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martedì 14 marzo 2017

Con il Porta a Porta la differenziata vola

I cinque mastelli usati per la differenziazione domiciliare

A Genova, il 1 giugno del 2016  si è avviato il Piano di Raccolta differenziata Porta a Porta e di prossimità.

I primi due quartieri dove si è potuto attivare il Servizio Porta a Porta  sono Quarto Alto e Colle degli Ometti, con 2.206 famiglie  servite, circa 5.000 abitanti.

I risultati ufficiali confermano che grazie a questo innovativo sistema di separazione e raccolta domiciliare la percentuale di Raccolta Differenziata è subito schizzata a valori impensabili:
88% a Luglio e 85 % a Dicembre.

Fig. 1 Materiali differenziati a luglio e dicembre nei due quartieri quartieri dove si è avviato il Porta a Porta

La Figura 1 mostra in dettaglio la quantità dei diversi materiali raccolti in modo differenziato nel mese di luglio e di dicembre del 2016, rispettivamente dopo due e sette mesi dall'avvio del progetto.

A fronte di una differenziazione sempre molto alta (88 % a luglio, 84,8% a dicembre)  nettamente superiore all'obiettivo di legge del 65%, si osserva come, a dicembre, la quantità di materiali raccolta sia  raddoppiata.

Questo risultato è la fedele fotografia di quanto si è verificato all'avvio del progetto, con il palese boicottaggio di un gruppo di cittadini che, piuttosto che cambiare le vecchie cattive abitudini ha preferito caricare in macchina il puzzolente sacco nero, pieno di rifiuti indifferenziati e depositarlo nei vecchi cassonetti stradali ancora presenti nei quartieri confinanti.

L'inconsueta migrazione di rifiuti non è sfuggita al controllo e qualcuno è stato pizzicato sul fatto.

A quanto pare questo è bastato per ridurre drasticamente il fenomeno e a dicembre la produzione totale di scarti si è portata a 55 tonnellate, di cui 46,7 tonnellate era costituito da frazioni ben differenziate: carta, plastica e metalli (multi-materiale), frazione organica (scarti di cucina), vetro.

La frazione non differenziata, in quanto non riciclabile, conferita nel mastello del "Secco" a dicembre pesava 3,2 tonnellate, il 12 % della totale produzione di scarti.

Solo questo 12% deve essere trattato per un definitivo smaltimento, tutto il resto (46,7 tonnellate) sono materiali ben differenziati che il mercato o il Consorzio Nazionale Imballaggi (CONAI) , paga bene e che saranno avviate a specifiche filiere di riutilizzo.

Dal bilancio di sostenibilità di AMIU, a pag, 58 apprendiamo che nel 2015, con una raccolta differenziata in città al 39%, la vendita dei materiali raccolti  in modo differenziato (113.377 tonnellate),  ha prodotto ricavi per 4,4 milioni di euro.

In questo bilancio non sono compresi eventuali ricavi derivante dalla vendita del compost prodotto a partire da 16.300 tonnellate di frazione organica raccolta nel 2015 e inviata in impianti di compostaggio dell'alessandrino e del bergamasco.

Quindi, mediamente, una tonnellata di scarti differenziati (non al meglio della qualità con l'attuale sistema di cassonetti stradali) vale circa 39 €.

Questo vuol dire che, a spanne, la separazione fatta in casa e il conferimento davanti al portone delle 2.200 famiglie di Quarto Alto e Colle degli Ometti comporta un ricavo mensile di circa 1.820 corrispondente a 21.850 € all'anno: circa 10 euro a famiglia.

Ma il dato più interessante è che lo scarto differenziato non si deve smaltire, ne tantomeno trasportare agli impianti di smaltimento fuori regione, come oggi avviene per la chiusura della discarica di Scarpino, con un costo complessivo di circa 100 euro a tonnellata: un costo, in gran parte, evitato grazie alla differenziazione spinta e di alta qualità del porta a porta.

Insomma, in attesa di conti più corretti, è certo che il passaggio dal cassonetto stradale al porta a porta comporta sensibili risparmi sui costi di gestione dei nostri scarti, specialmente nei due-tre anni a venire, durante i quali saremo costretto ad esportare i nostri rifiuti indifferenziati.

Vi sembra troppo che agli abitanti di Quarto Alto e Colle degli Ometti si applichi subito la Tariffazione Puntuale che, correttamente farà risparmiare sulla TARI le famiglie che producono meno scarti e che differenziano di più?

Al momento da palazzo Tursi rispondono "picche" ma che a Tursi si faccia finta che a Quarto Alto e a Colle degli Ometti non sia successo niente e che la Giunta uscente chiaramente freni la prevista estensione del "porta a porta" ad altri 120.000 genovesi è una scelta grave che, quantomeno, richiede una convincente spiegazione.

Sullo stesso argomento:

- Il Compostaggio perduto
Chi ha paura del Porta a Porta?
L'Isola Ecologica che non c'è
Come si riduce la TARI senza IREN


domenica 12 marzo 2017

Il compostaggio perduto

Impianto di compostaggio chiuso, cartello stradale ancora  affisso

Google Map ci informa che lungo via Carpenara, al n° 71, in val Varenna alle spalle di Pegli, c'è ancora il cartello di AMIU che segnala la presenza dell' impianto di compostaggio di sua proprietà, oggi un impianto fantasma, chiuso nel 2010.



Fig. 1 Immagine satellitare del sito che ospitava l'impianto di compostaggio AMIU

Le immagini satellitari, scattate nel 2017, mostrano che nel sito, abbandonato nel 2010 per pericoli di frane messe in moto da uno dei primi nubifragi che ha colpito la città, ci sono ancora i capannoni che ospitavano le quattro bio-celle dove, per insufflazione di aria, avveniva il compostaggio di circa 9.000 tonnellate/anno di frazioni organiche e davanti alle bio-celle ci sono  i quattro capannoni in cui si maturava il compost fresco che, prove agronomiche avevano dimostrato essere di ottima qualità.

Per questo motivo le 5.000 tonnellate di compost che ogni anno l'impianto produceva avrebbero potuto trovare acquirenti interessati a ritirarlo e a pagarlo.

Nella parte alta della Figura 1  si vede il capannone che ospitava il biofiltro e la conduttura che qui riceveva l'aria carica di sostanze odorigene, prodotte dal compostaggio.  Nel bio filtro una adeguata popolazione di batteri, fatta crescere su un letto di cippato di legno, provvedeva a ridurre significativamente il carico organico presente nell'aria immessa nuovamente nell'ambiente.

Nella parte bassa della immagine satellitare si vede anche il capannone utilizzato in questo sito per valorizzare lo "zetto", le macerie  prodotte da restauri edilizi che, raccolte in modo indifferenziato, opportune macine trasformano in  sabbia e ghiaia riutilizzabile per produrre manufatti in cemento.

Seguono alcune immagini riprese nel 2008, quando l'impianto era ancora in funzione.

Fig. 2 Le biocelle dove scarti organici mescolati a cippato di legno sono trasformati in compost

Fig. 3 Cumuli di compost maturo pronto per l'uso

Fig. 4 Visione d'insieme dell'impianto (giugno 2008)
La domanda che viene spontanea è che, vista l'emergenza Scarpino che ci costringe ad esportare fuori regione a caro prezzo ( 100 €/tonnellata) la frazione organica raccolta in città, perchè non si pensa di recuperare le strutture e i macchinari ancora funzionanti e trasferire in luogo più comodo e sicuro l'impianto?

L'immagine satellitare mostra che bisognerebbe trovare poco più di un ettaro di superficie  (circa 13.000 metri quadrati ) per riattivare un impianto come questo, un rettangolo di 100 x 130 metri, più o meno quelli necessari per un campo di calcio.

Sembra strano, ma nessuno e' stato capace di  trovare nel territorio comunale o provinciale questo ettaro di terreno che, con case distanti 200-300 metri, in totale sicurezza e usando solo competenze AMIU,  potrebbe permetterci di risolvere una parte del problema e di risparmiare un bel pò di soldi.

Tanto per dare un'idea, l'attuale progetto pilota di raccolta Porta a Porta attivato a Quarto Alto e Colle degli Ometti, con il suo 85% di raccolta differenziata, intercetta annualmente circa 250 tonnellate di un'ottima frazione organica che non aspetta altro che di essere compostata in un impianto come quello della Val Varenna.

Novemila tonnellate di frazione organica, corrispondono alla produzione annuale di circa 130.000 genovesi, guarda caso proprio il numero di persone che entro la fine del 2017 il progetto di raccolta differenziata elaborato dal Consorzio Nazionale Imballaggi (CONAI)  avrebbe coinvolto nella raccolta Porta a Porta che, nonostante i tanti "gufi",  a Quarto sta funzionando alla grande con una percentuale di raccolta differenziata superiore all' 80%.

Che si aspetta?
Chi mette i bastoni tra le ruote?
Quali sono i motivi per cui non si fanno scelte semplici e di interesse per la città?

Sullo stesso argomento:

- Chi ha paura del Porta a Porta?
- L'Isola Ecologica che non c'è
- Come si riduce la TARI senza IREN






venerdì 3 marzo 2017

Chi ha paura del Porta a Porta?


Il 20 aprile 2016 è stato annunciato in pompa magna: a Genova parte la raccolta differenziata "Porta a Porta" e di "Prossimità" che, estesa progressivamente a tutta la città, permetterà di raggiungere gli obiettivi di raccolta differenziata previsti dalla Regione Liguria: 65% entro il 2020.

Nella stessa data, il Consorzio Nazionale Imballaggi (CONAI) ci aveva già regalato il Piano per la raccolta che, in base alla complessa organizzazione urbanistica della nostra città, aveva individuato le specifiche modalità da adottare, quartiere per quartiere.


Fig. 1 Piano CONAI per la raccolta Porta a Porta a Genova. 

La Figura 1 mostra, nei diversi colori, la distribuzione delle diverse modalità di raccolta.

Le aree verdi, quelle con una minore densità abitativa e spazi condominiali disponibili, saranno quelle dove si realizzerà, alla lettera, la raccolta Porta a Porta: i mastelli potranno essere esposti all'esterno del portone di casa.

Nelle zone gialle saranno previsti cinque mastelli fissi per ogni condominio.

Le zone arancioni e rosse (470.000 abitanti) avranno a disposizione cassonetti "intelligenti", predisposti per raccogliere, anche loro, le cinque diverse frazioni di scarti.

I  19.141  genovesi che abitano nelle aree verdi, nel giorno stabiliti, dovranno depositare davanti al portone o in uno spazio condominiale accessibile, uno dei cinque mastellini avuti in dotazione, pieni degli scarti che, in base al colore del loro coperchio, sono utilizzati per raccogliere le frazioni previste: scarti di cucina (marrone), plastica e metalli (giallo), carta e cartone (blu), vetro (verde), scarti non riciclabili  (grigio).
In questo modo, tutti i mezzi AMIU, nello stesso giorno raccoglieranno solo una delle frazioni previste che potrà essere facilmente riciclata, in base alla sua composizione e venduta al miglior offerente.

La qualità della raccolta, ovviamente, sta in mano a chi, in famiglia e presso le aziende, si prende cura di separare le singole frazioni, man mano che sono prodotte.
Per garantire questo risultato, ad una capillare e chiara informazione si affianca la novità che il titolare di ogni mastello è identificato con un "transponder" inserito nel mastello stesso, letto in automatico, al momento della raccolta.
E' evidente che, in questo modo, il responsabile di eventuali conferimenti non corretti è facilmente identificabile.

A dieci mesi dall'annuncio, constatiamo alcuni fatti singolari  e in parte misteriosi:

- l'estensione della raccolta porta a porta di tipo condominiale nelle zone gialle (102.669 genovesi abitanti a Voltri, Pra, Marassi Alta) prevista per la fine del 2016, non c'è stata.

- i risultati della raccolta,  partita a giugno e luglio 2016 in due delle zone verdi (Quarto Alto e Costa degli Ometti, circa 5.000 abitatanti coinvolti) sono coperti dal silenzio più assoluto, nel sito AMIU dedicato al progetto non se ne trova traccia.

Ad una personale richiesta fatta a AMIU, mi è stato prontamente risposto con l'invio di una presentazione fatta l'8 febbraio 2017, nel corso dell'audizione della Commissione Ambiente del consiglio comunale.

Non so quanto la sobrietà della slide che riporta i risultati dei primi mesi del Progetto Pilota (Figura 2)  sia stata voluta, ma ho l'impressione che nessuno dei consiglieri presenti nella Sala Rossa abbiano colto il significato "sconvolgente" del fatto che, grazie al Porta a Porta, dopo solo sei mesi dall'avvio,  le 2.206 utenze di Quarto Alto e di Colle degli Ometti coinvolte nel progetto Porta a Porta, avevano differenziato  88% dei loro scarti.

Si, avete letto giusto, in sei mesi a Quarto, grazie al Porta a Porta, si è passati dal 39%, al' 88% di raccolta differenziata.
Fig. 2 La slide di fonte AMIU che riporta il risultato del porta a porta a Quarto

Questo risultato ha come conseguenza che chi vuole fare facili affari con gli scarti dei genovesi, con il Porta a Porta esteso a tutta la città, vedrà letteralmente svanire l'oggetto dei suoi desideri.

Se l' ottanta per cento degli scarti genovesi, intercettati grazie al porta a porta, alle nove isole ecologiche, al compostaggio domestico e di comunità, fosse inviato al recupero e al riciclo,  il 20 % di indifferenziato che resta non giustificherebbe i pesanti investimenti previsti al momento per gli impianti di trattamento, quelli che ci vogliono far credere che non potremmo realizzare senza l'ingresso di un partner, come IREN, in AMIU.

Tutti i "gufi" (scusate questa citazione, ma ci vuole) che dicevano che a Genova la differenziata non si può fare, ancora una volta, sono stati smentiti dai fatti: la maggioranza dei genovesi, che abitino a Quarto o a Sestri e a Pontedecimo, la differenziata spinta la fanno e la fanno bene.

Chi ha sperato di sfruttare l'insofferenza al cambiamento, appoggiando i soliti comitati "contro" è stato messo da parte.

E i fatti dimostrano che non è neanche vero che il Porta a Porta costi di più: la vendita di tutti i materiali di alta qualità recuperati con il Porta a Porta compensa, alla grande, i costi di investimento, i maggiori costi dei nuovi operatori che bisogna assumere  e permette il rapido ritorno degli investimenti necessari per la valorizzazione dei materiali separati alla fonte (separazione meccanica di metalli, carta, cartone e plastiche, bio-digestore per la produzione di metano e compost).

E i fatti dimostrano che è anche falso dichiarare che ci vogliono anni per raggiungere il 65% di raccolta differenziata. Le esperienze genovesi dimostrano che, con una buona organizzazione, in pochi mesi tutti differenziano alla grande.

Con questi numeri, oltre 80 % di raccolta differenziata di qualità, l'economia circolare basata su nuove attività produttive dedicate alla trasformazione annuale di 260.000 tonnellate di metalli, cellulosa, polimeri di sintesi, frazioni organiche... diventa rapidamente una realtà.

E ora. in base a questi risultati, un messaggio ai consiglieri comunali che dovranno votare la nuova delibera che vuole, costi quel che costi, IREN come socio AMIU: votate NO

e chiedete,  maggioranza e  opposizione, che il piano CONAI,  per la piena attuazione del Porta a Porta in città, si sblocchi immediatamente e contemporaneamente agli abitanti di Quarto Alto e di Colle degli Ometti, che così bene stanno facendo la differenziazione dei loro scarti,  sia riconosciuta la Tariffazione Puntuale.

Non ci sono scuse: qualunque cosa vi vogliano far credere, siate certi che la nuova tariffazione che premia economicamente i comportamenti virtuosi, la tariffazione puntuale, si può applicare subito. 


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martedì 21 febbraio 2017

L'isola ecologica che non c'è

Fig. 1 Area prevista per ospitare l'Isola Ecologica del Levante di Genova

Alla fine degli anni novanta, con Pericu sindaco di Genova, l'assessore all'ambiente Chiara Malagoli aveva già individuato dieci aree, distribuite nella città, una per ogni Municipio, che avrebbero dovuto ospitare altrettante Isole Ecologiche a cui conferire scarti ingombranti (mobili, elettrodomestici, materassi ...) e altri materiali non previsti nella raccolta differenziata domiciliare (oli da friggere, batterie auto, oggetti in metallo, lattine di vernici....) giunti alla fine della loro prima vita, evitando il loro consueto abbandono nei greti dei torrenti e in qualsiasi spiazzo appartato della città e relativi costi per le reiterate bonifiche di queste discariche abusive.

Dopo quasi vent'anni, le Isole Ecologiche in funzione a Genova sono solo quattro, la maggior parte nel ponente cittadino ( Fig. 2 ).

Certamente in molti, per tutti questi anni, hanno preferito far finta di nulla, se non addirittura remare contro la loro realizzazione.
Il motivo più banale che ci ha portato a questa situazione è stato quello di non voler perdere consenso per una scelta ritenuta poco importante e mal vista dalla popolazione.

Nel 2014, le quattro isole, rispettivamente nella fascia rispetto di Pra (Ponente), in via Gastaldi (Val Polcevera), lungo l'argine del Polcevera (Centro Ovest) e alla Volpara (media Val Bisagno), sono state al servizio di 282.000 genovesi e hanno permesso la raccolta di 22.300 tonnellate di scarti ingombranti e altri materiali riciclabili.

Ad oggi, questo utile e comodo servizio è ancora negato a 310.500 genovesi, per la volontà di non decidere di gran parte dei restanti cinque Municipi e per l'auto-lesionismo di alcune centinaia di cittadini che si oppongono al progetto di avere questo tipo di servizio vicino alle loro case.


Fig. 2  lo stato del  piano delle Isole Ecologiche di Genova nel 2017


Con l'entrata in funzione delle cinque Isole Ecologiche che ancora mancano all'appello, in base alle rese di quelle già operative, si potrebbero intercettare circa 48.000 tonnellate all'anno di scarti ingombranti, piccoli elettrodomestici e altri materiali, pari al 15% degli scarti complessivamente prodotti da famiglie e aziende genovesi.

E' fuori di dubbio che, insieme ad una adeguata comunicazione e a generosi sconti TARI per chi utilizza questo servizio, in base ad esperienze nazionali,  la percentuale di ingombranti, scarti elettrici ed elettronici (RAEE)e altri materiali  intercettati dall'Arcipelago delle Isole Ecologiche di Genova, rispetto a tutti gli scarti prodotti in città, potrebbe essere anche maggiore: 25-30%.

Pertanto in pochi mesi, costruite le cinque Isole Ecologiche mancanti, la raccolta differenziata genovese potrebbe fare un bel balzo in avanti: dall'attuale 39% fino al 59-60%, con un rapido avvicinamento all'obbiettivo previsto dalla legge del 65%, obiettivo che qualcuno ancora si ostina a far credere impossibile.

Tra i genovesi contrari alle Isole ci sono circa settecento  abitanti di Quarto Alta che, con le loro firme, si oppongono alla realizzazione dell'Isola Ecologica indicata dal Municipio Levante in un' area in via delle Campanule, a pochi metri da corso Europa.

Tra i motivi per l'opposizione è che l'isola Ecologica svaluterebbe i loro immobili.

La Figura 1 mostra l'attuale situazione di quest'area, una zona recintata, adibita in gran parte a deposito di grandi cordoli  in pietra, in attesa di riutilizzo, il cui spazio  oggi incustodito,  davanti al cancello d'ingresso, è usato per un veloce e comodo scarico di rifiuti ingombranti (Figura 3).

Insieme alla crescita incontrollata di arbusti tutt'intorno e nella vicina aiuola, che nessuno cura più da tempo, come biglietto da visita del quartiere collinare, questo pezzo di terreno, oggi, non è un gran ché.

Fig 3 Discarica abusiva di ingombranti davanti al cancello
 dell'area prevista per ospitare l'Isola Ecologica del Levante


Anche la preoccupazione del comitato di un aumento del traffico locale appare esagerata: l' Isola Ecologica di via delle Campanule si trova lungo la via di percorrenza di chi risiede nei quartieri collinari di Quarto e di chi già ora percorre corso Europa; chi utilizza regolarmente queste strade, con una breve deviazione dal suo abituale percorso, potrà depositare nell'Isola i suoi scarti ingombranti, con una breve sosta nei parcheggi interni.

Certamente bisognerà curare l'estetica dell'Isola Ecologica e un'attenta progettazione e cura del verde attorno al perimetro del sito ne dovrà migliorare la percezione visiva.

Anche la stabilità del terreno richiede una verifica, ma sarà difficile che gli scarrabili che l'Isola ospiterà siano più pesanti degli cumuli di cordoli in pietra già oggi stoccati in questo luogo.

Quindi  ben venga l'Isola Ecologica  del Levante che, oltre ad offrire un comodo e indispensabile servizio a chi abita nelle sue vicinanze, certamente migliorerà la qualità ambientale dell'attuale sito.

Per finire, mi piace molto una proposta fatta dal Municipio di Levante, da estendere se possibile alle altre Isole cittadine: realizzare, all'interno dell'Isola, un Caffè per le Riparazioni (Repair Caffe), un locale attrezzato per ridare nuova vita agli oggetti consegnati e da mettere a disposizione, a un prezzo simbolico, per chi vorrà riutilizzarli.

E aggiungo una mia personale proposta, per aumentare l'efficacia delle Isole Ecologiche e migliorarne l'immagine: mettere a disposizione dei visitatori un mini-silos da cui scaricare cippato di legno, prodotto con sfalci e potature conferite all'Ecocentro, da utilizzare nella propria compostiera domestica: un ingrediente indispensabile per un compostaggio rapido e senza problemi, difficile da reperire in città, un bell'esempio di concreta Economia Circolare.

domenica 12 febbraio 2017

Come si riduce la TARI senza IREN


Discarica Scarpino. In primo piano la centrale a biogas e fotovoltaica

Bocciata l’annessione di IREN in AMIU si aprono le porte a soluzioni più rispettose degli interessi collettivi e dei lavoratori.
Per quali motivi un’azienda come IREN è interessata ad entrare in AMIU, l ‘Azienda Multiservizi Igiene Urbana di Genova?
Non ci sono dubbi: per poter gestire, nel proprio interesse, il ricco e garantito “portafoglio”, costantemente alimentato dalla Tassa Rifiuti (TARI), circa 127 milioni di euro all’anno, pagati da famiglie e aziende genovesi.
Abbiamo l’impressione che ad IREN e a gran parte degli eletti presenti nel consiglio comunale di Genova sfugga che, anche grazie al nuovo piano di gestione dei materiali post consumo prodotti a Genova e nell’area Metropolitana, voluto dal Presidente Castagna, votato dal Consiglio Comunale e difeso ad oltranza dal consigliere delegato Pignone, gli interessi in gioco stiano velocemente cambiando.
Con questo Piano, che punta al massimo recupero di materia, a partire dagli scarti dei genovesi, il vero valore economico di AMIU diventa la capacità dei suoi dirigenti, tecnici, maestranze di gestire la “miniera urbana” che ogni giorno mette a disposizione oltre 600 tonnellate di acciaio, allumino, rame, cellulosa, vetro, polimeri di sintesi, biopolimeri…materiali che, separati alla fonte, hanno un elevato grado di purezza, il valore aggiunto delle lavorazioni che le hanno prodotte  e un loro reale valore di mercato, quello della nuova economia circolare.
L’altra ricchezza da riconoscere, valorizzare ed incentivare è la diffusa capacità delle famiglie e delle aziende genovesi di separare alla fonte i loro scarti: nei quartieri dove si è avviata la nuova raccolta (porta a porta e prossimità) la percentuale di differenziazione è nettamente aumentata, come pure la qualità delle frazioni separate.
Questo impegno e questi risultati non ammettono ulteriori ritardi alla approvazione della Tariffazione Puntuale, quella che, grazie al porta a porta e alla identificazione di chi conferisce le diverse frazioni, permette di introdurre sostanziosi sconti per chi differenzia di più e produce meno scarti.
I gravi ritardi nella attivazione del piano di raccolta differenziata “porta a porta” e nella realizzazione delle quattro isole ecologiche che ancora mancano all’appello non sono casuali, sono il frutto di una accorta regia che ha voluto approfittare della crisi di Scarpino per deprezzare AMIU e spalancare le porte al privato “salvatore”.
Ma anche per l’ammaccata discarica di Scarpino le cose non stanno come si vuol far credere.
Anche chiusa al conferimento di scarti indifferenziati, la discarica di Scarpino produce reddito, sotto forma di metano, derivante dalla bio-degradazione degli scarti organici dei genovesi, accumulati qui da oltre 40 anni. Con questo gas, che alimenta sei motori endotermici, si producono annualmente circa 69 milioni di kWh che, immessi in rete, in quanto energia rinnovabile, ricevono generosi incentivi, pari ad una decina di milioni di euro, denari che potrebbero tranquillamente coprire i costi annuali dell’impianto di pretrattamento del percolato prodotto dalla discarica.
Peccato che tutti questi soldi, da dieci anni, finiscano nelle casse della società Asja, concessionaria dello sfruttamento del giacimento di biogas di Scarpino, per improvvida decisione della dirigenza AMIU, in cambio di modeste royalties.
In base alle informazioni disponibili il contratto con Asja è in scadenza e stavolta AMIU e i genovesi che quel metano hanno contribuito a produrre non possono perdere l’occasione: contrattare con Asja una breve proroga, alla condizione che maestranze AMIU si affianchino a quelle Asja per garantire l’operatività dell’impianto, quando, chiuso definitivamente il contratto, l’impianto e le infrastrutture di captazione del gas potranno essere interamente ceduti ad AMIU.
In questo modo AMIU potrà mettere a bilancio la vendita dell’elettricità prodotta con il biogas della discarica che è presumibile potrà essere ancora sfruttato per qualche decina di anni e potrà, in tal modo, coprire le future spese del trattamento del percolato, la cui quantità si ridurrà progressivamente di pari passo con la riduzione della produzione di biogas.
Ma Scarpino oggi produce anche 30.000 chilowattore all’anno di energia solare ed eolica, grazie ad alcuni impianti fotovoltaici ed eolici realizzati al suo interno.
Al momento le potenze installate sono limitate, ma la grande superficie disponibile, l’elevata insolazione e ventosità del sito fanno ritenere che Scarpino possa diventare una importante centrale ad energia rinnovabile a servizio della città, un ulteriore valore aggiunto a questo sito che, in ogni caso, ancora per diversi anni avrà il ruolo strategico di discarica di servizio per le frazioni inerti non ancora economicamente fruttabili.
Come è noto l’impossibilità di conferire scarti indifferenziati a Scarpino e l’assenza di impianti per le frazioni organiche e l’indifferenziato ci costringe ad “esportare” fuori regione circa 200.000 tonnellate all’anno, di scarti indifferenziati, con un extra costi (trasporto e smaltimento) di 28 milioni di euro.
Sono circa 140 euro a tonnellata, il doppio del costo che avremmo sostenuto con impianti gestiti da AMIU, impianti che, nella migliore delle ipotesi saranno disponibili tra due-tre anni.
Per evitare di scaricare sulla TARI questi extra-costi esiste una soluzione: rendere operativi i numerosi progetti di riduzione alla fonte, approvati nel lontano 2009, dalla provincia di Genova, finalizzati a produrre meno scarti per passare, il più rapidamente possibile, dagli attuali circa 550 chili pro capite a 100 chili a testa, un obiettivo che è reso possibile da adeguate scelte di contrasto all’ usa e getta, scelte assolutamente possibili ed auspicabili.
Il rifiuto che non c’è, non si deve raccogliere, non si deve trasportare, non si deve trattare, non si deve smaltire e quindi non si devono pagare tutti questi costi che, per alcuni anni a Genova saranno maggiorati, sia perché dobbiamo trasportare i nostri scarti fuori regione, sia perché il sistema di smaltimento sarà prevalentemente la “termovalorizzazione”  quello più costoso.
Ogni tonnellata di scarto che i genovesi riusciranno a non produrre più ci farà risparmiare un centinaia di euro, quindi ben vengano campagne di promozione del compostaggio domestico e di comunità che, coinvolgendo le 80.000 famiglie genovesi già dedite al giardinaggio permetteranno, in pochi mesi, di ridurre del 3-4 % la produzione di organico; altrettanto importante sarà attuare le scelte per ridurre gli insostenibili sprechi alimentari nella grande distribuzione e nella ristorazione.
Perché tutto questo avvenga si dovrà riconoscere un congruo sconto TARI a chi, famiglia o azienda, metterà in pratica qualcuna delle numerose iniziative già ampiamente previste dal Piano Provinciale per la riduzione dei rifiuti e l’ammontare dello sconto dovrà essere quantomeno pari ai maggiori oneri per lo smaltimento fuori regione.
Inoltre occorre  attivare, senza ulteriori colpevoli ritardi, la realizzazione delle restanti quattro isole ecologiche per la gestione degli scarti ingombranti,  assolutamente necessarie, previste da tempo, ma che il levante cittadino sembra non gradire, con la complice inerzia dei Municipi.
Una volta a regime il sistema di isole ecologiche e, incrementato il compenso economico per chi conferisce in questi siti i suoi scarti ingombranti e elettronici, si può facilmente prevedere che la raccolta differenziata di Genova potrà fare un balzo in avanti di oltre il 20 %, avvicinandosi a quella soglia del 65% di raccolta differenziata che in molti continuano a far credere sia invalicabile.
Per ridurre la produzione di scarti, come previsto da piano CONAI, è necessario anche offrire subito ai genovesi il servizio porta a porta e di prossimità con la tariffazione puntuale.  E’ ormai certo che in questo modo si riduce di oltre il 20 % la produzione di rifiuto, si raggiungono raccolte differenziate superiori al 65% e economie di scala che riducono significativamente i costi per abitante.
E i progetti pilota di porta a porta nel levante cittadino, oltre a confermare il rapido incremento della percentuale della raccolta differenziata, hanno evidenziato un interessante fenomeno: l’elevata evasione totale della TARI, la presenza di numerose famiglie e aziende fantasma che non pagano il servizio!
Un motivo in più per rompere gli indugi e passare, senza incertezze e ripensamenti, al “porta a porta”.
E infine vediamo come sia possibile realizzare i nuovi impianti per attivare forme di economia basate sul ciclo della materia.
Per la gestione degli scarti genovesi, l’attuale piano industriale di AMIU, approvato dal Comune e difeso a spada tratta dal Presidente Castagna e dal Consigliere delegato Pignone,  prevede un digestore-compostatore per il trattamento delle frazioni organiche, un trattamento meccanico per la valorizzazione merceologica delle frazioni differenziate (ampliamento dell’attuale impianto operativo a Saldorella) e un trattamento meccanico biologico per il recupero di materia dalle frazioni secche non direttamente riciclabili.
Caratteristica di questi impianti è quella che tutti producono materie seconde già lavorate, più pregiate delle materie prime, con un reale valore commerciale, che nel mercato libero può essere anche più remunerativo ed esteso di quanto oggi offra il Consorzio Nazionale Imballaggi.
Nel 2015, con una misera raccolta differenziata al 35%, AMIU con la vendita dei materiali differenziati ha avuti ricavi per 4,3 milioni di euro. E’ ovvio che è possibile fare meglio e di più.
Le materie seconde che i nuovi impianti produranno e permetteranno di vendere sono: metano ad elevato grado di purezza, ammendanti agricoli con un importante contenuto di fertilizzanti, rame, alluminio, acciaio, plastiche mono-componenti e miste, carta e cartone, vetro…
Pertanto, la vendita di questi materiali permette di avere importanti guadagni, guadagni che di fatto appartengono ai cittadini che quegli scarti hanno prodotto e in gran parte contribuito a separare con la loro raccolta differenziata.
Il giorno dopo la bocciatura della delibera IREN è giunta la notizia che AMIU stia decidendo che questi impianti possano essere realizzati secondo lo schema del finanziamento a progetto (project financing) che, in genere, cede al privato una proprietà pubblica, in cambio dei soldi investiti.
Sarebbe preferibile adottare il più virtuoso metodo previsto dalle Compagnie per i Servizi Energetici (Energy Service Company -ESCO):  l’azienda privata, con proprie risorse economiche, realizza gli impianti, ottimizzando i loro consumi energetici e la loro produzione di materia utile, li gestisce, con personale AMIU adeguatamente addestrato, e copre le proprie spese di investimento e di gestione con la vendita dei materiali prodotti e con una adeguata quota  della Tassa Rifiuti.
Dopo un congruo numero di anni (stimabile tra 5 e 10 anni, a seconda degli impianti), recuperati gli investimenti e realizzato un giusto reddito, gli impianti tornano alla gestione pubblica con personale AMIU che, nel frattempo, avrà acquisito tutte le professionalità necessarie per una loro corretta gestione.
E ovviamente, nelle casse comunali rientreranno  a pieno titolo tutti i guadagni derivanti dalla vendita dei materiali recuperati, guadagni che saranno investiti nel rinnovamento degli impianti e in nuovi servizi a favore della comunità.

giovedì 19 gennaio 2017

Riapre la centrale a carbone di Genova e il Sindaco tace.



A causa di una minore importazione di elettricità dalla Francia, alle prese con la manutenzione straordinaria di alcune sue centrali nucleari, il Ministero per lo Sviluppo Economico ha chiesto a Terna di riaccendere la centrale a carbone di Genova, centrale che, a partire dal 2017, era già destinata alla chiusura definitiva, a causa della sua vetustà e del peso del suo inquinamento sulla qualità dell’aria della città di Genova.

Sarebbe interessante sapere se, prima di prendere questa decisione, il Ministro allo Sviluppo abbia chiesto il parere dei colleghi del ministero dell’Ambiente e della Salute.

Sarebbe stato il caso, in quanto la riaccensione dell’impianto, nel corso dei successivi 12 mesi, immetterà nell’atmosfera genovese 553 tonnellate di anidride solforosa, 604 tonnellate di ossidi diazoto e 6 tonnellate di polveri: inquinanti che, con i venti di mare, finiranno sulla città, in particolare sui quartieri di fronte al porto (Oregina, Lagaccio, Sampierdarena ) e nei polmoni di chi vi abita.

Il ministro dell’Ambiente avrebbe potuto ricordare al ministro allo Sviluppo che, anche a causa del cronico inquinamento dell'aria genovese, l’Italia è in infrazione da parte dell’Unione Europea per il mancato rispetto degli obiettivi di qualità dell’aria e che, ovviamente, la riaccensione della centrale avrebbe aggravato la nostra posizione.

Forse poteva essere inutile sentire il ministro Lorenzin, in quanto il ministro alla Salute degli Italiani sembra ignorare i danni sanitari prodotti dall’inquinamento dell’aria, ma visto che la centrale produce oltre il 7% degli ossidi di azoto che impattano su Genova, con la sua chiusura ci eravamo risparmiati un po’ di ricoveri d’urgenza per problemi cardio-circolatori e respiratori: un piccolo beneficio che la scelta di riaprire la centrale di Genova vanifica.

Quello che stupisce in questa vicenda è il silenzio del Sindaco Doria, massima autorità a tutela della salute pubblica, alle prese con il cronico inquinamento da ossidi di azoto, sempre superiore ai limiti di legge.

E’ il caso di ricordargli che la riapertura della centrale produrrà una quantità di ossidi di azoto oltre dieci volte superiore a quella prodotta da tutti i motocicli circolanti in città, comprese alcune migliaia di vecchie “vespe”, vittime delle inutili norme anti inquinamento che la Giunta ha proposto, tanto per far vedere che fanno qualche cosa contro l’inquinamento.

lunedì 2 gennaio 2017

I "botti" di capodanno fanno male all'aria: PM10 alle stelle



Quest'anno un centinaio di sindaci hanno emanato ordinanze per vietare o quantomeno limitare, nelle loro città, l'uso di "botti" e di fuochi di artificio per festeggiare il nuovo anno.

I motivi addotti sono stati i più vari: possibili danni a persone o cose, rischi di incendi, stress di cani e gatti spaventati dalle esplisioni

La vaghezza di questi motivi hanno permesso, all' associazione che riunisce i produttori di fuochi di artificio, di fare un esemplare ricorso al TAR del Lazio, avverso all'ordinanza della Sindaca di Roma, ottenendone la sospensiva.

Per quanto ne sappia, nessun Sindaco ha motivato la sua ordinanza "anti botti" con l'unico motivo serio, che rientra ampliamente nelle prerogative del Sindaco, quale massima autorità preposta alla tutela della salute pubblica: la tutela della qualità dell'aria della propria città e quindi della salute dei sui concittadini.

Esiste un'ampia letteratura scientifica che documenta come gli spettacoli pirotecnici provocano un pesante inquinamento dell'aria, in particolare dovuto alla produzione di polveri fini (PM10, PM2,5) e nanopolveri.

Una ricerca che ci può interessare da vicino è quella fatta a Milano, dal 9 al 10 luglio del 2006, con l'Italia campione del mondo vincitrice della coppa FIFA, nel corso dei festeggiamenti in cui i fuochi di artificio ufficiali e quelli "sparati" dei tifosi festanti furono l'elemento dominante.

Lo studio, in base alla specifica composizione chimica dei fumi che si liberano durante i fuochi di artificio, fu in grado di stimare che, nel corso dei festeggiamenti, circa la metà dell polveri sottili, campionate a qualche chilometro dal sito dello spettacolo, presso l'Università di Milano, erano state prodotte dai fuochi pirotecnici, con una concentrazione media nell'aria, dall'avvio dei festeggiamenti e per le successive 24 ore, pari a 33,6 microgrammi per metro cubo d'aria.

Quindi complessivamente, a causa dei fuochi artificiali, quel giorno Milano registrò una concentrazione di polveri sottili (PM10) di circa 67 microgrammi per metro cubo, superiore al limite giornaliero di 50 microgrammi per metro cubo.

Nella stessa Milano a causa dei fuochi d'artificio che hanno festeggiato la fine del 2016, è andato decisamente peggio: presso la centralina di via Pascal, nella città degli studi, la media di polveri sottili, prelevate dalla mezzanotte del 31 dicembre alla mezzanotte del 1 gennaio, ha fatto registrare un valore di 152 microgrammi per metro cubo, decisamente fuori norma, come pure fuori norma, ma più basse, le misure di PM10 effettuate nello stesso sito il 30 e il 31 dicembre 2016, rispettivamente pari a 78 e 81 microgrammi per metro cubo.
Quindi anche questa volta i fuochi d'artificio hanno raddoppiato l'inquinamento "di fondo" della città.

A Roma la situazione nelle 24 ore successive a capodanno è stata migliore, rispetto a Milano:  94 microgrammi per metro cubo in via Tiburtina, a fronte di 33 e 70 microgrammi per metro cubo, registrati in questo sito, rispettivamente il 30 e il 31 dicembre.
Ma anche a Roma, i fuochi hanno, in modo rilevante, peggiorato la qualità dell'aria e iniziato l'anno nuovo con una giornata con concentrazioni di PM10 superiore al limite di legge

A Napoli, il 29 e il 30 dicembre, le concentrazioni di PM10 (media giornaliera), presso le cinque centraline in funzione,  erano tra i 14 e i 25 microgrammi per metro cubo: quindi ampiamente al di sotto dei limiti di legge di 50 microgrammi per metro cubo.

Il 31 dicembre a Napoli, devono essere cominciate le prove generali dei "botti", in quanto le concentrazioni di PM10, nel corso della giornata sono rapidamente aumentate, con un massimo di 67 microgrammi/m3 presso il sito Ferrovie.

Quando, a mezzanotte del 31 dicembre, a Napoli si è scatenato il putiferio, l'unica centralina che ha fatto registrare dei dati, per tutte le 24 ore successive, è stata quella dell' Osservatorio astronomico,  con una media giornaliera di PM10, durante tutto il  primo gennaio di 80 microgrammi /m3.

Tutte le altre quattro centraline di Napoli, sul sito dell'Agenzia Regionale per l'Ambiente Campana,  segnalavano "Dati Non Validabili".

Il 2 gennaio, quattro delle centraline, esclusa quella dell'Ospedale Santo Bono, riprendono a fornire dati sulle concentrazioni giornaliere di PM10: via Argine, 198 ug/m3; Ferrovia, 55 ug/m3; Museo Nazionale, 42 ug/m3, Osservatorio astronomico, 35 ug/m3.

Il 3 gennaio, sempre a Napoli, quattro centraline riprendono a  misurare le PM10, tutte ampiamente nei limiti, tra 16 e 26 ug/m3. Solo la centralina di via Argine fornisce dati non validabili.

Cosa sia successo alle centraline di Napoli tra l'uno e il due gennaio, non è dato sapere, ma viste le riprese video del capodanno napoletano non è escluso che i sistemi di misura, a causa della grande quantità di polveri prodotte dai fuochi, siano andati in "tilt", saturati dalla grande quantità di polveri prodotte dai fuochi pirotecnici.

Il sito dell' ARPAC per il 1 gennaio riporta altri dati, a dir poco sorprendenti,  di PM10 registrate presso paesi in provincia di Napoli: 392 microgrammi /m3 a S. Vitaliano, presso la scuola Marconi e 308 microgrammi ad Aversa, presso la scuola Cirillo.

Mentre le centraline di Napoli, gestite dall'ARPAC, la notte di capodanno sono andate in tilt, hanno regolarmente funzionato quelle gestite dal CNR di Napoli .

Le misure di PM 10 registrate in continuo presso la centralina posizionata nei pressi del porto di Napoli i giorni di fine anno, sono mostrate nella Figura 1.
Fig.1 Concentrazioni PM10 nel porto di Napoli dal 30-12- 2016 al 1/1/2017

E' evidente il pesante effetto prodotto dai botti che ha fatto registrare concentrazioni massime di  polveri sottili (PM10) pari a 500 microgrammi per metro cubo, con contaminazione dell'aria protrattasi per diverse ore.

La figura 2 riporta le stesse misure effettuate, l'anno precedente  a Napoli, nel corso del fine anno del 2015 presso il sito di S. Marcellino.

In quest'occasione le concentrazioni massime di PM10  hanno raggiunto circa 300 microgrammi per metro cubo.
Fig. 2 Concentrazioni PM10 a Napoli (S. Marcellino) capodanno 2015


Ricordo che il limite massimo giornaliero per le PM10 è di 50 microgrammi /m3 e i valori segnalati da ARPAC sono la media di 24 ore di misura a partire dalla mezzanotte.

Tutto sommato molto più tranquilla la situazione del capodanno genovese.
Anche nel capoluogo ligure, nonostante l'invito del Sindaco, si sono sparati un bel pò di botti, con qualche principio di incendio qua e la, ma evidentemente se ne è fatto un uso sobrio in quanto l'ARPAL, lungo corso Buenos Aires, nel centro città, dopo la mezzanotte ha registrato un picco di 179 microgrammi/m3, da mezzanotte all'una, scesi a 46 microgrammi nell'ora successiva, per poi portarsi ai valori tranquilli dei giorni precedenti, compresi tra 21 e 23 microgrammi/m3.
Alla fine della giornata le due centraline in funzione ( C.So Buenos Aires e Multedo) facevano registrare medie giornaliere di PM10 di tutta tranquillità: 23 e 24 microgrammi/ m3.

In attesa di chiarire quali concentrazioni si siano realmente  raggiunte a Napoli e nel resto della regione, il primo gennaio e i giorni successivi, mi permetto di suggerire di tenere sotto controllo l'andamento dei ricoveri ospedalieri di bambini ed anziani nei prossimi giorni nelle località dove i festeggiamenti di fine anno hanno visto il maggior uso di botti e fuochi d'artificio.

Degli effetti sulla salute di fenomeni acuti di iquinamento come quelli misurati  a capodanno in molte città italiane, ne parleremo nel prossimo post.