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sabato 21 dicembre 2013

Polveri sottili e caminetti in Baviera e in Lombardia

Figura 1. Fonti invernali di PM10 in Lombardia (Feb-Mar. 2007)
Secondo l'Agenzia federale tedesca per l'ambiente, in Germania circa il 13% delle emissioni totali di PM10 deriva dagli impianti di riscaldamento che bruciano legna.

Si tratta di 24.000 tonnellate all'anno di polveri sottili, una quantità simile a quella prodotta, in Germania, dal traffico veicolare.

Nel 2006, il Ministero dell' ambiente e la salute dello stato della Baviera ha finanziato uno studio finalizzato a verificare quante delle polveri sottili presenti nelle citta bavaresi fossero attribuibili al riscaldamento domestico.

La città scelta per lo studio è stata Augusta, con 276.000 abitanti e 14.200 impianti di riscaldamento alimentati a legna.

Questo significa che circa la metà degli appartamenti di Augusta ha un caminetto.

Tuttavia, il consumo di legna (26.000 tonnellate all'anno) corrisponde solo al 2% dei consumi energetici per il riscaldamento a conferma che, ad Augusta,  la maggior parte degli impianti a legna è usato saltuariamente, per il piacere della fiamma e per integrare gli impianti di riscaldamento a combustibile fossile.

Durante due inverni consecutivi si sono raccolti campioni di polveri sottili nel centro della citta, presso un sito trafficato.

Le concentrazioni medie di PM10 sono state rispettivamente di 32 e 37 microgrammi/ metro cubo (ug/m3) e il valore limite giornaliero di 50 ug/m3 è stato superato rispettivamente 15 e 25 volte, nel corso dei circa tre mesi invernali monitorati.

Le polveri sottili prodotte dalla combustione della legna possono essere identificate dalla presenza di levoglucosano, un composto che si forma esclusivamente a seguito della combustione di cellulosa.
Altri traccianti delle fonti inquinanti sono i metalli che si trovano nelle polveri sottili e il potassio è molto abbondante nel fumo prodotto dalla legna.

Grazie a queste "impronte digitali" chimiche  è stato possibile stimare la quantità di polveri sottili prodotte dalla combustione della legna nella citta di Augusta.

Nell'inverno 2006-2007 ( particolarmente mite)  la concentrazione media di particelle prodotte dalla combustione della legna è stata di 2,3 ug/m3 (7,2% delle PM10 presenti nel sito).

Nelll'inverno 2007-2008 (più freddo) la concentrazione media di particelle prodotte dalla combustione della legna è stata di 3,4 ug/m3 (9,2% delle PM10 presenti nel sito).

Le concentrazioni più elevate di PM10 da impianti a legna, 9 ug/m3  si sono registrate in un'area residenziale di augusta, con una densità di stufe a legna relativamente più elevata.

E in Italia?

Nel 2006 è stato effettuato un sondaggio sui consumi di legna degli italiani.

I risultati indicano che il 20% delle famiglie italiane accende il camino o la stufa più di quattro volte all'anno, con un consumo annuale di legna stimato a circa 20 milioni di tonnellate.

Lo studio ha anche evidenziato che il 73% degli impianti termici a legna usati in Italia sono caminetti aperti e stufe a legna di tipo tradizionale, ossia impianti termicamente inefficienti e con elevati fattori di emissioni di composti inquinanti.

Nella TABELLA 1 sono riportati questi valori che evidenzianno come i camini aperti siano gli impianti con fattori di emissioni molto elevati. Nella stessa Tabella sono riportati anche i fattori di emissioni degli Idrocarburi Policiclici aromatici ( IPA ) e Diossine e Furani (PCDD/F).

TABELLA 1. Fattori di emissione di inquinanti di impianti a legna tradizionale e innovativi.


Quanto incide l'uso della legna sulle concentrazioni di PM10 trovate in Italia?

Tra il 2006 e il 2010, in Lombardia è stato effettuato uno studio simile a quello di Augusta.


Lo studio è stato promosso dalla Regione Lombardia, in collaborazione con  Joint Research Center della Commissione Europea, e il suo obiettivo era quello di acquisire informazioni utili per ridurre il pesante inquinamento atmosferico che si registra nella pianura padana.

Le misure sono state effettuate presso dieci stazioni di monitoraggio distribuite in Lombardia 

La Figura 1 mostra una parte dei risultati in base ai quali, tra febbraio e marzo del 2007,  il 16% delle PM10 lombarde risultava derivare dalla combustione della legna e di biomasse.

Figura 2. Contributo delle fonti alla concentrazione media annuale di PM10, in Lombardia


La Figura 2 mostra, in percentuale,  il contributo delle principali fonti inquinanti sulla concentrazione media annuale di PM10 registrata in Lombardia nel 2007.

La stima fa riferimento a dieci siti di campionamento lombardi e segnala che, su base annuale, la combustione della legna e di biomasse contribuisce all'inquinamento per il 9,5% e il traffico per il 30,2%.

Per quanto riguarda la principale fonte di riscaldamento domestico usata in Lombardia (gas naturale-metano), lo studio non ha potuto stimare lo specifico contributo di polveri sottili primarie ( quelle in uscita dai camini), in assenza di marker chimici specifici per questo combustibile.

Al riscaldamento domestico a metano, alle emissioni industriali e alle centrali termoelettriche lombarde, nel loro complesso, è stata attribuita la formazione di polveri sottili secondarie (contributo 20,2%), ossia le polveri sottili che si formano in atmosfera per complesse reazioni fotochimiche a carico di ossidi di azoto e anidride solforosa emessi da queste fonti.

La Figura 3 mostra in dettaglio il contributo invernale di diverse fonti alle PM10 trovate, nel corso dello stesso studio, in due siti milanesi, Parco Giurati e viale Marche.

In questi due siti la combustione della legna ha pesato sulla concentrazione di PM10, rispettivamente per il 12% e l' 8%; il contributo delle emissioni da traffico è stato del 17% e del 23%. Risultati confrontabili con quelli registrati in Baviera ( Augusta).


Figura 3. Contributo di diverse fonti alle  PM10 invernali misurate in due siti milanesi

A Sondrio, nella Valtellina, dove presumibilmente l'uso della legna per riscaldamento è maggiore e minore il contributo del traffico, la percentuale di PM10 prodotte dalla combustione del legno è risultata maggiore, tra il 37-51%, nel 2007.

Di fronte a questi dati ci sembra veramente difficile continuare a sostenere che la legna sia un combustibile "pulito" e ignorare, in nome del contenimento delle emissioni di anidride carbonica (CO2)  le numerose sostanze tossiche che si producono con combustione delle biomasse legnose.

Sullo stesso argomento:

- La legna peggiora la qualità dell'aria: IPA
- La legna peggiora la qualità dell'aria: polveri sottili
- Centrali a biomasse: tutte illegali


venerdì 20 dicembre 2013

La legna peggiora la qualità dell'aria: polveri sottili

PM10 in Europa (2005). In viola le zone più inquinate

Nel suo ultimo rapporto l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) conferma che le polveri sottili (PM10- PM2,5) sono pericolose per la salute umana a tutte le concentrazioni.

In particolare, studi effettuati in Europa (Italia compresa), hanno verificato che il rischio di morire per cause acute (ictus, infarto) sussiste anche quando la popolazione è esposta a concentrazioni di PM2,5 inferiori a 10 microgrammi/metro cubo (ug/m3).

Questo significa che, anche raggiungendo il limite di 10 ug/m3 previsto nel 2020, ci sarà qualcuno che morirà a causa dell'inquinamento dell'aria, anche se più basso dei valori medi che oggi si registrano nelle città italiane (Torino 35, Milano 33, La Spezia 16, Roma 20,5  ug/m3).

E la figura d'apertura mostra, con evidenza, come la Pianura Padana ( in viola) sia una delle aree europee a maggior inquinamento da polveri sottili.

Un fatto molto grave, con pesanti costi sanitari che oggi si possono quantificare con precisione;  ma tutto questo sembra non interessare nessuno dei nostri amministratori pubblici.

In base alle stime ISPRA, nel 2010 il macro settore che ha maggiormente contribuito alla produzione di PM10 nel nostro Paese è quello delle combustioni non industriali, il riscaldamento domestico, lo stesso macrosettore segnalato per l'elevato inquinamento da IPA.

Anche in questo caso il contributo delle combustioni non industriali all'inquinamento della nostra aria è aumentato nel tempo: nel 1990 le combustioni non industriali hanno prodotto 28.600 tonnellate di PM10, nel 2010 le tonnellate sono state 90.800 tonnellate.

In questo stesso anno, la seconda fonte di inquinamento è stato il trasporto stradale, ma con "solo" 34.000 tonnellate.

E' interessante notare che nel 1990 la principale fonte di PM10 erano i trasporti stradali (54.700 tonnellate) seguita dalle combustioni industriali per la produzione di energia (44.800 tonnellate)  e dalle combustioni industriali (35.600 tonnellate).

Per quale motivo le combustioni non industriali sono diventate la principale fonte di emissione di PM10?

Ancora una volta una possibile risposta la possiamo trovare in quello che è successo in Danimarca.

FIGURA 1. Emissioni annuali di PM2,5 dal settore residenziale nei paesi del nord Europa

La Figura 1 mostra l'andamento delle emissioni di PM2,5 prodotte dalle combustioni nel settore residenziale  dal 1990 al 2010.

Si evidenzia come in Danimarca, la quantità prodotta di PM2,5 sia nettamente aumentata, passando da circa 5.000 tonnellate nel 1990 a circa 18.000 tonnellate nel 2010.

Nello stesso intervallo di tempo si segnalano aumenti delle emissioni di PM2,5  anche in Svezia e Finlandia, anche se con incrementi inferiori a quelli registrati in Danimarca.

E' fuori di dubbio che l'aumento delle emissioni di PM2,5 danesi sia dovuto all'aumento dell'utilizzo della legna per il riscaldamento domestico.

Attualmente, circa il circa il 20% dei consumi danesi per il riscaldamento domestico è coperto dalla legna. 

Ancora una volta, i confronti tra i fattori di emissione ci permetteranno di verificare come la legna  non sia cosi "pulita" come si dice, anche per quanto riguarda le emissioni di polveri sottili.

I migliori impianti per il riscaldamento domestico alimentati a legna (stufe e caldaie a pellet), per ogni Giga Joule  (GJ) di energia prodotta  emettono 29 grammi di PM10. Lo stesso fattore di emissione viene stimato per le PM2,5.

I fattori di emissione di PM10 e PM2,5 di una caldaia alimentata a metano sono pari a 2,2 grammi/GJ.

E una calderina mono famigliare (potenza termica < 50 kWt) alimentata a metano ha fattori di emissione delle polveri sottili ancora più bassi: 0,2 grammi/GJ per ciascuna categoria di polveri.

Ancora una volta i dati confermano che è vero che il metano ci da una mano per avere aria più pulita.
 
Nel prossimo post vedremo quanto incide il riscaldamento a legna nelle concentrazioni invernali di PM10 registrate ad Augusta, in Baviera, e in Italia.

Sullo stesso argomento il post "Centrali a biomasse: tutte illegali"





giovedì 19 dicembre 2013

La legna peggiora la qualità dell'aria: idrocarburi policiclici aromatici

FIGURA 1 Andamento delle emissioni di IPA, diossine e furani (fatto cento le emissioni del 1990)

La quantità di Idrocarburi Policicicli Aromatici (IPA) immessi nell'atmosfera del nostro Paese sono in continua crescita, con un'impennata cominciata nei primi anni del 2000. Nel 2010 si è registrata un aumento del 50%, rispetto ai valori stimati nel 1990.
In quantità assoluta gli IPA prodotti annualmente sono passati da 98,8 tonnellate nel 1990 a 152,6 tonnellate nel 2010.

E' una notizia preoccupante per tre motivi:
  • è un fenomeno in controtendenza, rispetto al progressivo calo di molti altri inquinanti, quali , ad esempio diossine e furani, dimezzati negli ultimi venti anni (Figura 1)
  • nella famiglia chimica degli IPA si trovano potenti cancerogeni riconosciuti pericolosi per la salute umana
  • il fenomeno appare fuori controllo
Nel rapporto 2012 dell' ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), da dove abbiamo ricavato queste informazioni, si segnala che il macrosettore che ha maggiormente contribuito all'aumento delle emissioni di IPA sia quello delle combustioni non industriali.

In sintesi, causa di questo specifico inquinamento sono le combustioni che avvengono in ambito domestico ad opera delle famiglie italiane che, nel 1990, immettevano in atmosfera 18,8 tonnellate di IPA , diventate 78,4 tonnellate nel 2010.

Per capire meglio cosa stia succedendo nel nostro Paese bisogna andare in Danimarca, dove si registra lo stesso fenomeno.

FIGURA 2. Emissione di IPA in Danimarca (1990-2011).


La Figura 2 mostra, in nero, l'andamento totale delle emissioni annuali di IPA prodotti in Danimarca  da sette macrosettori.

In blu è mostrato l'andamento delle emissioni della fonte principale di IPA: anche qui gli impianti domestici che, nel 2011, hanno prodotto 12.290 chili di IPA

Su valori nettamente più bassi (in parantesi i valori del 2011) si assestano i contributi annui degli altri macrosettori: inceneritori di rifiuti (516 kg), impianti termici commerciali e pubblici (135 kg), industrie manifatturiere e costruzioni (135 kg) , agricoltura-foreste-pesca e militare (496 kg), trasporti (307 kg), produzione di energia per usi industriali (68 kg).

Come in Italia, anche in Danimarca la principale fonte di IPA sono gli impianti di riscaldamento domestico che, nel 1990, hanno immesso in atmosfera circa 5,6 tonnellate di IPA, mentre nel 2011 le tonnellate di IPA sono state 12,3, con un picco di 16,2 tonnellate nel 2007.

Gli studi danesi sono più precisi di quelli della nostra ISPRA e individuano nell' uso della legna, come fonte di energia per il riscaldamento domestico, la principale causa del peggioramento della qualità dell'aria registrata in Danimarca a causa dell'aumento delle emissioni di IPA.

FIGURA 3. Uso totale di biomasse e di pellet per il riscaldamento domestico in Danimarca (1990-2011)

La Figura 3 mostra come, intorno alla metà degli anni '90, in Danimarca si sia registrata un forte aumento della produzione di energia utilizzando i cosidetti biocombustibili tra cui la legna, in parte sotto forma di pellet.

Ebbene, in Danimarca, maggiore consumo di legna e maggiore emissione di IPA sono fortemente correlati. Molto probabilmente la stessa cosa è avvenuta in Italia.

E la spiegazione del pesante inquinamento prodotto dalla legna è banale: a parità di energia prodotta la combustione della legna produce molti più IPA di altri combustibili, in particolare il metano o gas naturale. 

FIGURA 4. Fattori di emissione degli IPA cancerogeni in impianti alimentati a legna (EMEP/EEA 2009)

La Figura 4 mostra i fattori di emissione dei principali IPA cancerogeni attribuiti  a diversi impianti alimentati a legna. I valori sono espressi come milligrammi di IPA per Giga Joule (GJ) di energia prodotta.

Si nota come i fattori di emissione più bassi si abbiano con le stufe a pellet a cui sono attribuiti circa 50 milligrammi di benzo(a)pirene (il cancerogeno più potente) per  GJ di energia prodotta.

L'inventario 2013 dei fattori di emissione di impianti termici europei ci informa che un caminetto alimentato a gas naturale emette 0,56 microgrammi di benzo(a)pirene, ogni GJ di energia prodotta.

Come abbiamo visto, una stufa a pellet, fatte le dovute conversioni da milligrammi a microgrammi, per produrre la stessa quantità di energia, emette  50.000 microgrammi di benzo(a)pirene, un inquinamento circa 90.000 volte maggiore.

Questa differenza non deve stupire, il metano ha un potere calorifico nettamente maggiore del legno, anche quello più stagionato, e poichè il metano è un gas, reagisce con l'ossigeno dell'aria (un altro gas) in modo molto efficiente, senza l'inevitabile formazione di grandi quantita di sotto prodotti, caratteristica di tutti i combustibili solidi, legna compresa.

Inoltre, nel caso specifico, la molecola del metano (CH4) non ha la configurazione chimica che precorre la formazione degli IPA.

In particolare, nel metano non ci sono le catene di atomi di carbonio, presenti nel carbone e nella legna, che durante la combustione si trasformano in molecole reattive che in atmosfera, a temperatura più bassa, si ricompongono formando gli IPA.

Questi e altri dati, che vedremo meglio nei prossimi post, sfatano il mito delle biomasse come combustibili puliti.

Per il momento, alla luce di queste informazioni, si conferma la nostra proposta che, nelle comunità montane non ancora servite dal metano, il miglior sistema di riscaldamento, in grado di minimizzare le emissioni inquinanti, siano impianti alimentati a pellet di legno.

Ovviamente se il pellet fosse prodotto con legname ricavato dai boschi locali, molto meglio.

Ancora meglio se il pellet fosse un sottoprodotto di una attività forestale finalizzata a produrre legname per costruire mobili e per l'edilizia, in sostituzione del cemento.

Nel resto del Paese, servito da metano, se per riscaldarsi si ricorre alla legna e agli stessi occorre mettere in conto il pesante peggioramento della qualità dell'aria dovuto a questa scelta e il corrispondente aumento di rischi per la salute. 

Il problema è che in Italia, come in Danimarca, si passa al legno perchè la legna costa di meno dei combustibili fossili.

Si valuta che, a parità di calore prodotto, il pellet costi il 35% in meno rispetto al metano.

Un governo attento agli interessi della comunità dovrebbe valutare se non sia il caso di togliere dal costo del metano il peso di tasse, IVA e accise varie, in modo da ridurre l'attuale vantaggio economico del legname.

E sulla bilancia dei conti economici e delle scelte ( metano o legna ) cominciamo a mettere anche l'evitato costo per la cura delle tante malattie (dall'asma al cancro) provocate dall'inquinamento dell'aria.




 




martedì 19 novembre 2013

Umani o Vulcani? Chi emette più anidride carbonica?


Chi emette più CO2: uomini o vulcani ?


vulcanozampieri
foto di Dario Zampieri, UniPd, 2006

In lontananza verso sudest il Vulcano Ubinas (Perú) in attività emette un pennacchio di fumo. L’oceano Pacifico sta a destra, il continente a sinistra. Si nota la curvatura dell’orizzonte attraverso l’altopiano andino, qui avente una larghezza di 300 km ed una elevazione media di 4 km. Ripresa dal cratere del vulcano El Misti (5822 m). Foto D. Zampieri 2006.
a cura di Dario Zampieri*
La risposta alla domanda del titolo non è scontata, se anche persone impegnate nel settore delle scienze della Terra, ma in campi diversi dalla vulcanologia, rimangono sorprese nell’apprendere che le attività umane battono di gran lunga l’attività dei vulcani. Un’idea più precisa si può ricavare dalla lettura dell’articolo di Gerlach del 2011, dal quale sono tratti molti dei dati e delle considerazioni espressi di seguito.
Il bilancio della CO2 nell’atmosfera terrestre è un fattore critico nel mantenimento di un clima abitabile da parte dell’uomo. I flussi di carbonio tra mantello terrestre ed atmosfera modulano il clima nel lungo periodo. Alla scala delle centinaia di milioni di anni, le emissioni vulcaniche di CO2 sono ritenute il principale meccanismo che ha permesso alla Terra di passare da una condizione “palla di neve” nel Precambriano, terminato circa 600 milioni di anni fa, ad una condizione “serra” nel Fanerozoico (vita animale), con momenti freddi solo nel tardo Paleozoico (circa 360-270 Milioni di anni o Ma) e nella seconda metà del Cenozoico (da 34 Ma all’attuale).
Nel ciclo del carbonio l’emissione di anidride carbonica tramite degassazione di magmi rappresenta la maggior fonte di riequilibrio del carbonio sottratto all’atmosfera ed agli oceani dall’alterazione dei silicati che compongono le rocce, dalla precipitazione dei carbonati e dal seppellimento di resti organici vegetali. Le stime globali più citate dell’attuale apporto annuale da parte di vulcani emersi e sommersi vanno da un minimo di 0,18 ad un massimo di 0,44 miliardi di tonnellate (gigatonnellate o Gt), con stima media preferita di 0,26 Gt (Marty e Tolstikhin, 1998).
Più difficile è la stima del contributo della CO2 non vulcanica, che conservativamente dovrebbero essere nell’ordine da un minimo di 0,1 a un massimo di 0,6 Gt/a (Mörner e Etiope, 2002). Questo contributo, sul quale si sa ancora molto poco, deriverebbe dalla degassazione di un mantello arricchito di fusi carbonatici in particolari situazioni geotettoniche, come ad esempio nell’area peri-tirrenica in Italia.  Il vulcano Etna, che si situa in quest’area, emette infatti da uno a due ordini di grandezza più CO2 rispetto ai vulcani di basalti intracontinentali similari della Terra. La CO2 non vulcanica viene verosimilmente emessa dal suolo al di sopra di faglie litosferiche, che mettono in comunicazione la crosta profonda, o addirittura il mantello, con la superficie (Frezzotti et al. 2010).
Anche considerando la somma di queste emissioni naturali, vulcanica e non vulcanica, siamo ancora molto lontani dal contributo di emissioni da parte dell’uomo, grossomodo un ordine di grandezza inferiore.
Le emissioni antropogeniche annuali sono infatti state stimate in 35 Gt di CO2 (9.5 Gt di C) nel 2010 ( Friedlingstein et al., 2010). I vulcani emettono dunque molta meno CO2 che singole attività come la modificazione dell’uso del suolo (3,4 Gt/anno), l’uso dei veicoli leggeri (3 Gt/a), la produzione di cemento (1,4 Gt/a). Le emissioni vulcaniche sono paragonabili alla combustione dei gas di scarto dei campi petroliferi (0,2 Gt/a), alle emissioni di una dozzina di centrali termoelettriche a carbone da 1000 MW (0,22 Gt/a), le quali corrispondono a circa il 2% della capacità di produzione elettrica mondiale da carbone.
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I punti neri rappresentano la serie temporale fino al 2010 del moltiplicatore della CO2 antropogenica (ACM) rispetto il tasso di emissione di 0.26 Gt/a dei vulcani. Si nota il brusco incremento a partire dal 1950 (da Gerlach, 2011).
L’emissione antropogenica di CO2 stimata risulta essere, nel 2010, 135 volte superiore a quella dei vulcani. Questo fattore di 135 è salito gradualmente da un fattore di 18, nel 1900, a circa 38 nel 1950, per poi crescere rapidamente a 135 nel 2010 (Gerlach, 2011). Questo andamento di crescita è simile a quello delle emissioni antropogeniche di CO2, aumentate del 650% dal 1900, di cui ben il 550% a partire dal 1950.
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La famosa curva di Keeling dell’aumento di anidride carbonica in atmosfera, rilevato a Mauna Loa, Hawaii (dati in http:/www.esrl.noaa.gov/gmd/ccgg/trends)
L’attività vulcanica presenta rari casi di parossismo, come l’esplosione del Monte S. Helens (18 maggio 1980), che ha emesso in atmosfera solo 0,01 Gt. Anche l’eruzione del vulcano Pinatubo (15 giugno 1991), un altro dei tre maggiori eventi vulcanici del XX secolo, ha emesso solo 0,05 Gt. Per superare il limite inferiore stimato delle emissioni vulcaniche annue occorrerebbero ben 3 eruzioni per anno simili a quella del Pinatubo. La durata di circa 9 ore di entrambe le eruzioni citate ha prodotto tassi di emissione di 0,001 Gt/ora (S. Helens) e 0,006 Gt/ora (Pinatubo), molto simili al tasso di emissione medio antropogenico, che è di 0,004 Gt/ora.
Ne consegue che, durante il parossismo di poche ore di durata, l’emissione dei più potenti vulcani individuali eguaglia l’emissione antropogenica. Ma i parossismi vulcanici sono effimeri, mentre le attività umane durano incessantemente. In media, le attività umane emettono in continuazione ogni 2 ore e mezza tanta CO2 quanta prodotta dal vulcano S. Helens e ogni 12 ore e mezza quella prodotta dal vulcano Pinatubo. Ogni 2,7 giorni l’uomo emette la stessa quantità annuale di CO2 dell’attività vulcanica.
Facendo i debiti confronti di scala tra le 35 Gt/a di emissioni di CO2 antropogenica e le 0,05 Gt emesse dal Pinatubo, le emissioni antropogeniche equivalgono a 700 parossismi vulcanici per anno. Ma se confrontate con le quantità di CO2 emesse dall’esplosione del vulcano S. Helens, le emissioni antropogeniche annue corrispondono a ben 3500 parossismi vulcanici.
Se si rifanno i calcoli in quantità di volumi di magma emessi, questi 3500 parossismi dovrebbero produrre 1400 chilometri cubi di magma, equivalenti a 3 supereruzioni per anno. Tuttavia, le supereruzioni sono molto rare ed accadono ogni 100-200 mila anni. Nessuna è avvenuta in tempi storici. La più recente che si conosca, quella del vulcano Toba in Indonesia, è avvenuta 74.000 anni fa, mentre la seconda più vicina a noi è quella del supervulcano di Yellowstone negli USA, avvenuta 2 milioni di anni fa.
In altre parole, le emissioni annuali di CO2 antropogenica superano quelle che sarebbero emesse da una o più supereruzioni per anno. Basta per modificare i pregiudizi?
Articoli citati:
Frezzotti M.L., Peccerillo A., Panza G., 2010. Earth’s CO2 degassing in Italy. In: (Eds.) Beltrando M., Peccerillo A., Mattei M., Conticelli S. and C. Doglioni, Journal of the Virtual Explorer, v. 36, paper 21, doi: 10.3809/jvirtex. 2010.00227
Friedlingstein, P., R. A. Houghton, G. Marland, J. Hackler, T. A. Boden, T. J. Conway, J. G. Canadell, M. R. Raupach, P. Ciais, and C. Le Quéré (2010), Update on CO2 emissions, Nat. Geosci., 3(12), 811–812, doi:10.1038/ngeo1022.
Gherlach T. (2011). Volcanic versus Anthropogenic Carbon Dioxide. Eos, 92, 24, 201-208.
Marty B., and I. N. Tolstikhin (1998). CO2 fluxes from mid-ocean ridges, arcs and plumes, Chem.Geol., 145(3-4), 233–248, doi:10.1016/ S0009-2541(97)00145-9.
Mörner N.A., Etiope G., 2002. Carbon degassing from the lithosphere. Global Planetary Change 33, 185-203.
* Dario Zampieri è prof. Associato di Rilevamento Geologico (Geo03) presso UniPd: http://www.geoscienze.unipd.it/users/zampieri-dario
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venerdì 8 novembre 2013

La crescita del Prodotto Interno contraria alla vita



EcologiaDI VANDANA SHIVA
theguardian.com

L'ossessione della crescita ha travolto il nostro interesse per la sostenibilità, la giustizia e la dignità umana. Ma le persone non sono merci da usare e gettare - il valore della vita si trova fuori dallo sviluppo economico 


La crescita illimitata è la fantasia di economisti, imprese e politici. La vedono come una misura del progresso. Come risultato, il prodotto interno lordo (PIL), che dovrebbe misurare la ricchezza delle nazioni, è diventato sia il numero più potente che il concetto dominante del nostro tempo. Tuttavia, la crescita economica nasconde la povertà creata attraverso la distruzione della natura, la quale a sua volta porta a comunità incapaci di provvedere a se stesse.



Durante la seconda guerra mondiale il concetto di crescita fu presentato come una misura per la movimentazione delle risorse. Il PIL si basa sulla creazione di un confine artificiale e fittizio, il quale parte dal presupposto che se produci ciò che consumi, non produci. In effetti, la "crescita", misura la trasformazione della natura in denaro e dei beni comuni in merci.

Così i magnifici cicli naturali di rinnovamento dell’acqua e delle sostanze nutritive sono qualificati non produttivi. I contadini di tutto il mondo, che forniscono il 72% del cibo, non producono; le donne che coltivano o fanno la maggior parte dei lavori domestici non rispettano questo paradigma di crescita. Una foresta vivente non contribuisce alla crescita, ma quando gli alberi vengono tagliati e venduti come legname, abbiamo la crescita. Le società e le comunità sane non contribuiscono alla crescita, ma la malattia crea crescita attraverso, ad esempio, la vendita di medicine brevettate.

L'acqua disponibile come bene comune condiviso liberamente e protetto da tutti viene fornita a tutti. Tuttavia, essa non crea crescita. Ma quando la Coca-Cola impone una pianta, estrae l'acqua e con essa riempie le bottiglie di plastica, l'economia cresce. Ma questa crescita é basata sulla creazione di povertà - sia per la natura sia per le comunità locali. L'acqua estratta al di là della capacità della natura di rigenerarsi crea una carestia d'acqua. Le donne sono costrette a percorrere lunghe distanze in cerca di acqua potabile. Nel villaggio di Plachimada nel Kerala, quando la passeggiata per l'acqua è diventata 10 km, la tribale donna locale Mayilamma ha detto che il troppo è troppo. Non possiamo camminare ulteriormente, l'impianto della Coca-Cola deve chiudere. Il movimento che le donne incominciarono ha portato infine alla chiusura dello stabilimento.

Nella stessa ottica, l'evoluzione ci ha regalato il seme. Gli agricoltori lo hanno selezionato, allevato e lo hanno diversificato – esso è la base della produzione alimentare. Un seme che si rinnova e si moltiplica, produce semi per la prossima stagione, così come il cibo. Tuttavia, il contadino di razza e il contadino che salva i semi non sono visti come un contributo alla crescita. Ciò crea e rinnova la vita, ma non porta a profitti. La crescita inizia quando i semi vengono modificati, brevettati e geneticamente resi sterili, portando gli agricoltori ad essere costretti a comprare di più ogni stagione.

La natura si impoverisce, la biodiversità é erosa e una risorsa aperta libera si trasforma in una merce brevettata. L'acquisto di semi ogni anno é una ricetta per l'indebitamento dei poveri contadini dell'India. E da quando é stato istituito il monopolio dei semi, l'indebitamento degli agricoltori é aumentato. Dal 1995, oltre 270.000 agricoltori in India sono stati presi nella trappola del debito e si sono suicidati.

La povertà è anche ulteriore spreco quando i sistemi pubblici vengono privatizzati. La privatizzazione di acqua, elettricità, sanità e istruzione genera crescita attraverso i profitti. Ma genera anche povertà, costringendo la gente a spendere grandi quantità di denaro per ciò che era disponibile a costi accessibili come bene comune. Quando ogni aspetto della vita é commercializzato e mercificato, vivere diventa più costoso, e la gente diventa più povera.

Sia l'ecologia che l'economia sono nate dalla stessa radice - "oikos", la parola greca per casa. Fino a quando l'economia è stata incentrata sulla famiglia, essa riconosceva e rispettava le sue basi nelle risorse naturali e i limiti del rinnovamento ecologico. Essa era focalizzata a provvedere ai bisogni umani di base all'interno di questi limiti. L'economia basata sulla famiglia era anche incentrata sulle donne. Oggi l'economia è separata sia dai processi ecologici che dai bisogni fondamentali e si oppone ad ambedue. Mentre la distruzione della natura veniva motivata da ragioni di creazione della crescita, la povertà e l'espropriazione aumentavano. Oltre ad essere insostenibile, è anche economicamente ingiusta.

Il modello dominante di sviluppo economico é infatti diventato contrario alla vita. Quando le economie sono misurate solo in termini di flusso di denaro, i ricchi diventano più ricchi e i poveri sempre più poveri. E i ricchi possono essere ricchi in termini monetari - ma anche loro sono poveri nel contesto più ampio di ciò che significa essere umani.

Nel frattempo, le richieste del modello attuale dell'economia stanno portando a guerre per le risorse come quelle per il petrolio, guerre per l'acqua, guerre alimentari. Ci sono tre livelli di violenza implicati nello sviluppo non sostenibile. Il primo é la violenza contro la terra, che si esprime come crisi ecologica. Il secondo é la violenza contro l'uomo, che si esprime come povertà, miseria e migrazioni. Il terzo é la violenza della guerra e del conflitto, come potente caccia alle risorse che si trovano in altre comunità e paesi per i propri appetiti illimitati.

L'aumento del flusso di denaro attraverso il PIL si è dissociato dal valore reale, ma coloro che accumulano risorse finanziarie possono poi reclamare pretese sulle risorse reali delle persone - la loro terra e l'acqua, le foreste e i semi. Questa sete conduce essi all'ultima goccia d'acqua e all'ultimo centimetro di terra del pianeta. Questa non è la fine della povertà. É la fine dei diritti umani e della giustizia.

Gli economisti e premi Nobel Joseph Stiglitz e Amartya Sen, hanno riconosciuto che il PIL non coglie la condizione umana e hanno sollecitato la creazione di altri strumenti per misurare il benessere delle nazioni. Questo é il motivo per cui paesi come Bhutan hanno adottato la felicità nazionale lorda al posto del prodotto interno lordo per calcolare il progresso. Abbiamo bisogno di creare misure che vadano oltre il PIL, ed economie che vadano al di là del supermercato globale, per rinnovare la ricchezza reale. Dobbiamo tener presente che la vera valuta della vita é la vita stessa.

Vandana Shiva
Fonte: www.theguardian.com
Link: http://www.theguardian.com/commentisfree/2013/nov/01/how-economic-growth-has-become-anti-life
1.11.2013

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ALEX T.

domenica 20 ottobre 2013

Pubertà' precoce negli umani e nei cinghiali di città.


Genova e' letteralmente invasa dai cinghiali. 

Il motivo per cui i cinghiali genovesi si stanno moltiplicando in modo abnorme, è dovuto al fatto che le femmine sono troppo precoci e rimangono gravide ad appena
quattro mesi d’età invece che a sei. 
«La nostra regione e l’unica in Italia dove si verifica questo inspiegabile fenomeno. Ricerche che ha condotto l’università, hanno stabilito che in Europa solo Barcellona e Berlino hanno questo problema e nessuno ha trovato una soluzione».

La pubertà precoce delle cinghialesse genovesi mi ricorda molto un analogo fenomeno registrato negli umani appartenenti alla società dei consumi. Bambini e bambine delle società opulente entrano nella pubertà sempre più precocemente, rispetto a quanto accadeva ai loro genitori e ai loro nonni.
La crescente esposizione a composti interferenti con il sistema endocrino (ftalati, diossine, PCB... ) potrebbe essere la comune spiegazione del fenomeno.

Cinghiali e umani condividono la caratteristica di essere al vertice della catena alimentare e quindi di concentrare al massimo, nei propri tessuti adiposi, composti persistenti e bio accumulabili, quali quelli in precedenza elencati. E il fatto che i cinghiali genovesi abbiano imparato che i cassonetti dell'umido possono essere una facile fonte di cibo potrebbe spiegare la pubertà ( e la prolificità) dei cinghiali cittadini.
Quest'ipotesi, molto plausibile, merita uno studio serio, anche a tutela della nostra specie.
A giorni a Genova partiranno delle battute di caccia selettive a cinghiali maschi e a femmine gravide.

Prima di trasformarli in bistecche e salami, sarebbe utile raccogliere campioni del loro grasso e analizzarlo, confrontando il contenuto di interferenti del sistema endocrino con quello di cinghiali che non hanno ancora conosciuto il benessere della crescita continua.

martedì 8 ottobre 2013

La vostra casa e' un colabrodo energetico? Facciamo le misure.




Per valutare la Classe Energetica della vostra abitazione avete bisogno di tre misure:

1) la superfice del vostro appartamento, in metri quadrati (mq)
2) il consumo medio giornaliero di metano per usi domestici diversi dal riscaldamento (cucina, doccia, acqua calda).
3) il consumo medio giornaliero di metano per tutto il periodo di funzionamento dei vostri caloriferi.

La superfice di casa vostra è deducibile dal contratto d'acquisto e, in mancanza di altre stime, da misure fatte direttamente, stanza per stanza. 

Il consumo di metano si fa leggendo i numeri neri e rossi del contatore del gas (vedi Figura).
I numeri neri rappresentano i metri cubi (mc) che il contatore ha misurato. dal momento della sua installazione, quelli rossi rappresentano i litri.

Ricordo che ci vogliono 1000 litri di metano per fare un metro cubo.
Quando il contatore dei litri (tre cifre rosse) arriva a 999, i numeri rossi si azzerano e quelli neri aumentano di una unità (1 mc).

La lettura sistematica del contatore del gas comincia preferibilmente a settembre.

Su un quaderno, riportate la data e l'ora della prima lettura del gas e il valore delle cifre nere e, separate da una virgola, le tre cifre rosse.

Il giorno prima dell'avvio della calderina per alimentare i termosifoni, di solito nei primi giorni di novembre, fate la seconda lettura del contatore e registratene il valore.

Calcolate la differenza tra la seconda lettura e la prima lettura.

Il valore trovato è il consumo di metano (mc e litri) per gli usi domestici del gas, diversi dal riscaldamento.

Dividete questo valore per il numero di giorni trascorsi tra la prima e la seconda misura  e avrete trovato il vostro consumo domestico giornaliero per cucinare, fare la doccia, lavarvi le mani (Cons dom giorno)...

Il consiglio di effettuare questa misura tra settembre e fine ottobre, deriva dal fatto che le vostre abitudini casalinghe, durante questo periodo, non dovrebbero essere molto diverse da quelle che manterrete nei mesi invernali.

La terza misura del contatore del gas, e la sua registrazione, deve essere effettuata il primo giorno di regolazione della calderina per il suo funzionamento invernale.

La quarta, ed ultima, misura del contatore si fa l'ultimo giorno del periodo di riscaldamento.

Calcolate il numero complessivo di giorni, durante i quali il vostro impianto di riscaldamento è rimasto acceso (Giorni acc) 

A questo punto, la differenza tra la quarta e terza misura vi darà l'informazione sulla quantità di metano che avete usato per riscaldare casa e per gli altri usi domestici (Cons tot)

Moltiplicate i consumi medi giornalieri, prima del riscaldamento (Cons dom giorno) per il numero di giorni di riscaldamento (Giorni acc).

Il risultato di questa moltiplicazione è il consumo di metano per gli usi diversi dal riscaldamento, durante l'intero periodo invernale ( C dom tot).

La differenza tra Consumi totali (riscaldamento + usi domestici) e Consumi per i soli consumi domestici, vi fornirà il consumo di metano utilizzato unicamente per il riscaldamento domestico

                               (Cons tot) - (C dom tot) = Consumi per riscaldamento

Siamo quasi alla fine.

Ora dividete i Consumi di metano per riscaldamento per i metri quadrati di superfice della vostra abitazione (mq).

Il valore ottenuto corrisponde al volume di metano che avete consumato per riscaldare un metro quadrato della vostra abitazione.

Ora non ci resta altro che stimare a quanti chilowattora (kwh) corrispondono i metri cubi di metano che avete usato.

Per convertire i metri cubi di metano in chilowattore, basta moltiplicare i metri cubi di metano per 9,59.

Fatta questa moltiplicazione saprete, finalmente, quanta energia, misurata come chilowattore, avete utilizzato per tenere caldo, un metro quadrato della vostra abitazione.

Ho applicato questi conti al mio appartamento di 60 metri quadrati nel corso dell'inverno 2012-2013
e ho stimato di aver utilizzato 125,08 kwh/ mq.

Ho confrontato questo valore con la seguente tabella che fornisce la quantità di consumo energetico per il riscaldamento annuale di un metro quadrato di abitazione previsto per le sette Classi Energetiche

Il simbolo < , usato in questa tabella significa " inferiore a " il simbolo >  significa "superiore a", il trattino _ sta per "uguale a".

Pertanto se il vostro consumo per il riscaldamento di un metro quadrato è maggiore di 160 kwh, la vostra casa è in classe G, la peggiore e quella più comune in Italia.

Se consumate meno di 160 kwh/mq , ma più di 120 kwh/mq, siete in classe F.

Nel mio caso, con 125 kwh/mq sono sempre in classe F, ma se riesco a ridurre i consumi di 5 kwh/mq
rientro nella classe E.

Sarà il mio obiettivo per questo inverno.

Spero di convincere mia moglie dell'opportunità di chiudere le finestre della camera da letto, dopo una mezzoretta massima di arieggiamento. Lei insiste di tenerle socchiuse tutta la mattinata!

E se scoprirete che la vostra casa è in Classe G, questi sono i post (dal capitolo "CASA CON CAPPOTTO") che vi spiegano cosa fare per portarla a Classi Energetiche migliori

Tutte le puntate di Casa con Cappotto:

- Che classe energetica sei?
- Stare in mutande: quanto mi costa?
- Misuriamo gli sprechi evitabili
- Vasi "termici" comunicanti
- Sangue caliente 
- Muffe e condense
- Punti freddi
- Barriere frangivento
- Via col vento
- Finestre solari 3
- Finestre solari 2
- Finestre solari 1
- Occhio ai cassonetti
- Riflettori sui caloriferi
- Liberiamo i caloriferi
- La Fisica che serve 3
- La Fisica che serve 2
- La Fisica che serve 1
- Casa con cappotto