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domenica 29 giugno 2014

TISA: un accordo su commercio e servizi fatto a nostra insaputa e contro i nostri interessi.


 

L'allegato articolo di Marco Bersani (Attac Italia) potrebbe sembrare non in linea con gli argomenti trattati da questo Blog (ambiente e salute, sviluppo durevole... ).
In realtà, va alla radice di questi problemi  e molto probabilmente permette di capire molte delle cose strane che, a nostra insaputa, ci stanno arrivando tra capo e collo: privatizzazioni dei beni comuni, attacco alla democrazia, ai diritti civili, alle conquiste sociali ...

TISA: IL CONTRARIO DI PUBBLICO E’ SEGRETO
di Marco Bersani (Attac Italia)

Come se non bastasse il Partenariato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (TTIP), ovvero il negoziato, condotto in assoluta segretezza, fra Usa e Ue per costituire la più grande area di libero scambio del pianeta, realizzando l’utopia delle multinazionali, un nuovo attacco ai beni comuni, ai diritti e alla democrazia è in corso con il TISA (Trade In Service Agreement), un nuovo trattato, della cui esistenza si è venuti a conoscenza solo grazie ai “fuorilegge” di Wikileaks..
Si tratta –per quel che sinora è filtrato dalle segrete stanze- di un negoziato, che riprende in molte parti il fallito Accordo generale sul commercio e i servizi (Agcs), discusso per oltre 10 anni e con durissime contestazioni di piazza all’interno dell’Organizzazione Mondiale del Commercio.
Fallito quello che doveva essere un accordo globale, le grandi elite politico-finanziarie hanno da tempo optato per accordi tra singoli paesi o per aree, dove far rientrare dalla finestra, grazie all’assoluta opacità con cui vengono condotti gli stessi, ciò che le mobilitazioni sociali dei movimenti altermondialisti avevano cacciato dalla porta.
A sedere al tavolo delle trattative per il nuovo trattato sono i paesi che hanno i mercati del settore servizi più grandi del mondo: Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Canada, i 28 paesi dell'Unione Europea, più Svizzera, Islanda, Norvegia, Liechtenstein, Israele, Turchia, Taiwan, Hong Kong, Corea del Sud, Giappone, Pakistan, Panama, Perù, Paraguay, Cile, Colombia, Messico e Costa Rica. Con interessi enormi in ballo: il settore servizi è il più grande per posti di lavoro nel mondo e produce il 70 per cento del prodotto interno lordo globale; solo negli Stati Uniti rappresenta il 75 per cento dell'economia e genera l'80 per cento dei posti di lavoro del settore privato.
L’aspetto più incredibile di quanto rivelato dai documenti in possesso di Wikileaks è il fatto di come, non solo il negoziato si svolga in totale spregio di alcun diritto all’informazione da parte dei cittadini, bensì sia previsto, fra le disposizioni contenute, l’impegno da parte degli Stati partecipanti a non rivelare alcunché fino a cinque anni dopo la sua approvazione!
Una nuova ondata di liberalizzazioni e di privatizzazione di tutti i servizi pubblici si sta dunque preparando e, non a caso, la prima tappa di questa trattativa –avvenuta nell’aprile scorso e finita nelle provvidenziali mani di Wikileaks- ha riguardato la liberalizzazione dei servizi e prodotti finanziari, dei servizi bancari e dei prodotti assicurativi: non sia mai che la crisi, provocata esattamente dalle banche e dai fondi finanziari, rimetta in discussione la totale libertà di movimento e di investimento dei capitali finanziari in ogni angolo del pianeta.
Per quel che si è riusciti a sapere, proprio in questi giorni si sta svolgendo un secondo incontro ed è assolutamente evidente come ad ogni tappa verrà posta l’attenzione su un settore di servizi, fino a comprenderli tutti: dall’acqua all’energia, dalla sanità alla scuola, dai trasporti alla previdenza.
Un mondo da mettere in vendita, attraverso la trappola del debito pubblico e le politiche di austerità, attraverso il TTIP e il TISA, per permettere al modello capitalistico di uscire dalla crisi sistemica, con un rilancio dei mercati finanziari, che, dopo aver investito l'economia, ora hanno puntato gli occhi sulla società e la vita, sui diritti, i beni comuni e la natura.
Per farlo, devono sottrarsi ad ogni elementare regola di democrazia e rifugiarsi nella segretezza: ma come i vampiri della notte non reggono la luce del giorno, così i piani delle elite politico-finanziarie possono essere sconfitti da una capillare informazione e da una ampia e determinata mobilitazione sociale. E' ora di muoversi.

mercoledì 25 giugno 2014

Il bio-metano ci potrebbe dare una mano

Nel 2012, gli italiani hanno scartato 11,3 milioni di tonnellate di avanzi di cibo, scarti di cucina, sfalci d'erba, corrispondente ad oltre il 30% dell'intera quantità dei cosidetti rifiuti urbani.

Quali sarebbero i bilanci di materia se tutte queste frazioni organiche venissero inviate ad impianti di digestione anaerobica, finalizzati a produrre compost e biometano di purezza idonea all'immissione nella rete di distribuzione del gas?

Se si da  da "mangiare" ai batteri anaerobi (chiamati in questo modo, in quanto per loro l'ossigeno dell'aria è un veleno) una tonnellata di organico, si ottengono circa 120 metri cubi di una miscela di gas (biogas), prodotti dall'attività metabolica di questo pasto pantagruelico.

Tramite raffinazione, dal biogas si ottengono 72 metri cubi di metano, con purezza superiore al 97%.

Gli altri gas sono, in prevalenza, anidride carbonica e vapor acqueo e, in minore quantità idrogeno solforato e ammoniaca.

A questo metano, fresco di giornata, è stato dato il nome di biometano, per distinguerlo dal metano fossile, identico per formula chimica (CH4) , ma vecchio di qualche centinaia di milioni di anni e formatosi nelle viscere della Terra, ad opera degli stessi batteri anaerobi, a partire da piante e animali, altrettanto antichi.

Pertanto, dagli 11,3 milioni di tonnellate di prodotti organici che ogni anno gli abitanti del nostro Paese scartano, si potrebbero produrre circa 814 milioni di metri cubi di bio-metano.

Tanti?  Pochi?

Nel 2011, in Italia, il consumo annuale di metano per uso cucina e per la produzione di acqua calda per bagno e doccia è stimabile pari a 770 milioni di metri cubi. Quello stesso anno (il più recente nelle stime ufficiali) il consumo di metano per autotrazione è stato di 882 milioni di metri cubi.

Pertanto,  il biometano prodotto per gestire la produzione urbana di rifiuti organici  (FORSU) , 814milioni metri cubi, sarebbe in grado di coprire  tutti i consumi domestici nazionali per usi cucina e per la doccia, oppure tutti i consumi per l'autotrasporto.

Con il rischio che il metano non ci arrivi più dalla Russia, visto quello che sta succedendo in Ucraina, una completa autonomia energetica nel settore domestico o del trasporto, grazie ad un adeguato trattamento dei nostri rifiuti organici, non mi sembra che sia una opportunità da trascurare.

Se poi si considerano tutti i consumi nazionali di metano, esclusi quelli per la produzione di elettricità,  i consumi  nazionali (2011) sono pari a 31,2 miliardi di metri cubi/anno.

In questo caso, la produzione di biometano coprirebbe il 2,6% di questi consumi, un valore che, ancora una volta,  ho difficoltà a valutare trascurabile, specialmente se si tiene conto di altre importanti caratteristiche di questo combustibile.

Il metano e il biometano si possono immagazzinare nei periodi di minor consumo, la loro produzione è costante tutto l'anno, sono una fonte di energia certamente rinnovabile e la materia prima ( scarti organici) è una produzione nazionale.

Il metano e il biometano, si possono mescolare e insieme possono viaggiare, senza problemi, dal punto di produzione a quello del consumo, tramite una articolata infrstruttura già esistente (rete di distribuzione del gas) che interconnette l'intera Europa; la loro combustione non produce ceneri da smaltire e, a parità di energia prodotta,  entrambi emettono la minor quantità di inquinanti (prevalentemente ossidi di azoto e polveri fini) rispetto agli altri combustibili liquidi e solidi (gasolio, carbone, legna).

Da non sottovalutare l'elevata flessibilità degli usi energetici del metano e del biometano che possono essere usati per produrre calore per usi domestici e industriali, possono essere utilizzati per la cogenerazione di elettricità e calore anche a scala domestica, possono essere utilizzati per autotrazione sia di mezzi leggeri che pesanti.

Infine, vorrei ricordare che insieme a 814 milioni metri cubi di biometano, la scelta della digestione anerobica con compostaggio del digestato (residuo semisolido della digestione anaerobica) ci metterebbe a disposizione 1,7 milioni di tonnellate di compost, idoneo per uso agricolo e 1,2 milioni di tonnellate di CO2, dalla raffinazione del biogas, a un interessante livello di purezza, compatibile con gli usi industriali di questo gas: refrigerante ( ghiaccio secco) , fertilizzante gassoso nelle colture in serra, estintori.

Per doveroso confronto, se tutta la FORSU nazionale fosse compostata,  la quantità di compost prodotta sarebbe il doppio (3,4 milioni di tonnellate ) e circa 2 milioni di tonnellate di CO2 (prodotto di degradazione del compostaggio) sarebbero dispersi in atmosfera.

Per concludere, questo scenario, con la sostituzione di 814 milioni di metano fossile con uguale volume di metano "fresco" e certamente rinnovabile, alla luce dei dati oggi disponibili, non modificherebbe l'attuale quadro emissivo dovuto alla combustione di metano.

Ovviamente, il biometano in rete non pone nessun ostacolo alla contemporanea realizzazione di politiche di incremento della efficenza energetica, specialmente nel riscaldamento domestico, tali da comportare, a parità di confort,  una netta riduzione degli attuali consumi di metano e quindi delle emissioni pericolose per la salute, prodotte dalla sua combustione.

E di pari passo con la riduzione dei consumi di metano, grazie ad adeguate politiche di incentivazione degli isolamenti termici degli edifici, di maggiore efficenza nella produzione di energia e nei consumi, di riduzione delle perdite di rete, l'auto produzione di biometano potrebbe avrebbe un ruolo crescente nella bilancia energetica nazionale.




mercoledì 18 giugno 2014

Il compost va alla Bocconi.



Una recente ricerca realizzata dalla SDA Bocconi School of Management, ha evidenziato che la raccolta differenziata di umido (FORSU) e scarto verde rappresenta oggi il primo settore di recupero di rifiuti urbani in Italia, con 4,8 milioni di tonnellate trattate nel 2012, pari al 40% dei rifiuti urbani raccolti in modo differenziato, in 252 impianti di compostaggio e 27 impianti di digestione anaerobica.
Ad oggi la raccolta dell’umido interessa circa 4.200 comuni italiani, con circa 34 milioni di abitanti coinvolti. Se la raccolta della frazione umida venisse estesa a tutti i comuni italiani, la quantità di materiale raccolto potrebbe quasi raddoppiare, passando a 8,6 milioni di tonnellate; ciò comporterebbe un aumento del numero di impianti di compostaggio e digestione anaerobica (ne servirebbero altri 75).

 A ciò vanno aggiunti i vantaggi ambientali (la raccolta di 8,6 milioni di tonnellate di organico comporterebbe complessivamente una riduzione delle emissioni annue di CO2 compresa tra 5,3 e 7,7 milioni di tonnellate), e i benefici economici e occupazionali che la filiera dell’organico determina (gli occupati del settore arriverebbero a 3600 addetti).
Iniziata negli anni ’90, il settore della raccolta differenziata delle frazioni organiche e del loro recupero mediante compostaggio ha conosciuto una crescita annua costante. In 20 anni in Italia sono state recuperate negli impianti di compostaggio circa 42 milioni di tonnellate di scarti organici e sono state prodotte circa 15 milioni di tonnellate compost di qualità. 

La quantità di frazione organica trattata negli impianti di compostaggio è cresciuta di pari passo con l’estensione della raccolta differenziata dello scarto di cucina e dello scarto verde; le due frazioni insieme rappresentano mediamente l’80% degli scarti organici trattati negli impianti di compostaggio. 

La filiera dell’organico racchiude, dunque, grandi potenzialità di sviluppo anche se ci sono ancora alcuni problemi da risolvere prima fra tutti l’uso dei sacchetti non compostabili per conferire i rifiuti organici. Gli imballaggi plastici, tra cui i sacchetti in polietilene illegali da qualche anno, rappresentano infatti  il 60-70% del totale dei materiali non compostabili rinvenuti all’interno delle raccolte (Fonte Cic 2013).
La media italiana di materiali non conformi presenti nella raccolta dell’umido è pari al 5,4% e le 215 mila tonnellate di “impurità” presenti nella frazione organica in ingresso in impianti di compostaggio e digestione hanno un costo annuo di smaltimento di circa 42 milioni di euro. 

Nel momento in cui tutta la frazione organica raccolta venisse trattata i costi salirebbero a 51 milioni di euro, che potrebbero essere evitati se venissero applicate le sanzioni previste dalla normativa che ha bandito i sacchetti non compostabili ormai da qualche anno. 

In aggiunta, rispettando il bando sugli shopper non compostabili, si libererebbero anche risorse economiche che potrebbero essere destinate alla realizzazione di un sistema di comunicazione efficace in grado di ridurre le inefficienze della raccolta causate dalla presenza di materiali non compostabili.

sabato 14 giugno 2014

E la CO2 va su e sfonda i 400 ppm.

Figura 1. Andamento concentrazione CO2 registrato a Mauna Loa dal 1960 a Giugno 2014

A fine maggio del 2014, l'osservatorio di Mauna Loa, a 4000 metri sul livello del mare nel mezzo dell'Oceano Pacifico, ha constatato che la concentrazione di anidride carbonica (CO2) del nostro Pianeta ha superato 400 parti per milione, più precisamente è arrivata a quota 401,8.

Ciò significa che il 31 maggio 2014, in un milione di molecole di aria del nostro Pianeta,  401,8 molecole sono di anidride carbonica.

Il 31 maggio del 2013, un anno prima, lo stesso osservatorio registrava 399,7 parti per milione di CO2.

Come mostra la Figura 1, dalla fine degli anni '50, quando si è comincito a fare queste misure, ad oggi la concentrazione di CO2 è sempre aumentata, anno, dopo anno.

Figura 2. Crescita annuale della concentrazione di CO2
Come è noto a tutti, la CO2 è un sottoprodotto di tutte le combustioni e, rispetto alle radiazioni solari, ha un effetto simile a quello dei vetri di una serra: più CO2 c'è nell'aria, più calore solare si accumula nell'atmosfera, negli oceani, nelle terre emerse del Pianeta.

La Figura 2 mostra come sia variata nel tempo la crescita annuale di questo gas: la differenza delle concentrazioni tra un anno e quello successivo è andata costantemente aumentando, come mostrano li linee nere nel grafico che rappresentano la concentrazione media decennale.

Questo andamento in continua crescita va di pari passo della crescita dei consumi mondiali di combustibili fossili (petrolio, gas naturale, carbone) e quindi dei consumi energetici necessari a garantire la crescita dei consumi e del Prodotto Interno Lordo (PIL) e dalla deforestazione, associata a questa crescita per aumentare la produzione agricola e di carne.

Figura 3. Andamento della emissione annuale di CO2 ( milioni di tonnellate) da diverse fonti
La Figura 3 mostra come, nel tempo, i maggiori contributi alle emissioni di CO2 siano derivati dalla combustione di prodotti petroliferi e dal carbone che attualmente rappresentano la principale causa del fenomeno.

Eppure la crisi economica globale ha ridotto i consumi energetici e chiuso tante aziende, come è possibile che l'anidride carbonica continui a crescere?

La risposta ce la da la Figura 4 che mostra come, negli ultimi venti anni, ciascuna macro-regione, su scala mondiale, abbia contribuito alla quantità di CO2 emessa in atmosfera.

Figura 4. Emissione globale di CO2  dall'uso di combustibili fossili e produzione di cemento delle macroregioni

Si nota che che effettivamente, a partire dal 2008 le emissioni di Stati Uniti, Giappone, Europa, Federazione Russa, sono diminuite o rimaste costanti.

In compenso, le emissioni della Cina sono costantemente aumentate e loro, da sole, hanno contribuito all'aumento della CO2 del Pianeta negli ultimi anni. Aumenti delle emissioni, sono attribuiti anche a India e ad altri paesi emergenti.

Il problema è che il modello di sviluppo che stannocostruendo è, non a caso, quello consumistico, dell'usa e getta.

E mentre l'Europa e l'Italia riscoprono il vantaggio di muoversi in città con la bicicletta, i cinesi, in massa, lasciano le loro biciclette e scoprono i "vantaggi" dell'automobile.

Mi dispiace constatarlo, ma oggi sono un pò più preoccupato dell'anno scorso.





lunedì 28 aprile 2014

I misteri dell'ozono a Taranto e non solo...

Figura 1: Monte Cimone, andamento della concentrazione media mensile di ozono dal 1996 al 2010


L'ozono è una strana bestia.

La sua molecola è decisamente strana .

In un mondo chimico, in cui gli atomi simili (ossigeno, idrogeno, azoto..) vanno tutti in coppia, l'ozono ha deciso di formare un "triangolo", con ben tre atomi di ossigeno: O3.

Questo lo rende molto reattivo e l'ozono ossida rapidamente tutto ciò che incontra.

Ad esempio, è l'ozono che ha scolorito le foto a colori del matrimonio dei vostri genitori ed è sempre l'ozono che, in pochi mesi, rende inservibili gli elastici.

E ovviamente, una volta respirato, l'ozono ossida anche le cellule del polmone e provoca un precoce invecchiamento di tutto il nostro organismo.

Di qui, il motivo di tenerlo sotto controllo, anche se la cosa è difficile.

L'ozono è strano perchè non è emesso da nessun camino o tubo di scappamento e per questo motivo si definisce come un inquinante "secondario"; è strano perchè lo si trova in abbondanza ben lontano dal luogo in cui si forma ed è strano perchè non è una molecola per tutte le stagioni: ama l'estate e odia l'inverno.

La Figura 1 mostra l'andamento delle medie mensili della concentrazione di ozono misurate presso l'Osservatorio del Clima "O. Vittori" del CNR, sul monte Cimone dal 1996 al 2010.

Come si può vedere, le concetrazioni più elevate di ozono si registrano sempre in piena estate e i valori minimi si trovano sempre in pieno inverno.

Figura 2. Andamento della concentrazione di ozono e di biossido di azoto in una giornata estiva
La Figura 2 mostra l'andamento di contemporanee misure orarie di ozono (O3), in nero e di biossido di azoto (NO2), in rosso.

Non notate nulla di strano?

Le concentrazioni minime dell'ozono corrispondono alle concentrazioni massime di NO2 e quando l'ozono raggiunge le sue più alte concentrazioni, l'NO2 fa registrare le sue concentrazioni più basse.

Questa figura ci fa intuire che ozono e ossidi di azoto sono, in qualche modo, dipendenti l'uno dall'altro.

Inoltre, la Figura 2 ci conferma che l'ozono ama il Sole.

Infatti, la massima concentrazione di ozono si registra durante le ore di massima insolazione, intorno alle ore 12.

Tutte queste stranezze derivano dal fatto che l'ozono, per formarsi, richiede il rispetto di alcune condizioni: una forte irradiazione solare e la contemporanea presenza di molecole di ossigeno e di altre molecole, definite "precursori dell' ozono".

Tra i "precursori dell'ozono" si trovano gli ossidi di azoto (NO2) , l'ossido di carbonio (CO), gli idrocarburi, ovvero composti che, come abbiamo visto nel precedente post sono, in parte emessi dalle cokerie (in particolare il CO) e più in generale dalle attività che si svolgono in una acciaieria a ciclo integrato come l' ILVA di Taranto, ma anche dal traffico veicolare e dalle raffinerie, entrambi presenti a Taranto.

Figura 3. Schema della reazioni di formazione e distruzione dell'ozono

La Figura 3 ci da una visione schematica di quello che avviene in una giornata di sole nell'aria delle nostre città.

Una molecola di biossido di azoto (NO2) uscito, ad esempio, dal tubo di scappamento di una autovettura, interagisce con un "quanto" di energia solare con un alto contenuto di energia (raggi ultravioletti).  Da questo incontro si forma una molecola di monossido di azoto (NO) e un atomo libero di ossigeno (O)  che, da solo è molto reattivo e se questo atomo incontra una molecola di ossigeno (O2), si forma una molecola di ozono (O3).

Nella Figura 3 si vede come sia possibile la "distruzione" chimica dell'ozono, a seguito della sua reazione con una molecola di NO.

Analogamente, l'ozono formato puo "distruggersi" reagendo con altre molecole "riducenti" presenti in atmosfera quali idrocarburi e ossido di carbonio (CO).

In estrema sintesi, le radiazioni solari più energetiche interagendo con i precursori emessi dalle attività umane  (traffico, acciaieria, raffineria...) producono atomi molto reattivi (ossigeno atomico) i  quali trasformano l'ossigeno (O2) in ozono (O3). E l'ozono, a sua volta, si consuma reagendo  con gli idrocarburi e l'ossido di azoto trasformandoli in composti pericolosi per la salute, ad esempio in perossi-acetil-nitrati.

Insomma, negli ambienti inquinati dalle emissioni veicolari e da attività industriali i raggi solari innescano reazioni molto complesse che trasformano l'atmosfera in un gran calderone chimico dove le molecole si trasformano in continuazione.

Nei luoghi più inquinati, gran parte dell'ozono che si forma ha una elevata probabilità di reagire con gli inquinanti già presenti  e per questo motivo, di fatto, qui l'ozono si trova a concentrazioni molto basse.

Per questo motivo l'ozono non si misura lungo le strade trafficate e vicino a fonti inquinanti.

Invece, a distanza di decine di chilometri sottovento alle fonti inquinanti, con l'inquinamento di fondo più basso, l'ozono ha maggiori probabilità di sopravvivere e le sue concentrazioni aumentano, man mano che ci si  allontana dalle fonti degli inquinanti primari, raggiungendo livelli pericolosi per chi lo respira.

Figura 4. Andamento della produzione di ozono con concentrazioni crescenti di ossidi di azoto (NOx)
La Figura 4 mostra, in modo semplificato, come varia la concentrazione di ozono, in funzione di concentrazioni crescenti di ossidi di azoto (NOx), con una contemporanea concentrazione costante di composti organici volatili (ad esempio idrocarburi).

In un ambiente "pulito" (a sinistra del valore massimo della curva), con basse concentrazioni di ossidi di azoto, un aumento delle concentrazioni di questi inquinanti (NOx) provoca un aumento, sempre più accentuato di ozono.

Raggiunta la massima concentrazione di ozono, se la concentrazione di NOx aumenta, la concentrazione di ozono diminuisce!

Un simile andamento si registra se, al posto degli ossidi di azoto (NOx), subentra l'ossido di carbonio (CO).

Questo fenomeno si spiega con il fatto che con una elevata presenza di composti "riducenti" (CO, NO) la velocità di "distruzione" dell'ozono prevale rispetto alla velocità della sua formazione.

Questo strano comportamento potrebbe spiegare i misteri dell'ILVA di Taranto.

Con le acciaierie e le cokerie in piena funzione, l'inquinamento intorno alla fabbrica (in particolare ossido di carbonio e idrocarburi) era tanto alto da neutralizzare con efficacia l'ozono che si poteva formare nei giorni più soleggiati.

In questo caso ci trovavamo nel lato destro della curva: alto livello di inquinamento di CO e idrocarburi, basso inquinamento da ozono.

Con la parziale chiusura delle cokerie, gli inquinanti primari emessi dalla cokeria (CO e idrocarburi) si sono ridotti, seguendo l'andamento della curva verso sinistra.

Di conseguenza la concentrazione di ozono è aumentata!

A quanto pare, oggi, siamo in questa situazione.

In sintesi, la chiusura di alcune cokerie ha ridotto le emissioni di CO e idrocarburi (policiclici aromatici, benzene)  ma la quantità di inquinanti primari ancora presenti nell'area tarantina corrisponde alla situazione in cui il bilancio dell'ozono è a favore della sua formazione (lato sinistro della curva di Figura 4).

In base al modello, per far rientrare nella normalità anche l'ozono, occorrerebbe  provvedere ad una ulteriore riduzione dell'emissione di inquinanti primari, prendendo in considerazione tutte le fonti civili ed industriali ancora attive nella piana di Taranto ( traffico, raffineria, centrale elettrica ILVA..)

E' un'ipotesi che merita di essere valutata con attenzione, con l'obiettivo di fare le scelte più corrette a tutela della salute di chi abita nelle aree d'impatto della zona industriale di Taranto.




sabato 19 aprile 2014

"I Misteri dell'ILVA nera"

Figura 1.  Numero di superamenti annuali di ozono in sei località tarantine
A Taranto e nei suoi dintorni, stanno succedendo cose veramente misteriose.

La Figura 1 ci mostra che, nel 2009, Grottaglie (colonna blu), a circa 15 chilometri ad est di Taranto, era la località dove si registravano il maggior numero di superamenti delle concentrazioni massime di ozono: 50 superamenti, il doppio del limite ritenuto accettabile per la tutela della salute umana.

Durante quello stesso anno, a Talsano, quartiere a sud di Taranto, l'ozono non era per nulla un problema e anche nel quartiere tarantino di Statte, le misure segnalavano un accettabile numero di superamenti.

Nel 2010, Grottaglie conferma la maglia nera per l'ozono, con oltre 70 superamenti, nettamente superiori agli altri siti monitorati, compresa Martina Franca, new entry per il monitoraggio dell'ozono, a 25 chilometri da Taranto, a sud est del capoluogo.

Nel 2011 succede qualcosa di strano: a Grottaglie l'ozono si riduce drasticamente  e la maglia nera dell'ozono passa a Talsano (colonna rossa) con oltre cinquanta superamenti. Anche le altre tre località superano il limite, mentre dati tranquillizzanti si registano a Massafra (colonna verde), a 17 chilometri da Taranto,dove è entrata in funzione l'utima centralina per monitorare l'ozono.

Nel 2012, succede di tutto.

A Massafra si registra la situazione peggiore (novanta superamenti). Seguono, in ordine, Statte, Talsano e Grottaglie, tutte fuori legge. A un pelo dal superamento del limite, Martina Franca.

Nel 2013 l'anomalia ozono continua con 75 superamenti a Statte e 73 a Grottaglie.

Come abbiamo gia visto nel post del 14 aprile, negli stessi anni, le centraline posizionate intorno alle acciaierie per controllare il benzo(a)pirene, a partire dal 2010, mostrano un netto e progressivo calo delle concentrazioni di questo pericoloso inquinante e, a partire dal 2012, tutte le quattro stazioni confermano il pieno rispetto dei limiti di legge.

Figura 2. Concentrazione annuale di benzo(a)pirene a Taranto
 La Figura 3 mostra che anche le concentrazioni medie annuali di polveri sottili (PM10) , a partire dal 2011, sono in leggero calo in tutti i tre siti di campionamento attivi a Taranto e in tutti i casi, inferiori al limite di legge di 40 microgrammi/mc.

Figura 3. Andamento concentrazione annuale polveri sottili (PM10) a Taranto
E la Figura 4 mostra che, a partire dal 2011, sono anche fortemente diminuiti i giorni molto polverosi, con  concentrazione di  PM10 superiori a 50 microgrammi /mc.
In base a questo andamento, a partire dal 2012, in tutti i tre siti è ampiamente rispettato il limite massimo di trentacinque superamenti annual.
In particolare i due siti più vicini alle acciaierie (Macchiavelli e Archimede) nel 2013 hanno fatto registrare un numero di superamenti giornalieri di PM10 simile a quello del sito di via Alto Adige, nel centro della città di Taranto.

Figura 4.  Andamento del numero di giorni con concentrazioni di PM10 superiori a 50 ug/mc

Insomma, dati alla mano, dal 2013, per quanto riguarda benzopirene e PM10 (inquinanti primari) Taranto non è più una citta inquinata.

Invece per un inquinante secondario, come l'ozono, i quartieri periferici di Taranto (Statte e Talsano) e due cittadine intorno a Taranto ( Grottaglie, Martina Franca e Massafra) sono ampiamente fuori legge.

Come si spiega tutto ciò?

La qualità dell'aria delle nostre città dipende da molte variabili e in modo decisamente complesso e non sempre facilmente intuibili.

Per quanto riguarda Taranto e le acciaierie ILVA, siamo certi che nel 2012 è stato avviato lo spegnimento temporaneo delle cokerie più vecchie, spegnimento che si è concluso nel febbraio del 2013.

Lo spegnimento di sei batterie di forni delle cokerie, su dieci batterie in funzione, quanto ha influenzato sulla qualità dell'aria di Taranto e dei paesi vicini?

Quello che sappiamo è che la produzione di una tonnellata di carbon coke  immette in atmosfera
460 grammi di ossidi di carbonio, 7,7 grammi di idrocarburi, 146 grammi di PM10, 0,16 grammi di benzo(a)pirene.

Questo significa che la cokeria attiva nell'ILVA di Genova, che ogni giorno produceva 1.810 tonnellate di carbon coke, immetteva nell'aria  832 chili di ossido di carbonio (CO), 13 chili di idrocarburi, 264 chili di PM10 e 0,3 chili di benzo(a)pirene.

Quando la cokeria di Genova è stata spenta è cessato immediatamente anche l'imissione in atmosfera di tutti questi inquinanti e le centraline dedicate hanno prontamente registrato questo fatto e il netto miglioramento della qualità dell'aria, in particolare per il benzo(a)pirene che in pratica è emesso solo dalla cokeria.

La cokeria di Genova, simile per progettazione alle cokerie tarantine più vecchie,  aveva quattro batterie, le batterie tarantine attualmente chiuse erano sei.

Pertanto la loro chiusura ha ( momentaneamente) risparmiato a Taranto quantità, in proporzioni maggiore, di questi inquinanti.

Strano sarebbe stato se, con la chiusura delle cokerie, le centraline tarantine non avessere registrato un stabile miglioramento.

Resta il mistero dell'ozono, ma visto che quest' altra storia è un pò più complicata, cercheremo di svelare questo mistero con il prossimo post.



giovedì 17 aprile 2014

Autorizzazioni semplici? Salute addio! Il parere di Medici per l'ambiente.


Le semplificazioni delle autorizzazioni di impianti inquinanti e la chiusura del ciclo dei rifiuti,privilegiandone la combustione, sono oggetto di una posizione di ISDE Italia (Medici per l’ambiente) a cura del dott. Agostino Di Ciaula

La Camera dei Deputati infatti si appresta a discutere il disegno di legge collegato alla legge di stabilità 2014, contenente “disposizioni in materia ambientale”.

Secondo ISDE “alcune disposizioni sugli iter autorizzativi di impianti inquinanti e in tema di gestione dei rifiuti urbani, qualora approvate, rischierebbero di svigorire le garanzie a tutela di salute pubblica e ambiente attualmente contenute nel D. Lgs. 152/2006 e nel codice penale”.
Autorizzazione impianti inquinanti
Le “semplificazioni” alle procedure VIA previste dal collegato ambientale, secondo ISDE “rischiano di ridurre a mera formalità burocratica l’iter autorizzativo di pratiche gravemente lesive dell’ambiente, come lo scaricare in mare ‘acque derivanti da attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi’, i dragaggi e ‘la posa di cavi e condotte’. Alcune aree del nostro territorio Nazionale sono ormai da anni fatte oggetto di un vero e proprio assalto da parte di attività imprenditoriali che con crescente aggressività tentano di sottrarre al diritto di preservazione aree di pregio ambientale, fondali e coste, in particolare nel meridione d’Italia, muovendosi spesso in aperta violazione degli articoli 9 e 41 della carta Costituzionale" 
Si tratterebbe di legalizzare “un’attitudine semplificatoria” che chiunque abbia seguito un procedimento di VIA o AIA ha avuto modo di apprezzare: scarsa considerazione delle osservazioni del pubblico e nessuna valutazione delle condizioni ambientali e sanitarie del sito. Valutazioni che si risolvono con pareri sanitari e ambientali a cura di ARPAL, ASL e dei sindaci, accettate acriticamente da ISPRA e dal Ministero dell'Ambiente e basati sui dati disponibili (spesso obsoleti e inadeguati allo scopo). Le Procure parlano di "neghittosità delle istituzioni" (QUI). Quanto alle omissioni verificate e sperimentate, le avevo recentemente elencate qui, con riferimento all’AIA rilasciata per la centrale Enel della Spezia 
“mancata verifica della compatibilità ambientale e sanitaria del sito in cui dev'essere autorizzato l'impianto; prescrizioni fondate sulla sola sostenibilità economica in spregio dei limiti possibili con l'applicazione delle MTD; omessa considerazione delle Osservazioni del Pubblico anche quando il loro contenuto dimostrava gravi lacune dei procedimenti; omessi controlli sul reale rispetto delle prescrizioni; EMAS regalate e reclami ignorati, garantendo così AIA di 8 anni anzichè 5 (per via del miglioramento continuo delle prestazioni ambientali).” (QUI) 
Conferma ISDE
“La VIA, inoltre, così com’è strutturata, non è in grado di fornire adeguate tutele alla salute pubblica. Nonostante questo, a fronte di una semplificazione che rischierà di indebolire il procedimento autorizzativo, si ignora completamente la necessità di obbligare gli enti locali ad efficaci valutazioni preliminari di impatto sulla salute dei residenti, mediante l’applicazione di strumenti epidemiologici di prevenzione del rischio come la VIS (Valutazione di Impatto Sanitario) e la VDS (Valutazione di Danno Sanitario).”
Gestione dei rifiuti
“In merito alla gestione dei rifiuti – scrive ISDE Italia - nel rispetto degli indirizzi della Comunità Europea, si introducono giusti incentivi per l’acquisto di prodotti realizzati con materia riciclata (art. 11). Le stesse indicazioni comunitarie, tuttavia, sarebbero in realtà completamente rispettate solo ponendo in essere forme  di incentivazione economica diretta per l’imprenditoria sostenibile che lavori sul recupero

di materia, almeno pari a quelle di cui da anni beneficiano gli imprenditori del recupero energetico (ad es. termovalorizzatori)...  La certificazione dell’incapacità dello Stato a rispettare le sue stesse leggi (obbligo di raggiungere il 65% di raccolta differenziata entro dicembre 2012, mentre siamo ora a circa il 39%), verrebbe semplicemente cancellata con l’articolo 14, che sposta il raggiungimento di quell’obiettivo dal 2012 al 2020. La storia del nostro Paese ha insegnato che la politica delle proroghe non ha mai garantito risultati sostenibili e sarebbe stato meglio dare prova di vera volontà di cambiamento e porsi come obiettivo concreto per l’anno 2020 quello richiesto agli Stati membri dal Parlamento Europeo con il testo adottato il 24 maggio 2012 (A7-0161/2012), che invita al “rispetto della gerarchia dei rifiuti”, al progressivo azzeramento del rifiuto residuo, all’abbandono delle discariche e, soprattutto, all’abbandono progressivo (“phasing-out”) dall’incenerimento entro il prossimo decennio.
Invece, procedendo in senso esattamente contrario, con l’art. 19 il disegno di legge si pone come obiettivo la realizzazione di una “rete nazionale integrata e adeguata di impianti di incenerimento” per “rifiuti indifferenziati” (i più pericolosi in assoluto per ambiente e salute), preceduta da una sorta di inventario degli impianti esistenti e dalla previsione dei nuovi impianti necessari in base a questa necessità".
Al proposito è interessante ricordare quanto rilevato dal GCR Liguria nelle osservazioni al Piano Regionale dei rifiuti, regione che ricordiamo ha chiesto e ottenuto la proroga al 2016 per il raggiungimento degli obbiettivi di RD
“Lasciare che il 50% dei rifiuti continui a rimanere indifferenziato, vuol dire continuare una gestione che privilegia grossi impianti di discarica o di TMB (Tattamento Meccanico Biologico) per la produzione di CSS (Combustibile Solido Secondario) che possono dar luogo a buoni profitti per chi li gestisce, ma con costi esterni per la salute, l’ambiente e conseguenti problemi sociali che la regione Liguria dovrebbe considerare attentamente prima di diventarne corresponsabile.” (QUI)
A proposito dell'impatto sulla salute, continua ISDE
“Numerose e solide evidenze scientifiche nazionali e internazionali hanno dimostrato che la combustione dei rifiuti, dovunque e comunque avvenga, è pratica nociva per la salute dei residenti, oltre a fungere da enorme deterrente per buone pratiche quali il riciclaggio, il riuso, la separazione a freddo, il recupero di materia e la riduzione della produzione di rifiuti. Il nostro Paese e le nostre Comunità locali dovrebbero essere messe dal Governo nelle condizioni migliori per considerare i rifiuti come una risorsa da utilizzare e non come un problema da distruggere.L’Italia dovrebbe rappresentare nel prossimo futuro un esempio delle buone pratiche e non il Paese capofila dell’incenerimento. Siamo attualmente al terzo posto in Europa per numero di inceneritori attivi sul territorio nazionale e le recenti disposizioni volte ad agevolare l’utilizzo di combustibile derivato da rifiuti (CSS) nei cementifici (circa 60 impianti in Italia), ci farebbero rapidamente scalare le posizioni della graduatoria e, oltre a darci il primato Europeo, ci confermerebbero tra i primi Paesi al mondo per capacità di incenerimento.
La combustione degli sfalci vegetali
foto D. Patrucco 15/4/2014
La modifica della legge regionale con cui dalla scorsa estate la Liguria ha legalizzato la combustione degli sfalci è stata oggetto di numerosi post su questo blog (QUI) in particolare dopo che la IARC ha inserito tra i cancerogeni certi lo smog con particolare riferimento alle biomasse e dopo che qualche giorno fa il problema della combustione delle biomasse è stato messo in rilievo dalla stessaARPA Lombardia (QUI)

A conferma dei numerosi dubbi circa l’opportunità di una tale pratica scrive ISDE 
“Grandi timori sorgono per l’art. 29, con il quale si propone addirittura di ignorare un reato penale: la combustione sul campo dei residui vegetali. Questa pratica genera un'importante quantità di gas serra e di emissioni tossiche in atmosfera (micro- e macroinquinanti), oltre che ceneri da combustione, potenzialmente in grado di contaminare anche irreversibilmente i terreni e le falde acquifere. Alcuni degli inquinanti emessi dalla combustione dei residui vegetali da frantoio sono persistenti nell’ambiente, non biodegradabili e accumulabili nei tessuti umani e vegetali, con emivita che in alcuni casi può superare il secolo. Inoltre, anche a non voler considerare “rifiuti” i residui vegetali, non si potrebbe fare a meno di considerare rifiuti (anche pericolosi) le ceneri da combustione, che sarebbero prodotte dal permesso di bruciare gli scarti in terreni predestinati al massacro ambientale. Queste sono le ragioni per le quali questa pratica (che danneggia anche chi la esegue) è attualmente penalmente perseguibile. Il disegno di legge permetterebbe invece di “effettuare la bruciatura dei residui vegetali, nel rispetto di quanto previsto dalla normativa vigente in materia di inquinamento atmosferico e di salvaguardia della salute umana”. Questo obiettivo è improponibile per l’impossibilità di controlli e verifiche sulle quantità e sulle tipologie di residui bruciati, sulla tipologia e sulle quantità delle emissioni inquinanti, per l’incremento del rischio sanitario (esposizione occupazionale) di chi effettuerebbe materialmente la combustione e di chi risiede nei territori limitrofi, per la  contaminazione (che può anche essere irreversibile) dei terreni sui quali avverrebbe la combustione e per l’incerta destinazione finale delle ceneri da combustione, che sono classificabili come rifiuti tossici e andrebbero smaltite in discariche per rifiuti speciali, a costi molto elevati. Come nel caso dell’imprenditoria del recupero, anche in questo caso un’alternativa sostenibile sarebbe stata l’obbligo di compostaggio (magari con agevolazioni/incentivi) delle frazioni di scarto.
E conclude ISDE
"Alcune delle disposizioni contenute nel disegno di legge in oggetto avranno importanti conseguenze non solo economiche ma anche sociali e sanitarie e guideranno lo sviluppo o la involuzione della tutela ambientale e sanitaria nel nostro Paese almeno nel prossimo decennio. La risoluzione dei punti critici evidenziati da ISDE Italia potrebbe garantire un futuro sostenibile al nostro Paese, rispettare la tutela dell’ambiente inteso come determinante principale della salute umana e compiere un significativo passo verso la prevenzione primaria".