del maltempo.

In ogni caso, ancora una volta, il nostro Paese non sarà riuscito a rispettare le proprie leggi a tutela della qualità dell'aria e della salute dei propri cittadini e giustamente dovremo pagare all'Unione Europea la multa miliardaria (sic) per mancato rispetto delle norme comunitarie.

Non usciremo da questa situazione senza la presa d'atto che oggi, in Italia, la principale fonte di polveri sottili non è più il traffico ma l'uso di legna per il riscaldamento domestico.

Fig 1 Andamento delle emissioni di PM2,5 da trasporto stradale e da impianti di riscaldamento (1990-2012)



La Figura 1 mostra l'andamento delle emissioni di PM2,5 da traffico veicolare e da impianti di riscaldamento domestico in Italia, dal 1990 al 2012, secondo le stime di ISPRA.

Il grafico si basa sulla stima delle emissioni fatta da Ispra ambiente e mostra come, a fronte di una progressiva riduzione delle emissioni veicolari, grazie a marmitte catalittiche sempre più efficaci, a partire da 2003, le emissioni di polveri derivanti dal riscaldamento domestico, hanno superato quelle veicolari e sono in costante aumento.

Questo dato dipende dal fatto che circa quindici anni or sono, gli italiani hanno scoperto le stufe a pellet di legno e il costo relativamente basso di questo combustibile e per questi motivi molte famiglie sono passate dal metano al pellet.

Fig 2 Andamento del consumo di pellet di legno (tonnellate/anno) in Italia  2000-2011


La Figura 2 illustra la crescita esponenziale della vendita di pellet di legno nel nostro paese che, nel 2012, ha superato i due milioni di tonnellate.

Il problema è che se il metano costa di più del pellet, la combustione del metano emette quantità molto inferiori di polveri sottili rispetto a quelle prodotte bruciando legna.

la Tabella che segue riporta i Fattori di Emissione di impianti di riscaldamento, alimentati con combustibili a legna e a metano, in altre parole quanti grammi di polveri emettono diversi impianti di riscaldamento domestico, a parità di calore prodotto.
In questo caso la quantita' di calore di riferimento è un giga Joule, il calore prodotto dalla combustione di  circa 25 metri cubi di metano

                                          grammi/gigaJoule
  • Caminetto aperto            700
  • Stufa tradizionale            500 
  • Caminetto chiuso            300  
  • Stufa moderna                 150
  • Stufa a pellet                     50   
  • Caldaia a metano             0,2  
Pertanto, in base a questa tabella,  la rinuncia al metano, a favore del pellet, comporta un qualche risparmio di danaro ma inevitabilmente produce anche una  emissione di polveri sottili maggiore di 250 volte; se la legna si usa con stufe e caminetti la quantità di polveri sottili immessa in atmosfera è di gran lunga maggiore fino a 3.500 volte, con i caminetti aperti

Anche per impianti industriali il passaggio da metano a combustibili  "alternativi" quali biomasse legnose e rifiuti urbani, a parità di energia termica prodotta peggiora le emissioni in atmosfera

                                                   grammi/gigaJoule
  • Termovalorizzatore rifiuti          9,5
  • Centrali biomasse                      3,5
  • Centrali a metano                       0,2 
In base a questi fattori di emissione si evidenzia come anche  la scelta di tele-riscaldare con rifiuti o biomasse legnose, edifici che potrebbero utilizzare metano, comporti un significativo peggioramento della qualità dell'aria.

E ovviamente la scelta governativa di dare il via a otto nuovi termovalorizzatori e a mantenere gli incentivi a chi produce energia bruciando biomasse non aiuta certamente a rispettare gli obiettivi di qualità dell'aria e altrettanto dicasi per il via libera alla combustione di ramaglie, potature e legna spiaggiata dole le alluvioni.

In base agli specifici fattori di emissione di processi di combustione in uso nelnostro paese ISPRA ha stimato che le polveri sottili PM10 emessi annualmente nell'atmosfera del nostro paese siano ripartite come mostra la Figura 3.

Fig 3 Contributo delle principali fonti emissive di PM10 in Italia nel 2013
La Figura 3 mostra che in Italia, nel 2013, circa il 53% delle PM10 immesse in atmosfera proveniva dagli impianti di riscaldamento domestico alimentato a biomasse (legno e pellet), il traffico veicolare è stato responsabile dell'11,2 % delle polveri, mentre tutti gli impianti di riscaldamento a metano hanno prodotto solo lo 0,1% di PM10, dieci volte di meno dei "termovalorizzatori".

In valore assoluto, in base alle stime ISPRA, nel 2011 gli impianti di riscaldamento domestici alimentati a biomasse hanno emesso 53.500 tonnellate di PM10, quelli a metano 136 tonnellate.

Nello steso anno, le centrali elettriche alimentate a biomasse e gli inceneritori di rifiuti hanno prodotto rispettivamente 254 e 627 tonnellate di polveri.

Certamente sfugge alla percezione collettiva, ma l'inalazione di queste polveri, anche quelle prodotte  bruciando legna ha un pesante effetto sulla salute delle popolazioni esposte 

L'agenzia europea per l'ambiente ha stimato che, a causa dell'esposizione a polveri sottili (PM2,5) in Italia, nel 2012, ci sono state 59.300 morti precoci .

Sono morti evitabili con incisive politiche di riduzione delle emissioni, politiche fin'ora assenti. 

Se voi foste al governo di questo Paese, alla luce di questi dati, quali scelte fareste per ridurre l'inquinamento dell'aria e quindi tutelare la salute degli italiani?

Dubito che decidereste di ridurre l'IVA sui pellet.

Ebbene è proprio quello che il governo Renzi si proponeva di fare con la legge di stabilità del 2016: ridurre l' IVA sui pellet dal 22 al 10%, ipotesi per fortuna rientrata, forse anche grazie al bicameralismo perfetto.

Resta il fatto che il metano, nonostante gli indubbi vantaggi ambientali, subisca un carico fiscale (IVA e accise varie) pari al  25%.
         





 

lunedì 1 agosto 2016

Tremiti a rifiuti zero

Le isole Tremiti
Sono appena rientrato da una piacevole vacanza alla scoperta delle Tremiti, ospite del villaggio del Touring Club, uno dei  principali centri turistici delle isole che, in confortevoli capanni distribuiti in un bosco di pini di Aleppo, ospita circa 500 persone, dalla fine di maggio alla fine di settembre.

Cala degli inglesi

Durante il periodo estivo, i soli frequentatori del villaggio Touring Club raddoppiano la popolazione stanziale (455 abitanti) delle due isole abitate: San Domino e San Nicola.

E questo crea non pochi problemi, quali l'approvviggionamento d'acqua che avviene tramite l'arrivo giornaliero di una nave cisterna e la gestione dei rifiuti che, caricati su apposite navi, sono trasportati fino al vicino porto di Termoli e di qui avviati allo smaltimento.

Come i miei lettori possono immaginare la mia vocazione di rifiutologo, anche in vacanza  non poteva rinunciare all'idea di indagare su come fosse possibile trovare soluzioni più razionali a questo problema, in particolare agli inevitabili scarti della mensa del villaggio.

I capanni del Villaggio Touring
E così, alla fine di una cena, ho incontrato il Direttore del villaggio e con lui ho fatto due chiacchiere per verificare se il Touring Club, tra le tante sue iniziative a favore del turismo, potesse farsi promotore di un progetto per trasformare i suoi tre villaggi turistici (Tremiti, Maddalena e Marina di Camerota) in altrettanti centri di eccellenza a basso impatto rifiuti.

L'idea potrebbe essere questa: il villaggio, nel corso dei circa 4 mesi di apertura, per la preparazione dei pasti e gli avanzi di cibo  produce circa 30 tonnellate di scarti organici.

Questi scarti, invece di trovare sul continente un costoso e nebuloso smaltimento, potrebbero essere trattati sull'isola, in un impianto di compostaggio di comunità, gestiti insieme da Touring Club e Comune, di capacità idonea alla produzione estiva di organico del villaggio e dei vicini ristoranti ed alberghi.

L'impianto potrebbe anche ricevere gli scarti verdi di giardini, orti e del bosco di pini e il compost prodotto non dovrebbe avere problemi ad essere utilizzato nei tanto orti e vigneti presenti sull'isola.

Nei mesi invernali, lo stesso impianto, a carico ridotto, potrebbe coprire le esigenze di trattamento degli scarti della popolazione residente.

Ovviamente bisogna fare uno studio più preciso per individure il  modello di gestione ed il corretto dimensionamento dell'impianto che potrebbe anche essere modulare, per dare una corretta e completa risposta alle diverse produzioni stagional, ma evidente che il modello, una volta messo a punto, potrebbe essere un qualificato riferimento per tutte le altre isole minori del nostro Paese.

Si può fare.




mercoledì 16 marzo 2016

Trivelle per tutti: il raschia-barile dello "sblocca Italia".


Siamo ad un mese dall'appuntamento referendario in cui, il 17 aprile 2016,  gli Italiani potranno esprimere il proprio parere sulle scelte energetiche del Paese ed in particolare sul via libera ad ulteriori trivellazioni petrolifere.

La volata a questa scelta l'ha data Monti nel 2013, con l'approvazione della Strategia Energetica Nazionale (SEN).

L' "assist" e' stato fornito da Prodi, che ci ha ricordato tutto il petrolio che giace sotto ai nostri piedi  e Renzi, il vecchio che avanza, ha concluso l'opera, con l'approvazione del decreto "Sblocca Italia".

Con questo atto, in barba ai tanti "comitatini", Renzi ha regalato, ha dato in concessione, il nostro Paese alle multinazionali le quali, grazie a questo decreto, potranno liberamente, ancor più di quanto non stiano già facendo,  trivellare il Paese e i suoi fondali, alla ricerca dell'ultimo petrolio: i fondi del barile.

Alle multinazionali rimarrà una barcata di soldi (15 miliardi di euro sono gli investimenti previsti, ovviamente ampiamente coperti dalla vendita di petrolio e gas ),  per  noi ci sara solo  un'elemosina sotto forma di "royalties" (333,6 milioni di € nel 2012, 5,4 euro per ogni italiano), qualche posto di lavoro precario e certamente l'inquinamento, nei limiti di legge, della terra, del mare, del suolo.

L'obiettivo di questa svendita è quello di trovare ed estrarre, per qualche decina di anni, l'ultimo gas e l'ultimo petrolio presente in Italia: in tutto, le riserve di gas e petrolio  accertate nel 2012 ammontano a 131 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (TEP), quelle probabili sono 153 milioni di TEP.

Quindi se va bene (riserve accertate + probabili ) disponiamo  di gas e petrolio di produzione nazionale  per 284 milioni di TEP .

Tanto per essere chiari, il nostro attuale consumo annuale di combustibili fossili ( carbone, petrolio, gas) è di 135 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio.

Pertanto, tutto il petrolio e tutto il gas che sicuramente sta sotto ai nostri piedi ci basterebbe per coprire, si e no, due anni di consumi.  E poi?

Eppure in Italia c'è una "miniera" inesauribile che si potrebbe ben conciliare con le altre vocazioni del nostro Paese: la produzione di cibo buono, il bel paesaggio, la cultura.

Questa miniera "verde" è rappresentata dagli scarti agricoli, i reflui zootecnici, gli scarti di cucina che, saggiamente gestiti, con l'aiuto di batteri si degradano a metano (biometano) che, opportunamente raffinato può essere immeso nella rete di distribuzioneì del gas ed utilizzato al posto del metano fossile che oggi compriamo dalla Russia, dalla Libia, dai paesi del Mare del Nord.

Una stima dell'ENEA ha valutato che queste potrebbero essere le produzioni annuali di biometano in Italia, a partire da una serie di scarti che il Paese gia produce e da specifiche coltivazioni agricole non commestibili:

                                                   milioni di metri cubi di biometano/anno
  • Reflui zootecnici                                1.005
  • Scarti di macellazione                            24
  • Frazione organica rifiuti urbani             732
  • Scarti agricoli                                      1.760
  • Coltivazioni non commestibili            1.034
                                           TOTALE             4.555

I 4,5 miliardi di metri cubi di biometano che il nostro Paese potrebbe produrre dai propri scarti, con un impatto ambientale nettamente inferiore a quello delle trivellazioni, trasporto e raffinazione del greggio e del gas naturale, sono circa la metà del volume di gas naturale che, complessivamente (mare e terra), è stato estratto in Italia nel 2012: 8,5 miliardi di metri cubi.

E il piano del governo Renzi prevede che le nuove trivellazioni potrebbero aumentare al massimo del 14% la nostra produzione nazionale di idrocarburi, per un totale di 9,7 miliardi di metri cubi.

Peccato che questa produzione aggiuntiva sia destinata ad esaurirsi in pochi decenni, due o tre al massimo, a seconda delle scelte della velocità  pompaggio delle compagnie petrolifere, le quali sono interessate a far durare il più a lungo possibile il pompaggio di greggio e gas, in quanto gli regaliamo (non facciamo pagare le royalties) 50.000 tonnellate di greggio all'anno.

Al contrario, la produzione nazionale di biometano è di fatto inesauribile, in quanto rinnovabile di anno in anno, non richiede grandi finanziamenti, non obbliga a deleghe alle multinazionali, non contribuisce al cambiamento climatico, è compatibile con il turismo e la produzione agricola di qualità, consuma meno territorio, riduce la nostra bolletta energetica, crea stabile e qualificata occupazione, lascia a casa tutto il suo valore economico, risolve i problemi legati allo smaltimento di questi scarti.

Infine, la produzione di biometano ha un effetto collaterale positivo che l'estrazione di petrolio non ha: la produzione di compost di qualità da usare come ammendante agricolo.
E la mancata necessità di ricorrere a fertilizzanti di sintesi sarebbe un'altra voce positiva al bilancio economico ed ambientale del Paese.

Spetta ora al popolo dei "comitatini" aprirsi al cambiamento in grado di garantire uno sviluppo che duri nel tempo, chiudere al più presto l'era dei berlusca e dei renzi e riappropriarsi della propria sovranità.

Un passo decisivo si farà il 17 aprile, andando in massa a votare, il 50% piu uno, degli aventi diritto al voto e ovviamente facendo trionfare, il SI, la mia scelta.

Sullo stesso argomento:

sabato 5 dicembre 2015

Boschi in cenere o usi più intelligenti di questa risorsa?


La superfice della Liguria è stimata pari a 542.024 ettari e nel 1880 i boschi liguri coprivano 230.000 ettari della regione.

Dopo il pesante disboscamento avvenuto nel corso della seconda guerra mondiale, per produrre carbone di legna a scopo industriale e legna da ardere per uso domestico, il bosco ha cominciato a rioccupare il territorio.

Nel 2015, in base all'inventario Nazionale delle Foreste e dei Serbatoi Forestali di Carbonio (INFC),  la superfice boscata ligure è passata a 397.170 ettari, un aumento del 41% nel corso degli ultimi 70 anni e superiore al valore di 135 anni or sono.

Nell'ultimo decennio, nonostante i frequenti incendi, il bosco ligure è avanzato: 2.270 ettari all'anno, corrispondenti a circa un milione e mezzo di metri cubi di biomassa legnosa, il cui peso (umido) può essere stimato pari ad 1,6 milioni di tonnellate.

Pertanto oggi, con oltre il 71% di territorio coperto da boschi, la Liguria è la regione più verde d'Italia, rispetto alla propria superfice.

Ma questa non è una buona notizia.

L'espansione del bosco ligure è avvenuta spontaneamente e a scapito di aree agricole e di pascolo, abbandonate a causa dell'esodo delle popolazioni verso la costa.

E l'abbandono ha riguardato anche la fitta rete di "bei" per la regimentazione delle acque e le migliaia di chilometri di terrazzamenti, la cui costante manutenzione, nel corso di diversi secoli,  ha garantito la stabilità geologica di questi territori.

Il rinato interesse al paesaggio ligure, compreso quello dell'entroterra, la creazione di parchi regionali e la necessità di contrastare i danni del dissesto idrogeologico, sta riportanto l'attenzione sulla risorsa boschi e sempre più frequentemente si sente parlare di una sua "valorizzazione".

Oggi i boscaioli liguri (387 imprese forestali nel 2012) tagliano annualmente circa 100.000 tonnellate di alberi, con tagliate che interessano mediamente un migliaio di ettari (max: 1.317 ettari nel 2010).

Pertanto questi interventi utilizzano circa il 6% della nuova biomassa e non incidono significamente sull'aumento annuale del carbonio organico stoccato nella vegetazione ligure.

La biomassa legnosa derivante dal disboscamento, nel 70% è utilizzato come legna da ardere, in gran parte per il riscaldamento invernale delle abitazioni dell'entroterra ligure. Segue il legname da triturazione per pannelli in legno (18%) e la produzione di travi e pali (7%).

Ma lo scenario potrebbe presto cambiare.

Il crescente interesse per le fonti di energia rinnovabile, ma ancor di più i generosi incentivi pubblici (Certificati Verdi) regalati all'elettricità prodotta con fonti rinnovabili, sono alla base di un numero crescente di impianti termici (calore e elettricità) alimentati con biomasse legnose.

Ad esempio caldaie a cippato di legno utilizzate per il tele riscaldamento sono già operative a Campoligure (700 kWtermici), Rossiglione (1.100 kWt), Rezzoaglio (150 kWt).

Altri undici impianti alimentati a biomasse legnose risultano operative in Liguria (Rovegno, Arenzano, Saremo, Rocchetta di Vara, Mallare, Calcare, Quigliano, Celle Ligure, Dego, Albenga).

Più problematiche, come abbiamo illustrato in questo blog, sono le centrali termoelettriche alimentate a legna.

A riguardo, in Liguria esiste un progetto che vorrebbe realizzare a Ferrania (SV) una centrale termoelettrica da 11,5  megaWatt elettrici che dovrebbe essere alimentata con 110.000 tonnellate all'anno di cippato di legno ricavato dai boschi intorno all'impianto, ovvero l'attuale, intera produzione di legname realizzata in Liguria.

Dovrebbe bastare questo dato per far nascere sospetti sulla reale sostenibilità ambientale di scelte di questo tipo, anche in considerazione delle oggettive difficoltà di accesso ai boschi liguri.

E la difficoltà di approvviggionamento di legname per coprire il fabbisogno annuale di 35.200 tonnellate di cippato di legno deve essere la causa della chiusura della centrale di Bevera (2,9 megaWatt elettrici), nei pressi di Ventimiglia, motivata da traffico illecito di rifiuti.

Visto quello che sta succedendo in Toscana, in Umbria, nel Trentino Alto Adige, possiamo con facilità prevedere che, in nome della manutenzione dei boschi e delle procedure autorizzative semplificate, anche in Liguria arriveranno decine di richieste di attivare impianti termoelettrici alimentati a legna, di potenza elettrica inferiore ad un megawatt elettrico.

Un impianto da un megawatt (1.000 chilowatt) richiede 10.000 tonnellate/anno di cippato di legno.

La stessa quantità di cippato (10.000 tonnellate) è richiesta, come strutturante, da un impianto di compostaggio per il trattamento di 30.000 tonnellate di scarti organici di origine urbana (scarti da cucina) oppure da un impianto per la digestione anaerobica  di 60.000 tonnellate di frazione organica, con  produzione di biometano e compost.

Una eventuale scelta tra produzione di elettricità oppure di  compost e biometano deve considerare il fatto che, a norma di legge, ognuno di questi tre impianti, annualmente  immette in atmosfera le seguenti quantità di polveri sottili (PM10)
  • 11    tonnellate  PM10  da centrale a biomasse 1 megawatt
  • 0,12 tonnellate  PM10  da combustione 3,6 milioni m3 biometano  
  • nessuna emissione di PM10 da compostaggio 
E' evidente come sia meglio usare la pulizia dei boschi per produrre compost e biometano, tendendo presente che l'inquinamento di quest'ultimo, in ogni caso molto basso, è simile a quello di un pari volume di metano fossile il cui consumo si potrebbe evitare grazie alla digestione anaerobica dei nostri scarti di cucina e all'immissione del biometano nella rete del gas.

Nel 2010 i Liguri e i loro ospiti hanno prodotto 280.000 tonnellate di scarti organici.

Per un loro corretto compostaggio, da effettuare in una decina di impianti di compostaggio distribuiti sul territorio, avremmo bisogno ogni anno di 84.000 tonnellate di cippato.

La regolare pulizia degli alvei dei torrenti e dei versanti dei principali bacini imbriferi liguri potrebbe fornirci queste quantità di legname senza intaccare il patrimonio boschivo che è opportuno che cresca sano anche per aiutarci a contenere le emissioni di gas serra.

Di questo importante ruolo dei nostri boschi parleremo nei prossimi post.





sabato 2 maggio 2015

Bruciar legna non fa bene all'aria delle valli del trentino



Fig. 1 Concentrazione giornaliera di benzopirene a Mezzano (Trento)
Il Trentino è giustamente rinomato per la bellezza del suo paesaggio, la cura dei luoghi, l'ospitalità.

Purtroppo, dati alla mano, alcuni suoi paesi di fondovalle hanno una pessima qualità dell'aria, paragonabile addirittura a quella di aree industriali come quelle di Genova, a causa dell'attività di grandi acciaierie a ciclo integrato.

I paesi sono Mezzano in Primiero  e Storo e la fonte dell'informazione è l'Agenzia Provinciale per la Protezione dell'Ambiente (APPA) che, tra il 2013 e 2014, ha condotto un sistematico monitoraggio della qualità dell'aria in queste due località.

Mezzano in Primiero
Storo
Tra i numerosi inquinanti monitorati, quelli che hanno segnalato superamenti dei limiti di Legge a tutela della qualità dell'aria sono state le polveri sottili (PM10) e il benzopirene.

A Mezzano, dal primo maggio 2013 al 30 aprile 2014, sono stati registrati 31 sforamenti del limite della concentrazione giornaliera delle polveri sottili (50 microgrammi/mc) , circa il doppio di quelli registrati, contemporaneamente, nella stazione di Borgo Valsugana (Figura 2).

A Storo, dal 13 agosto 2013 aml 12 agosto 2014,  gli sforamenti annuali delle polveri sottili sono stati 44.  a fronte di un limite consentito di 35 sforamenti all'anno.


Fig 2. Concentrazione media giornaliera invernale a Mezzano e nella Provincia di Trento


Più preoccupanti, in entrambi i paesi, i livelli di inquinamento del benzopirene, un potente cancerogeno.

A fronte di un limite di 1 nanogrammo per metro cubo di aria (ng/mc), calcolato come media giornaliera, su base annuale, a Mezzano ( Figura 1) e a Storo ( Figura 3) si sono registrati valori medi annuali della concentrazione di benzopirene pari, rispettivamente a 4,5  e 4,3 ng/mc, oltre quattro volte il limite di Legge.

Fig 3. Concentrazione media giornaliera di benzopirene a Storo (Trento)
 Le Figure 1 e 2 riportano le concentrazioni giornaliere di benzopirene registrate nei due paesi nel corso dei dodici mesi di monitoraggio e confrontate con il valore obiettivo della media annuale (1 ng/mc) rappresentata da una linea rossa.

Come si può vedere, in entrambi i casi, il maggiore inquinamento si registra nei mesi invernali, con valori massimi che superano i 30 ng/mc di benzopirene.

Sono valori elevatissimi, che normalmente si trovano solo in aree industriali pesantemente inquinate.

A Genova, nell'area industriale di Cornigliano che ospitava le acciaierie ILVA, quando gli impianti erano nella loro piena attività ( fine anni '90) , sul tetto delle abitazioni sottovento agli impianti, a circa 600 metri di distanza dagli impianti, si registravano valori medi di benzopirene  pari a 4,9 ng/mc, 

A fronte di queste misure, prevalentemente attribuibili alle emissioni della cokeria e nettamente superiori ai limiti di legge, e alla maggiore frequenza di danni alla salute riscontrati nella popolazione esposta, la magistratura genovese ha imposto la chiusura dell'impianto.

Dopo questo intervento, nello stesso sito, nonostante il traffico e le emissioni domestiche, la concentrazione media annuale crollò a 0,3 ng/mc, ampiamente al disotto dei limiti di Legge.

E nelle valli del trentino quale fonte è resposabile dell'inquinamento fuori norma nella stessa misura riscontrata a Genova?

I tecnici dell'APPA sono stati in grado di dare la risposta corretta, utilizzando una tecnica che si basa sulla conoscenza di vere e proprie impronte digitali chimiche che caratterizzano le diverse fonti emissive.

A conferma di quanto era noto da tempo, in entrambi i paesi, la fonte prevalente del benzopirene è la combustione della legna.

La combustione della legna è risultata anche responsabile di gran parte delle polveri sottili trovate nelle due valli, in particolare nel periodo invernale.

Fig 4. Contributo delle diverse fonti alla concentrazione invernale di PM10 a Storo

La Figura 4 mostra il contributo percententuale delle diverse fonti emissive presenti a Storo nel periodo invernale: la combustione delle biomasse (legno) è la fonte del 71% delle polveri sottili presenti nell'aria di questo sito, mentre il traffico veicolare è responsabile solo del 18%.

Trascurabile il contributo naturale inferiore all'1%, mentre le cosidette polveri secondarie, quelle che si formano in atmosfera a seguito di reazioni fotochimiche di inquinanti primari quali anidride solforosa ed ossidi di azoto, rappresentano complessivamente il 12% delle cause del fenomeno.

Pertanto tutti i superamenti dei limiti di legge delle concentrazioni giornaliere delle polveri sottili registrate a Storo e a Mezzano nel periodo invernale sono da attribuire alla combustione della legna.

Le relazioni dell'APPA si limitano a registrare il fenomeno, trovare le cause  e a comunicare i loro risultati  a chi di dovere (Comune, ASL, Provincia ?).

Per quanto riguarda il da farsi, resta da chiarire se a Storo e a Mezzano è arrivato o meno il metano e quindi se gli abitanti di questi due paesi siano costretti, senza possibili alternative, ad usare la legna per riscaldarsi oppure se i costi piu bassi del legno possono spiegare l'elevato uso di questo combustibile anche disponendo di un combustibile molto meno inquinante come il metano.

Ci si potrebbe anche domandare se il pesante inquinamento registrato in quese due vallate sia riconducibile a qualcuna delle tante centrali di cogenerazione ( elettricità e calore) alimentate con biomasse legnose e spesso portate ad esempio di scelta "ecologica".

In ogni caso le misure registrate a Mezzano e Storo segnalano che la salute dei valligiani, in particolare anziani e bambini, è a rischio, a causa di norme di Legge non rispettate.



Sullo stesso argomento:
- Impatti ambientali e sanitari dalla combustione di biomasse legnose 
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- La legna peggiora la qualità dell'aria: polveri sottili
- Uno studio tedesco conferma che bruciare biomasse non è ecologico
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mercoledì 4 marzo 2015

Sconti sulla tassa rifiuti ai genovesi che compostano sul balcone.


La mia compostiera da balcone: tre vasi di coccio
Per tre anni ho sollecitato,  inutilmente,  il Sindaco di Genova, Marco Doria e  l'assessore all'ambiente  Valeria Garotta a tirar fuori dal cassetto la bozza di delibera approntata dalla precedente amministrazione  che estendeva gli sconti sul compostaggio domestico, in vigore dal 2008, anche a chi aveva spazi verdi inferiore a 15 metri quadrati.

Alla fine, grazie al personale interessamente  del presidente AMIU,  Castagna, tutti i genovesi che compostano, indipendentemente dallo spazio disponibile, potranno godere di un piccolo sconto (10 euro) sulla Tassa Rifiuti.

Sarà sufficente compilare un apposito modulo e per tre anni si avrà diritto, ogni anno, a cinque punti da utilizzare entro l'anno per la riduzione tarriffaria prevista per i conferimenti di materiali riciclabili alle isole ecologiche.

Poi basterà portare alle isole ecologiche qualche piccolo elettro-domestico fuori uso, una vecchia sedia, un computer o un cellulare "defunto",  per arrivare ai 10 ecopunti previsti e lo sconto sarà assicurato.

Con questa scelta, opportunamente pubblicizzata,  sarà più facile convertire al compostaggio domestico tutte le 80.000 famiglie genovesi che, in base a statistiche nazionali, già oggi si dedicano con regolarità al giardinaggio.

Queste famiglie producono annualmente 12.000 tonnellate di scarti di cucina che, grazie al compostaggio domestico, potrebbero essere trasformati in circa 3.600 tonnellate di terriccio fertile (compost) da utilizzare nei propri vasi da fiori, nell'orto, nel giardino, nelle fasce terrazzate, nei tanti orti urbani che stanno sorgendo in città.

E i conti economici di questa piccola possibile rivoluzione sono molto interessanti.

A fronte di 800.000 euro di sconto sulla TARI, dati alle famiglie compostatrici, il Comune di Genova risparmierebbe 960.000 euro in evitato trattamento in impianti di compostaggio industriali che, ancora per qualche anno, in assenza di impianti genovesi, dovranno essere trovati fuori regione, con ulteriori aggravi economici per la raccolta e il trasporto.

Nel 2013,  tremila ottocento famiglie genovesi hanno chiesto lo sconto per il compostaggio.

Aspetto con ansia i dati aggiornati.

E per tutti quelli che hanno un bel balcone fiorito e volessero imparare le semplici regole per compostare senza litigare con il vicicno di casa  qui troverete tutte le istruzioni per un buon compostaggio sul balcone.

Per tutti quelli che vogliono imparare a compostare e a compostare meglio consiglio il mio "Corso di Compostaggio Domestico in Campagna e in città" arrivato alla sesta edizione.






Sullo stesso argomento:
- Progetto pilota compostaggio sul balcone
- E Genova finalmente si "composta bene" 
- Il compostaggio domestico meglio dell'incenerimento: parola dei danesi 
- Decalogo del buon compostatore condominiale

venerdì 20 febbraio 2015

I bio-caminetti inquinano. Dalla Germania arrivano finalmente le prove.



Il 30 novembre del 2007, dopo aver visto su La Repubblica la pubblicità di un caminetto senza canna fumaria, alimentato con bioetanolo ho scritto un post sul mio Blog, ipotizzando una pericolosa bio bufala.

Nel post avvertivo i potenziali acquirenti dei pericoli per la qualità dell'aria degli appartamenti che avrebbero ospitato questi caminetti.

Il post ha aperto un grande dibattito pubblico sull'argomento e ancora oggi riceve molte visite con 55.965 contatti.

A distanza di sette anni, le mie ipotesi sono state confermate: i biocaminetti inquinano e sono una fonte di rischio per la salute.

Queste affermazioni  derivano da una ricerca del Fraunhofer Institute per la ricerca sul legno.

La ricerca è stata pubblicata nel 2014 e per realizzarla è stata utilizzata una stanza di 48 metri cubi, con pareti, soffitto e pavimenti in acciaio.

L'uso di questo metallo è motivato dal fatto di non interferire con gli inquinanti emessi durante la combustione che pareti di altro materiale potrebbero assorbire e/o rilasciare.

In questa stanza sono stati accessi quattro diversi modelli di bio caminetti, utilizando bioetanolo di nove marche diverse, compreso un gel di questo composto.

Nel corso della combustione speciali sonde hanno effttuato prelievi dell'aria all'interno della stanza e misurata la concentrazione dei composti che si formano  durante ogni combustione, oltre all'anidride carbonica, il biossido di azoto, le polveri sottili e la formaldeide.

In questa prova tutti i quattro caminetti, una volta accesi hanno riempito la stanza di ossidi di azoto a concentrazioni maggiori dello standard di qualità ammesso all'interno delle abitazioni e pari a 0,35 milligrammi per metro cubo di aria. In un caso si sono raggiunti ben 2,7 milligrammi per metro cubo.

I fumi prodotta dai caminetti a bioetanolo hanno sforato anche il limite fissato per la formaldeide (0,1 parti per milione) con un valore massimo di 0,45 parti per milione.

Anche l'anidride carbonica, inevitabile prodotto di tutte le combustioni, è aumentato dopo che i caminetti erano stati accesi e in un caso si sono raggiunti 6.000 parti per milione, a fronte dei 1000 parti per milione, considerato accettabile all'interno delle abitazioni.

Le conclusioni dello studio sono che senza alcun dubbio i caminetti alimentati a bioetanolo sono un'importante fonte d'inquinamento  e una potenziale fonte di rischio per la salute.

Queste valutazioni si riferiscono ad un uso in ambiente domestici di piccole dimensioni, senza canna fumaria e con limitata ventilazione.

Ora anche i più scettici dei miei lettori sono ufficialmente avvertiti.

State lontani dalle bio-bufale!

lunedì 2 febbraio 2015

Il compostaggio domestico, meglio dell'incenerimento: parola dei Danesi.

Compostiera fioriera per la raccolta di scarti organici nei parchi 

Mi sto accorgendo che molti dei nostri amministratori pensano che il compostaggio domestico sia una "belinata" (traduzione per i non liguri: schiocchezza).

Questa sensazione deriva dalla loro scarsa attenzione a questa tecnica: al massimo si distribuiscono un po di compostiere in comodato d'uso, poi se e come queste compostiere siano gestite, poco importa.

L'immagine e un facile consenso, al solito, prevale sui contenuti.

E, in questo caso, il contenuto è che oltre il 25 % delle famiglie italiane, in quanto dedite al giardinaggio, potrebbe riscoprire ed adottare il compostaggio dei propri scarti organici, sottraendo in questo modo oltre il 30% della loro produzione di scarti al ritiro differenziato e al trattamento.

Eppure, nel resto del mondo, Università e Centri di Ricerca non disdegnano di dedicare il loro tempo allo studio di questa biotecnologia e valutarne i pregi.

Ad esempio il Dipartimento di Ingegneria Ambientale dell'Università della Danimarca ha effettuato uno studio sull'Analisi del Ciclo di Vita (LCA) di sei diverse compostiere domestiche, ne ha valutato i diversi impatti ambientali e, udite, udite, le ha messo a confronto con metodi alternativi per la gestione delle frazioni organiche quali l'incenerimento con recupero energetico e la discarica.

Lo studio è stato pubblicato nel 2012, sulla rivista "Waste Management".

Lo studio ha evidenziato che il maggior impatto ambientale del compostaggio domestico potrebbe essere dovuto alle emissioni di gas clima-alteranti.

Questo dipende  dal fatto che oltre all'anidride carbonica dalle compostiere si libera anche metano, un potente clima-alterante, prodotto dai batteri anaerobi che si "ibernano" dentro spore molto resistenti quando fuori abbonda l'ossigeno, per loro un inquinante tossico, ma che approfittano di ogni anfratto dove, per scarsa ventilazione, l'ossigeno latiti.

E la presenza di queste "enclave" di batteri anaerobi dentro una compostiera è, di fatto, inevitabile.

In ogni caso, lo studio ha verificato che il metodo per ridurre le emissioni di gas serra è quello di non mescolare gli scarti, una volta che sono stati introdotti nella compostiera: buono a sapersi, così si fa meno fatica, ma, ovviamente è necessario che gli scarti di cucina e dell'orto siano subito mescolati con generose quantità di strutturante (cippato e trucioli di legno, pellet di legno...).

Un altro potenziale problema potrebbe essere la concentrazione di metalli pesanti nel compost, a loro volta presenti negli scarti da compostare.

Lo studio ha, ovviamente trovato dei metalli pesanti (sono ubiquitari) ma, in tutti i  casi, in quantità inferiori agli standard in vigore per uso agricolo del compost.

In questo caso, il segreto è comprare frutta ed ortaggi di qualità e fare l'orto su terreni di sicura origine, senza contaminazioni a causa di discariche incontrollate.

Nell'analisi del cicli di vita, il punteggio che maggiormente favorisce il compost è quello dell'evitato uso di fertilizzanti e di torba il quale comporta numerosi benefici ambientali anche in termini energetici (con il compost non si devono acquistare e produrre fertilizzanti, produzione che richiede alti consumi energetici e pesanti impatti ambientali).

E infine una sorpresa, anche in Danimarca, paese che spesso i nostri amici inceneritoristi portano ad esempio per il grande ricorso alla termovalorizzazione dei rifiuti, i suoi ricercatori hanno dovuto  ammettere che per il trattamento delle frazioni organiche il minore impatto ambientale, misurato come emissioni di composti tossici, si ottiene compostando in casa i propri scarti di cucina, piuttosto che mandarli in un inceneritore con recupero energetico o in una discarica controllata.

Ora, almeno voi, avete capito che il compostaggio domestico non è affatto una "belinata"?

lunedì 19 gennaio 2015

Legno amico. Ricerca ed informazione migliorano l'aria e riducono il fumo

Nel 2007 e nel 2008, con la mia direzione, il Laboratorio di Chimica Ambientale, dell'Istituto Nazionale per la Ricerca sul cancro di Genova, ha condotto nell'Appennino Ligure uno studio pilota sull'inquinamento prodotto dall'uso della legna, usata come combustibile per il riscaldamento domestico.

Nel 2014, lo studio, con il titolo " Indoor pollution and burning practises in wood stove management"  è stato pubblicato dalla rivista "Journal of the air and waste management association"

Quello che segue il riassunto del lavoro, scritto in inglese

Riassunto
Questo studio, realizzato in un’area rurale italiana, ha valutato gli effetti sull’inquinamento dell’aria delle buone pratiche nella accensione, nella corretta installazione e nella  gestione di impianti di riscaldamento a legna.
Lo stesso studio ha verificato il ruolo dell’educazione e della informazione sulla riduzione dell’inquinamento da fumo di legna.
Nell’agosto 2007 e negli inverni 2007 e 2008, in un piccolo villaggio degli Appennini Liguri (Italia) le concentrazioni interne ed esterne di benzene, toluene, etilbenzene e xilene ( (BTEX) sono stati misurati in nove abitazioni riscaldate con legna.
Durante il primo monitoraggio in tutte le abitazioni furono trovati diversi errori effettuati nella realizzazione e nella gestione degli impianti di riscaldamento.
Un basso rapporto toluene/benzene trovato nelle misure invernali era in accordo con lìipotesi che il fumo di legna fosse la principale fonte di inquinamento all’interno e all’esterno delle abitazioni. Altre fonte di BTEX identificate sono stati l’uso di solventi e vernici e di incenso. I risultati ottenuti nel 2007 sono stati presentati e discussi con le famiglie interessate. A seguito di questo primo intervento e della conseguente informazione fornita, nel secondo campionamento invernale tutte le misure indoor mostravano concentrazioni di BTEX più basse, nonostante temperature esterne più fredde.
Lo studio ha dimostrato come le informazioni fornite alle famiglie siano state importanti per  indurre l’adozione delle buone pratiche, necessarie per la gestione delle stufe e del fuoco. Questi risultati sottolineano l’importanza dell’educazione supportata da adeguati dati sull’inquinamento dell’aria, come un sistema efficace per ridurre l’esposizione a fumo di legna.

L'articolo originale può essere scaricato a questo indirizzo.

Chi non avesse dimestichezza con  l'inglese,  può trovare, a questo indirizzo, la relazione in  italiano, pubblicata nel 2011 dalla rivista Acqua & Aria

Buona lettura.

domenica 30 novembre 2014

Terrazzamenti da adottare: il ritorno alle "terre alte" 4)

Un terrazzamento abbandonato è un danno collettivo.

Con l'abbandono dei terrazzamenti tutti perdiamo identità culturale, paesaggio, cibo di qualità, lavoro, biodiversità.

Ma il costo più grave, che gran parte del Paese sta pagando in questi giorni sotto l'attacco di incessanti nubifragi, è quello che ci fanno pagare frane, smottamenti, colate di fango, inondazioni.

A parità di pioggia, tutti questi eventi avversi potrebbero essere mitigati con la cura dei terrazzamenti realizzati su Appennini e Alpi, nel corso di secoli di duro lavoro.

Numerosi studi concordano che una montagna terrazzata raddoppia  il tempo di ritorno di eventi alluvionali  disastrosi:  se, senza terrazzamenti, si ha una elevata probabilità di registrare un alluvione disastrosa ogni cento anni, con terrazzamenti ben gestiti l'evento disastroso di analoga magnitudine potrebbe avvenire solo dopo duecento anni.

In attesa che un qualche governo si accorga che la vera Grande Opera di cui abbia bisogno il Paese è la manutenzione dei nostri monti, ci sono sempre più cittadini che scoprono, o meglio riscoprono, il valore della terra e della cultura contadina.

Una interessante esperienza è quella in atto nell'area montana del canale di Brenta, nel vicentino,  denominata "Adotta un terrazzamento".

Da un'idea sorta nel corso di una ricerca sul fenomeno del neo-ruralismo, condotta dall'Università di Padova, e' nato il progetto di istituzionalizzare l'adozione, da parte di privati, di terrazzamenti da tempo abbandonati.

Nell'agosto del 2010 rappresentanti delle Istituzioni locali, comunità locale, abitanti urbani e Università hanno costituito il comitato denominato "Adotta un terrazzamento in Canale di Brenta".

Compito principale del Comitato è stato quello di definire le regole del contratto di Comodato d'uso e della gestione degli appezzamenti di terreno da parte degli adottandi.

In sintesi, chi adotta il terreno si impegna a realizzare i lavori per il suo recupero e manutenzione a fronte della concessione gratuita dei terreni per cinque anni.

L'adottante potra utilizzare il legname prodotto con la pulizia dei terrazzamenti e potrà consumare e vendere tutto quello che il terreno potrà produrre.
Il contratto incoraggia il ripristino delle strutture esistenti con le tecniche tradizionali, culture di tipo biologico, l'originaria regimentazione delle acqua e uno specifico comma del Regolamento vieta di piazzare "nanetti" nei terrazzamenti adottati.

Oltre all'odozione diretta è anche possibile un'adozione a distanza  che , grazie al versamento di 15 euro/anno permette la copertura delle spese di lavori ordinari e straordinari di manutenzione e da diritto a visitare periodicamente il terreno adottato a distanza e poterne verificare il buono stato.

Alcuni dei terrazzamenti in affido e adottati a distanza nel 2011
Nel giugno 2013 erano già cento i terrazzamenti affidati a 91 nuovi soci, con una superfice complessiva superiore a 4 ettari.

I nuovi coltivatori arrivano dalla vicina pianura, ma anche da Vicenza, Padova e persino da Venezia; l'età prevalente è tra 50 e 65 anni, e non mancano i giovani con età compresa tra i 18 e i 35 anni.

E' interessante il fatto che il 50% degli affidatari è in possesso di un diploma superiore o di una laurea. E i terrazzamenti adottati producono ortaggi, uva o sono usati per ospitare alveari e prati permanenti.

Sembra che la cosa funzioni e certamente una simile inziativa è esportabile in altre realtà nazionali.

Io, nel frattempo, sto pensando seriamente di adottare a distanza un terrazzamento del Brenta.

Fateci un pensierino anche voi.

Sullo stesso argomento:
I terrazzamenti: la grande opera dimenticata 1)
I terrazzamenti liguri: la grande opera dimenticata  2)
I terrazzamenti: la tecnologia dimenticata 3) 

lunedì 10 novembre 2014

La Svezia costretta ad importare rifiuti per non morir di freddo.



La Svezia (nove milioni di abitanti) ha in funzione trentadue  inceneritori alimentati con rifiuti, che producono contemporaneamente calore ed elettricità.

Con il calore prodotto in questo modo, il 20% della popolazione svedese riscalda le proprie case, durante il lungo e freddo inverno che caratterizza le loro latitudini e l'elettricità copre i consumi di 250.000 abitazioni.

Un esempio di successo, una scelta da esportare negli altri paesi d'Europa, compreso il nostro?

Così sembrerebbe, vista la rinnovata euforia degli inceneritoristi nostrani, dopo il regalo che gli  ha fatto il governo Renzi che,  con il decreto "sbloccaitalia", ha promosso i termovalorizzatori a scelta stretegica nazionale.

Ma chi plaude al modello svedese e auspica il proliferare di termovalorizzatori in tutte le regioni italiane, non racconta tutta la storia.

Ad esempio,  quanti sanno che nel 2006, con già trenta inceneritori in funzione, il governo svedese aveva deciso di tassare la termovalorizzazione dei rifiuti urbani?

In base alle dichiarazione del Ministro delle Finanze svedese, questa tassazione a carico della componente "fossile" dei rifiuti (plastiche miste), aveva l'obiettivo di incentivare la raccolta differenziata e il riciclo dei materiali e i trattamenti biologici degli scarti organici, finalizzati a produrre compost, metodi ritenuti migliori, ai fini della conservazione di risorse e del risparmio energetico.

Nel 2010 la tassa sull'incenerimento è stata abolita in quanto, in base alle dichiarazioni ufficiali,  si è ritenuto che questa scelta non sia stata utile per il raggiungimento degli obiettivi prefissati dal governo, in particolare quella di favorire il riciclo dei materiali. Ma anche questa scelta merita di essere meglio analizzata.

In quell'anno, in realtà, la Svezia riciclava e compostava il 49% dei suoi scarti, un risultato di tutto rispetto, specialmente se confrontato con il 33% di riciclo e compostaggio registrati in Italia.

Inoltre, sempre nel 2010, il governo svedese, per promuovere il riciclo della frazione organica,  introduceva l'esenzione di tasse sulla vendita e l'immissione in rete di biometano prodotto con la raffinazione del biogas (miscela di metano ed anidride carbonica) prodotto dalla fermentazione anaerobica degli scarti organici.

Infine, nel 2012 l'AgenziaSvedese per l'Ambiente elaborava un nuovo piano nazionale per la gestione dei Materiali Post Consumo, in accordo con le indicazioni della Unione Europea.

In questo Piano, il trattamento delle frazioni organiche prevedeva che almeno il 50% degli scarti di cibo fosse trattato con tecniche biologiche (compostaggio) per uso agricolo del compost prodotto e che il 40% di questi scarti fosse utilizzato anche per produrre biometano da usare per l'autotrazione o da immettere nella rete di distribuzione del gas.

Sono importanti scelte politiche che i nostrani amici degli inceneritori si guardano bene di segnalare.

Dal 2005, la quantità di rifiuti che la Svezia incenerisce (49%) e avvia al riciclo (49%) è sostanzialmente costante mentre si è costantemente ridotta la frazione di scarti avviati a discarica, arrivata all'1% della produzione, nel 2010.

I trattamenti biologici delle frazioni organiche, raccolte in modo differenziato nel 60% dei comuni svedesi, sono in costante crescita e, nel 2011, il 15% di tutti i rifiuti svedesi erano trattati con compostaggio e digestione anaerobica, valori confrontabili con quelli italiani.

La Figura 1 mostra l'andamento dei trattamenti adottati in Svezia, a partire dal 1976, per la gestione dei propri scarti.

La Figura evidenzia come il principale risultato delle politiche Svedesi, che fin dal 2000 aveva introdotto pesanti tasse per la messa in discarica di residui con alto potere calorifico e  delle frazioni organiche, abbia fortemente ridotto l'uso della discarica, a favore del recupero energetico tramite combustione, ancora oggi il principale sistema di smaltimento.

Quello che non sembra funzionare in Svezia è il riciclo dei materiali che, nel 2006, smette di crescere e negli anni successivi mostra una tendenza alla riduzione.


FIG 2: gestione dei rifiuti urbani svedesi dal 1975 al 2012


Quest' andamento merita di essere correttamente interpretato.

Infatti ci potrebbe essere anche un altro motivo per spiegare la decisione di abolire, nel 2010, la tassa sull'incenerimento dei rifiuti: gli svedesi stavano riciclando più del previsto e in questo modo lasciavano a "bocca asciutta" i loro inceneritori.

Insomma, un'eccessivo riciclaggio degli scarti con elevato potere calorifico (carta, plastica) avrebbe costretto al freddo molti svedesi, in quanto i 32  inceneritori non avrebbero avuto a disposizione tutto il combustibile necessario per affrontare i freddi inverni del Nord.

Pertanto, a causa delle sue scelte energetiche, avviate negli anni '80, incentrate sulla produzione di calore ed elettricità dai rifiuti, la Svezia, da qualche anno, si trova nella singolare condizione di dover importare rifiuti se vuole continuare a fornire calore ai suoi abitanti.

Attualmente, la Svezia importa 813 mila tonnellate all'anno di rifiuti da utilizzare  nei suo inceneritori con recupero di calore ed energia elettrica.
Il maggiore fornitore di rifiuti è la vicina Norvegia (152.000 ton/anno), ma rifiuti arrivano anche da altri paesi europei, compresa l'Italia.

La Norvegia paga per questo servizio e, in sovrappiù, si accolla lo smaltimento delle ceneri prodotte con i suoi rifiuti. Ceneri tossiche, a causa della loro pesante contaminazione da metalli pesanti e diossine che la Svezia rimanda al mittente, guardandosi bene dal doverle inertizzare e smaltire nel proprio territorio.

E ovvio che anche la Norvegia abbia il suo tornaconto in questo scambio, trovando più economico per lei far fare il lavoro "sporco" e costoso ai suoi vicini, senza accollarsi il pesante costo finanziario della costruzione e gestione di inceneritori.

Per il momento questa gestione funziona e, grazie ai rifiuti propri ed altrui, gli Svedesi stanno al caldo ma i tecnici del settore sanno che non potrà continure così.

Sempre più paesi, insieme alla Unione Europea, stanno scoprendo come sia più conveniente, ambientalmente, ma anche dal punto di vista energetico e occupazionale, riciclare e compostare i propri materiali di scarto e avviarli in nuovi processi produttivi finalizzati all'uso delle materie recuperate.
E obiettivi di riciclo dei materiali superiori al 70% sono tecnicamente ed economicamente praticabili.

Pertanto, prima o dopo, quando gli investimenti dei termovalorizzatori saranno stati ammortizzati, gli Svedesi, per riscaldarsi, dovranno inventarsi qualche altra soluzione.

Riscaldarsi, bruciando "corone svedesi" non è proprio una furbata!

Invece l'Italia, senza la palla al piede di un grande parco di termovalorizzatori da tenere in funzione, può più facilmente  avviare la scelta virtuosa dell'economia circolare, fondata sul riciclo dei materiali.

Nonostante quello che il Governo Renzi pensi, l 'Economia Circolare è la vera scelta strategica, di interesse nazionale, in grado di garantire nuove e stabili opportunità di lavoro, elevati risparmi energetici, bassi impatti ambientali e sanitari.

Una scelta che certamente la Svezia ci invidierà.

Sullo stesso argomento:








mercoledì 5 novembre 2014

L'anidride carbonica sale e l'ossigeno scende. Ci dobbiamo preoccupare?

FIG 1. Andamento della concentrazione di anidride carbonica e di ossigeno nell'atmosfera terrestre dal 1958 al 2007
Poichè la Terra è un sistema chiuso e la Chimica non è un'opinione, bruciare combustibili aumenta la concentrazione di anidride carbonica della atmosfera del nostro Pianeta e inevitabilmente diminuisce la concentrazione di ossigeno. La Figura 1 sintetizza i risultati delle misure sperimentali dei due fenomeni.

La Figura 2 esemplifica la reazione che avviene quando si brucia l'isottano, uno dei tanti  idrocarburi presenti nelle benzine,  e un pezzo (monomero) di cellulosa di un tronco d'albero.

In entrambi i casi gli atomi di carbonio (C) e di idrogeno (H) presenti in questi due combustibili reagiscono con l'ossigeno dell'aria (O) per formare anidride carbonica e acqua. E da queste reazioni si sviluppa calore che sfruttiamo per muovere la macchina e per riscaldare casa.


FIG 2. Reazione di ossidazione di isoottano e cellulosa

Come si può vedere, per ogni molecola di idrocarburo e per ogni monomero di cellulosa, diverse molecole di ossigeno sono sottratte all'atmosfera.


FIG 3 Attuale composizione chimica dell'atmosfera terrestre
 L'aria che respiriamo contiene circa il 21% di ossigeno, il gas più abbondante subito dopo l'azoto,  e questa quantità, da qualche centinaia di milioni di anni, è in equilibrio tra quanto ossigeno producono piante e alghe, a partire dall'acqua, grazie alla sintesi clorifilliana, e quanto ossigeno consumano tutti gli altri esseri viventi e le stesse piante, nelle ore notturne.

Ma non è sempre stato così.

Per miliardi di anni l'atmosfera della Terra non conteneva ossigeno libero (FIG 4) ed era fatta solo di metano, anidride carbonica, azoto.

In queste condizioni, per noi proibitive, c'erano comunque forme di vita batteriche in grado di riprodursi in assenza di ossigeno. 

Poi, circa due miliardi e mezzo di anni fa, sono comparsi i primi organismi, alghe, in grado di trasformare l'energia solare in energia chimica.

Sotto prodotto di questa reazione era ed è l'ossigeno, molecola molto reattiva, un vero e proprio veleno per i vecchi batteri anaerobi, ma una vera pozione magica, una carica energetica per le nuove forme di vita che avevano imparato ad utilizzare l'ossigeno come comburente del loro cibo.

Con il Carbonifero (tra 318 e 359 milioni di anni fa)  e la concomitante esplosione di vegetali a coprire le terre emerse e a popolare i mari,  l'ossigeno in atmosfera raggiunse il suo valore massimo (circa 30%) per poi scendere ai valori attuali, anche grazie al fatto che i movimenti tettonici e catastrofici eventi climatici sottraevano una grande quantità di quei antichi vegetali alla naturale ossidazione di fine vita, da parte dei batteri.

FIG. 4. Pressione parziale di ossigeno nell'atmosfera terrestre da 3,85 miliardi di anni fa ad oggi

Dopo qualche centinaio di milioni di anni di sepoltura nelle viscere della Terra, la specie vivente che si è autodefinita "Homo Sapiens", da circa 200 anni, ha scoperto il valore energetico di carbone, petrolio, metano e con la loro combustione consuma l'ossigeno dell'aria, senza che ci siano nuove piante in fase di crescita, in grado di produrre nuovo ossigeno.

FIG 5 Andamento dei consumi mondiali di energia e fonti dal 1820 ad oggi


E in un battere di ciglia, sulla scala dei tempi geologici, stiamo cambiando la composizione chimica dell'aria del Pianeta che momentaneamente ci ospita.


FIG. 6  Concentrazioni mensili e medie annuali di CO2 a Mauna Loa, dal 2010 a ottobre 2014

Le misure della concentrazione di anidride carbonica effettuate sull'isola di Mauna Loa, sulla cima di un vecchio vulcano, a 4000 metri di altezza sul mare e in pieno Oceano Pacifico, dimostrano senza ombra di dubbio un aumento costante della concentrazione di anidride carbonica (FIG 1-6).

All'inizio delle misurazioni (1958) la concentrazione media annuale di anidride carbonica  era di 316 parti per milione (ppm), nell'ottobre di quest'anno si sono misurati 398 parti per milione.

Quest'aumento è certamente da attribuire all' uso energetico di combustibili fossili e alla deforestazione in atto in Amazzonia e nelle isole del Borneo.

FIG 7. Andamento della concentrazione di ossigeno in atmosfera in Australia e negli USA (1991-2014)


A partire dai primi anni novanta, le misure di ossigeno nell'aria, effettuate in diverse località del Pianeta, mostravano, come l'anidride carbonica, un costante andamento stagionale.
Le massime concentrazioni di ossigeno si registrano durante il periodo estivo (massima attività foto-sintetica dei vegetali) e le concentrazioni minime corrispondono al periodo autunnale in cui diminuisce l'azione fotosintetica delle piante mentre è massima l'attivita degradativa dei batteri a carico della biomassa giunta alla fine del suo ciclo vitale.

Tuttavia, come mostra la Figura 7, le misure di ossigeno registrano anche un costante decremento, anno dopo anno, delle medie annuali, segno che il bilancio dell'ossigeno non è in equilibrio: ogni anno se ne consuma di più di quello che le piante e le alghe immettono in atmosfera.

I conti confermano che l'ossigeno che manca è proprio quello che, nello stesso periodo, si unisce al carbonio e all'idrogeno, quando bruciamo combustibili fossili e foreste.

Indicativamente,  per ogni molecola di anidride carbonica che, a causa delle nostre scelte energetiche e di consumo, si accumula in atmosfera, tre molecole di ossigeno sono sottratte ai polmoni e alle branchie di tutti gli esseri viventi.

In soldoni,  in soli due secoli di crescita (quelli dalla Rivoluzione Industriale di fine '700 ad oggi) la concentrazione di ossigeno del nostro Pianeta si è ridotta dello 0,095%.

Grazie alla grande quantità di ossigeno che le piante ci hanno messo a disposizione nel corso di centinaia  di milioni di anni, non corriamo il rischio di morire asfissiati.

Ma, se ci riflettete bene, è il caso di preoccuparsi seriamente, in quanto è evidente che i nostri destini sono in mano a dei pericolosi apprendisti stregoni che, in nome della crescita continua,  deliberatamente ignorano i delicati equilibri che permettono alla Terra di essere un Pianeta Vivente.