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domenica 12 marzo 2017

Il compostaggio perduto

Impianto di compostaggio chiuso, cartello stradale ancora  affisso

Google Map ci informa che lungo via Carpenara, al n° 71, in val Varenna alle spalle di Pegli, c'è ancora il cartello di AMIU che segnala la presenza dell' impianto di compostaggio di sua proprietà, oggi un impianto fantasma, chiuso nel 2010.



Fig. 1 Immagine satellitare del sito che ospitava l'impianto di compostaggio AMIU

Le immagini satellitari, scattate nel 2017, mostrano che nel sito, abbandonato nel 2010 per pericoli di frane messe in moto da uno dei primi nubifragi che ha colpito la città, ci sono ancora i capannoni che ospitavano le quattro bio-celle dove, per insufflazione di aria, avveniva il compostaggio di circa 9.000 tonnellate/anno di frazioni organiche e davanti alle bio-celle ci sono  i quattro capannoni in cui si maturava il compost fresco che, prove agronomiche avevano dimostrato essere di ottima qualità.

Per questo motivo le 5.000 tonnellate di compost che ogni anno l'impianto produceva avrebbero potuto trovare acquirenti interessati a ritirarlo e a pagarlo.

Nella parte alta della Figura 1  si vede il capannone che ospitava il biofiltro e la conduttura che qui riceveva l'aria carica di sostanze odorigene, prodotte dal compostaggio.  Nel bio filtro una adeguata popolazione di batteri, fatta crescere su un letto di cippato di legno, provvedeva a ridurre significativamente il carico organico presente nell'aria immessa nuovamente nell'ambiente.

Nella parte bassa della immagine satellitare si vede anche il capannone utilizzato in questo sito per valorizzare lo "zetto", le macerie  prodotte da restauri edilizi che, raccolte in modo indifferenziato, opportune macine trasformano in  sabbia e ghiaia riutilizzabile per produrre manufatti in cemento.

Seguono alcune immagini riprese nel 2008, quando l'impianto era ancora in funzione.

Fig. 2 Le biocelle dove scarti organici mescolati a cippato di legno sono trasformati in compost

Fig. 3 Cumuli di compost maturo pronto per l'uso

Fig. 4 Visione d'insieme dell'impianto (giugno 2008)
La domanda che viene spontanea è che, vista l'emergenza Scarpino che ci costringe ad esportare fuori regione a caro prezzo ( 100 €/tonnellata) la frazione organica raccolta in città, perchè non si pensa di recuperare le strutture e i macchinari ancora funzionanti e trasferire in luogo più comodo e sicuro l'impianto?

L'immagine satellitare mostra che bisognerebbe trovare poco più di un ettaro di superficie  (circa 13.000 metri quadrati ) per riattivare un impianto come questo, un rettangolo di 100 x 130 metri, più o meno quelli necessari per un campo di calcio.

Sembra strano, ma nessuno e' stato capace di  trovare nel territorio comunale o provinciale questo ettaro di terreno che, con case distanti 200-300 metri, in totale sicurezza e usando solo competenze AMIU,  potrebbe permetterci di risolvere una parte del problema e di risparmiare un bel pò di soldi.

Tanto per dare un'idea, l'attuale progetto pilota di raccolta Porta a Porta attivato a Quarto Alto e Colle degli Ometti, con il suo 85% di raccolta differenziata, intercetta annualmente circa 250 tonnellate di un'ottima frazione organica che non aspetta altro che di essere compostata in un impianto come quello della Val Varenna.

Novemila tonnellate di frazione organica, corrispondono alla produzione annuale di circa 130.000 genovesi, guarda caso proprio il numero di persone che entro la fine del 2017 il progetto di raccolta differenziata elaborato dal Consorzio Nazionale Imballaggi (CONAI)  avrebbe coinvolto nella raccolta Porta a Porta che, nonostante i tanti "gufi",  a Quarto sta funzionando alla grande con una percentuale di raccolta differenziata superiore all' 80%.

Che si aspetta?
Chi mette i bastoni tra le ruote?
Quali sono i motivi per cui non si fanno scelte semplici e di interesse per la città?

Sullo stesso argomento:

- Chi ha paura del Porta a Porta?
- L'Isola Ecologica che non c'è
- Come si riduce la TARI senza IREN






venerdì 3 marzo 2017

Chi ha paura del Porta a Porta?


Il 20 aprile 2016 è stato annunciato in pompa magna: a Genova parte la raccolta differenziata "Porta a Porta" e di "Prossimità" che, estesa progressivamente a tutta la città, permetterà di raggiungere gli obiettivi di raccolta differenziata previsti dalla Regione Liguria: 65% entro il 2020.

Nella stessa data, il Consorzio Nazionale Imballaggi (CONAI) ci aveva già regalato il Piano per la raccolta che, in base alla complessa organizzazione urbanistica della nostra città, aveva individuato le specifiche modalità da adottare, quartiere per quartiere.


Fig. 1 Piano CONAI per la raccolta Porta a Porta a Genova. 

La Figura 1 mostra, nei diversi colori, la distribuzione delle diverse modalità di raccolta.

Le aree verdi, quelle con una minore densità abitativa e spazi condominiali disponibili, saranno quelle dove si realizzerà, alla lettera, la raccolta Porta a Porta: i mastelli potranno essere esposti all'esterno del portone di casa.

Nelle zone gialle saranno previsti cinque mastelli fissi per ogni condominio.

Le zone arancioni e rosse (470.000 abitanti) avranno a disposizione cassonetti "intelligenti", predisposti per raccogliere, anche loro, le cinque diverse frazioni di scarti.

I  19.141  genovesi che abitano nelle aree verdi, nel giorno stabiliti, dovranno depositare davanti al portone o in uno spazio condominiale accessibile, uno dei cinque mastellini avuti in dotazione, pieni degli scarti che, in base al colore del loro coperchio, sono utilizzati per raccogliere le frazioni previste: scarti di cucina (marrone), plastica e metalli (giallo), carta e cartone (blu), vetro (verde), scarti non riciclabili  (grigio).
In questo modo, tutti i mezzi AMIU, nello stesso giorno raccoglieranno solo una delle frazioni previste che potrà essere facilmente riciclata, in base alla sua composizione e venduta al miglior offerente.

La qualità della raccolta, ovviamente, sta in mano a chi, in famiglia e presso le aziende, si prende cura di separare le singole frazioni, man mano che sono prodotte.
Per garantire questo risultato, ad una capillare e chiara informazione si affianca la novità che il titolare di ogni mastello è identificato con un "transponder" inserito nel mastello stesso, letto in automatico, al momento della raccolta.
E' evidente che, in questo modo, il responsabile di eventuali conferimenti non corretti è facilmente identificabile.

A dieci mesi dall'annuncio, constatiamo alcuni fatti singolari  e in parte misteriosi:

- l'estensione della raccolta porta a porta di tipo condominiale nelle zone gialle (102.669 genovesi abitanti a Voltri, Pra, Marassi Alta) prevista per la fine del 2016, non c'è stata.

- i risultati della raccolta,  partita a giugno e luglio 2016 in due delle zone verdi (Quarto Alto e Costa degli Ometti, circa 5.000 abitatanti coinvolti) sono coperti dal silenzio più assoluto, nel sito AMIU dedicato al progetto non se ne trova traccia.

Ad una personale richiesta fatta a AMIU, mi è stato prontamente risposto con l'invio di una presentazione fatta l'8 febbraio 2017, nel corso dell'audizione della Commissione Ambiente del consiglio comunale.

Non so quanto la sobrietà della slide che riporta i risultati dei primi mesi del Progetto Pilota (Figura 2)  sia stata voluta, ma ho l'impressione che nessuno dei consiglieri presenti nella Sala Rossa abbiano colto il significato "sconvolgente" del fatto che, grazie al Porta a Porta, dopo solo sei mesi dall'avvio,  le 2.206 utenze di Quarto Alto e di Colle degli Ometti coinvolte nel progetto Porta a Porta, avevano differenziato  88% dei loro scarti.

Si, avete letto giusto, in sei mesi a Quarto, grazie al Porta a Porta, si è passati dal 39%, al' 88% di raccolta differenziata.
Fig. 2 La slide di fonte AMIU che riporta il risultato del porta a porta a Quarto

Questo risultato ha come conseguenza che chi vuole fare facili affari con gli scarti dei genovesi, con il Porta a Porta esteso a tutta la città, vedrà letteralmente svanire l'oggetto dei suoi desideri.

Se l' ottanta per cento degli scarti genovesi, intercettati grazie al porta a porta, alle nove isole ecologiche, al compostaggio domestico e di comunità, fosse inviato al recupero e al riciclo,  il 20 % di indifferenziato che resta non giustificherebbe i pesanti investimenti previsti al momento per gli impianti di trattamento, quelli che ci vogliono far credere che non potremmo realizzare senza l'ingresso di un partner, come IREN, in AMIU.

Tutti i "gufi" (scusate questa citazione, ma ci vuole) che dicevano che a Genova la differenziata non si può fare, ancora una volta, sono stati smentiti dai fatti: la maggioranza dei genovesi, che abitino a Quarto o a Sestri e a Pontedecimo, la differenziata spinta la fanno e la fanno bene.

Chi ha sperato di sfruttare l'insofferenza al cambiamento, appoggiando i soliti comitati "contro" è stato messo da parte.

E i fatti dimostrano che non è neanche vero che il Porta a Porta costi di più: la vendita di tutti i materiali di alta qualità recuperati con il Porta a Porta compensa, alla grande, i costi di investimento, i maggiori costi dei nuovi operatori che bisogna assumere  e permette il rapido ritorno degli investimenti necessari per la valorizzazione dei materiali separati alla fonte (separazione meccanica di metalli, carta, cartone e plastiche, bio-digestore per la produzione di metano e compost).

E i fatti dimostrano che è anche falso dichiarare che ci vogliono anni per raggiungere il 65% di raccolta differenziata. Le esperienze genovesi dimostrano che, con una buona organizzazione, in pochi mesi tutti differenziano alla grande.

Con questi numeri, oltre 80 % di raccolta differenziata di qualità, l'economia circolare basata su nuove attività produttive dedicate alla trasformazione annuale di 260.000 tonnellate di metalli, cellulosa, polimeri di sintesi, frazioni organiche... diventa rapidamente una realtà.

E ora. in base a questi risultati, un messaggio ai consiglieri comunali che dovranno votare la nuova delibera che vuole, costi quel che costi, IREN come socio AMIU: votate NO

e chiedete,  maggioranza e  opposizione, che il piano CONAI,  per la piena attuazione del Porta a Porta in città, si sblocchi immediatamente e contemporaneamente agli abitanti di Quarto Alto e di Colle degli Ometti, che così bene stanno facendo la differenziazione dei loro scarti,  sia riconosciuta la Tariffazione Puntuale.

Non ci sono scuse: qualunque cosa vi vogliano far credere, siate certi che la nuova tariffazione che premia economicamente i comportamenti virtuosi, la tariffazione puntuale, si può applicare subito. 


Sullo stesso argomento:








domenica 12 febbraio 2017

Come si riduce la TARI senza IREN


Discarica Scarpino. In primo piano la centrale a biogas e fotovoltaica

Bocciata l’annessione di IREN in AMIU si aprono le porte a soluzioni più rispettose degli interessi collettivi e dei lavoratori.
Per quali motivi un’azienda come IREN è interessata ad entrare in AMIU, l ‘Azienda Multiservizi Igiene Urbana di Genova?
Non ci sono dubbi: per poter gestire, nel proprio interesse, il ricco e garantito “portafoglio”, costantemente alimentato dalla Tassa Rifiuti (TARI), circa 127 milioni di euro all’anno, pagati da famiglie e aziende genovesi.
Abbiamo l’impressione che ad IREN e a gran parte degli eletti presenti nel consiglio comunale di Genova sfugga che, anche grazie al nuovo piano di gestione dei materiali post consumo prodotti a Genova e nell’area Metropolitana, voluto dal Presidente Castagna, votato dal Consiglio Comunale e difeso ad oltranza dal consigliere delegato Pignone, gli interessi in gioco stiano velocemente cambiando.
Con questo Piano, che punta al massimo recupero di materia, a partire dagli scarti dei genovesi, il vero valore economico di AMIU diventa la capacità dei suoi dirigenti, tecnici, maestranze di gestire la “miniera urbana” che ogni giorno mette a disposizione oltre 600 tonnellate di acciaio, allumino, rame, cellulosa, vetro, polimeri di sintesi, biopolimeri…materiali che, separati alla fonte, hanno un elevato grado di purezza, il valore aggiunto delle lavorazioni che le hanno prodotte  e un loro reale valore di mercato, quello della nuova economia circolare.
L’altra ricchezza da riconoscere, valorizzare ed incentivare è la diffusa capacità delle famiglie e delle aziende genovesi di separare alla fonte i loro scarti: nei quartieri dove si è avviata la nuova raccolta (porta a porta e prossimità) la percentuale di differenziazione è nettamente aumentata, come pure la qualità delle frazioni separate.
Questo impegno e questi risultati non ammettono ulteriori ritardi alla approvazione della Tariffazione Puntuale, quella che, grazie al porta a porta e alla identificazione di chi conferisce le diverse frazioni, permette di introdurre sostanziosi sconti per chi differenzia di più e produce meno scarti.
I gravi ritardi nella attivazione del piano di raccolta differenziata “porta a porta” e nella realizzazione delle quattro isole ecologiche che ancora mancano all’appello non sono casuali, sono il frutto di una accorta regia che ha voluto approfittare della crisi di Scarpino per deprezzare AMIU e spalancare le porte al privato “salvatore”.
Ma anche per l’ammaccata discarica di Scarpino le cose non stanno come si vuol far credere.
Anche chiusa al conferimento di scarti indifferenziati, la discarica di Scarpino produce reddito, sotto forma di metano, derivante dalla bio-degradazione degli scarti organici dei genovesi, accumulati qui da oltre 40 anni. Con questo gas, che alimenta sei motori endotermici, si producono annualmente circa 69 milioni di kWh che, immessi in rete, in quanto energia rinnovabile, ricevono generosi incentivi, pari ad una decina di milioni di euro, denari che potrebbero tranquillamente coprire i costi annuali dell’impianto di pretrattamento del percolato prodotto dalla discarica.
Peccato che tutti questi soldi, da dieci anni, finiscano nelle casse della società Asja, concessionaria dello sfruttamento del giacimento di biogas di Scarpino, per improvvida decisione della dirigenza AMIU, in cambio di modeste royalties.
In base alle informazioni disponibili il contratto con Asja è in scadenza e stavolta AMIU e i genovesi che quel metano hanno contribuito a produrre non possono perdere l’occasione: contrattare con Asja una breve proroga, alla condizione che maestranze AMIU si affianchino a quelle Asja per garantire l’operatività dell’impianto, quando, chiuso definitivamente il contratto, l’impianto e le infrastrutture di captazione del gas potranno essere interamente ceduti ad AMIU.
In questo modo AMIU potrà mettere a bilancio la vendita dell’elettricità prodotta con il biogas della discarica che è presumibile potrà essere ancora sfruttato per qualche decina di anni e potrà, in tal modo, coprire le future spese del trattamento del percolato, la cui quantità si ridurrà progressivamente di pari passo con la riduzione della produzione di biogas.
Ma Scarpino oggi produce anche 30.000 chilowattore all’anno di energia solare ed eolica, grazie ad alcuni impianti fotovoltaici ed eolici realizzati al suo interno.
Al momento le potenze installate sono limitate, ma la grande superficie disponibile, l’elevata insolazione e ventosità del sito fanno ritenere che Scarpino possa diventare una importante centrale ad energia rinnovabile a servizio della città, un ulteriore valore aggiunto a questo sito che, in ogni caso, ancora per diversi anni avrà il ruolo strategico di discarica di servizio per le frazioni inerti non ancora economicamente fruttabili.
Come è noto l’impossibilità di conferire scarti indifferenziati a Scarpino e l’assenza di impianti per le frazioni organiche e l’indifferenziato ci costringe ad “esportare” fuori regione circa 200.000 tonnellate all’anno, di scarti indifferenziati, con un extra costi (trasporto e smaltimento) di 28 milioni di euro.
Sono circa 140 euro a tonnellata, il doppio del costo che avremmo sostenuto con impianti gestiti da AMIU, impianti che, nella migliore delle ipotesi saranno disponibili tra due-tre anni.
Per evitare di scaricare sulla TARI questi extra-costi esiste una soluzione: rendere operativi i numerosi progetti di riduzione alla fonte, approvati nel lontano 2009, dalla provincia di Genova, finalizzati a produrre meno scarti per passare, il più rapidamente possibile, dagli attuali circa 550 chili pro capite a 100 chili a testa, un obiettivo che è reso possibile da adeguate scelte di contrasto all’ usa e getta, scelte assolutamente possibili ed auspicabili.
Il rifiuto che non c’è, non si deve raccogliere, non si deve trasportare, non si deve trattare, non si deve smaltire e quindi non si devono pagare tutti questi costi che, per alcuni anni a Genova saranno maggiorati, sia perché dobbiamo trasportare i nostri scarti fuori regione, sia perché il sistema di smaltimento sarà prevalentemente la “termovalorizzazione”  quello più costoso.
Ogni tonnellata di scarto che i genovesi riusciranno a non produrre più ci farà risparmiare un centinaia di euro, quindi ben vengano campagne di promozione del compostaggio domestico e di comunità che, coinvolgendo le 80.000 famiglie genovesi già dedite al giardinaggio permetteranno, in pochi mesi, di ridurre del 3-4 % la produzione di organico; altrettanto importante sarà attuare le scelte per ridurre gli insostenibili sprechi alimentari nella grande distribuzione e nella ristorazione.
Perché tutto questo avvenga si dovrà riconoscere un congruo sconto TARI a chi, famiglia o azienda, metterà in pratica qualcuna delle numerose iniziative già ampiamente previste dal Piano Provinciale per la riduzione dei rifiuti e l’ammontare dello sconto dovrà essere quantomeno pari ai maggiori oneri per lo smaltimento fuori regione.
Inoltre occorre  attivare, senza ulteriori colpevoli ritardi, la realizzazione delle restanti quattro isole ecologiche per la gestione degli scarti ingombranti,  assolutamente necessarie, previste da tempo, ma che il levante cittadino sembra non gradire, con la complice inerzia dei Municipi.
Una volta a regime il sistema di isole ecologiche e, incrementato il compenso economico per chi conferisce in questi siti i suoi scarti ingombranti e elettronici, si può facilmente prevedere che la raccolta differenziata di Genova potrà fare un balzo in avanti di oltre il 20 %, avvicinandosi a quella soglia del 65% di raccolta differenziata che in molti continuano a far credere sia invalicabile.
Per ridurre la produzione di scarti, come previsto da piano CONAI, è necessario anche offrire subito ai genovesi il servizio porta a porta e di prossimità con la tariffazione puntuale.  E’ ormai certo che in questo modo si riduce di oltre il 20 % la produzione di rifiuto, si raggiungono raccolte differenziate superiori al 65% e economie di scala che riducono significativamente i costi per abitante.
E i progetti pilota di porta a porta nel levante cittadino, oltre a confermare il rapido incremento della percentuale della raccolta differenziata, hanno evidenziato un interessante fenomeno: l’elevata evasione totale della TARI, la presenza di numerose famiglie e aziende fantasma che non pagano il servizio!
Un motivo in più per rompere gli indugi e passare, senza incertezze e ripensamenti, al “porta a porta”.
E infine vediamo come sia possibile realizzare i nuovi impianti per attivare forme di economia basate sul ciclo della materia.
Per la gestione degli scarti genovesi, l’attuale piano industriale di AMIU, approvato dal Comune e difeso a spada tratta dal Presidente Castagna e dal Consigliere delegato Pignone,  prevede un digestore-compostatore per il trattamento delle frazioni organiche, un trattamento meccanico per la valorizzazione merceologica delle frazioni differenziate (ampliamento dell’attuale impianto operativo a Saldorella) e un trattamento meccanico biologico per il recupero di materia dalle frazioni secche non direttamente riciclabili.
Caratteristica di questi impianti è quella che tutti producono materie seconde già lavorate, più pregiate delle materie prime, con un reale valore commerciale, che nel mercato libero può essere anche più remunerativo ed esteso di quanto oggi offra il Consorzio Nazionale Imballaggi.
Nel 2015, con una misera raccolta differenziata al 35%, AMIU con la vendita dei materiali differenziati ha avuti ricavi per 4,3 milioni di euro. E’ ovvio che è possibile fare meglio e di più.
Le materie seconde che i nuovi impianti produranno e permetteranno di vendere sono: metano ad elevato grado di purezza, ammendanti agricoli con un importante contenuto di fertilizzanti, rame, alluminio, acciaio, plastiche mono-componenti e miste, carta e cartone, vetro…
Pertanto, la vendita di questi materiali permette di avere importanti guadagni, guadagni che di fatto appartengono ai cittadini che quegli scarti hanno prodotto e in gran parte contribuito a separare con la loro raccolta differenziata.
Il giorno dopo la bocciatura della delibera IREN è giunta la notizia che AMIU stia decidendo che questi impianti possano essere realizzati secondo lo schema del finanziamento a progetto (project financing) che, in genere, cede al privato una proprietà pubblica, in cambio dei soldi investiti.
Sarebbe preferibile adottare il più virtuoso metodo previsto dalle Compagnie per i Servizi Energetici (Energy Service Company -ESCO):  l’azienda privata, con proprie risorse economiche, realizza gli impianti, ottimizzando i loro consumi energetici e la loro produzione di materia utile, li gestisce, con personale AMIU adeguatamente addestrato, e copre le proprie spese di investimento e di gestione con la vendita dei materiali prodotti e con una adeguata quota  della Tassa Rifiuti.
Dopo un congruo numero di anni (stimabile tra 5 e 10 anni, a seconda degli impianti), recuperati gli investimenti e realizzato un giusto reddito, gli impianti tornano alla gestione pubblica con personale AMIU che, nel frattempo, avrà acquisito tutte le professionalità necessarie per una loro corretta gestione.
E ovviamente, nelle casse comunali rientreranno  a pieno titolo tutti i guadagni derivanti dalla vendita dei materiali recuperati, guadagni che saranno investiti nel rinnovamento degli impianti e in nuovi servizi a favore della comunità.

mercoledì 17 agosto 2016

Evitar diossine con il riciclo.


I quarantotto inceneritori con recupero energetico, che erano in funzione in Italia nel 2013, hanno trasformato in cenere 5,4 milioni di tonnellate di rifiuti urbani indifferenziati, frazioni secche non riciclabili, combustibili da rifiuto.


Questi impianti, a causa delle inevitabili complesse reazioni che avvengono nelle combustioni, hanno anche trasformato parte dei rifiuti trattati in diossine e furani, molecole molto pericolose per i loro effetti tossici a dosi estremamente basse  e per la la loro elevata persistenza nell'ambiente.

Nonostante i sofisticati sistemi adottati dai moderni inceneritori per depurare i fumi, nel corso del 2013, 7,5 grammi di diossine e furani, calcolati come tossicità equivalente alla diossina più pericolosa (I-TEQ)
 ( fonte ISPRA) sono state immesse in atmosfera dai camini degli inceneritori e, una volta ricadute al suolo, si concentreranno, inevitabilmente, lungo la catena alimentare e, in parte arriveranno nelle nostre tavole.

L'emissione annuale di 7,5 grammi I-TEQ di " diossine" equivale alla emissione giornaliera di 20 miliardi di picogrammi di questi compost.

Il picogrammo è la miliardesima parte del milligrammo, una quantità che può sembrare insignificante, ma unità di misura così piccole devono essere usate per stimare l'estrema pericolosità delle diossine.

Infatti la dose giornaliera di diossine, assunte attraverso il cibo, che l'Organizzazione Mondiale della Salute e la Commissione Europea  giudicava  tollerabile era  di 2 picogrammi, per chilo di peso corporeo.

Questo significa che per un adulto di 70 chili, l'assunzione giornaliera di 140 picogrammi I-TEQ di diossine è tollerata, anche se non è esente da effetti.

Pertanto, anche se tutti i 48 inceneritori italiani, per ogni tonnellata di rifiuto trattato, emettono quantità di diossine nettamente inferiori rispetto ad impianti realizzati intorno agli anni '80 e '90, gli attuali 20miliardi di picogrammi I -TEQ, emessi giornalmente dai "termovalorizzatori" italiani, nel pieno rispetto delle autorizzazioni, corrispondono alla dose tollerabile giornaliera di 146 milioni di abitanti adulti.

Ovviamente non tutta la diossina prodotta finirà sulle tavole degli italiani, ma chi risiede nelle area di ricaduta dei fumi degli inceneritori e consuma alimenti prodotti a chilometro zero, in particolare uova, latte, carne corre rischi evitabili grazie ad altre scelte possibili.

Nel 2015, nonostante i gravi ritardi nel conseguimento degli obbiettivi di legge di raccolta differenziata (alla fine del 2012 avremmo dovuto differenziare il 65% dei nostri scarti e siamo intorno al 42%) abbiamo differenziato e riciclato 3,1 milione di tonnellate di carta e cartone, 5,7 milioni di tonnellate di frazione umida, 0,45 milioni di tonnellate di plastiche.

Il riciclo di tutti questi scarti ha avuto il vantaggio di non produrre diossine e furani, effetto indesiderato della combustione.

Ma quante diossine abbiamo evitato attuando il riciclo, invece della "termovalorizzazione"?

Il conto è presto fatto: la termovalorizzazione di una tonnellata di rifiuti nel più moderno impianto italiano, produce 0,02 microgrammi (milionesimi di grammo ) I-TEQ di diossine.

Se i 9,25 milioni di tonnellate di carta, umido e plastiche che abbiamo immesso in nuovi cicli produttivi fossero stati termovalorizzati, oggi, nel nostro ambiente, avremmo annualmente 0,185 grammi I-TEQ di diossine in più.

Insomma, grazie all'attenzione di tanti cittadini che hanno separato con cura i loro scarti, abbiamo un ambiente molto meno inquinato.

Ambiente che potremmo ulteriormente migliorare con il raggiungimento del 65 % di raccolta differenziata, grazie al Porta a Porta e con efficaci politiche di riduzioni alla fonte ( vuoto a rendere, riduzione degli sprechi alimentari, compostaggio domestico...).

Inutile sottolineare che se riesce ad andare in porto il decreto "Sblocca Italia" del governo Renzi, che ci vuole imporre 35 nuovi inceneritori, la raccolta differenziata restera' al palo e la quantità di diossine immesse nell'ambiente, a causa della termovalorizzazione dei nostri scarti, inevitabilmente aumenterà.





lunedì 1 agosto 2016

Tremiti a rifiuti zero

Le isole Tremiti
Sono appena rientrato da una piacevole vacanza alla scoperta delle Tremiti, ospite del villaggio del Touring Club, uno dei  principali centri turistici delle isole che, in confortevoli capanni distribuiti in un bosco di pini di Aleppo, ospita circa 500 persone, dalla fine di maggio alla fine di settembre.

Cala degli inglesi

Durante il periodo estivo, i soli frequentatori del villaggio Touring Club raddoppiano la popolazione stanziale (455 abitanti) delle due isole abitate: San Domino e San Nicola.

E questo crea non pochi problemi, quali l'approvviggionamento d'acqua che avviene tramite l'arrivo giornaliero di una nave cisterna e la gestione dei rifiuti che, caricati su apposite navi, sono trasportati fino al vicino porto di Termoli e di qui avviati allo smaltimento.

Come i miei lettori possono immaginare la mia vocazione di rifiutologo, anche in vacanza  non poteva rinunciare all'idea di indagare su come fosse possibile trovare soluzioni più razionali a questo problema, in particolare agli inevitabili scarti della mensa del villaggio.

I capanni del Villaggio Touring
E così, alla fine di una cena, ho incontrato il Direttore del villaggio e con lui ho fatto due chiacchiere per verificare se il Touring Club, tra le tante sue iniziative a favore del turismo, potesse farsi promotore di un progetto per trasformare i suoi tre villaggi turistici (Tremiti, Maddalena e Marina di Camerota) in altrettanti centri di eccellenza a basso impatto rifiuti.

L'idea potrebbe essere questa: il villaggio, nel corso dei circa 4 mesi di apertura, per la preparazione dei pasti e gli avanzi di cibo  produce circa 30 tonnellate di scarti organici.

Questi scarti, invece di trovare sul continente un costoso e nebuloso smaltimento, potrebbero essere trattati sull'isola, in un impianto di compostaggio di comunità, gestiti insieme da Touring Club e Comune, di capacità idonea alla produzione estiva di organico del villaggio e dei vicini ristoranti ed alberghi.

L'impianto potrebbe anche ricevere gli scarti verdi di giardini, orti e del bosco di pini e il compost prodotto non dovrebbe avere problemi ad essere utilizzato nei tanto orti e vigneti presenti sull'isola.

Nei mesi invernali, lo stesso impianto, a carico ridotto, potrebbe coprire le esigenze di trattamento degli scarti della popolazione residente.

Ovviamente bisogna fare uno studio più preciso per individure il  modello di gestione ed il corretto dimensionamento dell'impianto che potrebbe anche essere modulare, per dare una corretta e completa risposta alle diverse produzioni stagional, ma evidente che il modello, una volta messo a punto, potrebbe essere un qualificato riferimento per tutte le altre isole minori del nostro Paese.

Si può fare.




mercoledì 16 marzo 2016

Trivelle per tutti: il raschia-barile dello "sblocca Italia".


Siamo ad un mese dall'appuntamento referendario in cui, il 17 aprile 2016,  gli Italiani potranno esprimere il proprio parere sulle scelte energetiche del Paese ed in particolare sul via libera ad ulteriori trivellazioni petrolifere.

La volata a questa scelta l'ha data Monti nel 2013, con l'approvazione della Strategia Energetica Nazionale (SEN).

L' "assist" e' stato fornito da Prodi, che ci ha ricordato tutto il petrolio che giace sotto ai nostri piedi  e Renzi, il vecchio che avanza, ha concluso l'opera, con l'approvazione del decreto "Sblocca Italia".

Con questo atto, in barba ai tanti "comitatini", Renzi ha regalato, ha dato in concessione, il nostro Paese alle multinazionali le quali, grazie a questo decreto, potranno liberamente, ancor più di quanto non stiano già facendo,  trivellare il Paese e i suoi fondali, alla ricerca dell'ultimo petrolio: i fondi del barile.

Alle multinazionali rimarrà una barcata di soldi (15 miliardi di euro sono gli investimenti previsti, ovviamente ampiamente coperti dalla vendita di petrolio e gas ),  per  noi ci sara solo  un'elemosina sotto forma di "royalties" (333,6 milioni di € nel 2012, 5,4 euro per ogni italiano), qualche posto di lavoro precario e certamente l'inquinamento, nei limiti di legge, della terra, del mare, del suolo.

L'obiettivo di questa svendita è quello di trovare ed estrarre, per qualche decina di anni, l'ultimo gas e l'ultimo petrolio presente in Italia: in tutto, le riserve di gas e petrolio  accertate nel 2012 ammontano a 131 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (TEP), quelle probabili sono 153 milioni di TEP.

Quindi se va bene (riserve accertate + probabili ) disponiamo  di gas e petrolio di produzione nazionale  per 284 milioni di TEP .

Tanto per essere chiari, il nostro attuale consumo annuale di combustibili fossili ( carbone, petrolio, gas) è di 135 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio.

Pertanto, tutto il petrolio e tutto il gas che sicuramente sta sotto ai nostri piedi ci basterebbe per coprire, si e no, due anni di consumi.  E poi?

Eppure in Italia c'è una "miniera" inesauribile che si potrebbe ben conciliare con le altre vocazioni del nostro Paese: la produzione di cibo buono, il bel paesaggio, la cultura.

Questa miniera "verde" è rappresentata dagli scarti agricoli, i reflui zootecnici, gli scarti di cucina che, saggiamente gestiti, con l'aiuto di batteri si degradano a metano (biometano) che, opportunamente raffinato può essere immeso nella rete di distribuzioneì del gas ed utilizzato al posto del metano fossile che oggi compriamo dalla Russia, dalla Libia, dai paesi del Mare del Nord.

Una stima dell'ENEA ha valutato che queste potrebbero essere le produzioni annuali di biometano in Italia, a partire da una serie di scarti che il Paese gia produce e da specifiche coltivazioni agricole non commestibili:

                                                   milioni di metri cubi di biometano/anno
  • Reflui zootecnici                                1.005
  • Scarti di macellazione                            24
  • Frazione organica rifiuti urbani             732
  • Scarti agricoli                                      1.760
  • Coltivazioni non commestibili            1.034
                                           TOTALE             4.555

I 4,5 miliardi di metri cubi di biometano che il nostro Paese potrebbe produrre dai propri scarti, con un impatto ambientale nettamente inferiore a quello delle trivellazioni, trasporto e raffinazione del greggio e del gas naturale, sono circa la metà del volume di gas naturale che, complessivamente (mare e terra), è stato estratto in Italia nel 2012: 8,5 miliardi di metri cubi.

E il piano del governo Renzi prevede che le nuove trivellazioni potrebbero aumentare al massimo del 14% la nostra produzione nazionale di idrocarburi, per un totale di 9,7 miliardi di metri cubi.

Peccato che questa produzione aggiuntiva sia destinata ad esaurirsi in pochi decenni, due o tre al massimo, a seconda delle scelte della velocità  pompaggio delle compagnie petrolifere, le quali sono interessate a far durare il più a lungo possibile il pompaggio di greggio e gas, in quanto gli regaliamo (non facciamo pagare le royalties) 50.000 tonnellate di greggio all'anno.

Al contrario, la produzione nazionale di biometano è di fatto inesauribile, in quanto rinnovabile di anno in anno, non richiede grandi finanziamenti, non obbliga a deleghe alle multinazionali, non contribuisce al cambiamento climatico, è compatibile con il turismo e la produzione agricola di qualità, consuma meno territorio, riduce la nostra bolletta energetica, crea stabile e qualificata occupazione, lascia a casa tutto il suo valore economico, risolve i problemi legati allo smaltimento di questi scarti.

Infine, la produzione di biometano ha un effetto collaterale positivo che l'estrazione di petrolio non ha: la produzione di compost di qualità da usare come ammendante agricolo.
E la mancata necessità di ricorrere a fertilizzanti di sintesi sarebbe un'altra voce positiva al bilancio economico ed ambientale del Paese.

Spetta ora al popolo dei "comitatini" aprirsi al cambiamento in grado di garantire uno sviluppo che duri nel tempo, chiudere al più presto l'era dei berlusca e dei renzi e riappropriarsi della propria sovranità.

Un passo decisivo si farà il 17 aprile, andando in massa a votare, il 50% piu uno, degli aventi diritto al voto e ovviamente facendo trionfare, il SI, la mia scelta.

Sullo stesso argomento:

sabato 5 dicembre 2015

Boschi in cenere o usi più intelligenti di questa risorsa?


La superfice della Liguria è stimata pari a 542.024 ettari e nel 1880 i boschi liguri coprivano 230.000 ettari della regione.

Dopo il pesante disboscamento avvenuto nel corso della seconda guerra mondiale, per produrre carbone di legna a scopo industriale e legna da ardere per uso domestico, il bosco ha cominciato a rioccupare il territorio.

Nel 2015, in base all'inventario Nazionale delle Foreste e dei Serbatoi Forestali di Carbonio (INFC),  la superfice boscata ligure è passata a 397.170 ettari, un aumento del 41% nel corso degli ultimi 70 anni e superiore al valore di 135 anni or sono.

Nell'ultimo decennio, nonostante i frequenti incendi, il bosco ligure è avanzato: 2.270 ettari all'anno, corrispondenti a circa un milione e mezzo di metri cubi di biomassa legnosa, il cui peso (umido) può essere stimato pari ad 1,6 milioni di tonnellate.

Pertanto oggi, con oltre il 71% di territorio coperto da boschi, la Liguria è la regione più verde d'Italia, rispetto alla propria superfice.

Ma questa non è una buona notizia.

L'espansione del bosco ligure è avvenuta spontaneamente e a scapito di aree agricole e di pascolo, abbandonate a causa dell'esodo delle popolazioni verso la costa.

E l'abbandono ha riguardato anche la fitta rete di "bei" per la regimentazione delle acque e le migliaia di chilometri di terrazzamenti, la cui costante manutenzione, nel corso di diversi secoli,  ha garantito la stabilità geologica di questi territori.

Il rinato interesse al paesaggio ligure, compreso quello dell'entroterra, la creazione di parchi regionali e la necessità di contrastare i danni del dissesto idrogeologico, sta riportanto l'attenzione sulla risorsa boschi e sempre più frequentemente si sente parlare di una sua "valorizzazione".

Oggi i boscaioli liguri (387 imprese forestali nel 2012) tagliano annualmente circa 100.000 tonnellate di alberi, con tagliate che interessano mediamente un migliaio di ettari (max: 1.317 ettari nel 2010).

Pertanto questi interventi utilizzano circa il 6% della nuova biomassa e non incidono significamente sull'aumento annuale del carbonio organico stoccato nella vegetazione ligure.

La biomassa legnosa derivante dal disboscamento, nel 70% è utilizzato come legna da ardere, in gran parte per il riscaldamento invernale delle abitazioni dell'entroterra ligure. Segue il legname da triturazione per pannelli in legno (18%) e la produzione di travi e pali (7%).

Ma lo scenario potrebbe presto cambiare.

Il crescente interesse per le fonti di energia rinnovabile, ma ancor di più i generosi incentivi pubblici (Certificati Verdi) regalati all'elettricità prodotta con fonti rinnovabili, sono alla base di un numero crescente di impianti termici (calore e elettricità) alimentati con biomasse legnose.

Ad esempio caldaie a cippato di legno utilizzate per il tele riscaldamento sono già operative a Campoligure (700 kWtermici), Rossiglione (1.100 kWt), Rezzoaglio (150 kWt).

Altri undici impianti alimentati a biomasse legnose risultano operative in Liguria (Rovegno, Arenzano, Saremo, Rocchetta di Vara, Mallare, Calcare, Quigliano, Celle Ligure, Dego, Albenga).

Più problematiche, come abbiamo illustrato in questo blog, sono le centrali termoelettriche alimentate a legna.

A riguardo, in Liguria esiste un progetto che vorrebbe realizzare a Ferrania (SV) una centrale termoelettrica da 11,5  megaWatt elettrici che dovrebbe essere alimentata con 110.000 tonnellate all'anno di cippato di legno ricavato dai boschi intorno all'impianto, ovvero l'attuale, intera produzione di legname realizzata in Liguria.

Dovrebbe bastare questo dato per far nascere sospetti sulla reale sostenibilità ambientale di scelte di questo tipo, anche in considerazione delle oggettive difficoltà di accesso ai boschi liguri.

E la difficoltà di approvviggionamento di legname per coprire il fabbisogno annuale di 35.200 tonnellate di cippato di legno deve essere la causa della chiusura della centrale di Bevera (2,9 megaWatt elettrici), nei pressi di Ventimiglia, motivata da traffico illecito di rifiuti.

Visto quello che sta succedendo in Toscana, in Umbria, nel Trentino Alto Adige, possiamo con facilità prevedere che, in nome della manutenzione dei boschi e delle procedure autorizzative semplificate, anche in Liguria arriveranno decine di richieste di attivare impianti termoelettrici alimentati a legna, di potenza elettrica inferiore ad un megawatt elettrico.

Un impianto da un megawatt (1.000 chilowatt) richiede 10.000 tonnellate/anno di cippato di legno.

La stessa quantità di cippato (10.000 tonnellate) è richiesta, come strutturante, da un impianto di compostaggio per il trattamento di 30.000 tonnellate di scarti organici di origine urbana (scarti da cucina) oppure da un impianto per la digestione anaerobica  di 60.000 tonnellate di frazione organica, con  produzione di biometano e compost.

Una eventuale scelta tra produzione di elettricità oppure di  compost e biometano deve considerare il fatto che, a norma di legge, ognuno di questi tre impianti, annualmente  immette in atmosfera le seguenti quantità di polveri sottili (PM10)
  • 11    tonnellate  PM10  da centrale a biomasse 1 megawatt
  • 0,12 tonnellate  PM10  da combustione 3,6 milioni m3 biometano  
  • nessuna emissione di PM10 da compostaggio 
E' evidente come sia meglio usare la pulizia dei boschi per produrre compost e biometano, tendendo presente che l'inquinamento di quest'ultimo, in ogni caso molto basso, è simile a quello di un pari volume di metano fossile il cui consumo si potrebbe evitare grazie alla digestione anaerobica dei nostri scarti di cucina e all'immissione del biometano nella rete del gas.

Nel 2010 i Liguri e i loro ospiti hanno prodotto 280.000 tonnellate di scarti organici.

Per un loro corretto compostaggio, da effettuare in una decina di impianti di compostaggio distribuiti sul territorio, avremmo bisogno ogni anno di 84.000 tonnellate di cippato.

La regolare pulizia degli alvei dei torrenti e dei versanti dei principali bacini imbriferi liguri potrebbe fornirci queste quantità di legname senza intaccare il patrimonio boschivo che è opportuno che cresca sano anche per aiutarci a contenere le emissioni di gas serra.

Di questo importante ruolo dei nostri boschi parleremo nei prossimi post.





mercoledì 4 marzo 2015

Sconti sulla tassa rifiuti ai genovesi che compostano sul balcone.


La mia compostiera da balcone: tre vasi di coccio
Per tre anni ho sollecitato,  inutilmente,  il Sindaco di Genova, Marco Doria e  l'assessore all'ambiente  Valeria Garotta a tirar fuori dal cassetto la bozza di delibera approntata dalla precedente amministrazione  che estendeva gli sconti sul compostaggio domestico, in vigore dal 2008, anche a chi aveva spazi verdi inferiore a 15 metri quadrati.

Alla fine, grazie al personale interessamente  del presidente AMIU,  Castagna, tutti i genovesi che compostano, indipendentemente dallo spazio disponibile, potranno godere di un piccolo sconto (10 euro) sulla Tassa Rifiuti.

Sarà sufficente compilare un apposito modulo e per tre anni si avrà diritto, ogni anno, a cinque punti da utilizzare entro l'anno per la riduzione tarriffaria prevista per i conferimenti di materiali riciclabili alle isole ecologiche.

Poi basterà portare alle isole ecologiche qualche piccolo elettro-domestico fuori uso, una vecchia sedia, un computer o un cellulare "defunto",  per arrivare ai 10 ecopunti previsti e lo sconto sarà assicurato.

Con questa scelta, opportunamente pubblicizzata,  sarà più facile convertire al compostaggio domestico tutte le 80.000 famiglie genovesi che, in base a statistiche nazionali, già oggi si dedicano con regolarità al giardinaggio.

Queste famiglie producono annualmente 12.000 tonnellate di scarti di cucina che, grazie al compostaggio domestico, potrebbero essere trasformati in circa 3.600 tonnellate di terriccio fertile (compost) da utilizzare nei propri vasi da fiori, nell'orto, nel giardino, nelle fasce terrazzate, nei tanti orti urbani che stanno sorgendo in città.

E i conti economici di questa piccola possibile rivoluzione sono molto interessanti.

A fronte di 800.000 euro di sconto sulla TARI, dati alle famiglie compostatrici, il Comune di Genova risparmierebbe 960.000 euro in evitato trattamento in impianti di compostaggio industriali che, ancora per qualche anno, in assenza di impianti genovesi, dovranno essere trovati fuori regione, con ulteriori aggravi economici per la raccolta e il trasporto.

Nel 2013,  tremila ottocento famiglie genovesi hanno chiesto lo sconto per il compostaggio.

Aspetto con ansia i dati aggiornati.

E per tutti quelli che hanno un bel balcone fiorito e volessero imparare le semplici regole per compostare senza litigare con il vicicno di casa  qui troverete tutte le istruzioni per un buon compostaggio sul balcone.

Per tutti quelli che vogliono imparare a compostare e a compostare meglio consiglio il mio "Corso di Compostaggio Domestico in Campagna e in città" arrivato alla sesta edizione.






Sullo stesso argomento:
- Progetto pilota compostaggio sul balcone
- E Genova finalmente si "composta bene" 
- Il compostaggio domestico meglio dell'incenerimento: parola dei danesi 
- Decalogo del buon compostatore condominiale

mercoledì 11 febbraio 2015

Quanto si guadagna con la differenziata



Bogliasco, un paesino di cinquemila anime sulla riviera ligure, un discreto flusso di bagnanti genovesi in estate  e, dal 2012, un regime di raccolta porta a porta e di prossimità dei materiali post consumo (ex-rifiuti) prodotti dai suoi abitanti che, nel 2013, ha fatto registrare il 67,2% di raccolta differenziata.

Un buon risultato che l'amministrazione comunale, stranamente, sottovaluta.

Ancora molti bogliaschini ignorano che, grazie al senso civico dei più, il Comune ha ricevuto un premio in danaro dalla Regione Liguria, per aver raggiunto questo obiettivo, insieme a soli altri dieci comuni, su un totale di 231 in tutta la Liguria.

Gli stessi bogliaschini ignorano che il tempo da loro dedicato alla separazione di carta, vetro, organico ... ha fatto guadagnare al Comune un bel pò di soldi.

Per scoprire quanti, sono dovuto andare in Comune, insieme alla Consigliera di SEL che aveva presentato una apposita interrogazione.

Durante l'incontro, con la responsabile del settore e il vicesindaco, scopro che il Comune di Bogliasco ha la convenzione con il Consorzio Nazionale Imballaggi, grazie al quale riceve del danaro dalle piattaforme che recuperano i vari materiali che differenziamo a casa e inseriamo negli appositi sacchetti e contenitori.

E questi sono i denari (euro) che il Comune riceve per ogni tonnellata di materiale separato dai suoi abitanti, a fianco le tonnellate differenziate nel 2013 e il corrispondente ricavo.

                     €/ton              ton          ricavo €

carta               50                270            13.500
vetro                 7               183               1.283
metalli          220                 15               3.300
oli                 180               0,68                 122
batterie          550               0,60                 330

Conti alla mano, la differenziata ha portato nelle casse del Comune 18.535 € .

E' una cifra discreta, pari al 2,4% del costo dell'intero servizio di igiene urbana, comprensivo di spazzamento strade, diserbo, campagne di comunicazione...

Se poi il confronto si fa con il solo costo della raccolta e il trasporto dei Materiali Post Consumo, 254.000 euro, l'entità della voce in entrata, dovuta alla vendita dei materiali raccolti rafforza la novità della rivoluzione in atto.

Bogliasco, con il Porta a Porta, la realizzazione di un isola ecologica, la differenziazione di 15 diversi materiali di scarto e la vendita delle frazioni più pregiate, copre il 7,3% dei costi fissi di raccolta e trasporto.

Ma si può fare di più.

Forse avete notato che nell'elenco dei ricavi mancano gli imballaggi in plastica.

Il motivo è che non è stata trovata la piattaforma in grado di separare la plastica dalle lattine in alluminio e in ferro, che attualmente si raccolgono tutti insieme, nello stesso contenitore giallo.

Morale della favola, le 173 tonnellate di plastiche miste e metalli separate dai bogliaschini ci costano 60 €  a tonnellata (totale spesa 10.380 €) e probabilmente vanno ad alimentare qualche inceneritore del Nord.

In questa scelta c'è qualche cosa che non va, in quanto il contributo che il CONAI da alla plastica differenziata ammonta a 140 € a tonnellata.

Insomma se le cose fossero fatte al meglio, anche qui, grazie alla differenziazione di imballaggi in plastica e lattine, invece di un costo, ci sarebbe un buon ricavo.

Per evitare questo costo sarebbe opportuno verificare il bilancio economico che si avrebbe se questi nostri scarti di plastica e metalli differenziati venissero conferiti alla nuova  piattaforma che AMIU ha realizzato a Genova e che, dal contenitore giallo, separa alluminio, acciaio, plastiche miste.

Dalle informazioni ricevute, anche se la qualità della plastica, come probabilmente è, fosse molto bassa, il suo trattamento non ci costerebbe nulla. 

Inoltre, grazie a questa piattaforma di pretrattamento, anche alluminio ed acciaio potrebbero essere immessi sul mercato del riciclo, spuntando prezzi molto interessanti.

Dobbiamo pero riconoscere che la qualità della raccolta differenziata dei bogliaschini, a causa di errati conferimenti, non è elevatissima e i carichi di materiali differenziati gravemente fuori specifiche (con elevata presenza di rifiuti indifferenziati) che si sono dovuti portare in discarica ci sono costati, nel 2013, ben 30.000 euro.

E in questo caso, a bilancio bisogna mettere anche il corrispondente mancato ricavo.

Si può dire che questo è il costo del menefreghismo di pochi: chi per pigrizia fisica e mentale non fa la differenziata danneggia economicamente se stesso, e tutti quelli che la differenziata la fanno.

Analisi merceologiche sul contenuto dei cassonetti per verificare quali siano gli errori di conferimento più frequenti, adeguate campagne informative anche tramite la consegna dei bollettini per il pagamento della Tari, qualche controllo in più e anche qualche buona multa, ben pubblicizzata, dovrebbe ridurre questo grave spreco di denaro e di risorse.

Infine segnialiamo che i bogliaschini hanno consegnato all'isola ecologica 108 tonnellate di sfalci e potature che ci sono costate, per il loro smaltimento, 8.100 €. 

Gran parte di questo denaro potrebbe essere risparmiato se gli sfalci fossero compostati in un piccolo angolo del giardino o delle fasce che li hanno prodotti e se le potature, sminuzzate con una buona cippatrice, fossero rimaste nei giardini come pacciamatura e/o strutturante per il compostaggio.

E questo argomento ( gestione ottimale delle frazioni organiche) sarà oggetto dei mie prossimi interventi in materia, a cominciare da miei Corsi di compostaggio domestico in paese e nelle frazioni.

E, ovviamente il mio ruolo di docente sarà a titolo gratuito, nell'ambito delle attività di volontariato che il comune di Bogliasco ha promosso.

Vi terrò aggiornati.



lunedì 2 febbraio 2015

Il compostaggio domestico, meglio dell'incenerimento: parola dei Danesi.

Compostiera fioriera per la raccolta di scarti organici nei parchi 

Mi sto accorgendo che molti dei nostri amministratori pensano che il compostaggio domestico sia una "belinata" (traduzione per i non liguri: schiocchezza).

Questa sensazione deriva dalla loro scarsa attenzione a questa tecnica: al massimo si distribuiscono un po di compostiere in comodato d'uso, poi se e come queste compostiere siano gestite, poco importa.

L'immagine e un facile consenso, al solito, prevale sui contenuti.

E, in questo caso, il contenuto è che oltre il 25 % delle famiglie italiane, in quanto dedite al giardinaggio, potrebbe riscoprire ed adottare il compostaggio dei propri scarti organici, sottraendo in questo modo oltre il 30% della loro produzione di scarti al ritiro differenziato e al trattamento.

Eppure, nel resto del mondo, Università e Centri di Ricerca non disdegnano di dedicare il loro tempo allo studio di questa biotecnologia e valutarne i pregi.

Ad esempio il Dipartimento di Ingegneria Ambientale dell'Università della Danimarca ha effettuato uno studio sull'Analisi del Ciclo di Vita (LCA) di sei diverse compostiere domestiche, ne ha valutato i diversi impatti ambientali e, udite, udite, le ha messo a confronto con metodi alternativi per la gestione delle frazioni organiche quali l'incenerimento con recupero energetico e la discarica.

Lo studio è stato pubblicato nel 2012, sulla rivista "Waste Management".

Lo studio ha evidenziato che il maggior impatto ambientale del compostaggio domestico potrebbe essere dovuto alle emissioni di gas clima-alteranti.

Questo dipende  dal fatto che oltre all'anidride carbonica dalle compostiere si libera anche metano, un potente clima-alterante, prodotto dai batteri anaerobi che si "ibernano" dentro spore molto resistenti quando fuori abbonda l'ossigeno, per loro un inquinante tossico, ma che approfittano di ogni anfratto dove, per scarsa ventilazione, l'ossigeno latiti.

E la presenza di queste "enclave" di batteri anaerobi dentro una compostiera è, di fatto, inevitabile.

In ogni caso, lo studio ha verificato che il metodo per ridurre le emissioni di gas serra è quello di non mescolare gli scarti, una volta che sono stati introdotti nella compostiera: buono a sapersi, così si fa meno fatica, ma, ovviamente è necessario che gli scarti di cucina e dell'orto siano subito mescolati con generose quantità di strutturante (cippato e trucioli di legno, pellet di legno...).

Un altro potenziale problema potrebbe essere la concentrazione di metalli pesanti nel compost, a loro volta presenti negli scarti da compostare.

Lo studio ha, ovviamente trovato dei metalli pesanti (sono ubiquitari) ma, in tutti i  casi, in quantità inferiori agli standard in vigore per uso agricolo del compost.

In questo caso, il segreto è comprare frutta ed ortaggi di qualità e fare l'orto su terreni di sicura origine, senza contaminazioni a causa di discariche incontrollate.

Nell'analisi del cicli di vita, il punteggio che maggiormente favorisce il compost è quello dell'evitato uso di fertilizzanti e di torba il quale comporta numerosi benefici ambientali anche in termini energetici (con il compost non si devono acquistare e produrre fertilizzanti, produzione che richiede alti consumi energetici e pesanti impatti ambientali).

E infine una sorpresa, anche in Danimarca, paese che spesso i nostri amici inceneritoristi portano ad esempio per il grande ricorso alla termovalorizzazione dei rifiuti, i suoi ricercatori hanno dovuto  ammettere che per il trattamento delle frazioni organiche il minore impatto ambientale, misurato come emissioni di composti tossici, si ottiene compostando in casa i propri scarti di cucina, piuttosto che mandarli in un inceneritore con recupero energetico o in una discarica controllata.

Ora, almeno voi, avete capito che il compostaggio domestico non è affatto una "belinata"?

lunedì 10 novembre 2014

La Svezia costretta ad importare rifiuti per non morir di freddo.



La Svezia (nove milioni di abitanti) ha in funzione trentadue  inceneritori alimentati con rifiuti, che producono contemporaneamente calore ed elettricità.

Con il calore prodotto in questo modo, il 20% della popolazione svedese riscalda le proprie case, durante il lungo e freddo inverno che caratterizza le loro latitudini e l'elettricità copre i consumi di 250.000 abitazioni.

Un esempio di successo, una scelta da esportare negli altri paesi d'Europa, compreso il nostro?

Così sembrerebbe, vista la rinnovata euforia degli inceneritoristi nostrani, dopo il regalo che gli  ha fatto il governo Renzi che,  con il decreto "sbloccaitalia", ha promosso i termovalorizzatori a scelta stretegica nazionale.

Ma chi plaude al modello svedese e auspica il proliferare di termovalorizzatori in tutte le regioni italiane, non racconta tutta la storia.

Ad esempio,  quanti sanno che nel 2006, con già trenta inceneritori in funzione, il governo svedese aveva deciso di tassare la termovalorizzazione dei rifiuti urbani?

In base alle dichiarazione del Ministro delle Finanze svedese, questa tassazione a carico della componente "fossile" dei rifiuti (plastiche miste), aveva l'obiettivo di incentivare la raccolta differenziata e il riciclo dei materiali e i trattamenti biologici degli scarti organici, finalizzati a produrre compost, metodi ritenuti migliori, ai fini della conservazione di risorse e del risparmio energetico.

Nel 2010 la tassa sull'incenerimento è stata abolita in quanto, in base alle dichiarazioni ufficiali,  si è ritenuto che questa scelta non sia stata utile per il raggiungimento degli obiettivi prefissati dal governo, in particolare quella di favorire il riciclo dei materiali. Ma anche questa scelta merita di essere meglio analizzata.

In quell'anno, in realtà, la Svezia riciclava e compostava il 49% dei suoi scarti, un risultato di tutto rispetto, specialmente se confrontato con il 33% di riciclo e compostaggio registrati in Italia.

Inoltre, sempre nel 2010, il governo svedese, per promuovere il riciclo della frazione organica,  introduceva l'esenzione di tasse sulla vendita e l'immissione in rete di biometano prodotto con la raffinazione del biogas (miscela di metano ed anidride carbonica) prodotto dalla fermentazione anaerobica degli scarti organici.

Infine, nel 2012 l'AgenziaSvedese per l'Ambiente elaborava un nuovo piano nazionale per la gestione dei Materiali Post Consumo, in accordo con le indicazioni della Unione Europea.

In questo Piano, il trattamento delle frazioni organiche prevedeva che almeno il 50% degli scarti di cibo fosse trattato con tecniche biologiche (compostaggio) per uso agricolo del compost prodotto e che il 40% di questi scarti fosse utilizzato anche per produrre biometano da usare per l'autotrazione o da immettere nella rete di distribuzione del gas.

Sono importanti scelte politiche che i nostrani amici degli inceneritori si guardano bene di segnalare.

Dal 2005, la quantità di rifiuti che la Svezia incenerisce (49%) e avvia al riciclo (49%) è sostanzialmente costante mentre si è costantemente ridotta la frazione di scarti avviati a discarica, arrivata all'1% della produzione, nel 2010.

I trattamenti biologici delle frazioni organiche, raccolte in modo differenziato nel 60% dei comuni svedesi, sono in costante crescita e, nel 2011, il 15% di tutti i rifiuti svedesi erano trattati con compostaggio e digestione anaerobica, valori confrontabili con quelli italiani.

La Figura 1 mostra l'andamento dei trattamenti adottati in Svezia, a partire dal 1976, per la gestione dei propri scarti.

La Figura evidenzia come il principale risultato delle politiche Svedesi, che fin dal 2000 aveva introdotto pesanti tasse per la messa in discarica di residui con alto potere calorifico e  delle frazioni organiche, abbia fortemente ridotto l'uso della discarica, a favore del recupero energetico tramite combustione, ancora oggi il principale sistema di smaltimento.

Quello che non sembra funzionare in Svezia è il riciclo dei materiali che, nel 2006, smette di crescere e negli anni successivi mostra una tendenza alla riduzione.


FIG 2: gestione dei rifiuti urbani svedesi dal 1975 al 2012


Quest' andamento merita di essere correttamente interpretato.

Infatti ci potrebbe essere anche un altro motivo per spiegare la decisione di abolire, nel 2010, la tassa sull'incenerimento dei rifiuti: gli svedesi stavano riciclando più del previsto e in questo modo lasciavano a "bocca asciutta" i loro inceneritori.

Insomma, un'eccessivo riciclaggio degli scarti con elevato potere calorifico (carta, plastica) avrebbe costretto al freddo molti svedesi, in quanto i 32  inceneritori non avrebbero avuto a disposizione tutto il combustibile necessario per affrontare i freddi inverni del Nord.

Pertanto, a causa delle sue scelte energetiche, avviate negli anni '80, incentrate sulla produzione di calore ed elettricità dai rifiuti, la Svezia, da qualche anno, si trova nella singolare condizione di dover importare rifiuti se vuole continuare a fornire calore ai suoi abitanti.

Attualmente, la Svezia importa 813 mila tonnellate all'anno di rifiuti da utilizzare  nei suo inceneritori con recupero di calore ed energia elettrica.
Il maggiore fornitore di rifiuti è la vicina Norvegia (152.000 ton/anno), ma rifiuti arrivano anche da altri paesi europei, compresa l'Italia.

La Norvegia paga per questo servizio e, in sovrappiù, si accolla lo smaltimento delle ceneri prodotte con i suoi rifiuti. Ceneri tossiche, a causa della loro pesante contaminazione da metalli pesanti e diossine che la Svezia rimanda al mittente, guardandosi bene dal doverle inertizzare e smaltire nel proprio territorio.

E ovvio che anche la Norvegia abbia il suo tornaconto in questo scambio, trovando più economico per lei far fare il lavoro "sporco" e costoso ai suoi vicini, senza accollarsi il pesante costo finanziario della costruzione e gestione di inceneritori.

Per il momento questa gestione funziona e, grazie ai rifiuti propri ed altrui, gli Svedesi stanno al caldo ma i tecnici del settore sanno che non potrà continure così.

Sempre più paesi, insieme alla Unione Europea, stanno scoprendo come sia più conveniente, ambientalmente, ma anche dal punto di vista energetico e occupazionale, riciclare e compostare i propri materiali di scarto e avviarli in nuovi processi produttivi finalizzati all'uso delle materie recuperate.
E obiettivi di riciclo dei materiali superiori al 70% sono tecnicamente ed economicamente praticabili.

Pertanto, prima o dopo, quando gli investimenti dei termovalorizzatori saranno stati ammortizzati, gli Svedesi, per riscaldarsi, dovranno inventarsi qualche altra soluzione.

Riscaldarsi, bruciando "corone svedesi" non è proprio una furbata!

Invece l'Italia, senza la palla al piede di un grande parco di termovalorizzatori da tenere in funzione, può più facilmente  avviare la scelta virtuosa dell'economia circolare, fondata sul riciclo dei materiali.

Nonostante quello che il Governo Renzi pensi, l 'Economia Circolare è la vera scelta strategica, di interesse nazionale, in grado di garantire nuove e stabili opportunità di lavoro, elevati risparmi energetici, bassi impatti ambientali e sanitari.

Una scelta che certamente la Svezia ci invidierà.

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