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lunedì 22 aprile 2013

Meno male che il biometano c'è


Mi sembra di aver capito che quei pochi che non approvano l'art 14 della Legge di Iniziativa Popolare "Rifiiuti Zero" facciano questa scelta, in quanto contrari alla combustione del biogas e all'inquinamento che questa combustione produce.

Per principio costoro sono contrari a tutte le combustion, a prescindere.

Personalmente faccio dei distinguo: io sono contrario a tutte le combustioni evitabili.

Però, debbo fare un ulteriore distinguo per le combustioni inevitabili: riscaldare la casa, cuocere la pasta, farsi una doccia, produrre elettricità, muovere un automezzo, un treno, un metrò....

In questi casi, sono favorevole a che si faccia uso solo di combustibili a basso impatto ambientale.
E metano e biometano hanno esattamente questa caratteristica: sono i combustibili con il più basso fattore di emissione.
A parità di energia prodotta, metano e biometano  producono, in assoluto, la minore quantità di polveri sottili, ossidi di azoto, policiclicici aromatici, diossine, tra tutti i combustibili a nostra disposizione ( legna, carbone, gasolio, olio combustibile...)

Chi non vuole la digestione anaerobica, preferisce il compostaggio come trattamento dei nostri scarti organici?

Certamente il compostaggio è da preferire in tutti i casi in cui questa tecnologia sia praticabile, tuttavia chi non vuole combustioni deve aver presente che il compostaggio richiede energia per il suo funzionamento e che il processo di compostaggio comporta anche emissioni gassose "inquinanti" (ammoniaca, composti organici volatili).

Per compostare una tonnellata di frazione organica occorre da 130 a 160 chilowattore di energia, in gran parte energia elettrica per alimentare i compressori che forniscono l'aria necessaria per il processo di compostaggio.

E per produrre questi 130-160 chilowattore, nella attuale situazione, occorre bruciare qualche cosa, da qualche parte e quindi produrre inquinamento da ossidi di azoto, nanopolveri, diossine...

Inoltre, le naturali emissioni gassose di un impianto di compostaggio,  hanno  anche effetti sul cambiamento climatico, sulla formazione di ozono e anche sulla nostra salute, in quanto nelle emissioni sono presenti anche composti tossici per l'uomo.

A fronte di tutto questo, non compostiamo più i nostri scarti organici? Mandiamo tutto in discarica? Li termovalorizziamo?

La risposta ovviamente è no, in quanto l'impatto ambientale e sanitario di discariche e termovalorizzatori, a parità di materiali trattati, è nettamente superiore a quello del compostaggio!

Rispetto al compostaggio "energivoro", la digestione anaerobica ci evita, anch'essa, i problemi della putrescibilità dei nostri scarti ma ha il vantaggio di produrre un gas (il metano) che può essere usato per tutti le necessità energetiche di questo stesso impianto (calore, energia elettrica, autotrazione).

E il metano, che sia fossile o prodotto 50 giorni prima con la digestione anaerobica, è in assoluto il combustibile più pulito che abbiamo a disposizione.

Il politecnico di Milano ha documentato addirittura l'assenza di nanopolveri se si usa il metano come combustibile. Secondo i suoi studi, da una caldaia a metano escono meno nanopolveri di quelle presenti nell'aria di Milano, usata per alimentare la caldaia utilizzata per le misure.

Pertanto, un digestore anaerobico è energeticamente autosufficente ed evita di dover produrre altrove l'energia che gli serve per funzionare e il corrispondente inquinamento.

Se il biogas si depura a biometano, riducendo la concentrazione di anidride carbonica del biogas, si ottiene un gas composto per oltre il 95% di metano, ossia la stessa concentrazione di metano nel gas naturale, quello che depurato alla fonte in Libia, nei mari del Nord,  in Siberia, ci arriva in casa attraverso i gasdotti, i tubi del gas, i fornelli della cucina e il bruciatore della calderina.

In conclusione, sia il compostaggio che la digestione anaerobica hanno, inevitabilmente, impatti ambientali, tra di loro molto simili ed  in entrambi i casi, nettamente inferiori a quelli della  termovalorizzazione.

Mi si dirà che un impianto di compostaggio potrebbe essere alimentato con energia fotovoltaica ed eolica e in tal modo ad impatto ancora più basso

In effetti questo in parte già avviene, ma con costi elevati che non giustificano l'intera copertura dei fabbisogni energetici di un impianto di compostaggio.

Inoltre, oggi le fonti di energia rinnovabile senza combustione, coprono solo l'11% dei nostri consumi di energia elettrica.

E quando tra qualche anno non avremo più disponibile metano siberiano o libico?

Piaccia o no (a me piace moltissimo), quando saremo a quel punto, la digestione anaerobica dei nostri scarti organici ci fornirà un bel pò di bio-metano per continuare a far da mangiare, farci la doccia, riscaldare casa, muovere l'automobile.

Biometano che fin da ora dobbiamo imparare a produrre e ad usare con sobrietà, in quanto l'autoproduzione non sarà certo in grado di coprire gli attuali nostri consumi.

Ma  "meno male che il biometano c'è"   e ci sarà :-)

martedì 9 aprile 2013

Biogas da rischio temuto a vera opportunità.

 


Da decenni usiamo il gas naturale (metano) estratto nelle viscere delle terre libiche e siberiane, per cuocere la pasta, fare il caffe, riscaldare la casa, girare in macchina, produrre elettricità.

Nessuno sembra si preoccupi più di tanto di sapere da dove viene questo gas, di che cosa è fatto, come si è formato e se è vettore di cariche microbiche pericolose.

Quello che hanno potuto constatare coloro che, come me hanno qualche primavera alle loro spalle, con l'arrivo del metano, la vita si è semplificata (niente più bombole da trasportare,  ne cenere da smaltire) e la qualità dell'aria delle città è decisamente migliorata.

Nei decenni precedenti all'arrivo del metano,  il gas per illuminare la citta era prodotto distillando il carbone nelle periferie delle città e le case si riscaldavano con il gasolio e, ancor prima, con il carbone.


Da qualche anno, in Italia si è scoperto che esiste anche il bio-gas e sul suo uso stanno sorgendo paure e sospetti, in quanto il bio-gas ha a che fare con i RIFIUTI: puzzolenti scarichi di porcilaie e letamaie e altrettanto puzzolenti cumuli di spazzatura.


Eppure anche il metano libico e siberiano, derivano da rifiuti organici putrescibili (piante, alghe...) che eventi geologici remoti hanno sottratto all'ossigeno atmosferico e in questo modo hanno fornito un lauto pasto ad altrettanto antichi batteri che mangiando questi scarti organici hanno come principale sottoprodotto del loro metabolismo proprio il metano.

Questi batteri, definiti anaerobi (essere viventi che non hanno bisogno dell'ossigeno) continuano a produrre metano, nascosti nei fanghi di laghi e paludi e nelle viscere dei ruminanti.

Quindi non è un caso che gas-naturale e biogas appena estratti,  abbiano una composizione chimica molto simile: una miscela di metano e altri idrocarburi gassosi (etano, propano, butano),  anidride carbonica, vapore acqueo, idrogeno solforato...

In entrambi i casi, per poter utilizzare l'elevato potenziale energetico del metano occorre depurare il gas grezzo, riducendo la concentrazione di anidride carbonica, per aumentare il potere calorifico e quella di composti solforati che, bruciati, produrrebbero la pericolosa anidride solforosa.

L'uso energetico del biogas è possibile con due diverse tecniche che prevedono purificazioni via via più spinte.

Nell'utilizzo attualmente più diffuso, riducendo la quantità di umidità, di anidride carbonica e idrogeno solforato, il biogas è usato come combustibile per motori a scoppio e l'energia meccanica è utilizzata per produrre elettricità e il calore recuperato dal raffreddamento del motore è usato per il teleriscaldamento.

Con una raffinazione ulteriore il biogas è trasformato in bio-metano che, per le sue caratteristiche può essere immesso direttamente nella rete di distribuzione del gas e utilizzato al posto del gas naturale fossile.

E' una pratica attuata in numerosi paesi, i quali hanno fissate le specifiche tecniche per l'uso del bio-metano.

A seguito della diffusione dell'uso del biometano si stanno effettuando studi finalizzati a valutare possibili rischi tossicologici e microbiologici.

Uno di questi studi, a firma di Naja G.M. e altri autori, è stato recentemente pubblicato su Renewable Energy

Segue la traduzione del riassunto:

" Il biogas prodotto dalla fermentazione anaeorobica di sostanze organiche è una fonte di energia rinnovabile alternativa a combustibili fossili. Il suo uso potrebbe contribuire ad una sostanziale riduzione dei volumi di rifiuti solidi da conferire in discarica e negli inceneritori. Il biogas può essere utilizzato nel sito dove è prodotto o può essere iniettato nella rete di distribuzione del gas naturale. Questo studio ha valutato la composizione chimica e microbiologica di biogas di diversa origine con l'obiettivo di effettuare studi qualitativi e quantitativi sui potenziali rischi sanitari associati con l'usi domestici del biogas, in particolare per la cottura dei cibi. Sono stati individuati i tipi di biogas che, con opportune raccomandazioni si possono autorizzare all'immissione nella rete, descrivendo le procedure previste in Europa. I risultati indicano che l'immissione di biogas opportunamente trattato nella rete di distribuzione del gas non presenta alcun aggiuntivo rischio chimico e microbiologico per gli utilizzatori, rispetto all'uso del gas naturale. Questo risultato si ottiene quando il biogas proviene dalla fermentazione di scarti non pericolosi quali biodigestione di rifiuti organici da raccolta differenziata, biogas da rifiuti urbani stoccati in discarica, biogas da fermentazione di scarti organici (ristoranti, attività agricola).
Tuttavia, poichè questo studio non ha esaminato la composizione chimica e microbiologica di biogas prodotto da fanghi e scarti industriali, l'immissione in rete di questo tipo di biogas non dovrebbe essere autorizzato senza la conduzione di analoghi studi come quelli oggetto di questa pubblicazione "

In sintesi, fare la pasta asciutta con biometano prodotto nell'impianto di digestione anaerobica comunale,  utilizzando i propri scarti organici raccolti un mese prima, con sistemi Porta a Porta, non comporta rischi diversi da quelli che già oggi si corrono cuocendo la stessa pasta con il metano che il buon Putin estrae in Siberia e ci vende a caro prezzo :-).







venerdì 5 aprile 2013

Orti a Rifiuti Zero

Chi ha scoperto il piacere di gestire un orto, prima o dopo deve risolvere il piccolo problema di dove mettere i semi auto-prodotti e come confezionarli per scambiarli con altri amici.
La soluzione di Raffaella Nencioni, degli Amici dell'Orto, e' perfetta, in piena sintonia con gli obiettivi Rifiuti Zero, la Legge di Iniziativa popolare per quale, in queste ore,  sta partendo la raccolta delle 40.000 firme necessarie per presentar la al Parlamento.
Come si vede dalla immagine, Raffaella riutilizza le bustine del the.
Con una etichetta di carta si sigilla la bustina e  si riporta il nome della pianta coltivata e l'anno di raccolta dei semi.
Un contenitore a prova di umidità, riutilizzabili più volte, poco ingombranti, ideali per veloci scambi di semi e per aumentare la biodiversità dei tanti orti sinergici e tradizionali che si stanno realizzando in Italia: un bel segno di Decrescita Felice!

martedì 2 aprile 2013

Terremoti fai-da-te.

Epicentri di terremoti in Oklahoma. In giallo dal 1973 al 2008, in arancio dal 2009 al 2011, in rosso dopo 5/11/2011

Il 6 novembre del 2011 un terremoto di magnitudo 5.7 ha colpito la città di Prague, in Oklahoma (USA).  E' stato il terremoto di maggiore intensità mai registrato in questa regione che, per fortuna non ha causato vittime, ma ha distrutto 14 abitazioni e deformato una strada di grande percorrenza.

In se non sarebbe  una grande notizia. Sul Pianeta, terremoti di questa magnitudo avvengono in gran numero ogni giorno.

Il problema è che questa zona, al centro degli Stati Uniti e comprendente gli stati dell'Arkansas, Texas, Ohio e Colorado, è geologicamente stabile.

O meglio lo era, in quanto, in queste regioni, a partire dal 2000,  il numero medio di terremoti di magnitudo 3 o maggiore è significativamente aumentato: una frequenza annua 11 volte maggiore di quella registrata nei 30 anni precedenti.

Sarà un caso, ma da una decina di anni questi Stati sono oggetto di una frenetica corsa al petrolio e al gas naturale in cui si utilizza la tecnica di frantumazione idraulica delle rocce scistose ricche di idrocarburi (fracking).

Questa attività produce ingenti quantità di acque contaminate il cui smaltimento avviene attraverso l'iniezione in vecchi pozzi, ben 40.000 in tutti gli USA, autorizzati a ricevere questi scarichi liquidi.

Un recentissimo studio, pubblicato il 26 marzo 2013 sulla rivista "Geology" ha messo sotto accusa le iniezioni nei pozzi di questi scarichi, avviati 18 anni or sono, come causa del terremoto del 6 novembre 2011.

Gli autori, geologi dell'Università dell'Oklahoma, hanno documentato la crescente frequenza di terremoti nell'area in corrispondenza con l'apertura di pozzi per lo smaltimento di reflui liquidi e dimostrato come il punto di rottura della faglia che ha causato il terremoto, fosse solo a 200 metri di distanza da uno di questi pozzi attivi.

A chi ha espresso scetticismo nei confronti di questa ipotesi, in quanto l'iniezione nel pozzo è avvenuta da un decennio, senza problemi, gli autori dello studio rispondono che il terremoto è avvenuto solo adesso in quanto solo adesso, per probabile saturazione delle rocce interessate, si è dovuto aumentare significativamente la pressione alla quale i liquidi erano pompati nel pozzo.

Insomma sarebbe come con le valanghe,  in cui un cumulo di neve instabile si mette in moto rovinosamente solo per il trascurabile rumore provocato dagli sci di incauti alpinisti.

E' facile prevedere che, nonostante questo allarme, negli USA, come da noi, non succederà nulla.

La crescita all'infinito, deve continuare, come al solito.


sabato 30 marzo 2013

Fracking: vale la pena raschiare il barile?


Dopo lo "spread", ci tocca imparare un altro neologismo: "fracking".

E' un termine talmente nuovo che non si trova nei vecchi vocabolari d'Inglese.

Potremmo tradurlo come  "frantumazione", meglio "frantumazione a pressione idraulica".

E' una tecnica per recuperare gas e petrolio imprigionati in rocce e sabbie compattate e, per questo, non estraibili con i metodi tradizionali, quali i pozzi verticali.

Con un pozzo verticale si arriva alla profondità in cui sono presenti strati gelogici ricchi di idrocarburi. Da qui, all'interno dello strato,  si scava un pozzo  orizzontale, lungo alcuni chilometri, all'interno del quale è inviato ad alta pressione un liquido composto da una emulsione in acqua di sabbia e ceramica in polvere, chiamato "proppant", il cui compito è di fessurare in profondità lo strato attraversato.

Successivamente, attraverso queste fratture, petrolio, metano e liquido fessurante sono pompati verso la superfice in corrispondenza del pozzo.

Il liquido fessurante è fatto per l' 80,5% di acqua, il 19% di "proppant"e il 0,5 di additivi chimici, utilizzati per inibire la crescita batterica, ridurre la frizione ed aumentare la viscosità.

La composizione di questi additivi è, per legge,  segreta, per lo meno negli USA, ma certamente contengono composti tossici e cancerogeni.

Applicata per la prima volta nel 1949, la fratturazione idraulica ha avuto un boom, a partire dagli ultimi ultimi dieci anni, in particolare negli Stati Uniti.

Attualmente, nel solo Nord Dakota, 8.000 pozzi utilizzano questa tecnica estrattiva, con la produzione giornaliera di 660.000 barili di petrolio ma, in considerazione  dell'estensione dello strato geologico che si sta sfruttando,  si stima di poter arrivare solo in questo Stato a 40.000 - 50.000 pozzi attivi.

Ref: Nat. Geographic march 2013
Nella figura a sinistra, ripresa da un articolo di National Geographic dedicato alle "speranze e ai rischi del fracking",  sono riportate le localizzazione degli attuali pozzi di petrolio scavati con la tecnica del fracking nelle vicinanze della cittadina di Williston (Nord Dakota)

Ogni pallino nero corrisponde ad un pozzo attivo!

Ogni riga che parte da ciascun pozzo identifica il percorso dei corrispondenti pozzi orizzontali lungo i quali avviene la frantumazione delle rocce ricche di idrocarburi.

Si stima che ognuno di questi pozzi, durante l'intero periodo di sfruttamento abbia bisogno di 7,6 milioni di litri d'acqua, di 15 milioni di fluido fratturante  e di 5.000 litri di addittivi.

Tutti questi materiali, dopo essere stati iniettati in pressione lungo il pozzo orizzontale, sono ripompati in superfice, insieme al petrolio estratto dalle rocce.

Una volta separati dal petrolio, questi fluidi che fine fanno?

Per l'80% sono messi "sotto al tappeto", iniettati in altri pozzi, fuori dal Nord Dakota, a qualche chilometro di profondità, teoricamente sotto la falda acquifera.

Ovviamente, come succede normalmente in questi casi, le assicurazioni dei tecnici sulla innocuità di questo smaltimento, sono già state smentite dai fatti e molti pozzi d'acqua dolce sono risultati contaminati da questi fluidi estrattivi.

Altrettanto ovviamente, a livello statale non è successo niente, in quanto, anche negli USA continuare a produrre e consumare val bene qualche pozzo contaminato.

Ma il rischio di contaminazione dei pozzi non è l'unico problema per chi, da secoli, abita queste pianure, dedicandosi alla produzione agricola.

Queste grandi pianure producono orzo, grano, semi di girasole, erba medica e ovviamente hanno bisogno di acqua, in concorrenza con l'uso di acqua per il "fracking" e, come abbiamo visto, a rischio di contaminazione per questa nuova attività estrattiva.

Ma c'è un nuovo problema: la piovosità di questi Stati da decenni si va riducendo, con lunghi periodi di siccittà.

Certamente questi sono gli effetti climatici indotti dal continuo e crescente consumo di combustibili fossili, quali quelli che, per una ventina di anni sarà possibile estrarre dalla Terra con queste nuove tecniche qui, negli USA, ma anche da noi, in Abruzzo e lungo le nostre coste.

Ne parleremo nei prossimi post, anche perchè pare proprio che il " fraching" non comporti solo un problema di inquinamento delle falde,  ma anche di terremoti, come si è dimostrato essere avvenuto nell' Oklahoma, un altro Stato trivellato di pozzi con fantumazione idraulica.

giovedì 28 marzo 2013

Muro contro muro


Dagli albori della nostra storia abbiamo costruito le nostre abitazioni come una seconda pelle, in grado di difenderci dalle avversità del mondo esterno.

Da diversi secoli le costruiamo in muratura.

Fino a pochi decenni or sono, la scelta dei materiali era prevalentemente condizionata dalla disponibilità (pietre o argille locali) e i loro spessori, nei muri, erano scelti in base a prevalenti criteri di staticità o di difesa, rispetto ad assalti di nemici esterni.

Nell'immediato dopoguerra nella costruzione degli edifici è dilagato l'uso del cemento armato per fondamenta, solette, strutture portanti e per i muri perimetrali si sono preferiti mattoni in laterizi intonacati con cui realizzare muri perimetrali leggeri, a cui era prevalentemente richiesto il costo più basso dei materiali e della manodopera

Solo da pochi anni, con la crescita dei costi dell'energia, si è scoperto che i materiali con cui sono stati costruiti i muri di casa e il loro spessore sono fattori determinanti per la bolletta energetica, quella che spendiamo per riscaldare o rinfrescare la nostra abitazione.

Oggi, più dell'altro ieri, i materiali con cui sono fatti i muri delle nostre case e i loro spessori, oltre che la staticità, devono garantire l'isolamento dai fattori fisici esterni: freddo, caldo, vento, insolazione, umidità, rumore.  

Come si fa a sapere se la nostra nuova casa, per la sua climatizzazione invernale ed estiva,  avrà bollette leggere o pesanti?

Un'idea ve la potreste fare conoscendo i materiali usati per costuire i muri esterni di casa vostra, i loro spessori ed imparando a leggere la seguente Tabella che riporta la trasmittanza termica di vari tipi di muri, frequenti nel patrimonio edilizio nazionale

TABELLA. Trasmittanza termica di muri di diversa composizione e spessore


Tipo di muro
Trasmittanza termica
(watt/m°C)

Spessore muri
30 cm
40 cm
60 cm
80 cm





Granito


1,95
1,45
Calcare

2,05
1,60
1,30
Tufo

2,20
1,75
1,45
Mattoni pieni


1,35

Matt. pieni + intercapedine+ matt. forati
 1,38



Matt. pieni+ isolante + matt. forati
 0,39



Blocchi forati
 0,86




La trasmittanza termica misura il flusso di calore che attraversa una determinata superfice (un metro quadrato) quando, tra superfice interna ed esterna, esiste una differenza di temperatura di un grado centigrado.

I valori di trasmittanza, riportati in tabella sono in watt per metro quadrato per grado centigrado
 (W/mq °C).

Ad esempio,  un muro di granito spesso 60 centimetri ha una trasmittanza di 1,95 W/mq °C.
Se lo spessore è di 80 centimetri, la trasmittanza si riduce a 1,45 W/mq °C

Questo significa che attraverso un metro quadrato di muro di questo tipo, quando tra la superfice esterna e quella interna c'è una differenza di temperatura di un grado centigrado, ogni ora, dalla superfice calda a quella fredda, passa energia termica in quantità pari a 1,95 Wattora in un caso, 1,45 Wattora nell'altro.

Se la differenza di temperatura è di 10 °C , la quantità di calore che, ogni ora, attraversa il metro quadrato di muro di 60 cm, sarà dieci volte maggiore (19,5 Wattora).

Se la stessa differenza di temperatura (10 gradi centigradi) interessa un muro di cento metri quadrati, questo sarà interessato da un flusso orario cento volte maggiore: 1.950 Wattora, equivalente a 1,95 kiloWattora (kWh).  Se questa differenza di temperatura dura più ore, il flusso di calore sarà proporzionale a questo numero di ore.

In un precedente post abbiamo visto che la mia abitazione, costruita nei primi anni del 1900 con pietre calcaree cavate nelle colline intorno,  ha muri spesso 40 cm, pertanto, in base alla Tabella, la loro trasmittanza termica è tra le più elevate: 2,05  W/mq °C.

A difesa dei costruttori, che certamente hanno lavorato in economia, c'è il fatto che il mite clima della riviera ligure (temperatura media del gennaio 2013: 8 °C) non giustificava grandi attenzioni all'isolamento termico.

A dire il vero, non erano molto meglio le case costruite in riviera durante il boom economico, con muri tirati su con una fila di mattoni pieni all'esterno, una intercapedine d'aria di 6-7 centimetri e una fila di mattoni forati all'interno, finiti con qualche centimetro di intonaco dentro e fuori.

Come si vede nella Tabella, un muro di questo tipo ha una  trasmittanza  termica di 1,38 W/ mq °C.

Se nello stesso muro, l'intercapedine si riempie di un materiale isolante (cellulosa, granuli di sughero...) la conduttività termica
si riduce a soli 0,39 W/ mq °C, cinque volte meno della trasmittanza del mio muro!

Insomma, avessi potuto scegliere, avrei scelto una casa ben isolata come questa.

Confesso che quello che, a suo tempo, che mi ha fatto decidere all'acquisto è stata la verandina con vista sul Monte di Portofino!

Caro mi costa il panorama, ma alla prossima puntata vedremo quali accorgimenti ho messo in atto per ridurre la mia impronta ecologica e la bolletta del gas.



Le precedenti puntate di Casa con Cappotto:

- Stare in mutande, quanto mi costa?
- Misuriamo gli sprechi evitabili
- Vasi "termici" comunicanti
- Sangue caliente
- Muffe e condense
- Punti freddi
- Barriere frangivento
- Via col vento
- Finestre solari 3
- Finestre solari 2
- Finestre solari 1
- Occhio ai cassonetti
- Riflettori sui caloriferi
- Liberiamo i caloriferi
- La Fisica che serve 3
- La Fisica che serve 2
- La Fisica che serve 1
- Casa con cappotto  


mercoledì 20 marzo 2013

Trattamenti Meccanico Biologici: la carta vincente nella strategia Rifiuti Zero


Trattamenti Meccanico Biologici (TMB): la carta vincente nella strategia Rifiuti Zero.


La proposta di Legge d’iniziativa popolare “Rifiuti Zero” si pone l’obiettivo, entro il 2020, di recuperare il 95% di materia, dai nostri scarti urbani. Sembra una “missione impossibile”, ma quest’obiettivo rientra nelle potenzialità di approcci metodologici innovativi già ampiamente collaudati, i Trattamenti Meccanico Biologici (TMB).

Un altro obiettivo strategico previsto dalla Legge, è quello della riduzione alla fonte: se nel 2000 ogni italiano produceva 491 chili dirifiuti, nel 2020, dovrà produrne il 20 % in meno (- 98 chili) e quindi scendere a 393 chili a testa. Anche questa non è una missione impossibile, perché l’obiettivo fissato dalla Legge non molto è lontano dall’attuale (2010) produzione pro-capite del Veneto: 488 chili/abitante.

I TMB sono definiti come trattamenti a “freddo” poiché evitano la combustione diretta degli scarti. In particolare, questi impianti utilizzano sistemi meccanici e fisici per separare e purificare diverse frazioni quali: carta e cartone, alluminio, ferro e acciaio, plastiche miste. Trattamenti meccanici più evoluti, con sensori a raggi infrarossi, sono in grado di separare gli imballaggi in plastica in base al tipo di polimero utilizzato (PET, PVC, PE, PS…).

Queste separazioni possono essere fatta a valle delle raccolte differenziate, per migliorarne la qualità e spuntare prezzi migliori sul mercato del riciclo, ma possono essere utilizzate  anche sulla frazione residuale non differenziata.

Nel 2010, a livello nazionale, abbiamo differenziato solo il 35,3%  dei nostri scarti. Poiché in questi scarti, oltre l’85% è riciclabile (in massima parte imballaggi e scarti di cucina) abbiamo buttato in discarica e negli inceneritori circa il 65% dei nostri materiali post consumo.

Poiché una tonnellata di cartone vale 93 euro nel mercato del riciclo e la plastica di qualità vale ben 276 euro a tonnellata, con le scelte attuali buttiamo via, letteralmente qualcosa come mezzo miliardo di euro all’anno.

I Trattamenti Meccanici permettono di recuperare gran parte di questa materia (inerti, vetro, metalli, cellulosa, polimeri plastici) e il loro valore monetario, da reimmettere in nuovi cicli produttivi.

Parliamo ora dei Trattamenti Biologici. In sintesi, con questi trattamenti che precedono quelli fisici, facciamo lavorare per noi batteri e microorganismi che, mangiando letteralmente i nostri scarti biodegradabili, li trasformano in innocui vapore acqueo e anidride  carbonica, con il compostaggio ed in anidride carbonica e metano (biogas) con la digestione anaerobica.

Il metano, adeguatamente purificato è indistinguibile dal metano russo o libico e può essere immesso nella rete di distribuzione del gas e nelle bombole delle autovetture a metano.

Il compost che si produce in entrambi i processi biologici è un terriccio con un alto contenuto di carbonio organico che, come ammendante, deve essere usato in agricoltura per produrre nuovo cibo e contribuire al recupero della fertilità dei nostri terreni agricoli che, dopo decenni di trattamenti chimici si stanno avviando, specialmente nell’Italia meridionale, verso la desertificazione.

Con questi trattamenti biologici si riutilizza o s’inertizza gran parte della materia organica biodegrabile presente nei nostri scarti che, sommando scarti di cucina e della preparazione di cibo, sfalci e potature, carta e cartone per usi alimentari, materia organica presente in pannolini e pannoloni, rappresentano circa il 60% dei nostri scarti urbani.

A questo punto, qualcuno potrebbe dire “ Ma perché queste scelte non le abbiano ancora fatte? Come può essere possibile evitare le emergenze rifiuti, tipo Napoli, senza l’aiuto dei termovalorizzatori?”.
La nostra risposta è che la rivoluzione “Rifiuti Zero” è possibile, poiché approvando questa Legge di Iniziativa Popolare, il Parlamento fa le scelte giuste a favore degli Italiani ed elimina una vera e propria truffa a loro danno, cominciata nel 1999.

Con il Decreto n. 79/1999, noto anche con «primo decreto Bersani», con il recepimento di normative europee a favore delle Energie Rinnovabili, è stato introdotto un nuovo sistema d’incentivazione di mercato, basato sui “Certificati Verdi” che ha sostituito il vecchio sistema d’incentivazione a sussidio, legato al Programma CIP 6/92.

In sintesi, con denaro preso dalle bollette della luce di tutti gli Italiani, una nuova tassa del 7% applicata sui chilowattore consumati, s’incentiva la produzione di elettricità da fonti rinnovabili, pagandola circa tre volte di più, rispetto al valore di mercato. Scelta condivisibile per fotovoltaico, eolico, idraulico, geotermico, fonti realmente rinnovabili e con basso impatto ambientale, se gestite con buon senso.

Peccato che, al momento dell’approvazione del Parlamento, una mano ignota abbia introdotto nella normativa europea che stavamo approvando, un codicillo, tutto italiano,  che faceva diventare, per assimilazione, i rifiuti urbani una fonte d’energia rinnovabile.

In questo modo, termo-valorizzando i rifiuti diventati combustibili “rinnovabili” si fanno grandi affari garantiti; ad esempio, nel 2004, a favore degli inceneritori, operativi nel nostro paese, sono stati erogati Certificati Verdi per 2,4 miliardi di euro.

Firmato il decreto 79/1999, gli amici degli inceneritori si sono potuti scatenare, con l’obiettivo dichiarato di realizzare un inceneritore in ogni provincia.

Poiché nessun incentivo è previsto per riciclo, compostaggio e meno che meno per politiche di riduzione forse, ora vi dovrebbero essere più chiare le vere cause delle emergenze rifiuti che, dal 1999, affliggono questo Paese.

La Legge d’Iniziativa Popolare “Rifiuti Zero” taglia alla radice questo scandaloso furto a danno degli Italiani: abolisce gli incentivi agli inceneritori e ai cementifici che usano i rifiuti come combustibili e tassa gli inceneritori, come fanno da anni, Austria, Danimarca, Svezia, per favorire il riciclo.

E, in base alla nuova Legge, gli introiti di questa tassa e di quella già in vigore per le discariche, saranno integralmente usati per finanziare gli impianti finalizzati al riuso, al riciclaggio, al compostaggio e alla digestione anaerobica. Incentivi saranno erogati anche per attivare in tutti i Comuni, sistemi di raccolta differenziata domiciliare, con tariffazione puntuale che ridurrà le spese di famiglie e aziende che differenziano i propri scarti e producono pochi rifiuti.

Finanziamenti pubblici andranno anche ai Centri di Ricerca che si specializzeranno per studiare metodi per il recupero spinto della materia. In questo modo, ad esempio, sarà possibile accelerare i tempi per rendere competitive tecniche, già note, per trasformare scarti ricchi di cellulosa (carta e cartone) e di plastiche miste, in nuove materie ad alto contenuto energetico, rispettivamente in etanolo e in gasolio, entrambi utilizzabili per l’autotrazione.

In attesa che queste tecnologie diventino mature, le frazioni separate dai TMB, ricche di cellulosa e quelle composte prevalentemente da plastiche miste non riciclabili, , potranno essere collocate, senza particolari impatti ambientali, in aree di stoccaggio temporanee che, tra qualche anno, diventeranno vere e proprie miniere di Materie Seconde ad alto valore aggiunto.

Federico Valerio
Chimico Ambientale
Comitato Tecnico-Scientifico LIP Rifiuti Zero