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lunedì 7 ottobre 2013

Che Classe Energetica sei?





Da qualche anno è in vigore una Legge (d.lgs. 19 agosto 2005, n. 192)  che obbliga alla classificazione di tutte le abitazioni, in base al loro isolamento termico.

Se volete vendere un appartamento, questa legge vi obbliga ad informare l'acquirente sulla classe energetica del vostro appartamento, in base ad una classificazione che usa le prime lettere dell'alfabeto.

Una casa di Classe Energetica A consuma molto meno energia per essere riscaldata e raffreddata rispetto ad una casa di pari superfice, inserita in Classe Energetica G.

Conti alla mano, le spese per il riscaldamento e il condizionamento di  un appartamento di classe G vi costeranno cinque volte di più di quelle di un appartamento di Classe A.

E se avete fatto l'acquisto sbagliato (appartamento di classe G) questo salasso avverrà inevitabilmente, anno dopo anno.

Se date un'occhiata agli annunci delle agenzie immobiliari, vedrete che la maggior parte degli appartamenti è di Classe G, la più bassa.

Il problema è che calcolare la classe energetica di un appartamento è una procedura complessa e, inevitabilmente costosa, se affidata ad un serio professionista.

Pertanto, le agenzie immobiliari, per non incorrere in sanzioni e per risparmiare sulle perizie, d'ufficio classificano le abitazioni in vendita nella Classe G (la peggiore) e contano sull'ignoranza dell'acquirente.

Avete la curiosità di sapere quale è la Classe Energetica della vostra attuale abitazione?

Se avete un sistema di riscaldamento autonomo a metano, potete sperimentalmente, e a costo zero,  fare una stima attendibile di quanto consumate per riscaldare la vostra casa e conseguentemente potete  stimare la Classe Energetica di appartenenza della vostra abitazione.

E' un'informazione utile per capire se avete margini di manovra per ridurre le spese per il riscaldamento invernale e per il rinfrescamento estivo.

Se poi deciderete di isolare meglio la vostra abitazione, conoscere un metodo di Classificazione Energetica vi permetterà di verificare l'efficacia dei vostri interventi.

L'unica cosa che dovete fare è imparare a leggere il contatore del gas.

Nei prossimi post troverete le istruzioni dettagliate e le formule per fare i conti.

E se scoprirete che la vostra casa è in Classe G, questi sono i post (dal capitolo "CASa CON CAPPOTTO") che vi spiegano cosa fare per portarla a Classi Energetiche migliori

Le precedenti puntate di Casa con Cappotto:

- Stare in mutande: quanto mi costa?
- Misuriamo gli sprechi evitabili
- Vasi "termici" comunicanti
- Sangue caliente
- Muffe e condense
- Punti freddi
- Barriere frangivento
- Via col vento
- Finestre solari 3
- Finestre solari 2
- Finestre solari 1
- Occhio ai cassonetti
- Riflettori sui caloriferi
- Liberiamo i caloriferi
- La Fisica che serve 3
- La Fisica che serve 2
- La Fisica che serve 1
- Casa con cappotto  







sabato 14 settembre 2013

Veronesi ha torto. I fumi degli inceneritori fanno male alla salute.


Coltivare un orto o un'azienda agro-alimentare, nell'area di ricaduta di un inceneritore di rifiuti urbani, aumenta il rischio di malformazioni dell'apparato urinario nei bambini le cui mamme, nei primi mesi di gravidanza, avevano mangiato ortaggi, insalata, uova carne e formaggi prodotti da quegli orti e da quelle aziende.
Questo il risultato di uno studio francese, pubblicato nel 2010.
(S. Cordier et al. Maternal residence near municipal waste incinerators and the risk of urinary tract birh defects. Occup. Environ. Med 2010;67: 493-499)
Il merito di questo studio è di avere fatto le scelte giuste per verificare se incenerire i rifiuti sia pericoloso per la salute pubblica.
Ovviamente, tutti gli altri studi che hanno fatto scelte sbagliate hanno dato risultati sbagliati.
Probabilmente sono questi studi sbagliati quelli che hanno convinto il prof Veronesi che gli inceneritori sono innocui. 
La giusta impostazione di uno studio, finalizzato a valutare gli effetti sanitari dell'inquinamento ambientale provocato dall'incenerimento, si fa conoscendo a fondo la natura dei composti che si formano durante la combustione ed escono da camini e il loro destino a lungo termine, una volta che questi composti sono immessi nell'ambiente.
Queste informazioni si ottengono grazie ad una particolare specializzazione della chimica, la chimica ambientale, quella che con fatica ho praticato, insieme a pochi altri colleghi italiani presso l'Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro di Genova.
Nei fumi emessi da un inceneritore di rifiuti urbani, anche quelli dei più moderni "termovalorizzatori", è inevitabile che siano presenti composti che si formano durante la combustione e che sono molto pericolosi per una loro particolare caratteristica: sono poco biodegradabili e si concentrano lungo la catena alimentare.
Questa caratteristica è posseduta da composti  a base di carbonio e cloro che si formano durante la combustione, noti con il termine generico di "diossine".
La figura, in testa a questo post, sintetizza il modo subdolo con il quale le diossine minacciano la nostra salute: una volta depositate al suolo le diossine passano da terreno alle piante e da qui agli animali e all'uomo.
Pertanto, il 95% delle diossine che si possono trovare nei nostri corpi deriva dalle diossine che abbiamo mangiato con i nostri cibi contaminati; molto meno sono le diossine che provengono dall'aria inquinata che abbiamo respirato.
E tra i nostri simili, quali sono quelli più sensibili all'inquinamento? Certamente tutti i bambini, pochi giorni dopo il loro concepimento, nella delicata fase dello sviluppo embrionale.
Poichè studi precedenti avevano dimostrato che una precoce esposizione a diossine durante lo sviluppo embrionale altera la formazione del sistema urinario, i ricercatori francesi hanno voluto verificare l'ipotesi che il consumo, nei primi mesi di gravidanza, di cibo contaminato da diossine prodotto dai vicini inceneritori possa essere la causa di malformazioni dell'apparato urinario.
La residenza e le abitudini alimentari, in particolare il consumo di cibo prodotto localmente,  di 304 mamme di bambini nati, tra il 2001 e il 2003, con queste malformazioni, sono state confrontate con quelle di 226 mamme che hanno partorito nello stesso periodo, scelte come controllo.
La zona francese oggetta di studio è stata quella dell'alto Rodano, che ospitava 21 impianti di incenerimento.
Motivo fondamentale di questa scelta è stata l'esistenza, in questa regione, di un registro delle malformazioni e di accurati dati ambientali e di regolari misure delle emissioni degli impianti industriali che si volevano studiare.
Opportuni modelli matematici, applicati alle emissioni di diossine misurate in questi impianti, hanno permesso di calcolare la concentrazione media di diossine nell'aria e nel terreno, in corrispondenza della residenza di tutte le mamme oggetto di studio.
Corretti i dati per le possibili varianti, quali professione e abitudine al fumo dei genitori e loro livello socio economico, lo studio ha confermato che l'esposizione a diossine prodotta dagli inceneritori, in corrispondenza della residenza della madre, nei primi mesi di gravidanza, era associata con un aumento del rischio di difetti urinari del nascituro.
Lo studio, inoltre, ha suggerito che il consumo di cibo prodotto localmente e consumato dalle mamme gravide, possa essere il principale responsabile dell'aumento del rischio di malformazione dei loro figli.
Tra il 2001 e 2003, un certo numero di inceneritori in funzione nell'area studiata (non precisato nello studio) non rispettava l'attuale limite di 0,1 nanogrammi di diossine per metro cubo di fumi emessi, e gli autori ritengono che siano stati proprio questi impianti, meno efficenti, a provocare il livello di inquinamento del terreno (e quindi del cibo) che potrebbe essere la causa delle malformazioni osservate.
Negli anni successivi allo studio (2001-2003), la Francia ha spento gli inceneritori più inquinanti e migliorati il trattamento fumi di quelli rimasti attivi.
Grazie a questi interventi il contributo degli inceneritori francesi alla produzione totale di diossine è passato dal 52% del 2001 al 9% del 2006.
Un indubbio miglioramento, ma non tale da fare abbassare la guardia ed ignorare il problema, come raccomandano i ricercatori francesi.
Lo studio che ho brevemente riassunto dimostra che la particolare miscela di composti che escono da un inceneritore di rifiuti urbani è pericolosa per la salute dell'embrione, anche a dosi estremamente basse.
Questa miscela, di composizione molto simile, esce anche dagli inceneritori dell'ultima generazione (2010) e la sua concentrazione nei fumi è nettamente inferiore a quella degli inceneritori della penultima generazione (fine anni 90').
In Europa, ogni tonnellata incenerita provocava l'emissione di 10 microgrammi di diossine equivalenti negli inceneritori costruiti intorno all'anno 2000; negli inceneritori costruiti nel 2010, grazie a sistemi di abbattimento più efficaci, il fattore di emissione di diossine si riduceva di 20 volte (0,5 microgrammi per tonnellata).
Ma  è anche vero che, per economia di scala, gli inceneritori dell'ultima generazione trattano quantità di rifiuti nettamente superiori rispetto a quelli della penultima generazione:  da 70-80.000 tonnellate/ anno a 700-800.000 tonnellate/anno.
Questo significa che la quantità di diossine emesse annualmente da un grande moderno inceneritore, che emette dieci volte più fumi di un vecchio piccolo inceneritore, può non essere così trascurabile come si vuole far credere.
Occorre inoltre considerare che l'incenerimento rifiuti non è una scelta obbligata e certamente, a parità di materiali trattati, un moderno impianto di riciclaggio, compostaggio, trattamento meccanico biologico, emette molto meno diossine di un moderno termovalorizzatore.
Pertanto, se si vogliono fare stare tranquille le mamme ed evitare rischi alle future generazioni, sarebbe molto saggio applicare un sano principio di precauzione: smettere di incenerire i rifiuti e passare decisamente alla stategia Rifiuti Zero.


martedì 27 agosto 2013

L'archeo-rifiutologo: raccolta differenziata dell'urina


Nella Roma antica l'urina era una preziosa materia prima che era raccolta in modo differenziato, con modalità  che, oggi, definiremmo di prossimità.


Nelle case, le urine erano raccolte in appositi vasi da notte che potevano essere  di forma differente, in base al sesso del "donatore", come si può vedere nella immagine a fianco che mostra due pratiche "padelle" in terracotta,  per uomo e per donna, provenienti da un villaggio romano risalente al primo secolo d.c.

Tutte le urine venivano succesivamente versate in appositi "dolia", anfore a collo largo, posizionate agli angoli della strada che potevano anche essere usati come "vespasiani" dai passanti maschi.

Questi "dolia" erano definiti "dolia curta", in quanto più bassi e più piccoli dei dolia usati per trasportare via mare vino e alimenti.

Apposito personale provvedeva al regolare ritiro delle urine raccolte nei dolia,  che venivano trasferite alle "fulloniche", una sorta di lavanderie "ante litteram" dove si provvedeva a produrre tessuti di lana infeltrita e a lavare e a tingere tuniche e panni.

A Pompei erano attive trentanove "fulloniche",  per il cui funzionamento era indispensabili grandi quantità di urina che, grazie all'elevato contenuto di urea e della successiva formazione di ammoniaca, ha proprietà sgrassanti e fissa i colori naturali.


Nella follonica di Stefanus, a Pompei, è stato trovato questo affresco che ci fa capire come avveniva la lavorazione.

I panni sporchi erano messi in larghi tini, si aggiungeva acqua, urina e argilla e, in assenza di lavatrici, gli operai, compresi i bambini, provvedevano a pestare energicamente i panni, i quali erano successivamente sciacquati, disinfettati e sbiancati con fumi di zolfo e infine asciugati al sole.

Ricostruzione della Follonica si Stephanus ( Pompei) 


Come potete immaginare fare il follone non era certo un bel mestiere e anche abitare nei pressi di questi locali non doveva essere piacevole.

Marziale con un suo caustico epigramma ci da un'idea di come poteva essere l'aria mefitica che aleggiava intorno alle folloniche:

"Taide puzza peggio del vecchio dolio di un fullone spilorcio, che si è rotto poco fa in mezzo alla via..."

Comunque sia, visto che i panni alla fine venivano puliti e inodori, la pratica della raccolta differenziata delle urine e il suo uso industriale andò avanti per secoli fino a che la chimica riusci a sintetizzare l'urea e a produrre i detersivi di sintesi.

E il detto attribuito all'imperatore Vespasiano " Pecunia non olet" (il denaro non puzza) deriva dal fatto che, visti gli alti guadagni delle fulloniche, l'imperatore pensò bene di imporre una tassa sulla raccolta delle urine.

Resta da capire se chi produceva la materia prima e la conferiva scrupolosamente separata dalle sue deiezioni solide, ricevesse un compenso, una sorta di tariffazione puntuale.








sabato 17 agosto 2013

Antica Roma a Rifiuti Zero: toilet a secco?

La fossa settica lungo il Cardo V di Ercolano, ripulita di escrementi e scarti di cibo
L'antica Ercolano si è conservata tanto bene che, per evitare i danni derivanti dalla infiltrazione delle piogge si è deciso di ripristinare l'originaria rete fognaria, liberandola dalle ceneri vulcaniche che vi si erano infilate dentro durante la terribile euruzione dell'agosto del 79 dc.
Quando lo scavo si è spostato nel quartiere denominato cardo V in cui si trovavano case popolari su tre piani con negozi e botteghe a piano terra, abitate da circa 150 persone, gli archeologi hanno trovato una sorpresa.
Mentre le normali fognature di Ercolano, quelle che normalmente sfociavano a mare erano alte circa un metro e larghe 60 cm, qui il vano sotto la strada principale era alto tre metri e lungo 86 metri.
Lungo questa fossa  si aprivano i vani di scarico delle case sovrastanti collegate direttamente alle cucine delle abitazioni.

Cucina pompeiana con le suppellettili presenti nei giorni dell'eruzione

Le cucine di Pompei ed Ercolano avevano già riservato delle sorprese per gli archeologi, in quanto diverse dagli standard igienico sanitari a cui oggi siamo abituati.
Anche nelle case importanti il locale cucina era piccolo, appartato e quasi sempre senza acqua corrente, ma la cosa che ha più colpito i ricercatori era la contemporanea presenza, a breve distanza dal forno cucina, di un gabinetto, una semplice apertura che comunicava direttamente con il sistema fognario e, nel caso delle abitazioni del Cardo V con la fossa settica comune.

Sotto le ceneri del Vesuvio, i ricercatori hanno trovato circa mezzo metro degli scarti di cibo e di deiezioni, che sono stati accuratamente raccolti in circa 700 sacchi: una miniera di informazioni sulle abitudini alimentari di queste antiche popolazioni.

Le prime stime valutano che nella fossa settica ci fossero, accumulati, gli scarti di circa 10 anni degli abitanti del Cardo.

Non so se nell'equipe che studia questi reperti ci sia un "rifiutologo", ma sicuramente questa scoperta merita una domanda: fosse di questo tipo venivano ripulite, con quale cadenza, che uso si faceva di questi materiali?

Ricapitoliamo: 150 persone, ogni giorno versavano della fossa i loro scarti di cibo e le deiezioni dei residenti, molto probabilmente raccolti con vasi da notte, trovati negli scavi. La mancanza di acqua corrente nel vano cucina-toilette fa ritenere che questi scarti fossero relativamente secchi.
Gli studi fatti sulle feci raccolte riportano un alto contenuto di fibre vegetali; certamente questa era una caratteristica della dieta degli Ercolaneesi, ma non sarebbe cosi strano se fibre vegetali sotto forma di foglie secche e paglia fossero intenzionalmente aggiunte agli scarti per ridurre la produzione di odori sgradevoli ed accelerare la formazione di compost.

 Mi sembra veramente strano che gli antichi romani non utilizzazzero questa tecnica per riciclare i loro scarti organici.
Se la fossa trovata ad Ercolano aveva un facile accesso per procedere al periodico svuotamento della frazione organica più matura, avremmo la prova che questa costruzione fosse un'antenata della toilet a secco che oggi si utilizza nei luoghi dove l'acqua scarseggia e dove si continua a non buttare via nulla.
Schema di una moderna toilette a secco


ps: gli scavi e gli studi nel Cardo V sono stati finanziati da un privato statunitense, il magnate Packard.

mercoledì 14 agosto 2013

Rifiuti zero nell'antica Roma: il garum

Nella bella mostra che, a Londra,  il British Museum sta dedicando alla riscoperta della vita quotidiana degli antichi abitanti di Pompei ed Ercolano, un capitolo e' dedicato agli scarti di questa quotidianità, ai rifiuti che l'eruzione del 79 dc ha cristallizzato, insieme agli umani che li avevano prodotti.

Dai primi studi che gli archeologici hanno avviato sulle modalità di gestione degli scarti di questi nostri antenati, emerge un quadro che permette di ipotizzare che la società romana fosse, ante litteram, a "Rifiuti Zero".

Con questo post do  l'avvio ad alcuni articoli con i quali cercherò di confermare questa ipotesi: nell'antica Roma non si buttava via nulla e raccolta differenziata, riuso, compostaggio erano la norma.

Comincerò con il "garum".


Con questo nome, i romani identificavano una salsa piccante, a base di pesce, da loro considerata prelibata, usata per condire tutte le pietanze e, probabilmente, molto cara. 

Certamente a Pompei c'è chi ha fatto la sua fortuna, producendo e vendendo garum e sappiamo anche il suo nome: Aulus Umbricius Scaurus, un liberto, ossia uno schiavo liberato.

E la minuscola dimensione del vasetto di terracotta, riprodotto in un mosaico trovato nella casa di Scauro, utilizzato per conservare il gaurum, ci dice molto a riguardo: sono le stesse dimensioni delle odierne bottigliette con cui si confeziona l'altrettanto prezioso aceto balsamico.

"Scaurus, il miglior garum di sgombro è prodotto dalla sua azienda.

Il garum, a mio avviso, rientra nelle strategie Rifiuti Zero, perché, per la sua produzione, si usavano quelli che oggi consideriamo gli scarti del pesce e perché la stessa produzione non produceva scarti.
 
Ed ecco la ricetta del garum, come c'è la tramanda Gargilio Marziale:

" Si usino pesci grassi come sardine e sgombri cui vanno aggiunti, in porzione di 1/3, interiora di pesci vari. Bisogna avere a disposizione una vasca ben impeciata, della capacità di una trentina di litri. Sul fondo della stessa vasca fare un altro strato di erbe aromatiche disseccate e dal sapore forte come aneto, coriandolo, finocchio, sedano, menta, pepe, zafferano, origano. Su questo fondo disporre le interiora e i pesci piccoli interi, mentre quelli più grossi vanno tagliati a pezzetti. Sopra si stende uno strato di sale alto due dita. Ripetere gli strati fino all’orlo del recipiente. Lasciare riposare al sale per sette giorni. Per altri giorni mescolare di sovente. Alla fine si ottiene un liquido piuttosto denso che è appunto il “garum”. Esso si conserverà a lungo”.

Nella bottega del garum trovata a Pompei, sono stati trovati resti della lavorazione.

Si è potuto così verificare che il pesce maggiormente utilizzato, per lo meno nei giorni prima della eruzione, era la salpa, un pesce erbivoro che pascola in branchi sui prati di alghe e di scarso valore alimentare.

Ma trasformata in garum, la salpa aveva certamente un ben altro valore.

Il liquido che si formava dopo la stagionatura veniva certamente filtrato e recenti riscoperte della ricetta ci permettono di affermare (immagine seguente) trattarsi di un liquido trasparente, di colore ambrato, di odore tutt'altro che sgradevole.
A quanto pare, il segreto della ricetta sta proprio nell'uso delle interiora di pesce che oggi, scioccamente,  buttiamo via.

Gli enzimi digestivi contenuti nelle interiora, quelli stessi che permettono ai pesci carnivori di mangiare interi  e digerire le loro prede, provvedevano alla liquefazione della carne del pesce, senza fenomeni putrefattivi.

Se la parte liquida era il prodotto più pregiato, i nostri antenati si guardavano bene di evitare sprechi.

La parte solida, denominata " allec", quella che rimaneva dopo aver estratto il garum, probabilmente condita con olio d'oliva,  era un'ottima pasta da spalmare sul pane.

Pertanto, in un'ottica di strategia rifiuti zero, con il garum, tutto il pesce pescato era utilizzato, anche quello meno pregiato, e le interiora dei pesci più buoni, di cui si mangiavano le carni, erano riutilizzate per produrre garum e allec.

In questo modo la lavorazione non lasciava residui, se non lisce e scaglie, che scommetto erano utilizzati per produrre compost,

 Inoltre tutti i prodotti di questa lavorazione si conservavano a lungo, senza gli attuali consumi energetici e relativi rifiuti.

lunedì 5 agosto 2013

Centrali a biomasse: tutte illegali

In Italia, sono ormai un centinaio le centrali elettriche alimentate direttamente o indirettamente, con biomasse, ovvero prodotti vegetali (cippato di legno, scarti alimentari, oli di mais, sansa di olive...) e scarti animali (pollina, scarti di macellazione, deiezioni da allevamenti suini e bovini).  Inoltre, quindici sono gli inceneritori che oggi in Italia producono elettricità bruciando materiali di origine organica (scarti alimentari, materiali cellulosici, sfalci, potature...).

In Italia, nel 2009, complessivamente, risultava installata una potenza elettrica, alimentata a biomasse,  pari a 1.728 mega watt.

Tutte queste centrali esistono, in quanto, inceneritori compresi, permettono affari sicuri, grazie agli incentivi quindicennali generosamente regalati loro, con i Certificati Verdi, certificati pagati da tutti gli Italiani, con l'apposita tassa fissata sulla bolletta della luce.

Ebbene, tutte queste centrali sono illegali!

L'illegalità e' dovuta al fatto che tutti questi impianti, una volta entrati in funzione, hanno peggiorato la qualità dell'aria dei territori che li ospitano con l'immissione in atmosfera di importanti quantità di ossidi d'azoto, polveri sottili e ultra sottili, idrocarburi policiclici aromatici, diossine...

La legge violata e' il  Decreto Legislativo 155/2012 che, tra le sue finalità, prevede di
 "mantenere la qualità dell'aria ambiente, laddove buona e migliorarla negli altri casi".

E' una finalità chiara, sensata e, sostanzialmente, rispettata fino a qualche anno fa.

Tutte le statistiche dimostrano che, da alcuni decenni, a parita' di produttività, le emissioni inquinanti inviate nell'atmosfera del nostro Paese, sono drasticamente diminuite.

Questo risultato e' stato ottenuto migliorando i combustibili ( gasolio a basso tenore  di zolfo, benzina senza piombo), sostituendo olio combustibile e carbone con gas naturale, con più efficaci trattamento fumi ( filtri a manica, marmitte catalittiche).

Questa tendenza, che ha comportato un progressivo miglioramento della qualità dell'aria del nostro Paese, si è interrotta con il proliferare di grandi e piccole centrali alimentate con biomasse, compresi i "termovalorizzatori" di rifiuti urbani, in tutti i casi combustibili poveri e altamente inquinanti.

Ad esempio, a parità di energia prodotta (elettricità+calore), una centrale alimentata a biomasse legnose emette 42 volte più polveri sottili (PM10) di una centrale di pari potenza, alimentata con gas naturale.

Non sono meno impattanti le centrali alimentate con gas di sintesi prodotto dalla gassificazione del legno, in teoria migliori della combustione diretta delle stesse biomasse gassificate.

 Un impianto di gassificazionedi cippato di legno da un Megawatt di potenza elettrica, nel pieno rispetto dei limiti alla concentrazione di inquinanti presenti nei suoi fumi, emette annualmente circa 6 tonnellate di ossidi di azoto, circa 6 tonnellate di ossido di carbonio, 4 tonnellate di anidride solforosa e 300 chili di polveri sottili PM 10.

In assenza di impianti di teleriscaldamento e senza il contemporaneo spegnimento di impianti termici poco efficienti,  alimentati con combustibili con fattori di emissioni superiore a quello delle biomasse utilizzate, e' inevitabile che tutti questi inquinanti provochino un sicuro peggioramento della qualità dell'aria e un proporzionale aumento di rischio sanitario per la popolazione esposta.

Questo significa che il rispetto delle concentrazioni di inquinanti nei fumi, ammessi dalla Legge e' una condizione necessaria, ma non sufficiente, al rilascio delle autorizzazioni per la realizzazione e l'entrata in servizio di questi impianti.

L'autorizzazione ha valore solo se il progetto dimostra anche che l'entrata in funzione dell'impianto  "mantiene la qualità dell'aria ambiente, laddove buona e la migliora negli altri casi".

Questa duplice norma cautelativa (rispetto dei limiti alle emissioni e rispetto di una delle finalità del Decr. 155/2012) e' stata fatta propria con la Delibera 362 dalla Regione Emilia Romagna del 26 luglio 2011 che afferma:
  1. Ai fini della localizzazione di impianti per la produzione di energia a biomasse aventi potenza termica nominale superiore a 250 kWt si applicano i seguenti criteri generali:
  2. x Su tutto il territorio regionale gli impianti devono utilizzare le migliori tecniche disponibili;
    x Nelle aree di superamento e nelle aree a rischio di superamento, è possibile localizzare impianti a biomasse solo a condizione che si sostituiscano sorgenti emissive esistenti e che sia assicurato un saldo complessivo pari almeno a zero delle emissioni in atmosfera di PM10 e NO2;
    x Nelle altre zone  si deve utilizzare un criterio cautelativo per mantenere la qualità dell’aria ambiente. 
"Il computo emissivo deve essere effettuato per i parametri PM10 e NOx (ossidi di azoto espressi come NO2) e per entrambi gli inquinanti nelle aree di superamento e nelle aree a rischio di superamento il saldo emissivo complessivo deve essere:
Saldo emissivo = Emissioni nuovo impianto - Emissioni spente o ridotte 􏰀 0
Nella valutazione del saldo emissivo complessivo vanno dunque computate le sorgenti emissive esistenti che saranno “spente” o ridotte con l’entrata in funzione dell’impianto.
Si configurano in particolare due casistiche possibili:
  • -  sostituzione di emissioni provenienti da impianti esistenti;
  • -  installazione di nuovi impianti con contestuale riduzione delle emissioni complessive sul territorio tramite la realizzazione di opportune misure integrate localizzate in via prioritaria nella medesima area comunale o, in dipendenza dalla localizzazione dell’impianto, nelle aree contigue ricadenti in altri Comuni, da definire con le autorità competenti anche attraverso eventuali Accordi. " 
    E' interessante notare che la Regione Emilia Romagna, prevede che il computo emissivo sia fatto anche valutando le emissioni del traffico indotto per il trasporto delle biomassea alla centrale .
    Sarebbe opportuno che, al più presto, una simile norma (chiarendo meglio quali possano essere i criteri cautelativi da adottare nelle zone dove la qualità dell'aria e' già buona) sia introdotta in tutte le legislazioni regionali, in quanto ora, solo i cittadini dell'Emilia Romagna hanno a loro disposizione una norma che li tutela.
    Comunque, evidenziamo che, dati alla mano, in tutte le aree servite da gas naturale, il più pulito combustibile di cui possiamo disporre, sarà impossibile che l'uso energetico di biomasse al posto del gas naturale, possa lasciare inalterata, e tantomeno migliorare, la qualità dell'aria del territorio interessato alle ricadute dei fumi prodotti dal nuovo impianto.
Pertanto, ipotizzo che gran parte delle attuali autorizzazioni rilasciate ad impianti alimentati a biomasse, compresi gli inceneritori per rifiuti urbani, siano illegittime.

La parola definitiva a qualche buon avvocato che non si crei problemi a schierarsi a favore della salute del Popolo Italiano.

Se nel frattempo qualche ministro dell' Ambiente, dello Sviluppo Economico e delle Finanze provvedesse ad abolire gli incentivi a tutte le centrali a biomasse, gliene saremo grati in eterno.












sabato 13 luglio 2013

Le combustioni producono polveri cancerogene


Un grande studio, che ha coinvolto trecentomila abitanti di nove paesi europei, tra cui l'Italia, ha dimostrato che respirare polveri fini (PM10) e ultrafini (PM2,5), aumenta il rischio di cancro polmonare.

L'articolo pubblicato in questi giorni su Lancet Oncology ha definitivamente confermato, oltre ogni ragionevole dubbio, che le polveri che si sviluppano a seguito di combustioni, caratterizzate da dimensioni molto piccole (diametro inferiori a 10 e 2,5 millesimi di millimetro), possono provocare il cancro al polmone, anche in chi non ha mai fumato sigarette.

Lo studio ha dimostrato che il numero di tumori polmonari che si registrano in una determinata popolazione, aumenta in proporzione alla concentrazione di polveri sottili che quella popolazione ha mediamente respirato.

Ogni 10 microgrammi (milionesimo di grammo) in più, di polveri sottili presenti in un metro cubo d'aria inalato, il rischio di cancro polmonare aumenta del 22%.

Ad esempio, questo significa che, se in una determinata popolazione di non fumatori, esposti a 10 microgrammi di polveri sottili (PM10) per metro cubo d'aria , si registrano 100 casi di tumori polmonari all'anno, nello stesso numero di persone, esposte a 20 microgrammi di polveri per metro cubo, i casi di tumore polmonare sono 122.

I casi di tumore salgono a 144, con un'esposizione media a 30 microgrammi per metro cubo, a 166, se l'esposizione arriva  a 40 microgrammi per metro cubo.

E se la concentrazione di polveri è di 50 microgrammi per metro cubo, i tumori polmonari attesi saranno 189.

Le concentrazioni di polveri sottili riportate in questo esempio ( da 10 a 50 microgrammi per metro cubo)  non sono casuali.

La popolazione norvegese che ha partecipato allo studio era esposta a 13 microgrammi per metro cubo, quella olandese a 25 microgrammi, mentre quella romana faceva registrare una esposizione a 36 microgrammi per metro cubo e quella torinese risultava la più esposta in assoluto: 48 microgrammi per metro cubo.

Tutto questo significa che nelle popolazioni italiane (56 milioni di persone), a causa dell'elevato inquinamento dell'aria ignorato o colpevolmente tollerato, si registrano molti tumori polmonari che potrebbero essere evitati se adeguate scelte politiche riducessero l' elevato inquinamento atmosferico da polveri sottili del nostro Paese,  ai livelli considerati normali nei paesi del nord Europa.

E poichè  le PM10 si producono, inevitabilmente, ogni volta che si brucia qualche cosa, queste politiche, finalizzate alla prevenzione primaria dei tumori polmonari, riguardano tutte le combustioni evitabili o riducibili.

A cominciare, ovviamente,  dal fumo di sigaretta, ma anche quelle della mobilitità urbana (privilegiare il trasporto collettivo su mezzi a trazione elettrica), del trattamento dei rifiuti (riciclo e compostaggio, al posto dell'incenerimento), del condizionamento degli edifici (più isolamento termico e meno combustibili per il loro condizionamento), della produzione di elettricità (più solare eolico, idroelettrico, meno carbone), dell'uso energetico delle biomasse (abolire gli incentivi alla combustione e alla gasificazione di biomasse).

Infine, lo studio pubblicato su Lancet ha confermato che gli attuali limiti di legge per le PM10 (40 microgrammi per metro cubo) non sono sufficenti a tutelare la salute dei cittadini.

Un significativo aumento dei tumori polmonari si sono registrati anche con esposizioni a polveri sottili  inferiori a 40 microgrammi per metro cubo.

Pertanto, ogni scelta che comporta un aumento evitabile delle emissioni di polveri sottili deve essere vietata.

Rientra in questi divieti la sostituzione d'impianti a metano (a bassa emissione di polveri sottili)  con impianti alimentati con rifiuti, cippato di legno e oli vegetali (ad alta emissione di polveri sottili): una scelta che si sta diffondendo nel nostro paese, a causa della "droga" dei certificati verdi regalati a chi produce elettricità bruciando biomasse.