lunedì 28 aprile 2014

I misteri dell'ozono a Taranto e non solo...

Figura 1: Monte Cimone, andamento della concentrazione media mensile di ozono dal 1996 al 2010


L'ozono è una strana bestia.

La sua molecola è decisamente strana .

In un mondo chimico, in cui gli atomi simili (ossigeno, idrogeno, azoto..) vanno tutti in coppia, l'ozono ha deciso di formare un "triangolo", con ben tre atomi di ossigeno: O3.

Questo lo rende molto reattivo e l'ozono ossida rapidamente tutto ciò che incontra.

Ad esempio, è l'ozono che ha scolorito le foto a colori del matrimonio dei vostri genitori ed è sempre l'ozono che, in pochi mesi, rende inservibili gli elastici.

E ovviamente, una volta respirato, l'ozono ossida anche le cellule del polmone e provoca un precoce invecchiamento di tutto il nostro organismo.

Di qui, il motivo di tenerlo sotto controllo, anche se la cosa è difficile.

L'ozono è strano perchè non è emesso da nessun camino o tubo di scappamento e per questo motivo si definisce come un inquinante "secondario"; è strano perchè lo si trova in abbondanza ben lontano dal luogo in cui si forma ed è strano perchè non è una molecola per tutte le stagioni: ama l'estate e odia l'inverno.

La Figura 1 mostra l'andamento delle medie mensili della concentrazione di ozono misurate presso l'Osservatorio del Clima "O. Vittori" del CNR, sul monte Cimone dal 1996 al 2010.

Come si può vedere, le concetrazioni più elevate di ozono si registrano sempre in piena estate e i valori minimi si trovano sempre in pieno inverno.

Figura 2. Andamento della concentrazione di ozono e di biossido di azoto in una giornata estiva
La Figura 2 mostra l'andamento di contemporanee misure orarie di ozono (O3), in nero e di biossido di azoto (NO2), in rosso.

Non notate nulla di strano?

Le concentrazioni minime dell'ozono corrispondono alle concentrazioni massime di NO2 e quando l'ozono raggiunge le sue più alte concentrazioni, l'NO2 fa registrare le sue concentrazioni più basse.

Questa figura ci fa intuire che ozono e ossidi di azoto sono, in qualche modo, dipendenti l'uno dall'altro.

Inoltre, la Figura 2 ci conferma che l'ozono ama il Sole.

Infatti, la massima concentrazione di ozono si registra durante le ore di massima insolazione, intorno alle ore 12.

Tutte queste stranezze derivano dal fatto che l'ozono, per formarsi, richiede il rispetto di alcune condizioni: una forte irradiazione solare e la contemporanea presenza di molecole di ossigeno e di altre molecole, definite "precursori dell' ozono".

Tra i "precursori dell'ozono" si trovano gli ossidi di azoto (NO2) , l'ossido di carbonio (CO), gli idrocarburi, ovvero composti che, come abbiamo visto nel precedente post sono, in parte emessi dalle cokerie (in particolare il CO) e più in generale dalle attività che si svolgono in una acciaieria a ciclo integrato come l' ILVA di Taranto, ma anche dal traffico veicolare e dalle raffinerie, entrambi presenti a Taranto.

Figura 3. Schema della reazioni di formazione e distruzione dell'ozono

La Figura 3 ci da una visione schematica di quello che avviene in una giornata di sole nell'aria delle nostre città.

Una molecola di biossido di azoto (NO2) uscito, ad esempio, dal tubo di scappamento di una autovettura, interagisce con un "quanto" di energia solare con un alto contenuto di energia (raggi ultravioletti).  Da questo incontro si forma una molecola di monossido di azoto (NO) e un atomo libero di ossigeno (O)  che, da solo è molto reattivo e se questo atomo incontra una molecola di ossigeno (O2), si forma una molecola di ozono (O3).

Nella Figura 3 si vede come sia possibile la "distruzione" chimica dell'ozono, a seguito della sua reazione con una molecola di NO.

Analogamente, l'ozono formato puo "distruggersi" reagendo con altre molecole "riducenti" presenti in atmosfera quali idrocarburi e ossido di carbonio (CO).

In estrema sintesi, le radiazioni solari più energetiche interagendo con i precursori emessi dalle attività umane  (traffico, acciaieria, raffineria...) producono atomi molto reattivi (ossigeno atomico) i  quali trasformano l'ossigeno (O2) in ozono (O3). E l'ozono, a sua volta, si consuma reagendo  con gli idrocarburi e l'ossido di azoto trasformandoli in composti pericolosi per la salute, ad esempio in perossi-acetil-nitrati.

Insomma, negli ambienti inquinati dalle emissioni veicolari e da attività industriali i raggi solari innescano reazioni molto complesse che trasformano l'atmosfera in un gran calderone chimico dove le molecole si trasformano in continuazione.

Nei luoghi più inquinati, gran parte dell'ozono che si forma ha una elevata probabilità di reagire con gli inquinanti già presenti  e per questo motivo, di fatto, qui l'ozono si trova a concentrazioni molto basse.

Per questo motivo l'ozono non si misura lungo le strade trafficate e vicino a fonti inquinanti.

Invece, a distanza di decine di chilometri sottovento alle fonti inquinanti, con l'inquinamento di fondo più basso, l'ozono ha maggiori probabilità di sopravvivere e le sue concentrazioni aumentano, man mano che ci si  allontana dalle fonti degli inquinanti primari, raggiungendo livelli pericolosi per chi lo respira.

Figura 4. Andamento della produzione di ozono con concentrazioni crescenti di ossidi di azoto (NOx)
La Figura 4 mostra, in modo semplificato, come varia la concentrazione di ozono, in funzione di concentrazioni crescenti di ossidi di azoto (NOx), con una contemporanea concentrazione costante di composti organici volatili (ad esempio idrocarburi).

In un ambiente "pulito" (a sinistra del valore massimo della curva), con basse concentrazioni di ossidi di azoto, un aumento delle concentrazioni di questi inquinanti (NOx) provoca un aumento, sempre più accentuato di ozono.

Raggiunta la massima concentrazione di ozono, se la concentrazione di NOx aumenta, la concentrazione di ozono diminuisce!

Un simile andamento si registra se, al posto degli ossidi di azoto (NOx), subentra l'ossido di carbonio (CO).

Questo fenomeno si spiega con il fatto che con una elevata presenza di composti "riducenti" (CO, NO) la velocità di "distruzione" dell'ozono prevale rispetto alla velocità della sua formazione.

Questo strano comportamento potrebbe spiegare i misteri dell'ILVA di Taranto.

Con le acciaierie e le cokerie in piena funzione, l'inquinamento intorno alla fabbrica (in particolare ossido di carbonio e idrocarburi) era tanto alto da neutralizzare con efficacia l'ozono che si poteva formare nei giorni più soleggiati.

In questo caso ci trovavamo nel lato destro della curva: alto livello di inquinamento di CO e idrocarburi, basso inquinamento da ozono.

Con la parziale chiusura delle cokerie, gli inquinanti primari emessi dalla cokeria (CO e idrocarburi) si sono ridotti, seguendo l'andamento della curva verso sinistra.

Di conseguenza la concentrazione di ozono è aumentata!

A quanto pare, oggi, siamo in questa situazione.

In sintesi, la chiusura di alcune cokerie ha ridotto le emissioni di CO e idrocarburi (policiclici aromatici, benzene)  ma la quantità di inquinanti primari ancora presenti nell'area tarantina corrisponde alla situazione in cui il bilancio dell'ozono è a favore della sua formazione (lato sinistro della curva di Figura 4).

In base al modello, per far rientrare nella normalità anche l'ozono, occorrerebbe  provvedere ad una ulteriore riduzione dell'emissione di inquinanti primari, prendendo in considerazione tutte le fonti civili ed industriali ancora attive nella piana di Taranto ( traffico, raffineria, centrale elettrica ILVA..)

E' un'ipotesi che merita di essere valutata con attenzione, con l'obiettivo di fare le scelte più corrette a tutela della salute di chi abita nelle aree d'impatto della zona industriale di Taranto.




sabato 19 aprile 2014

"I Misteri dell'ILVA nera"

Figura 1.  Numero di superamenti annuali di ozono in sei località tarantine
A Taranto e nei suoi dintorni, stanno succedendo cose veramente misteriose.

La Figura 1 ci mostra che, nel 2009, Grottaglie (colonna blu), a circa 15 chilometri ad est di Taranto, era la località dove si registravano il maggior numero di superamenti delle concentrazioni massime di ozono: 50 superamenti, il doppio del limite ritenuto accettabile per la tutela della salute umana.

Durante quello stesso anno, a Talsano, quartiere a sud di Taranto, l'ozono non era per nulla un problema e anche nel quartiere tarantino di Statte, le misure segnalavano un accettabile numero di superamenti.

Nel 2010, Grottaglie conferma la maglia nera per l'ozono, con oltre 70 superamenti, nettamente superiori agli altri siti monitorati, compresa Martina Franca, new entry per il monitoraggio dell'ozono, a 25 chilometri da Taranto, a sud est del capoluogo.

Nel 2011 succede qualcosa di strano: a Grottaglie l'ozono si riduce drasticamente  e la maglia nera dell'ozono passa a Talsano (colonna rossa) con oltre cinquanta superamenti. Anche le altre tre località superano il limite, mentre dati tranquillizzanti si registano a Massafra (colonna verde), a 17 chilometri da Taranto,dove è entrata in funzione l'utima centralina per monitorare l'ozono.

Nel 2012, succede di tutto.

A Massafra si registra la situazione peggiore (novanta superamenti). Seguono, in ordine, Statte, Talsano e Grottaglie, tutte fuori legge. A un pelo dal superamento del limite, Martina Franca.

Nel 2013 l'anomalia ozono continua con 75 superamenti a Statte e 73 a Grottaglie.

Come abbiamo gia visto nel post del 14 aprile, negli stessi anni, le centraline posizionate intorno alle acciaierie per controllare il benzo(a)pirene, a partire dal 2010, mostrano un netto e progressivo calo delle concentrazioni di questo pericoloso inquinante e, a partire dal 2012, tutte le quattro stazioni confermano il pieno rispetto dei limiti di legge.

Figura 2. Concentrazione annuale di benzo(a)pirene a Taranto
 La Figura 3 mostra che anche le concentrazioni medie annuali di polveri sottili (PM10) , a partire dal 2011, sono in leggero calo in tutti i tre siti di campionamento attivi a Taranto e in tutti i casi, inferiori al limite di legge di 40 microgrammi/mc.

Figura 3. Andamento concentrazione annuale polveri sottili (PM10) a Taranto
E la Figura 4 mostra che, a partire dal 2011, sono anche fortemente diminuiti i giorni molto polverosi, con  concentrazione di  PM10 superiori a 50 microgrammi /mc.
In base a questo andamento, a partire dal 2012, in tutti i tre siti è ampiamente rispettato il limite massimo di trentacinque superamenti annual.
In particolare i due siti più vicini alle acciaierie (Macchiavelli e Archimede) nel 2013 hanno fatto registrare un numero di superamenti giornalieri di PM10 simile a quello del sito di via Alto Adige, nel centro della città di Taranto.

Figura 4.  Andamento del numero di giorni con concentrazioni di PM10 superiori a 50 ug/mc

Insomma, dati alla mano, dal 2013, per quanto riguarda benzopirene e PM10 (inquinanti primari) Taranto non è più una citta inquinata.

Invece per un inquinante secondario, come l'ozono, i quartieri periferici di Taranto (Statte e Talsano) e due cittadine intorno a Taranto ( Grottaglie, Martina Franca e Massafra) sono ampiamente fuori legge.

Come si spiega tutto ciò?

La qualità dell'aria delle nostre città dipende da molte variabili e in modo decisamente complesso e non sempre facilmente intuibili.

Per quanto riguarda Taranto e le acciaierie ILVA, siamo certi che nel 2012 è stato avviato lo spegnimento temporaneo delle cokerie più vecchie, spegnimento che si è concluso nel febbraio del 2013.

Lo spegnimento di sei batterie di forni delle cokerie, su dieci batterie in funzione, quanto ha influenzato sulla qualità dell'aria di Taranto e dei paesi vicini?

Quello che sappiamo è che la produzione di una tonnellata di carbon coke  immette in atmosfera
460 grammi di ossidi di carbonio, 7,7 grammi di idrocarburi, 146 grammi di PM10, 0,16 grammi di benzo(a)pirene.

Questo significa che la cokeria attiva nell'ILVA di Genova, che ogni giorno produceva 1.810 tonnellate di carbon coke, immetteva nell'aria  832 chili di ossido di carbonio (CO), 13 chili di idrocarburi, 264 chili di PM10 e 0,3 chili di benzo(a)pirene.

Quando la cokeria di Genova è stata spenta è cessato immediatamente anche l'imissione in atmosfera di tutti questi inquinanti e le centraline dedicate hanno prontamente registrato questo fatto e il netto miglioramento della qualità dell'aria, in particolare per il benzo(a)pirene che in pratica è emesso solo dalla cokeria.

La cokeria di Genova, simile per progettazione alle cokerie tarantine più vecchie,  aveva quattro batterie, le batterie tarantine attualmente chiuse erano sei.

Pertanto la loro chiusura ha ( momentaneamente) risparmiato a Taranto quantità, in proporzioni maggiore, di questi inquinanti.

Strano sarebbe stato se, con la chiusura delle cokerie, le centraline tarantine non avessere registrato un stabile miglioramento.

Resta il mistero dell'ozono, ma visto che quest' altra storia è un pò più complicata, cercheremo di svelare questo mistero con il prossimo post.



giovedì 17 aprile 2014

Autorizzazioni semplici? Salute addio! Il parere di Medici per l'ambiente.


Le semplificazioni delle autorizzazioni di impianti inquinanti e la chiusura del ciclo dei rifiuti,privilegiandone la combustione, sono oggetto di una posizione di ISDE Italia (Medici per l’ambiente) a cura del dott. Agostino Di Ciaula

La Camera dei Deputati infatti si appresta a discutere il disegno di legge collegato alla legge di stabilità 2014, contenente “disposizioni in materia ambientale”.

Secondo ISDE “alcune disposizioni sugli iter autorizzativi di impianti inquinanti e in tema di gestione dei rifiuti urbani, qualora approvate, rischierebbero di svigorire le garanzie a tutela di salute pubblica e ambiente attualmente contenute nel D. Lgs. 152/2006 e nel codice penale”.
Autorizzazione impianti inquinanti
Le “semplificazioni” alle procedure VIA previste dal collegato ambientale, secondo ISDE “rischiano di ridurre a mera formalità burocratica l’iter autorizzativo di pratiche gravemente lesive dell’ambiente, come lo scaricare in mare ‘acque derivanti da attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi’, i dragaggi e ‘la posa di cavi e condotte’. Alcune aree del nostro territorio Nazionale sono ormai da anni fatte oggetto di un vero e proprio assalto da parte di attività imprenditoriali che con crescente aggressività tentano di sottrarre al diritto di preservazione aree di pregio ambientale, fondali e coste, in particolare nel meridione d’Italia, muovendosi spesso in aperta violazione degli articoli 9 e 41 della carta Costituzionale" 
Si tratterebbe di legalizzare “un’attitudine semplificatoria” che chiunque abbia seguito un procedimento di VIA o AIA ha avuto modo di apprezzare: scarsa considerazione delle osservazioni del pubblico e nessuna valutazione delle condizioni ambientali e sanitarie del sito. Valutazioni che si risolvono con pareri sanitari e ambientali a cura di ARPAL, ASL e dei sindaci, accettate acriticamente da ISPRA e dal Ministero dell'Ambiente e basati sui dati disponibili (spesso obsoleti e inadeguati allo scopo). Le Procure parlano di "neghittosità delle istituzioni" (QUI). Quanto alle omissioni verificate e sperimentate, le avevo recentemente elencate qui, con riferimento all’AIA rilasciata per la centrale Enel della Spezia 
“mancata verifica della compatibilità ambientale e sanitaria del sito in cui dev'essere autorizzato l'impianto; prescrizioni fondate sulla sola sostenibilità economica in spregio dei limiti possibili con l'applicazione delle MTD; omessa considerazione delle Osservazioni del Pubblico anche quando il loro contenuto dimostrava gravi lacune dei procedimenti; omessi controlli sul reale rispetto delle prescrizioni; EMAS regalate e reclami ignorati, garantendo così AIA di 8 anni anzichè 5 (per via del miglioramento continuo delle prestazioni ambientali).” (QUI) 
Conferma ISDE
“La VIA, inoltre, così com’è strutturata, non è in grado di fornire adeguate tutele alla salute pubblica. Nonostante questo, a fronte di una semplificazione che rischierà di indebolire il procedimento autorizzativo, si ignora completamente la necessità di obbligare gli enti locali ad efficaci valutazioni preliminari di impatto sulla salute dei residenti, mediante l’applicazione di strumenti epidemiologici di prevenzione del rischio come la VIS (Valutazione di Impatto Sanitario) e la VDS (Valutazione di Danno Sanitario).”
Gestione dei rifiuti
“In merito alla gestione dei rifiuti – scrive ISDE Italia - nel rispetto degli indirizzi della Comunità Europea, si introducono giusti incentivi per l’acquisto di prodotti realizzati con materia riciclata (art. 11). Le stesse indicazioni comunitarie, tuttavia, sarebbero in realtà completamente rispettate solo ponendo in essere forme  di incentivazione economica diretta per l’imprenditoria sostenibile che lavori sul recupero

di materia, almeno pari a quelle di cui da anni beneficiano gli imprenditori del recupero energetico (ad es. termovalorizzatori)...  La certificazione dell’incapacità dello Stato a rispettare le sue stesse leggi (obbligo di raggiungere il 65% di raccolta differenziata entro dicembre 2012, mentre siamo ora a circa il 39%), verrebbe semplicemente cancellata con l’articolo 14, che sposta il raggiungimento di quell’obiettivo dal 2012 al 2020. La storia del nostro Paese ha insegnato che la politica delle proroghe non ha mai garantito risultati sostenibili e sarebbe stato meglio dare prova di vera volontà di cambiamento e porsi come obiettivo concreto per l’anno 2020 quello richiesto agli Stati membri dal Parlamento Europeo con il testo adottato il 24 maggio 2012 (A7-0161/2012), che invita al “rispetto della gerarchia dei rifiuti”, al progressivo azzeramento del rifiuto residuo, all’abbandono delle discariche e, soprattutto, all’abbandono progressivo (“phasing-out”) dall’incenerimento entro il prossimo decennio.
Invece, procedendo in senso esattamente contrario, con l’art. 19 il disegno di legge si pone come obiettivo la realizzazione di una “rete nazionale integrata e adeguata di impianti di incenerimento” per “rifiuti indifferenziati” (i più pericolosi in assoluto per ambiente e salute), preceduta da una sorta di inventario degli impianti esistenti e dalla previsione dei nuovi impianti necessari in base a questa necessità".
Al proposito è interessante ricordare quanto rilevato dal GCR Liguria nelle osservazioni al Piano Regionale dei rifiuti, regione che ricordiamo ha chiesto e ottenuto la proroga al 2016 per il raggiungimento degli obbiettivi di RD
“Lasciare che il 50% dei rifiuti continui a rimanere indifferenziato, vuol dire continuare una gestione che privilegia grossi impianti di discarica o di TMB (Tattamento Meccanico Biologico) per la produzione di CSS (Combustibile Solido Secondario) che possono dar luogo a buoni profitti per chi li gestisce, ma con costi esterni per la salute, l’ambiente e conseguenti problemi sociali che la regione Liguria dovrebbe considerare attentamente prima di diventarne corresponsabile.” (QUI)
A proposito dell'impatto sulla salute, continua ISDE
“Numerose e solide evidenze scientifiche nazionali e internazionali hanno dimostrato che la combustione dei rifiuti, dovunque e comunque avvenga, è pratica nociva per la salute dei residenti, oltre a fungere da enorme deterrente per buone pratiche quali il riciclaggio, il riuso, la separazione a freddo, il recupero di materia e la riduzione della produzione di rifiuti. Il nostro Paese e le nostre Comunità locali dovrebbero essere messe dal Governo nelle condizioni migliori per considerare i rifiuti come una risorsa da utilizzare e non come un problema da distruggere.L’Italia dovrebbe rappresentare nel prossimo futuro un esempio delle buone pratiche e non il Paese capofila dell’incenerimento. Siamo attualmente al terzo posto in Europa per numero di inceneritori attivi sul territorio nazionale e le recenti disposizioni volte ad agevolare l’utilizzo di combustibile derivato da rifiuti (CSS) nei cementifici (circa 60 impianti in Italia), ci farebbero rapidamente scalare le posizioni della graduatoria e, oltre a darci il primato Europeo, ci confermerebbero tra i primi Paesi al mondo per capacità di incenerimento.
La combustione degli sfalci vegetali
foto D. Patrucco 15/4/2014
La modifica della legge regionale con cui dalla scorsa estate la Liguria ha legalizzato la combustione degli sfalci è stata oggetto di numerosi post su questo blog (QUI) in particolare dopo che la IARC ha inserito tra i cancerogeni certi lo smog con particolare riferimento alle biomasse e dopo che qualche giorno fa il problema della combustione delle biomasse è stato messo in rilievo dalla stessaARPA Lombardia (QUI)

A conferma dei numerosi dubbi circa l’opportunità di una tale pratica scrive ISDE 
“Grandi timori sorgono per l’art. 29, con il quale si propone addirittura di ignorare un reato penale: la combustione sul campo dei residui vegetali. Questa pratica genera un'importante quantità di gas serra e di emissioni tossiche in atmosfera (micro- e macroinquinanti), oltre che ceneri da combustione, potenzialmente in grado di contaminare anche irreversibilmente i terreni e le falde acquifere. Alcuni degli inquinanti emessi dalla combustione dei residui vegetali da frantoio sono persistenti nell’ambiente, non biodegradabili e accumulabili nei tessuti umani e vegetali, con emivita che in alcuni casi può superare il secolo. Inoltre, anche a non voler considerare “rifiuti” i residui vegetali, non si potrebbe fare a meno di considerare rifiuti (anche pericolosi) le ceneri da combustione, che sarebbero prodotte dal permesso di bruciare gli scarti in terreni predestinati al massacro ambientale. Queste sono le ragioni per le quali questa pratica (che danneggia anche chi la esegue) è attualmente penalmente perseguibile. Il disegno di legge permetterebbe invece di “effettuare la bruciatura dei residui vegetali, nel rispetto di quanto previsto dalla normativa vigente in materia di inquinamento atmosferico e di salvaguardia della salute umana”. Questo obiettivo è improponibile per l’impossibilità di controlli e verifiche sulle quantità e sulle tipologie di residui bruciati, sulla tipologia e sulle quantità delle emissioni inquinanti, per l’incremento del rischio sanitario (esposizione occupazionale) di chi effettuerebbe materialmente la combustione e di chi risiede nei territori limitrofi, per la  contaminazione (che può anche essere irreversibile) dei terreni sui quali avverrebbe la combustione e per l’incerta destinazione finale delle ceneri da combustione, che sono classificabili come rifiuti tossici e andrebbero smaltite in discariche per rifiuti speciali, a costi molto elevati. Come nel caso dell’imprenditoria del recupero, anche in questo caso un’alternativa sostenibile sarebbe stata l’obbligo di compostaggio (magari con agevolazioni/incentivi) delle frazioni di scarto.
E conclude ISDE
"Alcune delle disposizioni contenute nel disegno di legge in oggetto avranno importanti conseguenze non solo economiche ma anche sociali e sanitarie e guideranno lo sviluppo o la involuzione della tutela ambientale e sanitaria nel nostro Paese almeno nel prossimo decennio. La risoluzione dei punti critici evidenziati da ISDE Italia potrebbe garantire un futuro sostenibile al nostro Paese, rispettare la tutela dell’ambiente inteso come determinante principale della salute umana e compiere un significativo passo verso la prevenzione primaria".

lunedì 14 aprile 2014

A Taranto il benzopirene è sparito.


Quella che vedete, in alto, è un'immagine satellitare delle acciaierie ILVA di Taranto. In basso a destra c' è il quartiere di Tamburi, separato dall'autostrada dai muri di cinta delle acciaierie.
All' interno delle acciaierie i diversi colori ci segnalano il parco minerali di ferro, a circa metà della figura (rosso ruggine) e subito dopo, più in alto, il parco carbone (nero).

Sopra al parco carbone, all'interno del rettangolo rosso, c'è il reparto cokerie.

Le due stelle gialle, in basso  individuano la localizzazione di due campionatori utilizzati per il
monitoraggio del benzopirene, uno dei più pericolosi inquinanti emessi dalle cokerie: località Cimitero a circa 1.150 metri di distanza dal centro delle cokerie e via Macchiavelli, a circa 1.600  di distanza. Questi due campionatori sono stati posti al centro delle acciaierie, lungo la direzione dei venti prevalenti in inverno provenienti da Nord-Ovest.

La cokeria è un parallelepipedo, alto 5 metri e lungo circa 150 metri, realizzato in materiali refrattari, che contiene grandi forni, posti parallelamente, uno di fronte all'altro.
Immaginatevi una gigantesca macchina per fare toast, in cui dall'alto, al posto delle fette di pane, si inserisce il carbone, con trenta forni (equivalenti a 30 "toasts") uno a fianco dell'altro, a formare una singola batteria.

Normalmente, in un singolo reparto cokeria ci sono due batterie di forni, con complessivi 60 forni.

Una volta che un forno è stato caricato di carbone, si chiudono le aperture utilizzate per il carico e, in
assenza di aria, si riscalda il carbone per circa 20 ore, ad oltre mille gradi e, in questo modo, per distillazione, tutte le sostanze volatili presenti nel carbone si liberano sotto forma di gas che è raccolto ed usato come combustibile.

Quello che dopo la lunga distillazione resta nei forni è carbon coke (carbonio quasi puro) che si scarica, ancora ardente, dai portelloni laterali ed è inviato sotto una grande doccia d'acqua per il raffreddamento.

Successivamente il carbon coke è utilizzato negli altoforni per trasformare in ghisa i minerali di ferro.

Il problema delle cokerie è che il carbone contiene una grande quantità di composti volatili altamente tossici e cancerogeni, tra i quali  gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA), classe chimica a cui appartiene il benzo(a)pirene (BaP) , l'IPA più cancerogeno.

Durante la fase di carico, la distillazione e lo scarico, è inevitabile che dai bocchettoni di carico e dai portolloni lateral escano questi inquinanti, pericolosi per la salute di chi lavora sopra e intorno alle cokerie e di chi abita sottovento a quest'impianti.

Pertanto dalle cokerie, per tutta la loro lunghezza, si liberano fumi caldi (circa 90 gradi) carichi di inquinanti che si alzano a qualche decina di metri, a causa dei moti convettivi dell'aria calda e successivamente sono trasportati nelle località sottovento. Man mano che i fumi si allontano dalla fonte (la cokeria) la concentrazione di BaP diminuisce e solo dopo circa 2.000 metri diventa inferiore ai limiti di legge: 1 nanogrammo per metro cubo (1 ng/mc)

E' un dato accertato per la cokeria di Genova e confermato da studi effettuati a Taranto che oltre il 90% del BaP che si registra intorno ad una acciaieria derivi dal suo reparto cokeria e che il rispetto dei limiti di legge del BaP nelle aree urbane (1 nanogrammo/ metro cubo, come media annuale di misure giornaliere) dipenda dalla distanza dal centro della cokeria e dal numero di ore sottovento a questi impianti, durante i campionamenti.




Figura 1. Le dodici batterie delle cokerie dell'ILVA di Taranto

A Taranto sono presenti 12 batterie e la Figura 1mostra la loro precisa localizzazione.

Le batterie numero 1 e 2 sono spente da oltre dieci anni.

Le batterie in funzione fino al 2011 erano dieci (300 forni)  e la loro lunghezza, in totale, è di circa 800 metri.

Per ottemperare alle prescrizioni della Autorizzazione Integrale Ambientale (AIA)l e cokerie più vecchie e più inquinanti sono state progressivamente chiuse: batteria 5-6 (dicembre 2012); batteria 3-4 (febbraio 2013); batteria 9-10 (marzo 2013).

Questa chiusura è momentanea  e attuata per permettere il rifacimento dei mattoni refrattari dei forni e per adeguare gli impianti, con lo scopo di ridurrne le emissioni.

Pertanto, a partire dall'aprile 2013, a Taranto sono in funzione quattro batterie (7-8, 11, 12) facenti parte delle cokerie più moderne e con minore emissione di IPA, a parità di coke prodotto. Tutte queste batterie rimaste in funzione, sono posizionate sul lato EST delle acciaierie.


Fig. 2. Direzione prevalenti dei venti (freccia gialla e celeste) e stazioni di monitoraggio IPA ( in rosso)

A Taranto, nel periodo invernale, i venti provengono da Nord-Ovest (freccia gialla) e in queste condizioni  il quartiere Tamburi e la stessa città di Taranto si trovano sottovento alle emissioni delle acciaierie.
In particolare, con venti da Nord-Ovest, sono volutamente sottovento alle acciaierie  le stazioni di monitoraggio localizzate nel Cimitero, in via Macchiavelli e in via Alto Adige, nel centro città.

Le loro distanze dal centro delle cokerie sono: Cimitero 1.150  metri; via Macchiavelli 1.600 metri, via Alto Adige 6.000 metri.

Nel periodo estivo, la direzione dei venti dominanti è da Sud Ovest (freccia azzurra) e in questo caso è il quartiere di Statte a trovarsi sottovento alle acciaierie.

Dal 2008, presso il sito di via Macchiavelli, sono stati effettuati regolari campionamenti giornalieri di polveri fini (PM10) sulle quale si è analizzato il benzo(a)pirene.
Nel 2009 si sono avviati campionamenti di BaP anche nei due siti urbani di via Alto Adige e Località Talsano.



Figura 3. Media mobile annuale delle concentrazioni di benzo(a)pirene registrate a Taranto dall'aprile 2009 al dicembre 2013
La media mobile annuale rappresenta l'andamento nel tempo del parametro misurato (in questo caso la media annuale delle concentrazioni giornaliere di BaP) togliendo dal calcolo della media, ogni volta che si inserisce un nuovo dato, il dato più vecchio.

Questo metodo permette una facile valutazione dell'andamento del fenomeno che si vuole studiare, eliminando di fatto eventuali andamenti stagionali caratteristici degli IPA, le cui concentrazioni sono sempre maggiori d'inverno e minori nel periodo estivo.

La Figura 3 mostra come le concentrazioni media annuale di BaP in via Macchiavelli hanno raggiunto un valore massimo intorno ai 2 nanogrammi /mc nell'agosto del 2010. Nello stesso periodo, le misure urbane a Talsano e via Alto Adige erano significativamente inferiori e molto simili tra loro, intorno a 0,4 nanogrammi /mc.
Pertanto, in questo periodo, in via Macchiavelli non erano rispettati i limiti di legge per il BaP (1 nanogrammo/mc), mentre nel centro urbano di Taranto, a distanza di "sicurezza" dalle cokerie, l'inquinamento risultava costantemente sotto i limiti.

A partire dalla fine del 2010 la concentrazione media annuale di BaP a via Macchiavelli è costantemente calata e alla fine del 2013, in tutti i tre siti si registravano concentrazioni medie molto simili  e molto basse (0,2 nanogrammi/mc) nel pieno rispetto del limite di legge.

Osservato che la chiusura di una cokeria, per sicurezza, avviene spegnendo progressivamente i forni con un procedimento che richiede diversi mesi per raggiungere la chiusura definitiva, appare plausibile che la riduzione progressiva dell'inquinamento registrato in via Macchiavelli possa essere in garn parte attribuito allo spegnimento delle sei batterie, in particolare le batterie 5-6, 3-4, 9-10.

A tal proposito, ricordiamo che a Genova l'andamento della media mobile del BaP, dopo l'avvio dello spegnimento delle quattro batterie attive nell'acciaieria ha fatto registrare un simile andamento, con una riduzione della concentrazione del BaP di oltre il 95%.

Tuttavia è anche possibile che man mano che lo spegnimento avveniva, con la sequenza temporale che abbiamo in precedenza segnalato, il sito di via Macchiavelli, a parità di condizioni anemologiche si sia trovato sempre meno frequentemente sotto vento alle cokerie  ancora in funzione.

Figura 4. Zone d'impatto delle cokerie in funzione con venti dominanti da Nord-Ovest con tutte le cokerie in funzione e successivamente ad un loro parziale e temporaneo spegnimento


La Figura 4, indicativamente, mostra come lo spegnimento delle cokerie possa aver spostato l'impatto delle cokerie in funzione ( delimitato dalle linee blù) sempre più lontato dalla centralina di via Macchiavelli ( in basso a destra).

Quindi è posibile che attualmente la centralina di via Macchiavelli non sia più rappresentativa del massimo impatto sull'abitato di Tamburi delle cokerie  ancora in funzione.

Pertanto, si ritiene opportuno, in questa situazione, attivare una nuova centralina più ad Est delle attuali, in zone di sicura ricaduta delle emissioni diffuse delle batterie 7, 8, 11, 12.

In base alla esperienza genovese raccomandiamo che le nuove misure siano effettuate sul tetto di civili abitazioni, il più vicino possibile ai confini delle acciaierie  e lontane un centinaio di metri dalle vie di maggior traffico.

Queste nuove misure si ritengono indispensabili per verificare, correttamente, nella situazione attuale, l'effettivo rispetto dei limiti delle emissioni delle cokerie rimaste in funzione.

venerdì 11 aprile 2014

Il Piano Rifiuti della Liguria, secondo Italia Nostra


 

OSSERVAZIONI DELLA SEZIONE GENOVESE DI ITALIA NOSTRA,

AL PIANO REGIONALE DI GESTIONE DEI RIFIUTI URBANI.

 

 Introduzione

Il Piano Regionale per la gestione dei rifiuti urbani, appare troppo “timido” rispetto al raggiungimento degli obiettivi ineludibili, previsti dalla normativa europea, quali una drastica riduzione della produzione pro-capite di scarti, in particolare quelli biodegradabili, la differenziazione di almeno il 65% dei materiali post consumo prodotti e il loro avvio al riciclo e al riuso per almeno il 50%.

Pertanto, le nostre osservazioni saranno incentrate sulle scelte che, a nostro avviso, la Regione Liguria deve attivare e promuovere affinché, rapidamente, nel giro di due-tre anni, questi obiettivi siano raggiunti su tutto il territorio regionale.

Procrastinare il raggiungimento degli obiettivi di azzerare il conferimento di scarti biodegradabili in discarica e di differenziare alla fonte la maggior parte (65%) dei materiali post consumo prodotti dai cittadini e dalle aziende liguri, comporta l’inaccettabile conseguenza di pesanti danni economici ed ambientali a carico della comunità, quali costi per lo smaltimento, produzione di percolato, costi per il trattamento del percolato, spreco di risorse materiali e di energia.

Il ritardo nel raggiungimento degli obiettivi di riciclo e riuso comporterà anche un pesante costo per mancata creazione di nuove e innovative opportunità di lavoro.

 

OBIETTIVI DA INTRODURRE NEL PIANO REGIONALE

Maggiorazione della “ECOTASSA”


Italia Nostra propone che, a partire dal 2015, il tributo speciale per il deposito in discarica di rifiuti solidi (ecotassa) , dagli attuali 17,30 € a tonnellata,  passi a 25,82 €/ton, il valore massimo previsto dalla Legge 549/1995.

La nuova ecotassa, con l’attuale (2010) conferimento annuale in discarica di 509.305 tonnellate di rifiuti urbani prodotti in Liguria, metterebbe annualmente a disposizione della Regione oltre 13 milioni di euro.

Questa somma deve essere integralmente utilizzata per realizzare interventi finalizzati alla riduzione della produzione dei rifiuti e al loro riuso e riciclo.

Gli interventi che in modo prioritario devono essere realizzati con i proventi della “ecotassa” sono:
·      realizzazione di isole ecologiche
·      Attivazione di sistemi di raccolta Porta a Porta e di Prossimità
·      realizzazione di impianti di compostaggio di comunità
·      promozione del compostaggio domestico
·      incentivi economici per gli agricoltori che utilizzano compost di qualità
·      acquisto di lavastoviglie mobili da utilizzare nelle “ecofeste”
·      acquisto di cippatrici mobili da mettere a disposizione della cittaddinanza per la cippatura di ramaglie e potature


Promozione del compostaggio domestico


Una recente ricerca sulla propensione degli Italiani alla pratica del giardinaggio ha evidenziato che il 28,4% delle famiglie italiane si dedica regolarmente al giardinaggio.

Ipotizzando che questo dato sia valido anche per la popolazione ligure, in Liguria ci sono più di 220.000 famiglie, con 418.000 componenti, dedite al giardinaggio e alla cura dell’orto.

Tutte queste famiglie sono nelle condizioni pratiche (disponibilità di spazi verdi) e mentali, di utilizzare i loro scarti biodegradabili (scarti di cucina, sfalci, potature) per trasformarli, grazie a sistemi di compostaggio domestico, in terriccio, indispensabile per coltivare la loro passione.

In questo modo, dato che ogni componente di una famiglia dedita al compostaggio sottrae, mediamente, al ciclo dei rifiuti 51 chili all’anno dei propri scarti di cucina, la conversione al compostaggio domestico di gran parte delle famiglie liguri con “pollice verde” avrebbe l’effetto di una rapida sottrazione al ciclo dei rifiuti di quantità significative di scarti “organici”.

Se tutte le 220.000 famiglie liguri dedite al giardinaggio e all’orticultura praticassero anche il compostaggio, si può stimare che, ogni anno, 21.300 tonnellate di scarti di cibo che oggi finiscono in discarica, potrebbero essere trasformati in  compost.

Questa sola frazione (scarti di cibo) corrisponde a circa il 4 % dell’intera frazione di rifiuti biodegradabili prodotti annualmente nell’intera regione (circa 500.000 ton/anno).

Il rifiuto organico non prodotto dalle famiglie liguri potenzialmente vocate al compostaggio potrebbe essere certamente maggiore, in quanto nella loro compostiera o nel cumulo, finirebbero  anche gli scarti dell’orto e del giardino (foglie secche, sfalci, potature).

Nel 2012, nell’intera Regione, risultavano consegnate, tramite attività promozionali,  solo 36.000 compostiere.

Pertanto, solo il 16 % delle famiglie liguri potenzialmente predisposte al compostaggio, è stato convertito a questa pratica.

Le circa 4.000 famiglie che, nel 2013, hanno autocertificato di praticare il compostaggio nel Comune di Genova, dimostrano che questa pratica è realizzabile in ambito urbano con spazi verdi ricavati anche su terrazzi e balconi fioriti.

E anche in questo caso, con oltre 80.000 famiglie genovesi dedite al giardinaggio, ci sono ampi margini di un maggiore coinvolgimento al compostaggio urbano nel capoluogo ligure.

Per raggiungere rapidamente i massimi obiettivi di compostaggio domestico, la Regione Liguria, nel suo Piano per la Gestione dei Materiali Post Consumo, deve rendere obbligatorio, su tutto il territorio regionale, il riconoscimento della riduzione sulla Tassa-Tariffa Rifiuti a tutti i nuclei famigliari che autocertificano di fare regolarmente compostaggio e giardinaggio.

Attualmente, solo 60 comuni sui 235 presenti in Liguria, riconoscono uno sconto alle famiglie che autocertificano il compostaggio

L’entità della riduzione deve essere proporzionale ai costi di raccolta e di smaltimento evitati e deve essere stabilita ai livelli massimi possibili.

Per promuovere il compostaggio domestico e di comunità si ritiene prioritario che la Regione, in collaborazione con i Comuni, organizzi su tutto il territorio regionale, Corsi di Compostaggio Domestico, con frequenze regolari.

Ai fini della reale promozione del compostaggio si ritiene che sia meno efficace, come fino ad oggi si è fatto,  la consegna di compostiere che difficilmente per forma e volume utile, possono soddisfare tutte le necessità delle singole famiglie dedite al compostaggio. Ad esempio, le compostiere in commercio sono troppo piccole per chi ha un ampio appezzamento di terreno e inadatte per il compostaggio su terrazzo e balcone. I corsi, oltre ad insegnare tutti gli accorgimenti utili per ottenere rapidamente compost senza inconvenienti,  potrebbero fornire anche utili informazioni per auto costruire semplici compostiere con caratteristiche idonee alle singole esigenze.

I Corsi di Compostaggio saranno anche utili per famigliarizzare i Liguri con la raccolta differenziata della loro frazione organica e far comprendere il funzionamento delle semplici norme che riducono al minimo i disagi dello stoccaggio domestico di queste frazioni. I Corsi e la pratica del compostaggio potranno contribuire a vincere la naturale ripulsione a questa pratica (timore di cattivi odori, di attirare insetti, animali…) e, di riflesso, agli impianti  industriali di compostaggio e di digestione anaerobica che dovranno realizzarsi rapidamente su tutto il territorio regionale.

Promozioni di pratiche finalizzate alla riduzione della produzione di MPC


In attesa che la tariffazione puntuale si estenda a tutto il territorio regionale, i Comuni Liguri sono invitati dalla Regione ad applicare sconti sulla Tassa-Tariffa Rifiuti agli esercizi commerciali che, su loro autocertificazione, adottano buone pratiche finalizzate alla riduzione della produzione di rifiuti, ad esempio: ristoranti che offrono solo acqua in caraffa e danno la possibilità al cliente di portare a casa cibo non consumato (doggy bag), centri commerciali che mettono a disposizione del cliente prodotti alla spina e sfusi, centri commerciali che aderiscono a progetti tipo “Last Minute Market”…

Lo sconto ai ristoranti e ai centri commerciali dovrà essere proporzionale ai costi evitati per evitata raccolta e smaltimento.

La Regione Liguria, in collaborazione con le Aziende per l’Igiene Urbana, s’impegna a  realizzare studi finalizzati a valutare l’entità della riduzione di rifiuti di ciascuna di queste e di simili pratiche e dei corrispondenti risparmi economici per evitato trasporto e smaltimento.


Obbligo del passaggio alla raccolta Porta a Porta


E’ ampiamente documentato, anche nella realtà ligure, che gli unici metodi di raccolta dei Materiali Post Consumo, in grado di garantire un rapido raggiungimento di raccolte differenziate superiori al 65 % sono i sistemi di raccolta Porta a Porta e di Prossimità per vetro, plastiche miste e metalli, carta e cartoni e frazioni organiche.

Le stesse esperienze liguri hanno smentito la “leggenda metropolitana” che il Porta a Porta aumenti i costi. In realtà, tutti i Comuni Liguri che sono passati a forme di raccolta innovativi possono testimoniare che i maggiori costi della raccolta differenziata porta a porta e di prossimità sono ampiamente compensati dai costi di smaltimento evitati e dai compensi ottenuti dalla vendita dei materiali differenziati raccolti.

Il progetto Pilota proposto da Italia Nostra, Legambiente e Amici del Chiaravagna e realizzato dal Comune di Genova e AMIU nei quartieri di Ponte Decimo e Sestri ha ampiamente confermato che questo tipo di raccolta è realizzabile anche in contesti urbanisticamente complessi,  con buoni risultati quantitativi, con il 50% di RD raggiunto in pochi mesi, nonostante una ampia elusione totale: gli studi effettuati hanno verificato che oltre il 30% di famiglie e aziende coinvolte nel progetto non effettuava nessuna forma di differenziazione.

Percentuali così alte di elusione sono certamente riducibili con adeguati controlli, ma ancor più con una diffusione di questa pratica di raccolta su tutta la città.

Il progetto pilota di Genova ha anche verificato che in ambito urbano, a fronte di adeguate politiche di comunicazione e controlli, sono possibili più che accettabili qualità delle diverse frazioni separate, in particolare della frazione organica.

Per questi motivi, la Regione Liguria, alla scadenza degli attuali contratti, deve obbligare tutti i Comuni Liguri a passare a sistemi di raccolta Porta a Porta e di Prossimità.

 

Obbligo della Tariffazione Puntuale


E’ ampiamente documentato, eticamente corretto e tecnicamente realizzabile che con l’introduzione della Tariffazione Puntuale, proporzionale al numero di conferimenti delle frazioni secche non riciclabili, la produzione pro capite di Materiali post Consumo diminuisca sensibilmente e aumenti in modo significativo la percentuale di raccolta differenziata, a livelli ben superiori al 65%

Per questo motivo, la Regione Liguria, alla scadenza degli attuali appalti, obbliga tutti i Comuni liguri a introdurre la Tariffazione Puntuale che, in base al sistema di raccolta adottato (Porta a Porta e Prossimità), sarà a favore di singole attività commerciali e famiglie servite dal porta a porta oppure di singoli condomini che conferiranno le proprie frazioni secche non riciclabili in appositi cassonetti condominiali.


Per Italia Nostra, Sezione di Genova
Federico Valerio
Responsabile Gruppo di Lavoro
Sviluppo Durevole